Vito Ciancimino

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Vito Ciancimino
Ciancimino.jpg

Sindaco di Palermo
Durata mandato 1970 –
1971
Predecessore Francesco Spagnolo
Successore Giacomo Marchello

Vito Alfio Ciancimino (Corleone, 2 aprile 1924Roma, 19 novembre 2002) è stato un politico e criminale italiano, appartenente alla Democrazia Cristiana e, secondo documenti resi pubblici dal figlio Massimo, affiliato di Gladio[1].

Indice

Biografia [modifica]

Origini [modifica]

Figlio di un barbiere di Corleone, si diplomò geometra nel 1943 e nel 1950 si trasferì a Palermo, dove divenne socio di un'impresa edile ed ottenne un appalto per il "trasporto di vagoni ferroviari a domicilio attraverso carrelli", che ottenne grazie all'interessamento dell'onorevole Bernardo Mattarella (allora Sottosegretario di Stato al Ministero dei Trasporti), per il quale Ciancimino aveva lavorato[2]. Nel 1953 Ciancimino viene eletto nel comitato provinciale della Democrazia Cristiana e l'anno successivo diviene commissario comunale; nel 1956 è assessore alle Borgate e Aziende e nel luglio 1959 divenne assessore ai lavori pubblici nella giunta del sindaco Salvo Lima. Durante il periodo in cui Ciancimino fu assessore, delle 4.000 licenze edilizie rilasciate nel suddetto periodo, 1600 figurarono intestate a tre prestanome, che non avevano nulla a che fare con l'edilizia: fu il periodo del cosiddetto "Sacco di Palermo"[3].

Formazione politica [modifica]

La formazione politica di Vito Ciancimino avviene tutta all'interno della Chiesa. Ciancimino crebbe all'ombra dell'allora gesuita padre Iozzo che organizzò la prima scuola di formazione politica dove partecipava Ciancimino stesso e l'allora ministro Giovanni Gioia [4].

Alla guida del Comune di Palermo [modifica]

Eletto sindaco di Palermo per la Democrazia Cristiana nel 1970, era insieme al suo predecessore Salvo Lima, il leader siciliano della corrente politica "Primavera", guidata a livello nazionale da Giulio Andreotti.

Ciancimino in attività politica

Durante gli anni della speculazione edilizia palermitana, sotto il sindaco Ciancimino, venne emesso un numero enorme di licenze edilizie (Ciancimino creò appositamente uno slogan:«Palermo è bella, rendiamola ancora più bella»), sulle quali la mafia di Corleone esigeva il pizzo, e che risultavano intestate a tre persone nullatenenti (cosiddetti prestanome).

Inizio delle voci di cointeressenze con la mafia [modifica]

Nel 1980 il giornale satirico 'Il Male' pubblicò un falso de “Il giornale di Sicilia”, che uscì con il titolo “Ciancimino parla. Ecco nomi e cognomi di mandanti e killers degli ultimi delitti”. Il giornale andò misteriosamente esaurito in poche ore e, altrettanto misteriosamente, non fu possibile farne arrivare nuove copie in Sicilia.[senza fonte]

Dopo il delitto del generale Dalla Chiesa, nel 1982, Enrico Berlinguer, sul quotidiano l'Unità, concluse la direzione del PCI denunciando le collusioni di Vito Ciancimino e Salvo Lima con la mafia.

Le inchieste penali [modifica]

Nel 1984 il pentito Tommaso Buscetta lo definì "organico" alla cosca dei corleonesi, riferendo a Giovanni Falcone che "Ciancimino è nelle mani dei corleonesi di Riina e Provenzano"[5]. Nello stesso anno Ciancimino venne arrestato[5].

Ciancimino al momento dell'arresto (1984), fra due agenti in borghese

Il partito della Democrazia Cristiana lo espulse nel 1984[6]. Nel 1993 venne condannato definitivamente in Cassazione a 8 anni di reclusione per associazione mafiosa e corruzione[7]. Fu condannato inoltre a 3 anni e due mesi di carcere (pena condonata) per peculato, interesse in atti d' ufficio, falsità in bilancio, frode e truffa pluriaggravata nel processo per i grandi appalti di Palermo e a 3 anni e 8 mesi per aver pilotato due appalti comunali quando non aveva più cariche pubbliche[8]. Pochi giorni prima che morisse, il comune di Palermo gli presentò un'ingente richiesta di risarcimento, pari a 150 milioni di euro, per danni arrecati all'amministrazione comunale: ne furono recuperati solo sette[5].

I magistrati che indagarono su di lui lo definirono «la più esplicita infiltrazione della mafia nell'amministrazione pubblica»[9].

Secondo quanto ricostruito dal giornalista Gianluigi Nuzzi [4], nel 2009, [10], che si è avvalso dell'archivio di monsignor Renato Dardozzi dall'Istituto per le Opere di Religione sarebbero stati manovrati dei soldi diretti a Ciancimino per conto della mafia [4]. A tal proposito il figlio di Vito Ciancimino, Massimo, affermò:

« Le transazioni a favore di mio padre passavano tutte tramite i conti e le cassette dello IOR »
(Massimo Ciancimino[11][12])

I conti correnti e le due cassette di sicurezza, allo IOR erano coperti da immunità diplomatica e in caso di perquisizione impossibile esercitare una rogatoria con lo Stato del Vaticano. I conti furono gestiti in un primo momento dal conte Romolo Vaselli, un imprenditore che negli anni 1970 controllava la raccolta dell'immondizia di Palermo. In un momento successivo, furono gestiti da prestanome, prelati compiacenti, nobili e cavalieri del Santo Sepolcro [4]. I conti correnti servivano per pagare le famose «messe a posto» per la gestione degli appalti per la manutenzione delle strade e delle fogne di Palermo affidata al conte Arturo Cassina, cavaliere del Santo Sepolcro. La gestione della manutenzione delle strade e delle fogne di Palermo erano gonfiate per circa l'80 per cento del loro reale valore di mercato. Questo surplus era destinato sia alla corrente andreottiana, che in Sicilia faceva capo a Ciancimino stesso, sia un 20 per cento, alle tangenti dovute a Bernardo Provenzano e Totò Riina [4].
I capitali venivano trasferiti a Ginevra attraverso l'onorevole Giovanni Matta e Roberto Parisi, al quale faceva riferimento la manutenzione dell'illuminazione di tutta la città. Ciancimino finanziava anche molti prelati, a iniziare dal cardinale Arcivescovo di Palermo Ernesto Ruffini, con soldi elargiti sotto forma di donazioni [4].
Attraverso questo sistema di compensazioni sulle cassette venivano gestite anche i soldi delle tessere del partito. In queste cassette passò anche una parte della famosa tangente Enimont: Vito Ciancimino incassò dall'onorevole Salvo Lima o dal tesoriere, come distribuzione di fondi ai partiti, circa 200 milioni delle vecchie lire [4].

Dopo la condanna [modifica]

Negli ultimi anni della sua vita, cercò di accreditare un suo ruolo di esperto di "cose di cosa nostra": tale ruolo - che produsse il sospetto che potesse essere "utilizzato" dalle cosche per avvalorare versioni di comodo. Così la Commissione antimafia, che rifiutò di riceverlo in audizione nell'autunno del 1992 malgrado lui si fosse di fatto "proposto", con l'intervista a Giampaolo Pansa a L'espresso in cui cercava di allontanare i sospetti della stagione stragista dalla mafia:[13] - è ritornato sotto scrutinio nel 2009, quando le rivelazioni del figlio Massimo hanno proposto una ricostruzione alternativa della strage di via D'Amelio.

Vito Ciancimino, nel 1992, fece da intermediario fra organi dello stato italiano e il criminale Salvatore Riina. L'allora colonnello Mario Mori[14] e il suo braccio destro al ROS, il capitano Giuseppe De Donno che disse: "Decidemmo di contattare in qualche modo la mafia attraverso Vito Ciancimino per fermare le stragi del 1992-93[15].

Vito Ciancimino morì a Roma il 19 novembre 2002[5].

I presunti rapporti con Berlusconi [modifica]

Il 12 novembre 2010 sua moglie Epifania Silvia Scardino rivela al pm di Palermo Antonio Ingroia che suo marito si sarebbe incontrato tre volte a Milano con Silvio Berlusconi tra il 1972 e il 1975. I due avrebbero parlato dello svolgimento del progetto di realizzazione di Milano 2.[16].

Il direttore generale della Banca Popolare di Palermo Giovanni Scilabra, ormai in pensione, ha raccontato ai pm di Palermo di aver avuto un incontro nel 1986 con Ciancimino e Marcello Dell'Utri per un prestito di 20 miliardi da destinare alla Fininvest. Inoltre i pm stanno facendo degli accertamenti che servirebbero a riscontrare le rivelazioni di Massimo Ciancimino e la documentazione da lui consegnata ai magistrati circa presunti investimenti del padre nel complesso edilizio Milano 2, realizzato da Silvio Berlusconi. Ciancimino avrebbe riferito al figlio Massimo che nella realizzazione di Milano 2 sarebbero stati investiti soldi anche dagli imprenditori mafiosi Salvatore Buscemi e Francesco Bonura. A fare da tramite tra Berlusconi, i costruttori palermitani e l'ex sindaco potrebbe essere stato Marcello Dell'Utri, ora senatore del Pdl, indagato nel 1994, per concorso esterno in associazione di tipo mafioso.[17].

Citato al processo De Mauro [modifica]

Nel 2010 al processo per la morte del giornalista Mauro De Mauro, avvenuta nel 1970, il figlio Massimo Ciancimino depone un memoriale dattiloscritto del padre, sui rapporti dello stesso ex sindaco con il procuratore della Repubblica Pietro Scaglione, ucciso per mano mafiosa nel 1971. Ciancimino jr. sostiene di avere appreso dal padre che De Mauro sarebbe stato ucciso su "input istituzionali", di apparati dello Stato[18]. In seguito ha dichiarato che "Totò Riina venne più volte a casa mia in via Sciuti 85/R a Palermo" e che si trovò ad accompagnare il padre agli incontri di mafia. Per quanto riguarda l'omicidio De Mauro il padre gli spiegò che "era rimasto molto sorpreso per l'omicidio Scaglione, perché negli ambienti mafiosi erano noti i loro rapporti di amicizia". Secondo Ciancimino jr. Bernardo Provenzano avrebbe detto al padre: "Chiedi ai tuoi amici romani, noi abbiamo solo eseguito degli ordini". Sempre secondo lui, il padre gli avrebbe raccontato che "Scaglione era stato ucciso perché aveva preso in mano l'indagine sull'omicidio De Mauro" e che "De Mauro aveva fatto inchieste su situazioni molto più grandi di lui"[19].

Note [modifica]

  1. ^ Ciancimino jr consegna ai pm il papello originale Corriere della sera. Archivio. 30 ottobre 2009. pag.26.
  2. ^ La mafia urbana - Documenti della Commissione Parlamentare Antimafia VI LEGISLATURA.
  3. ^ http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2002/11/20/morto-vito-ciancimino-la-dc-ai.html
  4. ^ a b c d e f g Ecco tutta la verità del figlio di don Vito Ciancimino. Italia oggi. Primo piano. 10 giugno 2009.
  5. ^ a b c d Muore Vito Ciancimino. Permise "il sacco di Palermo. Repubblica. Politica. 12 novembre 2002.
  6. ^ Diverse fonti danno date diverse: per Rita Di Giovacchino l'espulsione è del 1983 (Rita Di Giovacchino, Il libro nero della prima Repubblica, Fazi, 2005 - ISBN 88-8112-633-8). Per altri il 1984 stesso.
  7. ^ Ciancimino, 10 anni, si è un mafioso. Repubblica. Archivio. 18 gennaio 1982.
  8. ^ La seconda volta di Ciancimino. Repubblica. archivio. 6 giugno 1990.
  9. ^ Domanda di autorizzazione a procedere contro il deputato Manuele Macaluso. Camera dei deputati. legislature. 22 marzo 1971.
  10. ^ Vaticano S.p.a. di Gianluigi Nuzzi. Da un archivio segreto emerge una realtà fatta di soldi, trame, documenti cifrati, tangenti, denaro sporco. Giornale del Fiuli. rassegna stampa Il Piccolo. 31 maggio 2009.
  11. ^ Vaticano S.p.A.. Gianluigi Nuzzi. Chiare Lettere. pag. 259
  12. ^ Vaticano S.p.A. - Da un archivio segreto la verità sugli scandali finanziari e politici della Chiesa. Gianluigi Nuzzi. Chiare lettere.
  13. ^ Non fu la mafia ad assassinare Lima e Falcone. Repubblica. Archvio. 1 novembre 1992, pagina 20
  14. ^ Mancato arresto di Provenzano, la trattativa Stato-mafia per la prima volta in tribunale. Fatto quotidiano. Giustizia & Impunità. 11 novembre 2011.
  15. ^ Processo a Mori, De Donno: Non ci fu nessuna trattativa. Il papello? Mai visto. Corriere della sera, Mezzogiuorno. 8 marzo 2011.
  16. ^ La vedova Ciancimino: Io e Vito da Berlusconi nel 1972, lastampa.it, 12-11-10.
  17. ^ Don Vito e il Cavaliere, guidasicilia.it.
  18. ^ Mafia: Ciancimino, De Mauro ucciso su "INPUT istituzionali", agi.it, 22-10-10.
  19. ^ Ciancimino: Input romani per De Mauro, repubblica.it, 19 novembre10.

Voci correlate [modifica]

Bibliografia [modifica]

Collegamenti esterni [modifica]

Predecessore Sindaco di Palermo Successore Palermo-Stemma.png
Francesco Spagnolo 1970-1971 Giacomo Marchello

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