Battaglia di Calatafimi

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Garibaldi a Calatafimi
Garibaldi a Calatafimi

La battaglia di Calatafimi, in località Pianto Romano, posta a circa 4 km dall'abitato di Calatafimi e a poca distanza dalle rovine di Segesta, venne combattuta il 15 maggio 1860 da i Mille di Giuseppe Garibaldi, affiancati da mezzo migliaio di siciliani, contro circa 3.000 militari borbonici che formavano la brigata al comando del generale Francesco Landi.

Le truppe borboniche erano ben piazzate sulle alture del colle, in posizione favorevole, ottimamente armate e supportate da due moderni pezzi di artiglieria da campagna ed un reparto di cavalleria. All'opposto, i garibaldini si trovavano nelle posizioni sottostanti, senza l'appoggio di cavalleria e dotati di armamenti superati e fatiscenti.

Si trattò di un combattimento d'incontro, poco più che una scaramuccia. Inizialmente le formazioni si fronteggiarono a distanza, lasciando voce ai pezzi d'artiglieria ed alle moderne carabine di precisione.

Di tali fucili erano dotati i 400 cacciatori dell'8° reggimento, corpo d'eccellenza dell'esercito borbonico. Anche tra le file garibaldine era presente un piccolo nucleo di tiratori scelti: i 37 carabinieri genovesi, così chiamati in quanto frequentatori del regio tiro a segno di Genova, intervenuti con le proprie carabine da gara.

Dopo un paio d'ore d'immobilismo i cacciatori napoletani tentarono un attacco alla prima linea garibaldina, ma vennero fermati su posizioni intermedie, dalla precisione di tiro dei carabinieri e da un disperato contrattacco alla baionetta.

Pur non riuscendo completamente nel loro intento, i cacciatori erano ora attestati nelle vicinanze delle linee garibaldine che, avendo a malapena fermato l'attacco di un sesto delle forze nemiche schierate, difficilmente avrebbero potuto resistere ad un'azione più energica.

Per questo motivo, il generale Nino Bixio diede ordine di prepararsi alla ritirata. La leggenda vuole che Garibaldi abbia bloccato tale ordine, intimando il celebre: «O si fa l'Italia o si muore!». Vista la situazione e la capacità tattica del vecchio condottiero, appare improbabile che egli abbia pronunciato una simile frase.

Alla fine, in modo del tutto inaspettato ed incomprensibile, furono i soldati borbonici ad indietreggiare, sotto gli sguardi increduli dei garibaldini, già pronti a retrocedere.

L'ordine di ritirata del generale Landi era così illogico che, per una buona ora, Garibaldi non seppe decidersi a ordinare il contrattacco, forse temendo una trappola, e si limitò ad osservare le ordinate manovre di ripiego dei reparti nemici. Quando i garibaldini si lanciarono all'inseguimento, il grosso della brigata borbonica era ormai in salvo.

Il combattimento, durato poco più di 4 ore, terminò con un bilancio di 32 morti, per entrambi gli schieramenti e compresi i deceduti in seguito alle ferite riportate, tra cui 19 garibaldini. Delle 13 perdite borboniche, due furono causate dal franare di un cannone da campagna durante le operazioni di ritirata. Il pezzo venne recuperato dai vincitori, aumentando così del 50% l'artiglieria disponibile delle forze garibaldine.

Landi fu accusato di tradimento, rimosso da Francesco II e confinato sull'isola d'Ischia. L'anno successivo, l'ex generale di brigata dell'esercito borbonico e fresco generale di corpo d'armata dell'esercito sabaudo in pensione Landi, si recò presso la filiale partenopea del Banco di Napoli, per incassare una polizza di credito dell'ammontare di 14.000 ducati d'oro. La somma gli venne rifiutata in quanto trattavasi di una polizza del valore di soli 14 Ducati, palesemente falsificata. Al fine di far valere le proprie ragioni o di evitare accuse di truffa, Landi dichiarò che la polizza gli era stata data da Garibaldi. La faccenda finì sui giornali suscitando un enorme scandalo che, pare, sia stata la principale causa dell'ictus che provocò la morte dell'ex generale. Nel frattempo, i cinque figli di Landi, tutti ex militari dell'esercito borbonico, erano già in servizio quali ufficiali dell'esercito sabaudo.

Nel 1892, in memoria di quello scontro, venne inaugurato il Sacrario di Pianto Romano, progettato da Ernesto Basile, ove sono custodite le spoglie dei caduti ed altri cimeli.

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