Spedizione dei Mille
Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
| Spedizione dei mille | |||||||
|---|---|---|---|---|---|---|---|
| Parte Risorgimento | |||||||
La partenza dei Mille da Quarto (Genova) |
|||||||
|
|||||||
| Schieramenti | |||||||
| Comandanti | |||||||
| Giuseppe Garibaldi | Francesco II | ||||||
| Effettivi | |||||||
| 1037 uomini | 3000 uomini | ||||||
| Perdite | |||||||
| 500 tra morti e feriti | 1000 tra morti e feriti | ||||||
La spedizione dei Mille è un celebre episodio del Risorgimento italiano, avvenuto nel 1860, quando un corpo di volontari al comando di Giuseppe Garibaldi, partito dalla spiaggia di Quarto (oggi Quarto dei Mille, a Genova), sbarcò in Sicilia occidentale, e conquistò l'intero Regno delle Due Sicilie, patrimonio della casa reale dei Borbone.
Indice |
[modifica] Premesse
A partire dal famoso incontro di Plombières con Napoleone III, il 21 e 22 luglio 1858 e, soprattutto dalla firma del trattato di alleanza difensiva fra Francia e Regno di Sardegna, il 26 gennaio 1859, il primo ministro Cavour iniziò i preparativi per la liberazione del nord Italia e l'inevitabile guerra all'Austria.
Il 24 aprile 1859 Cavour riuscì a farsi dichiarare guerra dall'Austria, con inizio delle ostilità il 27 aprile. La seconda guerra di indipendenza terminò l'11 luglio: i termini dell'armistizio di Villafranca riconoscevano al Regno di Sardegna la Lombardia (con l'esclusione di Mantova), ma non il Veneto.
Già dal maggio 1859 le popolazioni del Granducato di Toscana delle Legazioni (Bologna e la Romagna) del Ducato di Modena e del Ducato di Parma scacciavano i propri sovrani e reclamavano l'annessione al Regno di Sardegna, mentre le popolazioni di Umbria e Marche subivano la dura repressione del governo pontificio (stragi di Perugia).
Napoleone III e Cavour erano reciprocamente in debito: il primo poiché non aveva liberato Venezia, il secondo perché aveva liberato l'Italia centrale. Lo stallo venne risolto il 24 marzo 1860, quando Cavour sottoscrisse la cessione della Savoia e della italianissima Nizza alla Francia ed ottenne, in cambio, il consenso dell'Imperatore all'annessione di Toscana ed Emilia-Romagna al Regno di Sardegna. Come disse Cavour all'emissario francese, i due erano divenuti “complici”.
[modifica] Obiettivi e vincoli all’ulteriore unificazione degli stati italiani
Al marzo 1860 restavano, quindi, in Italia, tre soli Stati: Il Regno di Sardegna, con Sardegna, Piemonte, Val d'Aosta, Liguria, Lombardia, Emilia-Romagna e Toscana; Lo Stato della Chiesa, con Umbria, Marche e il Lazio con l'intoccabile Roma; Il Regno delle Due Sicilie, con Abruzzo, Molise, Campania, Basilicata, Puglia, Calabria e la Sicilia, quest'ultima sempre ribelle al governo napoletano.
Si aggiunga l'Impero Austriaco di Francesco Giuseppe che ancora poteva considerarsi una potenza italiana, con il Veneto, il Trentino, la Venezia-Giulia e Mantova. E non si dimentichi la Francia, già allora nell'ambiguo ruolo di potenza protettrice di Roma e principale alleato del Regno di Sardegna: un'ambiguità che permise a Napoleone III di mantenere una decisiva influenza sulle cose italiane, sino all'estremo giorno di vita del suo impero, nel 1870 (battaglia di Sedan).
Napoleone III, dunque, impediva al Regno di Sardegna tanto un'azione contro l'Austria (col suo mancato sostegno), quanto un'azione contro Roma (con la sua esplicita opposizione). Restava un unico bersaglio possibile: Napoli.
[modifica] La debolezza del Regno delle Due Sicilie
Il Regno delle Due Sicilie presentava almeno cinque debolezze fondamentali: (I) un monarca giovane ed inesperto (Francesco II succeduto al padre Ferdinando II solo il 22 maggio 1859, meno di un anno prima); (II) una situazione interna instabile, segnata da un regime politico condizionato dal latifondo, da cui derivava una insanabile dialettica fra popolo e signori; la costante rivalità siciliana; l'opposizione liberale interna; (III) una costante ostilità da parte dell'opinione pubblica liberale d'Europa, a causa delle repressioni succedutesi dal 1799 in avanti; (IV) un'eccessiva vicinanza politica all'Austria, la grande sconfitta del 1859, a scapito delle relazioni con la grande vincitrice, la Francia; (V) delle relazioni decisamente cattive con il Regno di Sardegna.
Particolare importanza ebbero, nell'autunno-inverno del 1859, l'azione abbozzata da Francesco II, di concerto con Francesco Giuseppe a sostegno delle rivendicazioni di Pio IX, del Granduca di Toscana e dei Duchi di Modena e Parma per rientrare in possesso dei loro possedimenti in Italia centrale.
L'iniziativa si scontrava direttamente con gli interessi vitali di Torino (per ragioni evidenti) e di Parigi (dal momento che Napoleone III, per giustificare la guerra all'Austria di fronte all'opinione pubblica francese, doveva annettersi almeno la Savoia).
Solo uno sprovveduto avrebbe potuto immaginare che l'Austria potesse riprendere la guerra meno di un anno dopo Solferino: il Regno di Sardegna aveva assai ingrandito il proprio esercito, passando da cinque a ben quattordici divisioni e Napoleone III mai avrebbe consentito di perdere quella determinante influenza politica in Italia che prima di lui, fra i sovrani francesi, avevano goduto solo Napoleone I, Carlo Magno e, per un poco, Francesco I di Valois.
Un sovrano meno inesperto di Francesco II, o dei consiglieri meno reazionari, avrebbero forse evitato un simile errore, ma, ormai, il Regno delle Due Sicilie non aveva più alleati. E il Borbone poteva contare unicamente sulle proprie forze e su un popolo che lottò fino all'estremo sacrificio contro l'invasore piemontese.
[modifica] Spedizione
[modifica] La ricerca di un casus belli
Al Regno di Sardegna, comunque, mancava un casus belli presentabile per aggredire il Regno delle Due Sicilie. Una condizione indispensabile, dal momento che fra gli imperativi che la politica europea imponeva al Cavour, v'era presentarsi sempre come lo strumento del ripristino dell'ordine.
L'unica occasione era costituita da una sollevazione dall'interno, che provasse la disaffezione delle popolazioni rispetto al regime assolutista che governava a Napoli. Che dimostrasse, soprattutto, l'incapacità del Borbone di garantire, in forme accettabili, l'ordine pubblico nei propri domini.
[modifica] La situazione nel Regno delle Due Sicilie
Di opposizione interna nel Regno se ne era vista davvero molta: in appena sessant'anni i Borbone avevano dovuto schiacciare la Repubblica Partenopea del 1799, la rivoluzione palermitana del 1821, la rivoluzione indipendentista siciliana del 1848, il movimento costituzionale napoletano del 1848.
Per ben due volte, inoltre, i Borbone erano stati rimessi sul trono dagli eserciti austriaci: nel 1815 l'austriaco Federico Bianchi (di padre comasco) sconfisse l'esercito napoletano di Gioacchino Murat, cognato di Napoleone, nella battaglia di Tolentino ed ancora nel 1821 l'austriaco Johann Maria Philipp Frimont sconfisse un secondo esercito napoletano, quello di Guglielmo Pepe, nella battaglia di Rieti e in quella di Antrodoco.
Nel 1860, tuttavia, la situazione appariva di gran lunga più favorevole ai Borbone: sin dal 1821 all'esercito era dedicata costante attenzione economica da parte dei regnanti e, nel complesso, appariva sicuramente fedele alla casa regnante.
I liberali napoletani, inoltre, non avevano forza sufficiente neanche ad imporre una costituzione, nemmeno dopo Solferino. Erano, invece, assai presenti nella flotta napoletana, che, infatti, non mostrò grande fervore nel corso dell'intera campagna contro Garibaldi.
Infine, v'era il popolo delle provincie continentali, generalmente vicino alla dinastia borbonica, come aveva clamorosamente dimostrato il successo del movimento sanfedista, che, nel 1799, aveva rovesciato la Repubblica Napoletana, con grande strage della migliore nobiltà del Regno. Che tali sentimenti fossero tutt'altro che estinti, sarà poi dimostrato dall'estensione della rivolta passata alla storia come brigantaggio.
[modifica] Rivolta siciliana
L'unica delle molte forze opposte ai Borbone che mostrasse la volontà di scendere in armi, in quel 1860, era la fronda siciliana.
I ricordi della lunga Rivoluzione siciliana (1848) erano ancora freschi. La repressione borbonica era stata particolarmente dura e nulli i tentativi del dispotico governo napoletano di giungere ad un accomodamento politico. Molti dei quadri dirigenti della rivoluzione (Rosolino Pilo, Francesco Crispi, …), inoltre, erano espatriati a Torino, avevano partecipato con entusiasmo alla seconda guerra di indipendenza ed avevano maturato un atteggiamento politico decisamente liberale ed unitario.
Fattore ancor più importante: l'insofferenza non era limitata alle classi dirigenti, ma coinvolgeva largamente la popolazione cittadina e, perfino, la popolazione rurale. Un elemento pressoché unico nel corso dell'intero Risorgimento e che fece grande onore alla Sicilia. Prova indubitabile ne fu il grande numero di volontari che si aggregarono ai garibaldini, da Marsala a Messina, sino al Volturno.
Il 4 aprile 1860 si accese un'ennesima fiamma, quando il tentativo a Palermo di Francesco Riso, subito represso, diede il via ad una serie di manifestazioni ed insurrezioni, tenuta in vita dalla famosa marcia da Messina a Piana dei Greci, fra il 10 ed il 20 aprile 1860, di Rosalino Pilo. A chi incontrava per via annunciava di tenersi pronti … che “verrà Garibaldi”.
Il 2 marzo, un mese prima, Mazzini scriveva una lettera ai Siciliani e dichiarava: “Garibaldi è vincolato ad accorrere”. Quando la notizia della sollevazione fu confermata sul continente, il generale ritenne giunto il momento di salpare.
[modifica] Lo strumento: un esercito di volontari
Garibaldi, reduce dalle brillante campagna di Lombardia con i Cacciatori delle Alpi, aveva dimostrato le proprie capacità di capo militare, con un leggero esercito di volontari e contro un esercito regolare. L'Italia era piena di volonterosi, vogliosi di aggregarsi ai veterani dei Cacciatori per combattere sotto la sua guida: il reclutamento della truppa non sarebbe stato un problema.
L'armamento ed i quadri, qualora non attinti dai Cacciatori, sarebbero giunti dall'esercito sardo. I finanziamenti anche. In ogni caso, la loro origine poteva sempre essere attribuita alla sottoscrizione nazionale “per un milione di fucili”, iniziata già il 18 dicembre 1859.
Garibaldi era, certo, di fede repubblicana, ma, ormai da 12 anni, aveva accettato di collaborare con Casa Savoia. D'altronde i tempi erano tali che lo stesso Mazzini poteva scrivere, che: non si tratta più di repubblica o monarchia: si tratta dell'unità nazionale ... d'essere o non essere.
Per Cavour, Garibaldi era potenziale fonte di grandi preoccupazioni: solo alla fine del 1859 si era portato in Romagna, nell'intento di invadere le Marche e l'Umbria dove le truppe pontificie avevano appena terminato una feroce repressione. E per il governo sardo fermarlo era contemporaneamente imperativo (assente il consenso di Napoleone III) ed assai difficile (come avrebbe dimostrata la giornata dell'Aspromonte, due anni più tardi): perché non impegnarlo, invece, in una missione apparentemente disperata? Garibaldi, infine, godeva dell'illimitata stima dell'opinione pubblica italiana e liberale nel mondo.
In una parola, il Cavour aveva l'uomo giusto da inviare a tentare la famosa sollevazione dall'interno, che sconvolgesse il Regno delle Due Sicilie e riducesse Francesco II a più miti consigli, ovvero “costringesse” il Regno di Sardegna a garantire l'ordine pubblico: la realtà andò ben al di là delle previsioni.
Gli ultimi accordi fra Cavour ed il Re vennero presi in un incontro a Bologna, il 2 maggio. Il precedente 22 aprile Cavour si era recato a Genova, per rendersi conto di persona della situazione.
[modifica] Viaggio di trasferimento
Nel frattempo l'organizzazione della forza di spedizione era in pieno svolgimento: giungevano a Genova fondi e volontari. Moltissimi altri si preparavano.
Il 4 maggio 1860 veniva stipulato in Torino, dal notaio Gioachino Vincenzo Baldioli, il contratto col quale Garibaldi, rappresentato dal Medici, acquistava dall'armatore Rubattino i due vapori Piemonte e Lombardo. Per il pagamento veniva contratto un debito, segretamente garantito dal Regno di Sardegna.
La sera del 5 maggio la spedizione si imbarcava dallo scoglio di Quarto (oggi un quartiere di Genova). I circa 1162 volontari erano armati di vecchi fucili e privi di munizioni e di polvere da sparo. Queste ultime vennero recuperate (insieme a tre vecchi cannoni ed un centinaio di buone carabine) il 7 maggio presso la guarnigione dell'Esercito del Regno di Sardegna di stanza nel forte di Talamone. Una seconda sosta fu effettuata il 9 maggio a Porto Santo Stefano, per rifornimento di carbone.
Formalmente Garibaldi ottenne le une e l'altro poiché le aveva pretese nella sua qualità di maggiore generale del Regio Esercito. Ma è evidente che non avrebbe potuto nemmeno partire senza il consenso di Cavour. Un episodio è in questo senso rilevatore: a Talamone, proprio sotto gli occhi della guarnigione, vennero staccati 64 volontari a preparare un'azione verso l'Umbria e le Marche. In capo a pochi giorni vennero intercettati dal Regio Esercito e reimbarcati per la Sicilia: Pio IX non doveva essere, ancora, provocato e Garibaldi doveva essere, pur sempre, ben controllato.
Oltre ai 64 volontari staccatisi dal viaggio, 9 mazziniani abbandonarono la spedizione, mentre i restanti 1089 proseguirono nel viaggio. La mattina dell'11 maggio i due vapori passavano fra Favignana e Marettimo ma dovettero modificare la rotta originale che prevedeva lo sbarco a [Trapani], grazie alle infomazioni tempestivamente giunte dal trapanese Strazzera che avvertì la presenza borbonica in città, invitandoli ad attraccare a Marsala.Così, informati della temporanea assenza della marina borbonica, si spinsero fin quasi alla Tunisia per poi puntare verso la costa siciliana, sbarcando nel porto di Marsala.
[modifica] Operazioni in Sicilia
I borboni un giorno prima avevano spostato una guarnigione da Marsala a Palermo,visto le insurrezioni nel capoluogo. Ma questo cambiamento gli fù fatale, grazie anche all'appoggio che la popolazione gli dette. Così le navi sbarcano a Marsala la mattina dell'11 maggio. Due navi da guerra borboniche, giunte nel frattempo, tardarono a bombardare gli invasori, poiché incerti circa le intenzioni di due navi britanniche presenti nel porto per proteggere i ricchi commercianti inglesi del vino "Marsala". Dopodiché cominciarono un feroce bombardamento dei moli e della stessa città, che si protrasse sino a notte.
Il 14 maggio a Salemi Giuseppe Garibaldi dichiarò di assumere la dittatura della Sicilia in nome di Vittorio Emanuele. I Mille, affiancati da 500 "picciotti", vinsero un primo scontro nella battaglia di Calatafimi il 15 maggio, contro circa 4.000 soldati borbonici. In un primo momento sembrava che le forze garibaldine fossero destinate alla sconfitta, tanto che Nino Bixio suggerì a Garibaldi la ritirata. Il generale, pare, rispose con le celebri parole:
| « Bixio, qui si fa l'Italia o si muore! » |
Questa, almeno, è la versione data da Giuseppe Cesare Abba nel suo libro Da Quarto al Volturno.
Aiutato dall'insurrezione di Palermo, tra il 27 e il 30 maggio, Garibaldi conquistò la città, difesa dal generale Ferdinando Lanza che lo credeva attestato a Corleone. L'ingresso avvenne attraverso il Ponte dell'Ammiraglio, difeso da un intero battaglione borbonico. Il preciso tiro di copertura garantito dai fucili di precisione dei carabinieri di Genova, unito alla spinta entusiasta dei Mille, valsero a superare le difese. Nei successivi scontri tra Porta Sant'Antonio e Porta Termini cadeva l'ungherese Luigi Tüköry, mentre furono feriti, fra gli altri, Benedetto Cairoli, Stefano Canzio e lo stesso Bixio.
Durante il mese di giugno, ai garibaldini si aggregarono altri volontari siciliani e provenienti da altre parti d'Italia, inquadrandosi in quello che poi fu chiamato esercito meridionale.
Il 20 luglio le truppe borboniche vennero sconfitte alla battaglia di Milazzo. Nei giorni successivi, Giacomo Medici ottenne dal generale borbonico Clay la neutralizzazione della fortissima cittadella di Messina e del suo numeroso esercito con, in soprannumero, la liberazione della città.
[modifica] Operazioni sul continente
Con la neutralizzazione di Messina, Garibaldi iniziò i preparativi per il passaggio sul continente. Cavour esercitava fortissime pressioni per procedere subito ai plebisciti in Sicilia, preoccupato che la benevola neutralità di Francia ed Inghilterra potesse rovesciarsi, inficiando le conquiste compiute. Più aggressivo si dimostrava, sicuramente, Vittorio Emanuele II, il quale incoraggiava il generale a passi decisi.
Mentre forze borboniche attendevano lo sbarco garibaldino a Reggio, il 19 agosto Garibaldi prescelse un tragitto alquanto più lungo e sbarcò sulla spiaggia ionica di Melito Porto Salvo, in Calabria. Garibaldi disponeva, ormai, di circa ventimila volontari. In Calabria i borbonici non seppero offrire una dignitosa resistenza: mentre interi reparti dell'esercito borbonico si disperdevano o passavano al nemico il 30 agosto un'intera colonna, comandata dal generale Giuseppe Ghio, venne disarmata a Soveria Mannelli.
Il re Francesco II abbandonò Napoli per portare l'esercito fra la fortezza di Gaeta e quella di Capua, con al centro il fiume Volturno, così, il 7 settembre, Garibaldi, praticamente senza scorta, poté entrare in città accolto da liberatore. Le truppe borboniche, ancora presenti in abbondanza ed acquartierate nei castelli, non offrirono alcuna resistenza, e si arresero poco dopo.
In seguito avviene la decisiva battaglia del Volturno, dove Garibaldi respinse una grande avanzata dell'esercito borbonico (circa 50.000 soldati). La battaglia terminò il 1° ottobre (altri dicono il 2 ottobre). Nei giorni immediatamente successivi alla battaglia giunse il corpo di spedizione sardo, sceso attraverso le Marche e l'Umbria papalini (dove aveva sconfitto l'esercito pontificio alla battaglia di Castelfidardo), l'Abruzzo ed il Molise borbonici.
Subito dopo (21 ottobre) si svolse un referendum per l'annessione del Regno delle due Sicilie al Regno di Sardegna, che diede uno schiacciante risultato a favore dell'annessione. È forse da notare il fatto che all'epoca i referendum erano chiamati plebisciti ed avevano sempre risultati scontati.
L'impresa dei Mille si può considerare terminata con lo storico incontro tra Giuseppe Garibaldi e Vittorio Emanuele II del 26 ottobre 1860 avvenuto a Taverna della Catena allora come oggi nel comune di Vairano Patenora. Il 6 novembre Garibaldi schierò in riga, davanti alla Reggia di Caserta, 14 mila uomini, 39 artiglierie e 300 cavalli. Essi attesero molte ore che il Re li passasse in rassegna, ma invano. Il giorno successivo, 7 novembre, il Re faceva il suo ingresso a Napoli. Garibaldi, invece, si ritirò nell'isola di Caprera, dando avvio alla sua (non immeritata) fama di moderno Cincinnato.
Nel frattempo, il 4 e il 5 novembre si erano tenuti, con esito favorevole, i plebisciti per l'annessione di Marche ed Umbria.
[modifica] Storiografia
[modifica] Critica storiografica anti-garibaldina
| Per approfondire, vedi le voci La spedizione dei Mille (la mancata riforma agraria) e Brigantaggio. |
La spedizione dei Mille è un passaggio obbligato per capire la storia dello Stato unitario italiano, e molti ritengono che abbia avuto la sua influenza su fenomeni come il brigantaggio, lo squilibrio nord-sud e la cosiddetta "Questione meridionale".
Molti ritengono che la spedizione dei Mille sia stata narrata in modo "agiografico", dalla storiografia tradizionale. Ciò, in particolare, a fronte della damnatio memoriae che toccò alla dinastia borbonica e al brigantaggio che arrivò ad impegnare fino a 140.000 soldati del nuovo Regno d'Italia (Rif. Villari): nell'iconografia tradizionale, la discussa figura di Garibaldi assume facilmente le sembianze dell'eroe che combatte e vince contro un esercito ben più numeroso, mentre i tanti “briganti” che in seguito combatterono contro un ben più organizzato esercito piemontese ebbero il torto di essere perdenti. Insomma il mito di Garibaldi sarebbe stato funzionale agli assetti di potere vincenti.
Lo storico inglese Mack Smith ne "I re d'Italia", con riferimento al periodo storico che comincia dall'unità d'Italia (1861) scrive: "La documentazione di cui disponiamo è tendenziosa e comunque inadeguata. ... gli storici hanno dovuto essere reticenti e, in alcuni casi, restare soggetti a censura o imporsi un'autocensura". Critici di questo tipo, sostengono come ancora oggi, a 150 anni di distanza da quegli avvenimenti, regni una cortina fumogena di disinformazione e negazione.
[modifica] Dibattito politico
La principale linea di dibattito è rappresentata dal ruolo dei garibaldini come puntelli delle strutture sociali arretrate che caratterizzavano il Regno delle Due Sicilie, emblematicamente rappresentate dal baronato.
La maggior parte dei latifondisti del Meridione non opposero alcuna resistenza attiva all'impresa dei Mille, una volta verificato che la struttura esistente della proprietà terriera non veniva toccata. Come sintetizzato dalla famosa frase del romanzo Il gattopardo: "Tutto deve cambiare affinché non cambi niente". Alcuni contadini siciliani si unirono invece alla spedizione contando in una distribuzione di terre demaniali a chi le lavorava. Le tragiche conseguenze si videro quando il generale Nino Bixio ebbe l'ordine di reprimere nel sangue la pretese dei contadini, con un esempio particolare alla strage di Bronte il 4 agosto 1860. Certamente, la mancata redistribuzione della terra costituì una delle tante ragioni alla base del cosiddetto brigantaggio che di fatto va inquadrato come una guerra civile di resistenza partigiana e non come un banale fenomeno delinquenziale.
Al 'tradimento' dei nobili, viene associato il tradimento degli ufficiali. Non è chiaro l'intreccio tra Cavour, inglesi e esercito borbonico, ma è certo che interi reparti rinunciarono a combattere, benché buona parte dell'armata di terra abbia servito il proprio sovrano fino all'ultima battaglia.
Una questione concerne i vantaggi che lo stato sabaudo, con le sue finanze disastrate dalle numerose campagne militari, avrebbe ricevuto dalla floridità economica del Regno delle due Sicilie: taluni sostengono che la conquista del Regno delle due Sicilie sia stata 'economicamente provvidenziale'. Una tesi sostenuta da una vasta letteratura, con argomenti documentali e materiali, dei quali il più spesso citato è la costruzione della prima ferrovia in Italia: la Napoli-Portici.
[modifica] La questione dell'appoggio inglese
Un'altra linea concerne l'appoggio (negato da Rosario Romeo) del governo britannico alla spedizione.
Esso viene motivato da molti studiosi (tra cui Lorenzo Del Boca) con la necessità di spuntare condizioni economiche migliori per lo zolfo di produzione siciliana, di cui le navi a vapore inglesi facevano largo consumo. Lo zolfo era un elemento essenziale nella lavorazione dell'acciaio, oltre ad essere un additivo del carbone combustibile, ed era un protagonista collegato alla Seconda Rivoluzione Industriale, del carbone e dell'acciaio.
Alcune navi da guerra di Lord Palmerston incrociavano il largo di Marsala, il giorno dello sbarco dei Mille. Lo sbarco si sarebbe risolto in un disastro "alla Pisacane" se, ancorati ai bassi fondali davanti a quel porto, non si fossero trovati due vascelli inglesi, l’Argus e l’Intrepid.
Secondo alcune recenti scoperte dello storico Giulio Di Vita presso archivi inglesi, è emerso che il governo e la massoneria inglesi finanziarono segretamente la spedizione dei mille con la somma di tre milioni di franchi francesi del tempo, del valore di molti milioni di euro attuali. Il versamento avvenne in piastre d'oro turche: una moneta molto apprezzata in tutto il Mediterraneo. È verosimile pensare che tale somma fu utilizzata per corrompere generali e notabili borbonici.
Alcuni storici, basandosi su lettere e documenti di Cavour, sostengono che gran parte del comando dell'esercito borbonico fosse interessato a rimanere "reticente" nel contrastare i Mille nella loro avanzata. Parecchi ufficiali infatti avevano stretti legami con gli inglesi.
In generale, molte di queste osservazioni cercano di rispondere alla domanda di come mai abbiano potuto 1.000 armati irregolari, ancorché raggiunti da rinforzi, sgominare un esercito molto più numeroso, che agiva dalle sue basi principali, in mezzo ad una popolazione amica.
[modifica] Dopo la spedizione
Dopo la sconfitta sul Volturno, il re, la regina e i resti dell'esercito borbonico si erano asserragliati a Gaeta, allora parte del Regno delle Due Sicilie. L'assedio di Gaeta, iniziato dai garibaldini il 13 novembre 1860, fu concluso dall'esercito sardo il 13 febbraio 1861. Gli ultimi Borbone di Napoli andarono in esilio.
Il 17 marzo 1861 Vittorio Emanuele II fu proclamato primo re d'Italia: il numerale "II" sta ad indicare che l'unificazione fu intesa come il vecchio Regno di Sardegna che cambiava nome in Regno d'Italia conservando la propria identità statuale (ma moltiplicando il territorio).
"Fatta l'Italia, bisogna fare gli Italiani": a questo motto - attribuito dai più a Massimo D'Azeglio, ma da alcuni anche a Ferdinando Martini - fu ispirata tutta la politica successiva alla spedizione dei Mille.
Mentre parte degli ufficiali dell'esercito del Regno delle due Sicilie entrarono nella prigione di Fenestrelle, rimanendo fedeli alla loro Patria e al giuramento di fedeltà al loro Sovrano, molti altri entrarono nell'esercito del neonato Regno d'Italia con lo stesso grado che avevano in precedenza. Per gli ufficiali di Garibaldi il grado fu riconosciuto in pochissimi casi (Rif. Bianciardi). Ma molti fra i comandanti avrebbero avuto un ruolo non secondario nell'esercito italiano: Nino Bixio, il napoletano Enrico Cosenza, Giuseppe Sirtori.
Molti furono i delusi dalla cosiddetta "unità d'Italia": i primi furono i Borbone che si trovarono da un giorno all'altro ad aver perso un regno e quindi fecero di tutto per recuperarlo. I secondi furono i contadini ed i poveri meridionali in genere che, dopo aver inizialmente creduto che con Garibaldi le condizioni di vita sarebbero migliorate, essi si ritrovarono invece ad affrontare maggiori tasse e la coscrizione (servizio di leva) obbligatoria, quindi con una diminuzione delle braccia in grado di sostenere una famiglia. Delusi furono anche molti liberali che avevano riposto nell'unità d'Italia la realizzazione delle loro ambizioni, ma che si ritrovarono in una situazione politica sostanzialmente immutata, mentre lo sviluppo che si stava realizzando nel periodo borbonico cessò di colpo.
Il risultato sfociò facilmente nel brigantaggio, che fu ferocemente represso dall'esercito del nuovo Regno d'Italia nei dieci anni successivi all'unità.
Anche il clero rimase deluso, sia per la perdita di Umbria e Marche da parte dello Stato pontificio, sia per il frequente esproprio di beni ecclesiastici.
La cocente delusione di chi sperava che l'unità d'Italia avrebbe cambiato le sorti del sud è ben raccontata nel romanzo di Anna Banti, Noi credevamo.
Anche nel romanzo I Malavoglia di Giovanni Verga appare chiara la disillusione, seguita da una cocente delusione, della popolazione di fronte alla nuova Italia unita, attraverso i racconti della lunga coscrizione del giovane 'Ntoni, la morte del giovane Luca nella battaglia di Lissa e le nuove tasse.
[modifica] Curiosità
Nei Mille non c'erano solo italiani, ma anche alcuni stranieri, o italiani nati all'estero:
- Francesco Antonio Merigone (Gibilterra 18/4/1836), nato a Gibilterra.
- Francesco Bidischini (Smirne 28/9/1835), nato nell'odierna Turchia.
- Emanuele Berio detto Il Moro (Angola 1840 - Napoli 2/3/1861), nato in Angola, allora colonia portoghese.
- Ernesto Benesch (Balschoru 1842), nato nell'odierna Repubblica Ceca.
- Natale Imperatori (Lugano 13/3/1830), nato in Svizzera.
- Menotti Garibaldi (Mustardo 1840 - Roma 1903), figlio di Giuseppe Garibaldi, nato in Brasile.
- Rosalia Montmasson (Saint-Jorioz, 12/6/1825), unica donna dei Mille, nata nella Savoia, ceduta nel 1861 alla Francia.
- Desiderano Pietri (Bastia - Calatafimi 15/3/1860) nato in Corsica (Francia).
- Ludovico Sacchy (Sopron 13/9/1826) nato nell'odierna Ungheria.
- Stefano Türr (Baja 11/8/1825) nato in Ungheria- Budapest 3/5/1908.
- Carlo Vagner (Meilen 15/8/1837) nato in Svizzera.
- Lajos Tüköry (italianizzato Luigi Tukory) (Körösladany - Palermo 27/3/1860) nato in Ungheria.
- Antonio Goldberg (forse Budapest 1826 - Sorrento o Salerno 1862) nato in Ungheria.
In Topolino N° 2088 (5 dicembre 1995), pag. 127, c'è una parodia di questi eventi, intitolata "Paperibaldi e Lo Sbarco dei 2000"
[modifica] Bibliografia
- Giuseppe Cesare Abba, Da Quarto al Volturno. Noterelle di uno dei Mille, 1880
- Anna Banti, Noi credevamo, 1967
- Luciano Bianciardi, Daghela avanti un passo, 1969, Bietti
- Lorenzo Del Boca, Maledetti Savoia, 1998, Piemme
- Denis Mack Smith, Cavour, 1984, Bompiani
- Denis Mack Smith, I re d'Italia, 1990, Rizzoli
- Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Il Gattopardo (romanzo), 1958, Feltrinelli
- Rosario Villari, Corso di Storia, Laterza
- Nicola Zitara, L'unità d'Italia. Nascita di una colonia, 1971, Jaka book (Sugli argomenti economici che spingevano alla conquista del Regno delle Due Sicilie da parte del Regno di Sardegna)
- Luciano Salera, Garibaldi, Fauché e i predatori del Regno del Sud, 2006, Controcorrente
[modifica] Cinema e televisione
Per il cinema:
- Il gattopardo, 1963, regia di Luchino Visconti
- Bronte - cronaca di un massacro che i libri di storia non hanno raccontato, 1972, regia di Florestano Vancini
- Briganti, 1999, regia di Pasquale Squitieri
Per la televisione
- Eravamo solo mille[1], 2006, film-tv, regia di Stefano Reali
[modifica] Voci correlate
- I Mille
- Elenco dei garibaldini della Provincia di Brescia nei Mille
- Giuseppe Garibaldi
- Risorgimento
- Questione meridionale
- Garibaldino
- Trebecco
- Gandino
[modifica] Note
[modifica] Altri progetti
Wikimedia Commons contiene file multimediali su Spedizione dei Mille

