Storia di Ravenna

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1leftarrow.pngVoce principale: Ravenna.

Età antica[modifica | modifica sorgente]

Il territorio[modifica | modifica sorgente]

L'ambiente naturale attorno a Ravenna era paragonabile a quello di Venezia e Chioggia: la laguna. Nella laguna di Venezia, gli insediamenti umani sorgevano sulle isole (Venezia stessa) oppure sul cordone litorale (Chioggia). Allo stesso modo, l'insediamento di Ravenna era circondato dal mare. A differenza della laguna veneta, l'ambiente attorno a Ravenna era costituito da una serie di piccole lagune. Le acque delle lagune non comunicavano direttamente col mare: tra esse e il mare vi era un cordone di dune sabbiose (tali due sopravvivono oggi in alcuni punti). Ravenna fu fondata su un lembo di cordone litoraneo. Per tutta l'antichità, la città fu a contatto diretto col mare.

Ravenna preromana[modifica | modifica sorgente]

Rappresentazione immaginaria di Ravenna nell'antichità.

Quando i romani vennero in contatto con Ravenna, la città era abitata da genti umbre[1]. Però la ricerca archeologica ha supposto la presenza di genti etrusche in epoche anteriori. Il reperto più antico rinvenuto nel sito di Ravenna infatti è un bronzetto etrusco. Si tratta del “bronzetto di Leida”[2], una statuetta databile 540-520 a.C. che raffigura un guerriero, la divinità etrusca Laran (il Marte italico), depositata come offerta da un abitante di Volsinii.

Le ricerche archeologiche hanno riportato alla luce i resti di un villaggio palafitticolo: sono stati ritrovati reperti di origine greca ed etrusca (ceramica del V secolo a.C.), oltre a bronzetti votivi paleoveneti (V-IV sec. a.C.).

L'insediamento preromano era probabilmente costituito da una serie di nuclei disposti su isolette sabbiose tra loro vicine, in corrispondenza dell'estuario di alcuni corsi d'acqua. Il principale di essi era senza dubbio un fiume (il Padenna) che si distaccava dal ramo meridionale del Po[3].

Il villaggio fu risparmiato, nel IV secolo a.C., dalle invasioni dei Galli, i quali non si spinsero fino al litorale Adriatico.

Ravenna romana[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Ravenna romana e Classe (Ravenna).
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Classis Ravennatis e Praefectus classis Ravennatis.

Nel III secolo a.C. Ravenna entrò nella sfera d'influenza di Roma, non opponendosi all'avanzata del suo esercito nella campagna di conquista della Gallia Cisalpina. Dopo la vittoria definitiva sui Galli Boi (191 a.C.), i romani la accettarono come "città alleata latina" (civitas fœderata), condizione che le garantì a lungo una relativa autonomia dall'Urbe.

La città era al centro di una laguna costiera ed era attraversata da una canalizzazione interna[4]. Il castrum militare romano fu impiantato nell'isola centrale. Ravenna distava solo 17 km dalla foce del ramo meridionale del Po, cui era collegata tramite il fiume Padenna, affluente del Po. I romani lo denominarono Padus Messanicus. Ravenna era circondata da un altro fiume, il Lamone, che confluiva nel Padenna. La città aveva l'aspetto di un oppidum, con la struttura quadrata e un impianto di strade ortogonale. Le mura della città si sviluppavano per una lunghezza di 2,5 km. Il lato nord della cinta muraria si inseriva nel punto esatto in cui il Lamone confluiva nel Padenna. I due corsi d'acqua esercitavano quindi una funzione di protezione delle mura stesse.

A partire dal II secolo a.C. i romani realizzarono le strade di collegamento tra i principali centri da loro fondati nella pianura cispadana. Per quanto riguarda il territorio di Ravenna, l'opera fu resa difficile dalla presenza di vasti specchi d'acqua. Scelsero di tracciare una via di comunicazione lungo il cordone dunoso litoraneo. Una strada preesistente (etrusco-umbra) collegava il villaggio di Ravenna al centro umbro di Butrium, situato 8,8 km a nord. Tale strada fu prolungata in linea retta sia verso Spina e il territorio venetico a nord, sia verso sud (Ariminum). Tale infrastruttura fu completata nel 132 a.C. e prese il nome di via Popilia. Lunga complessivamente 81 miglia, copriva la distanza tra Rimini e Ravenna su un tracciato interamente terrestre, poi continuava verso nord con un itinerario promiscuo, in parte su natanti, fino al Delta del Po e, poco dopo, Adria.

Nell'89 a.C. Ravenna ottenne lo status di municipium all'interno della Repubblica Romana. Nella guerra civile tra Mario e Silla, la città si schierò con Mario. Nel 49 a.C. Ravenna fu il luogo dove Giulio Cesare riunì le sue forze prima di attraversare il Rubicone.

Alla fine del I sec a.C. l'imperatore Augusto decise di fare del porto di Ravenna un'importante base militare. Vi stanziò una flotta militare (la Classis Ravennatis[5]), una delle due flotte militari permanenti di stanza in Italia[6]. Contestualmente fu realizzato il collegamento fluviale tra Ravenna e Classe. I romani sfruttarono il letto del Padenna per costruire un canale artificiale. Il canale, detto Fossa Augusta, traeva le sue acque dal fiume e scorreva parallelamente alla via Popilia verso sud. Attraversava la città longitudinalmente (dove ora c'è via di Roma) e terminava a sud-est, congiungendosi allo scalo portuale[7]. Poi fu realizzato il collegamento dal Padenna-Fossa Augusta alla laguna veneta e al sistema portuale di Aquileia. Divenne così possibile navigare ininterrottamente da Classe ad Aquileia (circa 250 km) in acque calme e a regime costante.

Nei primi secoli dell'Impero l'agglomerato urbano di Ravenna si espanse raggiungendo un'estensione circa quattro volte superiore all'età repubblicana. Ad Est, oltre il Padenna, fu realizzato un grande sobborgo tra la città e il mare, denominato "Cæsarum". Il fiume Padenna, che un tempo si trovava ai confini della città, ora scorreva all'interno dell'abitato. Anche a Nord furono costruiti nuovi edifici al di là delle mura. Sorse così il quartiere Domus Augusta, la zona imperiale di Ravenna.

Capitale dell'Impero romano[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Diocesi (impero romano).

Nel 402 Onorio, figlio di Teodosio I, decise di trasferire a Ravenna la residenza dell'Impero Romano d'Occidente da Mediolanum, troppo esposta agli attacchi barbarici. Ravenna fu scelta come nuova capitale perché godeva di una migliore posizione strategica e di difendibilità data la sua condizione di città marittima avvantaggiandosi dell'incontrastato dominio romano sul mare. In breve tempo, da centro di periferia, Ravenna si trasformò in città cosmopolita, fulcro di gravitazione politica, culturale e religiosa. Dopo aver preso a modello il fasto di Costantinopoli, Ravenna, ad essa legata da consolidati vincoli commerciali, assunse l'aspetto di una residenza imperiale bizantina: sorsero grandiose costruzioni civili e religiose che emulavano, nell'architettura e nelle decorazioni, quelle della capitale d'Oriente.

Monumenti fatti erigere da Onorio

Quando Onorio giunse a Ravenna, la città era già stata dotata di alcune importanti chiese. Nel 380 il vescovo Orso aveva cristianizzato una basilica romana, che da lui prese il nome di Basilica Ursiana. L'edificio venne ampiamente ristrutturato nella metà del V secolo per volontà del vescovo Neone, che vi aggiunse, a fianco, il Palazzo Arcivescovile e il battistero (chiamato oggi Battistero Neoniano)[8].
In seguito al trasferimento della corte imperiale, Onorio fece erigere la basilica di San Lorenzo in Cesarea. Localizzata a meridione della città, all'esterno dell'area urbana, si trattava presumibilmente di un santuario legato all'area cimiteriale.

All'attività di Onorio si deve anche la fondazione dell'Apostoleion, ovvero una chiesa dedicata ai Dodici apostoli[9] e della Moneta, ovvero l'edificio destinato alla coniazione delle monete dell'impero.

Alla morte di Onorio, l'erede diretto alla successione al trono era Costanzo III. Morto prematuramente anche quest'ultimo, la vedova Galla Placidia riuscì ad ottenere la reggenza dell'Impero in nome del figlio Valentiniano III, di soli 6 anni. Galla Placidia giunse a Ravenna nel 424 e continuò l'azione di monumentalizzazione della città, che aveva avviato Onorio, per un quarto di secolo, fino al 450.

Mausoleo di Galla Placidia
Monumenti fatti erigere da Galla Placidia

La sovrana commissionò la costruzione della Basilica di San Giovanni Evangelista, con la quale scioglieva un voto fatto durante il viaggio che l'aveva condotta da Costantinopoli a Ravenna via mare. L'edificio è ancora in essere, anche se nella sua parte anteriore ha subito un pesante intervento di restauro, resosi necessario all'indomani dei bombardamenti della Seconda guerra mondiale.
Forse all'imperatrice madre è da attribuire anche la committenza della chiesa di Santa Croce. L'edificio, che oggi è visibile solo parzialmente, era legato al sacello che generalmente viene denominato «mausoleo di Galla Placidia». La sovrana fece costruire il mausoleo per sé, per il marito Costanzo e per il fratello Onorio, ma non vi trovò sepoltura. Morì infatti a Roma il 27 novembre 450 e fu sepolta nella città eterna.

Nello stesso periodo fu eretta la nuova cinta muraria. La lunghezza complessiva del perimetro raggiunse i 5 km. Si ritiene che le mura fossero alte tra i 4 e i 5 metri. Il fiume Lamone che, proveniente da Faenza, passava a pochi km dalla città, fu deviato. Un ramo fu fatto scorrere lungo le mura per alimentare i fossati, mentre il corso principale venne arginato e fu fatto girare attorno alle mura di settentrione per poi riprendere il suo percorso verso Nord. Era successo infatti che, con gli anni, la Fossa Augusta si era interrata, a causa dell'apporto continuo di materiale dal Po e dai suoi affluenti.
La Porta Aurea rimase in piedi fino al XVI secolo, ultima delle vestigia imperiali a cadere. Le colonne della Porta vennero sparpagliate come trofei nelle chiese di Ravenna, e addirittura spedite a Venezia. Sculture di epoca romana decorano ancora la chiesa di San Giovanni in Fonte.

Capitale del Regno dei Goti (V-VI secolo)[modifica | modifica sorgente]

Il mausoleo di Teodorico

A Ravenna si decisero le sorti dell'Impero d'Occidente allorché il 4 settembre 476 venne deposto l'ultimo imperatore, Romolo Augusto, per mano di Odoacre, re degli Eruli. Le insegne imperiali furono inviate a Zenone, imperatore d'Oriente, che nominò Odoacre patricius, riconoscendo e autorizzando il suo dominio sull'Italia. Pertanto la città divenne la capitale degli Eruli.

Il regno di Odoacre ebbe vita breve: nel 493 fu spodestato dal re degli Ostrogoti, Teodorico, che ottenne il controllo della città dopo un assedio durato tre anni[10]. Il sovrano goto regnò fino alla morte, nel 526. Come aveva già fatto Odoacre, Teodorico lasciò ai latini l'amministrazione della città. I Goti erano un popolo di culto ariano. Nella zona dell'ex zecca romana, in stato di abbandono, furono erette la cattedrale ariana, dedicata all'Aghia Anastàsis (oggi denominata Chiesa dello Spirito Santo) e un vicino battistero (oggi Battistero degli Ariani) per il culto ariano. Il sovrano, inoltre, intervenne con opere costruttive nella Regio palatii, ovvero il quartiere cittadino riservato all'imperatore. Esso comprendeva la reggia di Onorio (che fu ristrutturata ed ampliata), un'annessa chiesa palatina (successivamente denominata Sant'Apollinare Nuovo), una caserma ed altri edifici di servizio. I monumenti della Regio palatii si affacciavano sulla Fossa Augusta, che un tempo era un canale ricco d'acqua, ma ora era quasi completamente prosciugato. Teoderico la fece chiudere: al suo posto fu realizzata una strada ampia e rettilinea di collegamento tra la cattedrale e l'area palatina (l'odierna via di Roma).

Fuori delle mura della città latina, verso il mare, Teodorico fece costruire il quartiere ostrogoto. Oltre le mura orientali fu organizzata la necropoli gota. Durante il suo regno, il sovrano fu fautore della pacifica convivenza tra cristiani cattolici ed ariani. Il mosaico di epoca teodericiana in Sant'Apollinare Nuovo contiene una delle più antiche documentazioni topografiche della storia[11]: in esso sono raffigurate, contrapposte, la città con il palazzo reale da una parte e il porto di Classe dall'altra. Teoderico ordinò lavori di bonifica del territorio circostante la città; realizzò il restauro dell'acquedotto romano[12], inoltre fece costruire il nuovo porto cittadino (porto Choriandro)[13], ricavato allo sbocco del canale Badareno. Negli ultimi anni della dominazione gota il vescovo Ecclesio iniziò l'edificazione di due nuove chiese nel quartiere ad ovest del Padenna: una sul sacello di San Vitale e un'altra nel luogo di una tomba imperiale (Santa Maria Maggiore). Teoderico fece erigere il proprio mausoleo in una zona disabitata della città, oltre le mura settentrionali. La dominazione gota ha lasciato un toponimo tuttora esistente: Godo (il guado dei Goti sul fiume Lamone), che nel Medioevo è diventato un villaggio. Il tratto del Lamone presso Godo e Russi fu da essi chiamato Rafanariae[14].

Teodorico si pose anche come arbitro nelle frequenti dispute tra cristiani ed ebrei. Uno dei più accesi scontri tra i fedeli delle due confessioni ebbe motivo occasionale una provocazione degli ebrei che, pare, gettarono in uno dei canali della città delle forme di pane, forse consacrate. Il vero motivo, probabilmente, fu di natura politico-economica. In ogni caso, al termine di violenti scontri furono molte le vittime e risultarono bruciate tutte le sinagoghe della città. Gli ebrei si rivolsero alla corte di Verona[15] per avere giustizia, ottenendo un decreto di Teodorico che condannava la popolazione cristiana a sborsare una forte somma, sufficiente alla ricostruzione delle sinagoghe distrutte[16]. Negli ultimi anni il re, contrariato dalla messa al bando dell'arianesimo voluta dall'imperatore d'Oriente e condivisa dal pontefice romano, abbandonò la linea politica conciliante che lo aveva contraddistinto ed attuò dure persecuzioni nei confronti della chiesa di Roma. Papa Giovanni I fu arrestato e condotto a Ravenna, dove morì prigioniero.

Nei secoli successivi alla dominazione gota, il continuo afflusso di apporti alluvionali dei fiumi rese progressivamente inutilizzabile il porto di Classe. Nonostante ciò Ravenna continuò anche nell'Alto Medioevo ad essere una città d'acque: gli abitanti organizzarono il rifornimento idrico e impiegarono la forza dell'acqua per il mantenimento dei mulini.

Capitale dell'Esarcato d'Italia (VI-VIII secolo)[modifica | modifica sorgente]

Giustiniano e la sua corte, nel mosaico della basilica di San Vitale.
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Ravenna bizantina.

Divenuto imperatore d'Oriente nel 527, Giustiniano avviò un programma politico mirato alla riconquista dei territori dell'Impero Romano d'Occidente occupati da regni barbarici. Per fare ciò, nel 535 inviò in Italia, al fine di riconquistarla, i suoi generali Belisario e Narsete. Ravenna fu tra le prime città ad essere riconquistate, nel 539. L'anno successivo Giustiniano ricostituì le prefetture del Pretorio. Ravenna fu dichiarata capitale della Prefettura d'Italia. Il primo prefetto del pretorio nominato dai bizantini fu Atanasio. A conferma del prestigio che la città aveva raggiunto, la sede episcopale venne elevata ad arcidiocesi. Giustiniano pose al vertice della sede vescovile ravennate un suo uomo di fiducia, Massimiano, che assunse, per volontà dell'imperatore, la carica di archiepiscopus (arcivescovo), che lo equiparava al papa e ai patriarchi. Per molti secoli a venire l'arcivescovo di Ravenna fu, insieme all'esarca, uno dei principali rappresentanti del potere imperiale bizantino in Italia.

La religione predominante in città ritornò quella cattolica; per gli ariani cominciò la diaspora. Giustiniano e Massimiano promossero la costruzione di importanti monumenti sacri. Giustiniano commissionò la costruzione della Basilica di San Vitale, mentre Massimiano promosse la costruzione della basilica di Sant'Apollinare in Classe. Il ricco banchiere Giuliano l'Argentario finanziò, inoltre, la costruzione della chiesa di San Michele in Africisco[17]. Infine, durante questo periodo sorsero le prime pievi del territorio ravennate, in stile romanico.

La guerra greco-gotica si concluse nel 553 con la vittoria completa di Giustiniano. Ma l'Italia dovette fronteggiare pochi anni dopo una nuova guerra. Nel 568 la penisola fu invasa dai Longobardi. L'impero bizantino si trovò impreparato per fronteggiare l'invasione della popolazione germanica che, entrata attraverso le Alpi Giulie, scese verso la pianura padana seguendo la via Postumia. I Bizantini riuscirono solamente a mantenere il controllo di Ravenna, sede del loro governo in Italia, e di Roma, sede del potere spirituale. Le due capitali rimasero collegate poiché i Bizantini mantennero il controllo di una stretta fascia territoriale solcata dalla via Amerina, la via romana che seguiva il corso del Tevere attraversando Umbria e Flaminia (Corridoio Bizantino).

Nel 580, l'imperatore Tiberio II divise in cinque province o eparchie l'Italia bizantina: Ravenna fu inserita nell'Annonaria, di cui fu eletta capitale. Pochi anni dopo l'imperatore Maurizio prese nuovi provvedimenti per arginare l'invasione longobarda, il più importante dei quali fu la soppressione della Prefettura del pretorio d'Italia, che fu sostituita dall'Esarcato d'Italia, governato dall'esarca, la massima autorità civile e militare della nuova istituzione.

Medioevo[modifica | modifica sorgente]

Dai Carolingi agli Ottoni (VIII-XI secolo)[modifica | modifica sorgente]

I Bizantini difesero l'Esarcato d'Italia dai Longobardi per oltre duecento anni, ma non mancarono di colpire la città quando essa mise in discussione il predominio imperiale. Nel 709 l'arcivescovo Felice manifestò l'insofferenza della sede ravennate per la soppressione dell'autocefalia. Nel 710 i ravennati assassinarono l'esarca Giovanni III. La punizione dell'imperatore Giustiniano II fu dura: nel 711 la città fu depredata. L'arcivescovo Felice ed alcuni notabili molto stimati furono arrestati e condotti a Costantinopoli, dove subirono il supplizio dell'accecamento.

Nel 712 il nuovo re longobardo Liutprando, per confermare la politica di pace del predecessore, restituì all'esarca il porto della classis Ravennatis. Ma cinque anni dopo, approfittando della guerra in corso tra Costantinopoli e gli Arabi, attaccò e saccheggiò Classe ed assediò Ravenna. Liutprando, accortosi dei gravi problemi presenti nel sistema difensivo bizantino, concepì il piano di unificare la penisola sotto la monarchia longobarda. Gli attacchi all'Esarcato ripresero con forza. Dopo che Classe fu liberata (728 o 729), nel 732 Ravenna venne conquistata per la prima volta da Ildeprando, erede al trono di Liutprando, e da Peredeo, duca di Vicenza. L'esarca Eutichio riparò nella laguna veneta, in territorio bizantino. In breve tempo fu armata la flotta veneziana che, guidata dal duca Orso, riportò la capitale dell'Esarcato sotto l'autorità bizantina. Peredeo morì in battaglia, mentre Ildeprando fu fatto prigioniero. Successivamente Eutichio rientrò a Ravenna.

Ma i longobardi non si diedero per vinti. Intorno al 732, Liutprando mosse di nuovo guerra contro l'Esarcato d'Italia, occupando l'intera Pentapoli; ai Bizantini restarono solo il porto di Classe, Ravenna e la pianura intorno alla città. Nel 751 l'Esarcato cadde definitivamente sotto l'offensiva di re Astolfo. Siccome da Costantinopoli non giunse nessuna reazione, Papa Stefano II chiamò in aiuto il re dei Franchi. Pipino il Breve accolse la richiesta e, in forza del legame dinastico tra il proprio casato e quello longobardo, inviò degli ambasciatori al re Astolfo chiedendogli di cedere i territori occupati[18]. I Longobardi rimasero in città fino al 756, poi Astolfo cedette Ravenna, Forlì, Rimini e le Marche settentrionali. Qualche anno dopo rioccuparono Ravenna, che fu definitivamente liberata da Carlo Magno (774). L'arcivescovo Leone (770-777) tentò di costituire un principato ecclesiastico autonomo. Carlo Magno invece donò tutti i territori appartenuti all'imperatore bizantino al Patrimonium Sancti Petri. Ravenna quindi divenne parte dei domini della Santa Sede.

Gli arcivescovi locali rivendicarono gli antichi privilegi concessi dall'imperatore bizantino, che aveva riconosciuto alla chiesa ravennate una sostanziale indipendenza da Roma. Essi, appoggiati dall'aristocrazia locale, continuarono ad esercitare un potere temporale di fatto. Nel 784 l'arcivescovo Grazioso accolse Carlo Magno in visita nella città.[19] Al re dei Franchi furono donati i mosaici ed i marmi dell'ex palazzo esarcale (abbandonato fin dal 751), già Palazzo di Teoderico.[20] Nell'803 Carlo Magno rinnovò la promessa di donazione e s'impegnò a proteggere tutta l'area dell'ex Esarcato, che chiamò Romandiola. Il termine fece la sua prima apparizione assoluta in un documento ufficiale[21].

Per il periodo che decorre dalla fine dell'Esarcato al X secolo le fonti storiche principali sono tre: la bolla di papa Pasquale I all'arcivescovo Petronace (819-837); il Liber pontificalis di Andrea Agnello; il cosiddetto Breviarum ecclesiae ravennatis (X secolo).[22] Le fonti archeologiche, da parte loro, mettono in luce il fatto che Ravenna, come molte altre città italiane ed europee, fosse formata da diversi piccoli agglomerati, ciascuno autosufficiente.

Alla morte di Carlo Magno l'Impero passò al figlio Ludovico il Pio, quindi venne diviso tra i suoi eredi, frammentandosi irreversibilmente. Venne costituito un Regno d'Italia con capitale a Pavia, principale città longobarda. Ravenna mantenne il suo prestigio come sede imperiale. Nell'892, infatti, Lamberto II di Spoleto fu incoronato a Ravenna sacro romano imperatore da papa Formoso. Il territorio dell'ex Esarcato entrò nelle mire degli imperatori, mentre legittimamente apparteneva alla Chiesa. Gli arcivescovi di Ravenna, però, seppero difendere il territorio sia dal potere del Pontefice sia dalle mire dell'Imperatore.

Dopo una lunga vacatio imperii (durata ben 38 anni), nel 962 il trono imperiale fu ripristinato. Nel quarantennio 962-1002 ressero l'impero Ottone I, II e III, della casa di Sassonia. Per diritto ereditario, la corona italiana era congiunta con quella tedesca. Gli Ottoni posero in Italia tre sedes regni: Roma, Ravenna e Pavia. Di esse, Ravenna fu la capitale effettiva del regno d'Italia. I tre Ottoni tennero a Ravenna sinodi e placiti e inoltre vi soggiornarono spesso nelle solennità di Natale e Pasqua. Appena salito sul trono, Ottone I siglò un accordo con il pontefice (Privilegium Othonis, 962) in base al quale rinnovò l'impegno alla restituzione del territorio di Ravenna. In realtà l'imperatore mirava a controllare tutta l'area dell'alto Adriatico, quindi la promessa rimase sulla carta. Il districtus Ravennatis urbis venne infatti ceduto alla moglie Adelaide, mentre i comitatus di Cervia, Cesena, Imola, Montefeltro, e altri patrimoni minori, passarono alla sede arcivescovile[23]. La Santa Sede tornò in possesso dei territori ex esarcali solo nel XIV secolo inoltrato.

Ottone I fece costruire un suo palazzo in città (oggi scomparso). Inaugurato nell'aprile 967, fu l'ultimo palazzo imperiale costruito a Ravenna. Nello stesso anno l'imperatore, facendo ritorno in Germania dal sud della penisola, si fermò a Roma e, in compagnia del pontefice (Papa Giovanni XIII) celebrò la Pasqua a Ravenna. In aprile tenne nel suo palazzo una grande assemblea, cui furono convocati il re Corrado di Borgogna, numerosi nobili italiani e germanici, gli arcivescovi di Ravenna, di Milano, di Aquileia, e molti altri vescovi dell'Italia settentrionale e centrale. Dal 995 il nuovo arcivescovo fu quasi sempre di nomina imperiale (e spesso di lingua tedesca).

Tra il 998 e il 999 Gerberto di Aurillac (nominato arcivescovo il 28 aprile 998) ottenne da papa Gregorio V la giurisdizione civile ("signoria"):

  • sulla città;
  • sulla fascia litoranea che si estende dalla foce del Po di Primaro fino a Cervia;
  • su tutto il territorio a mari usque ad Alpes, a fluvio Rheno usque ad Foliam (dal mare alle alture, dal fiume Reno al fiume Foglia)[24]. Nel periodo ottoniano vennero costruiti in città i grandi monasteri annessi alle basiliche (di S. Vitale, S. Apollinare Nuovo e di S. Giovanni Evangelista). Nel 999 Gerberto successe a papa Gregorio V con il nome di Silvestro II.

La fine dell'autonomia della sede ravennate da Roma si ebbe con l'arcivescovo Guiberto (1100), che decise di sottoporsi all'autorità della Sede Apostolica.

Nei secoli a partire dal VII il territorio aveva subito mutamenti profondi. Il reticolo centuriale tracciato dagli agrimensori romani era solo un ricordo: i fiumi, con il loro impetuoso corso torrentizio, avevano alluvionato le lagune trasformandole in paludi. L'aria salubre di un tempo era diventata malsana. Il fiume Badareno (Padus Renus o Badarenus) aveva sostituito la Fossa Augusta nel ruolo di collegamento tra il Delta padano e Ravenna. Si trattava di una via d'acqua di nuova formazione: dal Po di Primaro si staccava all'altezza dell'odierno abitato di Mandriole, poi si dirigeva verso sud con un tratto rettilineo e sfociava poco a nord dell'abitato. La mappa idrografica del centro urbano era cambiata completamente. Il vecchio assetto era irriconoscibile: il Padenna si era prosciugato; il Lamone era stato deviato attorno alle mura settentrionali e condotto nel Badareno. La città, per la prima volta, non era più attraversata da alcun corso d'acqua. Fuori le mura, a sud, scorreva il Bidente-Ronco.

La linea di costa si era allontanata dal centro abitato. Nel IX secolo Civitas Classis era stata abbandonata poiché il porto era diventato inservibile. Lo stesso destino era toccato al porto cittadino di Ravenna, che si era completamente interrato. Il nuovo scalo ebbe sede nel punto in cui sfociava in mare un ramo inferiore del Badareno. L'area era chiamata Campo Choriandro ("piazza d'armi", poiché al tempo dei bizantini era il campo d'addestramento dell'esercito).[11] Il porto fu dotato di un faro. Durante l'età carolingia furono attivi a Ravenna almeno sei porti, tutti di piccole dimensioni. Essi erano (da sud a nord-est): Candiano, litore curvo, Eridano, Lacherno, Campo Choriandro (già ricordato) e portus Leonis.[25]

Nel 1152 avvenne la rotta del Po a Ficarolo, che provocò lo spostamento del ramo principale del fiume a nord. Fu un fatto epocale, dalle enormi conseguenze: la portata del Po di Primaro si abbassò considerevolmente e, con esso, quella di tutti i suoi rami, compreso il Padareno.
La soluzione adottata fu quella di utilizzare un canale parallelo alla Fossa Augusta, denominato nelle fonti Codarundini o de Codarundinis o Naviglio.

L'epoca comunale e le signorie[modifica | modifica sorgente]

Bassorilievo di Dante nella tomba del poeta

Al principio del secolo XII Ravenna si era data un ordinamento comunale (la prima attestazione dell'esistenza del Comune a Ravenna risale al 1106 circa). Ma il libero Comune doveva fare i conti con il forte potere imperiale. Nel 1195 Enrico VI creò il Ducato di Ravenna, indicando direttamente nel testamento i territori spettanti al proprio legato in Italia, Marquardo di Annweiler: Ducatum Ravennae, Terram Brictinorii[26], Marchiam Anconae &c.. Il Ducato ebbe breve vita, in quanto nel 1198 le città romagnole si sollevarono e, con l'aiuto di papa Innocenzo III cacciarono Marquardo.

Federico II di Svevia, salito al trono nel 1212, ripristinò il controllo imperiale sui territori italiani, favorendo le famiglie ghibelline a lui amiche. A Ravenna l'imperatore poté contare sull'alleanza con il potente casato dei Traversari. Ma nel 1239 i Traversari mutarono campo, alleandosi con la parte guelfa e cacciando dalla città gli esponenti ghibellini. Alla morte di Paolo II Traversari (8 agosto 1240), l'imperatore decise di reimpossessarsi di Ravenna e, dopo 3 giorni di assedio, cacciò i Traversari dalla città (15 agosto). Per costringere la città a capitolare, fece deviare il Lamone Teguriense[27], il fiume che da un millennio bagnava Ravenna. Esso lambiva la città ad ovest ed alimentava le vie d'acqua intramuranee. Nei pressi di Russi (a circa 18 km dalla città), il letto del fiume fu drizzato verso nord. Il dominio imperiale su Ravenna subì una battuta d'arresto nel 1248. In febbraio Federico II riportò una grave sconfitta a Parma. Subito i guelfi si coalizzarono contro le città ghibelline. Un esercito comandato dal cardinale Ottaviano degli Ubaldini invase la Romagna e conquistò in maggio Ravenna.

La diversione del Lamone ebbe un effetto non previsto, visibile alcuni anni dopo l'evento. Il fiume andò ad alimentare le valli a nord di Ravenna, alle quali attingeva acqua il Badareno, con l'effetto di aumentare notevolmente la sua portata d'acqua. Il porto Choriandro fu allagato e si dovette costruirne uno nuovo, qualche km più a sud, dove oggi sorge la frazione di Porto Fuori. Il nuovo scalo fu costruito quasi in coincidenza del canale - ormai spento - dell'antico scalo romano.[28] Il netto mutamento geografico impose una riorganizzazione dell'economia ravennate, che non poteva più basarsi sulle attività marittime. La principale attività economica divenne l'agricoltura. La principale coltivazione quella dei cereali, soprattutto nelle terre del Decimano e al confine col faentino.

Stemma dei da Polenta.

Nel 1275 Guido da Polenta, guelfo, prese la città con l'aiuto dei Malatesta di Rimini. Da quell'anno Ravenna fu governata dalla sua famiglia. Sotto la signoria dei Da Polenta vennero eseguiti nuovi lavori di irregimentazione delle acque che resero stabile la zona per oltre quattro secoli. Dopo la diversione operata da Federico II, nessun fiume lambiva le mura cittadine. Bisognava cercare nuove fonti di apporto idrico. Gli ingegneri decisero di far convergere due fiumi, Ronco e Montone, attorno a Ravenna. Il Montone fu immesso nell'alveo spento del Lamone. Il Ronco, che scorreva lontano da Ravenna, fu deviato. I due corsi d'acqua furono portati a scorrere attorno alle mura, circondando la città rispettivamente a sud e a nord-ovest, per poi riunirsi verso il mare Adriatico.

Vennero inoltre costruiti una serie di canali deviatori, le cui acque servivano principalmente per i mulini, e fu rivitalizzato il canale artificiale (canal naviglio) che dalla città arrivava fino al Po di Primaro[29]. La sistemazione permise di rifornire meglio di acqua la città e di assicurare il funzionamento di opifici e mulini. L'aspetto di Ravenna era molto diverso da quello dell'età imperiale: i fiumi e canali interni che l'attraversavano erano limacciosi, le case povere e basse, fatte di malta con tetto di paglia o canna palustre. La popolazione si era ridotta a meno di diecimila abitanti.

Il 15 settembre 1321 Dante Alighieri, che aveva trovato ospitalità a Ravenna, quivi morì per la malaria contratta durante il viaggio di ritorno da Venezia, dove aveva tenuto un'ambasceria per conto della famiglia Da Polenta.

Ravenna era parte costitutiva della Provincia Romandiolæ et Exarchatus Ravennæ. Essendo sede vescovile era a capo di un comitatus. Nella Descriptio provinciæ Romandiolæ del card. Anglico de Grimoard (9 ottobre 1371) si legge: «Civitas Ravennæ, posita est in provincia Romandiola […] cuius comitatus est in confinibus comitatus Cerviæ, Cesenæ, Forlivii, Faventiæ, Casemuratæ, Bagnacavalli et Argentæ, in qua Civit.(atis) sunt focul.(aria) MDCCXLIII».

Tra XIV e XV secolo si formò la pineta costiera. I pini domestici, originari di climi più caldi, furono impiantati dai monaci delle quattro abbazie storiche (San Vitale, Porto, San Giovanni e Classe). L'opera laboriosa e continuativa dei monaci favorì la creazione sulla costa di un grande bosco, esteso dalla foce del Lamone fino a Cervia[30].

La dominazione veneziana[modifica | modifica sorgente]

Disegno della Rocca Brancaleone con annessa cittadella.

La signoria dei Da Polenta durò fino al 1441, anno in cui la città passò sotto il dominio della Repubblica di Venezia. I veneziani si insediarono, come padroni di fatto, all’interno di un territorio che formalmente apparteneva ancora al pontefice (Venezia doveva infatti versare all’arcivescovo di Ravenna un censo annuo come risarcimento)[31]. La Serenissima adottò un'amministrazione efficiente, con una politica finanziaria che nel giro di pochi anni interruppe un declino che sembrava ineluttabile.

I veneziani ricostruirono le mura; la cinta racchiuse un'area di 166 ettari, presumibilmente la stessa del V secolo. Fu edificata una nuova fortezza (oggi denominata Rocca Brancaleone, dal nome dell'architetto che la progettò). Le vestigia murarie che si vedono oggi attorno a Ravenna risalgono al periodo veneziano. Particolarmente rilevante per il suo aspetto massiccio è la torre a guardia sul fiume Montone (che all'epoca scorreva lungo l'asse di quella che oggi è via Fiume Abbandonato), denominata Torre Zancana (dal nome del podestà veneziano del 1496, Andrea Zancano). Sul suo basamento è stata edificata una chiesa, che prende il nome di Chiesa della Madonna del Torrione. Uno dei pochi edifici superstiti del periodo veneziano è la Palazzina Diedo, edificata in epoca rinascimentale (via Raul Gardini)[32]. Un altro è Casa Melandri.

La Ravenna nel Quattrocento era una città agricola. Il porto si era interrato, così come le vie d'acqua di collegamento con il Po. Solo il «canal naviglio» era stato conservato. Per quanto riguarda i canali interni alla città, furono mantenuti solo quelli che servivano per alimentare i mulini; tutti gli altri furono tombati e adattati a rete fognaria.[33] Non mancarono interventi sui fiumi: nel 1504 il Lamone (che terminava il suo corso nelle valli), fu inalveato e condotto a sfociare nel Po di Primaro nei pressi di Sant'Alberto. Il patrizio veneto Luigi Diedi, che possedeva terreni a Cannuzzo di Cervia, fece deviare il Savio al confine fra il territorio cervese e ravennate (1504). Vennero bonificate le valli intorno a Ravenna, a cominciare da quella di Sant'Alberto, e poi furono adattate alla coltivazione, soprattutto della canapa (fibra molto utilizzata per fare le vele delle navi). I veneziani rivitalizzarono anche il porto Candiano, allo scopo di facilitare lo scambio con le merci prodotte nel ravennate.

Il dominio veneziano cessò nel 1509 quando, sotto il pontificato di Giulio II, Ravenna ritornò allo Stato Pontificio, cui rimase legata per i successivi 350 anni.

Ravenna nello Stato Pontificio[modifica | modifica sorgente]

Il Cinquecento[modifica | modifica sorgente]

Famoso disegno del Palladio raffigurante Porta Aurea.[34]

Nel 1512, in occasione della guerra della Lega Santa, Ravenna fu teatro di scempio e sangue in quella che passò alla storia come la prima grande guerra con armeria moderna mai combattuta. La città fu anche saccheggiata dalle truppe francesi.

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Battaglia di Ravenna.

Nel 1545 il papa nominò un legato apostolico per la Romagna, con sede a Ravenna. Nacque così la Legazione di Romagna, circoscrizione amministrativa dello Stato della Chiesa.

La topografia di Ravenna subì un'evoluzione. L'asse stradale principale in entrata e in uscita dalla città divenne il Corso, cioè l'antica Plateia major di bizantiniana memoria. Sul lato sinistro della strada furono costruite case e palazzi, mentre il lato destro rimase caratterizzato dalla presenza delle chiese di San Giovanni Evangelista, Sant'Apollinare Nuovo e Santa Maria in Porto. Nel 1582 fu demolita Port'Aurea per fornire materiale da costruzione.
Su impulso del legato pontificio, ripresero le attività portuali. Il luogo dove si predispose la darsena fu individuato, a sud della città, poco oltre il fiume Ronco. La darsena, realizzata nella prima metà del XVII secolo, affiancava la via Romana (ex via Caesaris).

Tra Seicento e Settecento[modifica | modifica sorgente]

Pianta del territorio di Ravenna nel 1604-05. I fiumi Montone (a Nord) e Ronco (a Sud) circondano la città; a sud-est vi è il porto. Ancora più a sud, Classe.

Nel maggio del 1636 Ravenna fu colpita da una catastrofica alluvione, che vide l'acqua sommergere la città per oltre due metri. Fu provocata dall'esondazione dei fiumi Ronco e Montone.
Probabilmente la causa del disastro fu il progressivo innalzamento del letto dei due fiumi (ormai pensili attorno alla città) e le numerose costruzioni lungo gli argini, che nel tempo avevano rallentato il deflusso delle acque.
L'esondazione dagli argini avvenne il 27 maggio, dopo sei giorni ininterrotti di pioggia. A mezzanotte l'acqua del Montone, che cingeva le mura della città a nord-ovest, straripò verso sud e andò ad unirsi con quella del Ronco. Le acque saltarono le mura ed irruppero nelle strade.
Il livello delle acque all'alba del 28 maggio fu talmente elevato che raggiunse il secondo piano delle case. Le strade erano diventate fiumi. Gli abitanti vennero messi in salvo caricandoli sulle barche.
Per tre giorni le strade furono praticabili solo dalle imbarcazioni, poi dai cavalli. Alla fine si contarono 140 case crollate, 320 danneggiate e 240 puntellate. Il numero dei morti fu fortunatamente basso: non più di una dozzina[35].

Pianta del territorio di Ravenna - XVII secolo. Si noti la vasta rete di percorsi fluviali che garantivano commerci con l'area del Delta del Po.

L'irregimentazione delle acque di Ronco e Montone si rivelò improcrastinabile. Il governo del legato pontificio elaborò un ampio piano di sistemazione idraulica dell'area ravennate che comprendeva:

  1. diversione delle acque di Ronco e Montone;
  2. costruzione di un nuovo canale che collegasse la città al mare;
  3. costruzione di un nuovo porto.

Le opere furono realizzate dai seguenti legati di Romagna:

  • card. Alderano Cybo: nel 1648 fece spostare la confluenza di Ronco e Montone a circa 3 km dalla città.
  • card. Giovanni Stefano Donghi: nel 1651 fece scavare un nuovo canale per congiungere la città con il mare. Tale canale, denominato Panfilio, era lungo 7 km e sfociava in mare presso il vecchio porto Candiano.
  • card. Marcello Durazzo si occupò della riparazione dei danni causati dal terremoto del 1688[36] e dall'alluvione del 1700.
  • card. Ulisse Gozzadini (1713-17) chiese e ottenne dal governo dello Stato pontificio un prestito di 15.000 scudi, fondamentali per ripristinare la navigazione nel canale Panfilio, ormai quasi interrato.
  • card. Giulio Alberoni (1735-39), fece confluire i fiumi Ronco e Montone in un unico corso, utilizzando come alveo il canale Panfilio, che aveva un letto più basso (1737). Dal Panfilio, la via d'acqua fu fatta proseguire nel letto del vecchio canale Candiano fino al mare. Nell'alveo spento fu condotto fino al mare il vecchio canale dei molini, che continuò ad alimentare l'unico mulino idraulico della città[37]. L'antico porto canale cadde in disuso in seguito a questo intervento. Il card. Alberoni decise di costruire il nuovo porto nell'ampia insenatura della Baiona. Nel 1738 chiese e ottenne da Papa Clemente XII (al secolo Lorenzo Corsini) la proroga di un anno del mandato per consentirgli di completare i lavori. Nel 1739 fu avviata la costruzione del nuovo canale-naviglio per collegare la città al mare. La parte iniziale fu scavata ex novo, mentre nella parte finale il canale fu inalveato sulla vecchia foce del Montone. Fu poi costruita una strada che collegasse la via principale della città (l'attuale Via di Roma) con la nuova zona portuale.[38] Nel settembre dello stesso anno, però, l'Alberoni dovette ritornare a Roma senza aver visto la fine dei lavori.
  • card. Pompeo Aldrovandi (1743-46): terminò l'opera dell'Alberoni. Il nuovo canale mantenne il nome Candiano, mutuandolo dal precedente.
  • card. Giacomo Oddi: alla foce del canale Candiano fu costruito il nuovo porto (1748) che in seguito, dal nome del pontefice, fu denominato Porto Corsini.
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Canale Candiano e Porto Corsini.
Pianta della città redatta alla fine del XVII secolo.
Pianta di Ravenna nel XVIII secolo.


Nel XVII secolo gli spettacoli teatrali erano ospitati in locali diversi: il Palazzo Comunale, il Palazzo Arcivescovile ed il Collegio dei Nobili[39]. Richiesto a gran voce dai ravennati, all'inizio del XVIII secolo fu costruito un teatro, che aprì nel 1722. Rimase l'unico teatro di Ravenna fino al 1852, quando fu inaugurato il Teatro Dante Alighieri.
Pochi anni dopo furono ultimati i lavori di rifacimento del Duomo e di numerose altre opere, fra cui il sepolcro di Dante (architetto Camillo Morigia).

Nel 1785 fu celebrata l'apertura della nuova strada per Forlì, la "via Ravegnana", che conserva questo nome ancora oggi[40].

L'Ottocento[modifica | modifica sorgente]

Dopo il ventennio di dominazione napoleonica (1796-1815)[41][42], Ravenna tornò nuovamente allo Stato pontificio.
Subito dopo la Restaurazione, nacque per la prima volta la discussione su quale città, tra Forlì e Ravenna, meritasse di più il ruolo di capoluogo della Legazione di Romagna. Negli anni 1815-1816 si scatenò una lunga polemica tra i due centri, a colpi di pamphlet e di pressioni più o meno nascoste verso Roma. Alla fine fu presa una decisione salomonica: la Romagna venne divisa in due Legazioni distinte, così entrambe si poterono fregiare del titolo di capoluogo.

Negli anni seguenti si diffusero a Ravenna, come in molte altre città, le sette segrete, tra cui la Carboneria. Un cittadino ravennate, nella sua autobiografia[43], spiega che «In Ravenna la Carboneria dividevasi in tre sezioni: la prima portava il nome di Protettrice, perché reggeva le altre; la seconda di Speranza, perché composta in gran parte di giovani studenti; e la terza, [poiché] era un miscuglio di ogni sorta di gente, operai quasi tutti, i più pronti all’azione, ebbe il nome di Turba».
L'attività delle sette fece registrare un notevole aumento dei delitti di sangue in tutta la Legazione. Il cardinale Ercole Consalvi, Segretario di Stato della Santa Sede, temendo un'invasione del confinante Impero austriaco[44] a causa della presenza di società segrete ai confini del Lombardo-Veneto, ordinò nel 1821 al legato di Ravenna, Rusconi, di cacciare o di confinare i carbonari più pericolosi.
Ma il problema non fu risolto e negli anni seguenti Consalvi temette più volte che l'Austria approfittasse di un qualsiasi pretesto per scendere a sud del Po.
Nel 1824 venne assassinato il direttore di polizia della città. Ciò indusse Roma ad inviare uno dei suoi uomini più in vista, il cardinale Agostino Rivarola. Rivarola, nominato cardinal legato a latere, fece condurre un'indagine che portò alla celebre sentenza del 31 agosto 1825, con la quale vennero condannate a varie pene (compresa quella capitale, poi commutata in ergastolo), oltre 500 persone, appartenenti a tutti gli strati sociali.
Rivarola avviò anche una politica di modernizione amministrativa, ma fu ricordato soprattutto per il pugno di ferro con il quale esercitò il potere di comando e la durezza con cui cercò di colpire i cospiratori. La Carboneria decise allora di preparare un attentato contro di lui, che fu effettuato senza successo il 23 luglio 1826.
Visto il clima pericoloso, il governo pontificio ritenne prudente richiamare Rivarola a Roma. Al suo posto fu inviata in Romagna una commissione di giudici con l'incarico di trovare e condannare i responsabili dell'attentato. La commissione d'inchiesta, presieduta da monsignor Filippo Invernizzi, avviò un'indagine in cui, per raccogliere prove, non esitò a ricorrere a delazioni e carcerazioni arbitrarie, inimicandosi la popolazione. Dopo due anni l'inchiesta si concluse con la condanna a morte di cinque persone, sentenza pronunciata il 26 aprile 1828. La condanna fu eseguita, nel successivo mese di maggio, in piazza Garibaldi (all'epoca "Piazza degli Svizzeri").

Negli stessi anni il governo pontificio aveva rilevato la proprietà del porto, situato all'imbocco del Canale Corsini. Il porto crebbe fino a diventare, durante il pontificato di Papa Pio IX, "il più frequentato ed il più centrale pel commercio delle quattro Legazioni". In un rapporto del Giornale agrario toscano, organo dell'Accademia dei Georgofili, si legge che nel 1836 attraccavano nel porto di Ravenna circa 500 navi mercantili all'anno. Considerando che il numero di navi che uscivano dal porto fosse altrettanto, si può concludere che il movimento annuale dovesse arrivare ad un migliaio di unità. Il movimento rimase costante per molto tempo. Verso la fine dell'Ottocento la quota era sostanzialmenta la stessa.

L'11-12 marzo 1860, in seguito ad un plebiscito, Ravenna venne annessa al Regno di Sardegna, che divenne dal 1861 Regno d'Italia. La Legazione divenne provincia, cui però fu tolta Imola[45].

Dall'unificazione dell'Italia ad oggi[modifica | modifica sorgente]

Ravenna nel Regno d'Italia[modifica | modifica sorgente]

Pianta di Ravenna del 1882 con in evidenza le 15 parrocchie cittadine.

Due anni dopo la proclamazione del nuovo Regno, a Ravenna arrivò la ferrovia. Il capoluogo venne messo in comunicazione con Bologna tramite la linea Ravenna-Castel Bolognese (circa 40 km), inaugurata il 23 agosto 1863. Commissario della tratta fu Alfredo Baccarini.
Nel 1885 si apriva il collegamento con Rimini. L'anno prima la Provincia di Ravenna però aveva subito una seconda defezione: i comuni della Valle del Santerno[46] venivano annessi alla Provincia di Bologna.
L'impulso dei commerci portò alla fine del secolo ad abbattere in gran parte le mura cittadine, come stava accadendo anche in altre città. Venne costruita una nuova stazione ferroviaria coi relativi viali che la collegarono al centrocittà. Nacque la lunga strada che porta due nomi: Via Farini e Via Armando Diaz. Venne dedicato un monumento a Luigi Carlo Farini e ai caduti delle guerre d'indipendenza.
Tra Otto e Novecento si costruirono anche nuove opere pubbliche come il lavatoio, il macello (il cui edificio esiste ancora) e il cimitero monumentale. Dopo l'esproprio delle proprietà ecclesiastiche (legge del 1866), nei locali del monastero Classense venne aperta la biblioteca cittadina (oggi una delle più prestigiose d'Italia); l'ex convento di San Giovanni venne riadattato a ospedale; l'ex complesso di San Vitale venne riutilizzato come caserma e deposito. Si avviò anche il completamento della piazza Garibaldi, adiacente alla centralissima piazza del Popolo, e fu edificata la pescheria (poi trasformata nell'attuale mercato coperto).

Negli anni dal 1865 al 1871 la vita di Ravenna fu sconvolta dalla “Setta degli accoltellatori”. La banda malavitosa uccise otto persone e ne ferì altre sei. Dopo i numerosi omicidi, fu catturato uno dei membri, Giovanni Resta, che confessò e fece i nomi dei complici. Finirono a processo 23 imputati, che furono condannati a forti pene detentive.[47]

Ravenna possedeva un patrimonio monumentale vastissimo, che però non veniva curato né valorizzato. Alla fine del secolo lo stato di conservazione dei monumenti storici era preoccupante: il sepolcro di Galla Placidia si allagava normalmente d'inverno, e qualche volta anche la Basilica di San Vitale. Questa grave situazione portò all'appello degli intellettuali ravennati del 28 gennaio 1897, esteso da Giosuè Carducci, all'epoca presidente della Regia Deputazione di Storia Patria per le Romagne.
La risposta dello Stato non si fece attendere. Nell'autunno dello stesso anno si recò a Ravenna una delegazione del Ministero dell'Istruzione. Dopo aver effettuato un sopralluogo nei luoghi simbolo della città, si decise di intervenire con un finanziamento. Oltre ai fondi, il Ministero decise, sollecitato dagli stessi proponenti, di creare di una struttura in loco che guidasse e sopraintendesse ai lavori di riqualificazione e recupero dei monumenti storici della città.
Nacque così la prima Soprintendenza ai monumenti d'Italia. Fu scelto come primo soprintendente Corrado Ricci, personaggio molto conosciuto in città, che abbinava la fama di storico con l'esperienza di ex funzionario della Pubblica Istruzione. Ricci fu affiancato dall'architetto Icilio Bocci.
La struttura fu varata nel dicembre 1897, dieci anni prima della definitiva sistemazione del servizio a livello nazionale.

Quattro anni prima, nel 1893, era stata aperta la filiale ravennate della Banca d'Italia[48].

La prima guerra mondiale[modifica | modifica sorgente]

Ravenna vanta un triste primato: il suo porto fu l'obiettivo del primo atto di guerra ordito contro l'Italia nella prima guerra mondiale. Il 25 maggio 1915 (l'Italia aveva dichiarato guerra all'Impero austriaco appena il giorno prima) un cacciatorpediniere austriaco forzò il porto penetrando nel canale Corsini, scaricando colpi di cannone su tutto ciò che incrociava. L'unica vittima, l'operaio Natale Zen, fu probabilmente la prima vittima italiana del conflitto.
Il 12 febbraio 1916 la città fu bombardata dall'aviazione austriaca, con danni all'ospedale civile e alla Basilica di Sant'Apollinare in Classe.[49]

Ravenna sotto il fascismo[modifica | modifica sorgente]

I piani regolatori del 1927, del 1937 e del 1942 impressero a Ravenna modificazioni strutturali.
Vennero edificate in questo periodo la Casa del Mutilato (nell'odierna piazza J. F. Kennedy), la Capitaneria del Porto, il nuovo Liceo Classico e la prima Colonia di Marina di Ravenna, lido balneare che stava prendendo forma.
Nel 1928 venne ultimato il nuovo Palazzo della Provincia, su progetto dell'architetto Giulio Ulisse Arata e dell'ingegnere Gioacchino Luigi Mellucci . Arata realizzò anche l'intervento urbanisticamente più pregevole di questi anni: la sistemazione della zona attorno alla Tomba di Dante Alighieri.

La seconda guerra mondiale[modifica | modifica sorgente]

Dopo l'8 settembre 1943 Ravenna, come tutta la Romagna, finì nell'orbita della Repubblica Sociale Italiana.
L'esercito tedesco penetrò nella pianura padana e prese il controllo del territorio. Gli Alleati bombardarono per la prima volta la città bizantina il 30 dicembre 1943. Un secondo attacco fu effettuato il 22 marzo 1944. Tra giugno e luglio del 1944 la X Armata dell'esercito germanico costruì la Linea Verde. Gli Alleati, dopo la liberazione di Roma (4 giugno 1944), proseguirono la risalita della penisola e giunsero a ridosso della linea fortificata in agosto. L'VIII Armata britannica si dispose lungo il tratto romagnolo, che scorreva lungo il crinale appenninico e terminava a Rimini.

Le incursioni aeree sui cieli di Ravenna si moltiplicarono: tra luglio e agosto i bombardamenti furono pressoché quotidiani. Il 24 agosto, il 4 e 9 settembre furono effettuati anche bombardamenti notturni. I danni causati furono ingenti; furono colpiti anche mosaici e monumenti del V e del VI secolo. I tesori inestimabili, artistici e storici, custoditi nella città furono salvati grazie a un tacito accordo tra tedeschi e Alleati. All'indomani del bombardamento del 9 settembre, il podestà, Gualtieri, scrisse al ministro dell'Educazione Nazionale della Repubblica Sociale, Carlo Alberto Biggini, pregandolo di fare pressioni sul comandante dell'esercito tedesco, il generale Albert Kesselring, affinché risparmiasse Ravenna da ulteriori bombardamenti[50]. Gli sforzi di Biggini ebbero successo: il 23 settembre Kesselring inviò una lettera segreta ai comandi locali annunciando loro la prossima partenza della città. Contestualmente, il generale tedesco indirizzò un'analoga missiva al comando Alleato per metterlo al corrente della propria unilaterale decisione.

Ravenna fu evacuata dai tedeschi il 3 dicembre; l'indomani fu occupata dai canadesi dell'VIII Armata britannica senza che fosse sparato un colpo[51].
Nelle campagne a nord di Ravenna si svolse la "battaglia delle Valli". Durante gli scontri caddero Terzo Lori (medaglia d'oro al valor militare) e Primo Lacchini (medaglia d'argento al valor militare). I partigiani liberarono Sant'Alberto il 4 dicembre, ma la frazione fu ripresa dai tedeschi. Sant'Alberto ritornò alla libertà grazie all'offensiva alleata dell'aprile 1945.

Nella campagna ravennate, in località Piangipane, si trova il cimitero di guerra di Ravenna.[52]

Il secondo dopoguerra[modifica | modifica sorgente]

Nel secondo dopoguerra Ravenna conobbe una fase di intensa industrializzazione nella zona del porto. Le attività economiche cominciarono ad attrarre forza lavoro: tra il 1953 e il 1956 si ebbe una prima ondata di ben 5.000 nuclei familiari. Provenienti dalla collina faentina e forlivese, andarono a coltivare i poderi lasciati liberi da contadini e braccianti del posto, che andavano a lavorare nel nuovo polo petrolchimico realizzato dall'ENI (Ente Nazionale Idrocarburi).

L'ENI, oltre a costruire lo stabilimento, edificò anche le case per i dipendenti. Nacque così il «Villaggio Anic», una cittadella di 25 ettari realizzata per una popolazione di 10.000 abitanti. Il Villaggio fu costruito tra il 1958 e il 1962 nell'area insediativa a sinistra del Porto canale.

In pochissimi anni si insediarono in questo quartiere circa 500 famiglie (duemila persone), provenienti soprattutto dalle vicine Marche. Ravenna registrò un flusso immigratorio senza precedenti. Il nuovo quartiere disponeva di tutti i servizi: dalle scuole ai negozi alla chiesa parrocchiale. Anche la fornitura di energia elettrica era autonoma, poiché era stata costruita una centrale termica ad olio combustibile in loco. Per decenni tra il quartiere e la città non ci furono contatti. Il Villaggio Anic fu totalmente autosufficiente.

Nel 1993 il Villaggio venne venduto agli abitanti. L'area aveva raggiunto la dimensione di 60.000 metri quadrati ed ospitava 466 famiglie. Successivamente, la centrale termica è stata convertita in un impianto a metano. Dal 2001 il Villaggio ha assunto la denominazione di «Quartiere San Giuseppe».

Nei primi quarant'anni del dopoguerra la città fu - assieme alla vicina Forlì - il principale bacino di voti del Partito Repubblicano Italiano.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Il geografo Strabone definisce Ravenna “colonia umbra”.
  2. ^ Il reperto è conservato al Rijksmusesum della città olandese.
  3. ^ Enrico Cirelli, Roma sul mare e il porto augusteo di Classe (PDF) in Ravenna e l’Adriatico dalle origini all’età romana. URL consultato il 7 gennaio 2013.
  4. ^ La canalizzazione fu tombata solo nella seconda metà del XV secolo.
  5. ^ Il termine latino per "flotta" è Classis: tale nome rimase nei secoli e indica ancora oggi la località dove al tempo dei romani sorgeva il porto cittadino.
  6. ^ L'altra fu insediata a Miseno, porto naturale nel golfo di Napoli.
  7. ^ Fonte: Plinio (I secolo d.C.).
  8. ^ Nel 1732 la basilica è stata demolita per fare posto all'attuale cattedrale.
  9. ^ L'edificio, modificato ampiamente attorno all'anno Mille, oggi è noto con l'intitolazione di Chiesa di San Francesco.
  10. ^ Teoderico era entrato in Italia nel 489 con al seguito un esercito di circa 100.000 Ostrogoti. Nel 490 pose Ravenna sotto assedio.
  11. ^ a b Gian Franco Andraghetti, Aquae Condunt Urbis, Ravenna, Media News, 2007.
  12. ^ Lo riferisce Cassiodoro.
  13. ^ ” Piazza d'armi” in greco. Il porto fu edificato non lontano dalla piazza d'armi dell'esercito.
  14. ^ Corruzione di Ravenna con il cambiamento della “v” in “f”.
  15. ^ Città a sud del Po non più esistente.
  16. ^ Luigi Bossi, Della istoria d'Italia antica e moderna Libro III, Cap. XVI, Vol. XII, pag.117, Giegler-Bianchi & C., Milano, 1820
  17. ^ Dell'edificio oggi restano solo pochi avanzi, inglobati in un edificio moderno.
  18. ^ (LA) Fredegarii scholastici chronicum continuatum, Pars secunda, auctore anonymo austraso, CIX
  19. ^ Carlo Magno fu presente a Ravenna altre due volte: nell'anno 800 e nell'810.
  20. ^ Ravenna, ascesa e declino di una capitale. URL consultato il 2 gennaio 2013.
  21. ^ Annali d'Italia, pag. 393.. URL consultato il 22 aprile 2010.
  22. ^ La provincia di Ravenna: dalla costa adriatica alla collina faentina, Touring, 2004.
  23. ^ Il passaggio avvenne gradualmente negli anni tra il 962 e il 999.
  24. ^ Rimaneva esclusa solo l'enclave di Bertinoro, all'epoca ancora indipendente.
  25. ^ Enrico Cirelli, Roma sul mare e il porto augusteo di Classe (PDF) in Ravenna e l’Adriatico dalle origini all’età romana. URL consultato il 7 gennaio 2013.
  26. ^ Fino ad allora il castello di Bertinoro era rimasto indipendente da Ravenna.
  27. ^ Nel Medioevo il tratto del Lamone che andava da Russi a Ravenna fu chiamato con l'appellativo di Teguriense.
  28. ^ P. Fabbri, Il Padenna. L'uomo e le acque nel Ravennate dalla antichità al Medioevo, Ravenna 1975.
  29. ^ Leardo Mascanzoni, «Territorio, economia, insediamenti e viabilità nel Ravennate fra XIV e XV secolo», in Storia di Ravenna, vol. III, pp. 707-751.
  30. ^ Fino all'inizio dell'Ottocento la pineta si estendeva su circa 8.000 ettari; i disboscamenti effettuati soprattutto nel XX secolo l'hanno ridotta a circa 2.000 ettari.
  31. ^ C. Giovannini-G. Ricci, Ravenna, Bari 1985, p. 99.
  32. ^ La casa è tristemente famosa per l'eccidio perpetuato da Girolamo Rasponi ai danni dell'intera famiglia Diedi (1576).
  33. ^ Ravenna. URL consultato il 4 gennaio 2013.
  34. ^ Possibile ricostruzione della Porta con le torri laterali.
  35. ^ Andrea Casadio (a cura di), 52 storie e luoghi di Romagna, Forlì, Edizioni InMagazine, 2008.
  36. ^ Nell'aprile 1688 Ravenna fu colpita da un forte terremoto. Il sisma causò danni a edifici storici come la Basilica di Sant'Agata Maggiore e il campanile della Basilica di San Vitale.
  37. ^ Il manufatto rimase in funzione fino alla metà del XX secolo.
  38. ^ Tale strada prende il nome oggi di Via Alberoni.
  39. ^ La più antica notizia relativa a uno spettacolo teatrale a Ravenna risale al 1556. In quella data si rappresentò una Chomedia nella Sala Grande del Palazzo Comunale.
  40. ^ «Via Ravegnana» è chiamata anche l'arteria che collega Faenza con Ravenna.
  41. ^ Nel 1797 Ravenna fu capoluogo del Dipartimento del Savio, prima di essere inglobata nel Dipartimento del Lamone (capoluogo Faenza) e poi in quello del Rubicone (capoluogo Forlì). Tra 1813 e 1814 ebbe vita effimera il Dipartimento della Pineta.
  42. ^ Nel 1813, approfittando della sconfitta di Napoleone nellaCampagna di Russia, l'Austria invase l'Italia. L'8 dicembre occupò Ravenna, poi il resto della Romagna.
  43. ^ Primo Uccellini, Memorie di vecchio carbonaro ravegnano, a cura di Tommaso Casini, Dante Alighieri, Roma – Milano.
  44. ^ Il territorio soggetto alla Corona d'Austria si estendeva a Sud fino al fiume Po, oltre il quale cominciava il Ducato di Ferrara, provincia di confine dello Stato Pontificio.
  45. ^ Per decisione del plenipotenziario di Cavour in Romagna, Luigi Carlo Farini.
  46. ^ Casalfiumanese, Tossignano, Fontana Elice e Castel del Rio.
  47. ^ Fatti e personaggi della Setta degli Accoltellatori di Ravenna. URL consultato il 4 maggio 2012.
  48. ^ La filiale venne chiusa il 28 febbraio 2009, in seguito ad un piano di razionalizzazione elaborato nel 2007 che prevedeva la chiusura di 39 filiali su tutto il territorio nazionale.
  49. ^ Biografia di una bomba. URL consultato il 4 febbraio 2011.
  50. ^ Nella lettera Gualtieri chiese anche di far dichiarare Ravenna «città aperta».
  51. ^ Luciano Garibaldi, La guerra (non è) perduta, Edizioni Ares, 1988, pagg. 129-30.
  52. ^ Cimitero di guerra di Ravenna. URL consultato il 1º maggio 2014.

Opere storiche su Ravenna[modifica | modifica sorgente]

  • Francesco Beltrami, Il Forestiere istruito delle cose notabili della città di Ravenna e suburbane della medesima, Ravenna, 1783 (versione digitale)

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

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