Guerra gotica (535-553)

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Guerra gotica
Movimenti di truppe durante la Guerra gotica.
Movimenti di truppe durante la Guerra gotica.
Data 535 - 553
Luogo Italia, Dalmazia
Esito Vittoria bizantina
Schieramenti
Comandanti
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La guerra gotica (535-553), detta anche guerra greco-gotica, fu un lungo conflitto che contrappose l'Impero bizantino agli Ostrogoti nella contesa di parte dei territori che fino al secolo precedente erano parte dell'Impero romano d'Occidente. La guerra fu il risultato della politica dell'imperatore bizantino Giustiniano I, già messa in atto precedentemente con la riconquista dell'Africa contro i Vandali, mirante a riconquistare all'impero le province italiane e altre regioni limitrofe conquistate da Odoacre prima e dagli Ostrogoti (Goti orientali) di Teodorico il Grande alcuni decenni prima.

Il conflitto ebbe inizio nel 535 con lo sbarco in Sicilia di un esercito bizantino sotto il generale Belisario; risalendo la penisola le forze di Belisario sconfissero delle truppe gote dei re Teodato prima e di Vitige poi, riconquistando molte importanti città tra cui le stesse Roma e Ravenna. L'ascesa al trono goto di Totila ed il richiamo di Belisario a Costantinopoli portarono alla riconquista da parte dei Goti di molte delle posizioni perdute; solo con l'arrivo di una nuova armata sotto il generale Narsete le forze imperiali poterono riprendersi, e dopo la morte in battaglia di Totila e del suo successore Teia la guerra si concluse nel 553 con una completa vittoria per i Bizantini.

La lunga guerra provocò vaste distruzioni alla penisola, spopolando le città ed impoverendo le popolazioni, ulteriormente flagellate da un'epidemia di peste e da una carestia; l'occupazione dell'Italia da parte dei bizantini si rivelò effimera visto che già dal 568 le forze dei Longobardi iniziarono a calare nella penisola, occupandone vasti tratti anche grazie alla debolezza dei difensori.

Contesto storico[modifica | modifica sorgente]

Nel 476 Odoacre, il generale delle truppe mercenarie barbariche dell'esercito romano d'Occidente in Italia, depose l'ultimo imperatore romano d'Occidente, Romolo Augustolo, assumendo il governo dell'Italia nominalmente sotto l'autorità dell'Imperatore d'Oriente Zenone ma di fatto governando autonomamente; durante il suo regno Odoacre difese con successo l'Italia dai Visigoti e dai Vandali, recuperando la Sicilia. Contrasti con Zenone convinsero tuttavia quest'ultimo a spingere il re degli Ostrogoti Teodorico, che stava devastando le province balcaniche dell'Impero, a invadere l'Italia e porre fine al regime di Odoacre. Nel 489 Teodorico invase l'Italia con circa 100.000-125.000 goti di cui 25.000 guerrieri e, dopo una guerra di cinque anni, conquistò interamente la penisola rovesciando Odoacre. Il regno ostrogoto in Italia fu caratterizzato da molti risultati positivi, come il ristabilimento di parte dell'antica prosperità dell'Italia e la conquista di vari territori dell'ex Impero romano d'Occidente, come la Provenza, il Norico e la Pannonia. Il sistema statale tardo-romano non venne abolito: le cariche civili (come i governatori civili delle province, i vicari delle diocesi e il prefetto del pretorio) continuarono ad essere esercitate da cittadini romani, sebbene la loro autonomia fosse limitata da un funzionario goto detto "conte". Teodorico, nonostante fosse di fede ariana, come del resto il suo popolo, si dimostrò tollerante nei confronti dei suoi sudditi romani e cattolici.

Teodato (qui raffigurato in una moneta antica) depose la reggente ostrogota Amalasunta, alleata di Giustiniano che ebbe così un pretesto per dichiarare guerra al nuovo re ostrogoto.

Deceduto Teodorico (526), il trono fu ereditato dal nipote Atalarico sotto la reggenza della madre Amalasunta; perito anche Atalarico in tenera età, Amalasunta fu costretta a condividere il trono con Teodato (534).[1] Nel frattempo (527) era asceso sul trono dell'Impero romano d'Oriente un nuovo ambizioso imperatore, Giustiniano I, che ambiva alla riconquista dei territori che un tempo appartenevano alla pars occidentis. Conclusa una pace con la Persia (532), Giustiniano decise di riconquistare l'Africa, finita in mano ai Vandali: la spedizione, affidata al generale Belisario, si risolse con un successo e con l'annessione dell'Africa vandalica all'Impero. Nel frattempo Giustiniano strinse relazioni amichevoli con Amalasunta, con cui sembra avesse avviato trattative per la cessione dell'Italia all'Impero.[2] Le tendenze filo-bizantine di Amalasunta erano però osteggiate da parte dei Goti e nel 535 Teodato, messosi d'accordo con la frangia anti-bizantina dei Goti, organizzò un colpo di stato con cui rovesciò ed esiliò Amalasunta in un'isola del Lago di Bolsena; quest'ultima venne poi strangolata per ordine di Teodato quello stesso anno.[2] Giustiniano, alleato di Amalasunta, colse il pretesto per dichiarare guerra ai Goti.

Forze in campo[modifica | modifica sorgente]

Impero romano d'Oriente[modifica | modifica sorgente]

La forza iniziale che invase il regno ostrogoto nel 535 era costituita da soli 10.000 uomini (4.000 tra comitatensi e foederati, 3.000 isauri, 200 bulgari, 300 mauri e i bucellarii al servizio di Belisario). Durante l'assedio di Roma, tra il 537 e il 538, ulteriori rinforzi arrivarono in Italia, portando il totale teorico dei soldati a disposizione di Belisario a circa 24.000 uomini, a cui però deve essere detratta la diserzione di 2.000 eruli che si erano rifiutati di servire i Bizantini dopo il richiamo a Costantinopoli del loro leader Narsete.[3]

Nella seconda fase del conflitto, a partire dal richiamo di Belisario, il numero di soldati bizantini in Italia si assottigliò sempre di più, a causa delle perdite subite per opera del re goto Totila e delle massicce diserzioni.[4] Al contrario l'esercito goto era diventato molto numeroso, crescendo dagli appena 1.000 soldati del 540 ai 15.000 nel 552.[5] Nel 552 Giustiniano, constatando che la situazione in Italia era molto critica, diede il comando della guerra a Narsete, affidandogli un esercito di circa 20.000-30.000 uomini, con il quale il generale poté annientare dapprima l'esercito di Totila (forte di 15.000 goti contro i 25.000 soldati bizantini) a Busta Gallorum, poi quello di Teia sui monti Lattari, ponendo fine al regno dei Goti.

Per quanto riguarda la tattica adoperata, sotto il comando di Belisario i Bizantini evitavano per quanto possibile lo scontro in campo aperto con il nemico, adoperando soprattutto la guerriglia; inoltre assediavano e conquistavano sistematicamente tutti i centri fortificati che incontravano sul loro cammino, per non correre il rischio di lasciarsi alle spalle eserciti ostili in armi.[6] La conquista delle città costiere (come Ancona e Otranto) era essenziale per garantire il rifornimento (tramite la flotta) all'esercito imperiale, ma i centri conquistati potevano essere utilizzati anche per logorare l'esercito nemico assediante con piccole sortite fuori le mura.[7]

La tattica del generale Narsete (utilizzata nel 552-553) era invece diversa, privilegiando i grandi scontri campali alla guerriglia e all'assedio dei centri fortificati.[8] Quando giunse in Italia, nel 552, andò subito a scontrarsi con Totila in campo aperto senza assediare alcuna città; successivamente, dopo aver recuperato Roma, combatté un altro grande scontro campale con Teia, annientando l'esercito goto. Solo dopo aver annientato l'esercito dei Goti in queste due battaglie campali Narsete procedette ad assediare le città ancora in mano nemica che rifiutavano la resa.

Regno ostrogoto[modifica | modifica sorgente]

Il regno ostrogoto nel 537 poteva contare probabilmente su 30.000 soldati, stima degli studiosi moderni che hanno ritenuto non credibile ed esagerata la cifra di 150.000 soldati fornita da Procopio.[3] A causa delle sconfitte subite, il numero si assottigliò a circa 1.000 soldati nel 540.[4] L'ascesa di Totila e la discordia tra i generali imperiali in seguito alla partenza di Belisario risollevò l'esercito goto, che già nel 542 poteva contare su 5.000 soldati.[4] A causa della politica di affrancamento dei servi (che poi venivano arruolati nell'esercito goto) attuata da Totila e dell'accoglimento dei disertori imperiali, l'esercito ostrogoto si accrebbe di molto, fino a raggiungere i 15.000 soldati nel 552.[5] Le sconfitte inflitte da Narsete nel 552 portarono tuttavia alla rapida disgregazione dell'esercito goto. Si ignora il vero numero delle armate franco-alemanne che nel 553-554 invasero la Penisola accorrendo in soccorso delle ultime sacche di resistenza ostrogota: Agazia riporta la non attendibile cifra di 75.000 guerrieri, una cifra troppo alta per essere reputata credibile.[9]

L'esercito goto era costituito prevalentemente da cavalieri, anche se esistevano alcuni reggimenti di fanteria; la loro cavalleria era corazzata e usava come armi da combattimento spada e lancia.[10] L'esercito goto era relativamente inferiore a quello bizantino, soprattutto per quanto riguarda la flotta e le tattiche negli assedi. Nella prima fase del conflitto i Goti mostrarono più volte di non padroneggiare appieno le macchine e le tattiche di assedio, errori che spesso risultarono in insuccessi e in perdite consistenti. Nonostante l'iniziale superiorità numerica dei Goti sui Bizantini, l'uso sapiente dei centri fortificati da parte di questi ultimi, oltre alla loro abilità nello scagliare frecce da cavallo, permise loro di logorare le forze assedianti gotiche, che subivano perdite consistenti negli assalti e in piccoli scontri fuori le mura.[11] Per quanto riguarda la flotta, quella ostrogota era molto inferiore rispetto a quella imperiale e nella prima fase del conflitto non poté impedire a quest'ultima di rifornire i soldati e le città assediate. Totila, quando ascese al trono nel 541, comprese gli errori tattici dei suoi predecessori e cercò di non ripeterli, evitando per quanto possibile gli assalti alle mura e costringendo le città alla resa per fame. Inoltre, una volta conquistata una città, ne abbatteva le mura, per evitare di doverla assediare di nuovo se i Bizantini se ne fossero nuovamente impadroniti e per costringere il nemico alla battaglia campale;[12] inoltre, compresa l'importanza della flotta (che i suoi predecessori avevano trascurato), la potenziò al punto che iniziò ad essere una seria minaccia per quella imperiale.[13] La flotta ostrogota fu determinante negli assedi di Napoli e di Roma e nella conquista ostrogota di Sicilia, Sardegna e Corsica, e iniziò persino a compiere incursioni piratesche nell'Illirico e in Dalmazia, anche se si dimostrò ancora inferiore a quella imperiale in una battaglia navale al largo di Senigallia, dove subì pesanti perdite.

Fasi della guerra[modifica | modifica sorgente]

Rappresentazione di Belisario a Palazzo Beneventano del Bosco, a Siracusa.

Conquista della Sicilia (535-536)[modifica | modifica sorgente]

Cogliendo come casus belli l'assassinio di Amalasunta (secondo uno schema già collaudato contro i Vandali di Gelimero in Africa), Giustiniano incaricò il generale Belisario di dirigere le operazioni contro i Goti.

Alla testa di 7.200 cavalieri e 3.000 fanti Belisario, ricevuta la carica di console, salpò per l’Italia.[14][15] Il generalissimo (strategos autokrator) bizantino conquistò in breve tutta la Sicilia; in particolare la conquista di Palermo venne raggiunta grazie a un'astuzia: le scialuppe furono issate con funi e carrucole fino alla cima degli alberi delle navi e furono riempite di arcieri, che da quella posizione dominavano le mura della città.[15][16] Giunto a Siracusa, Belisario distribuì trionfante medaglie d'oro alla plebe, che essendo scontenta della dominazione gota aveva accolto i Bizantini da liberatori.[15][17] Belisario svernò quindi a Siracusa, nel palazzo degli antichi re della città.[15][17] Nel frattempo il generale imperiale Mundo invase con un esercito la Dalmazia, sottomettendola.[15]

Contemporaneamente il re dei Goti Teodato, temendo di subire la stessa sorte di Gelimero, accettò di cedere all'Impero d'Oriente la Sicilia, mostrandosi addirittura disposto a cedere l'Italia intera ai Bizantini in cambio di una pensione di 1.200 libbre d'oro.[18] Tuttavia la notizia di una sconfitta inflitta ai Bizantini in Dalmazia (nella quale perì il comandante Mundo) gli fece cambiare idea,[19][20] e si rimangiò la parola data, respingendo gli ambasciatori bizantini a lui inviati per concludere la pace. La guerra di conseguenza continuò. Dopo la sconfitta di Mundo, Giustiniano inviò in Dalmazia il comes sacri stabuli Costanziano con un esercito per recuperare il controllo di Salona e della Dalmazia: il nuovo generale riuscì nell'intento sottomettendo la Dalmazia e la Liburnia (inverno 535/536).[20]

Presa di Napoli e Roma (536-537)[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Assedio di Napoli (536).

Belisario, dopo aver sottomesso la Sicilia, si preparò a invadere anche la penisola italica. Salpando da Messina, fece rotta verso Reggio Calabria dove era pronto ad attenderlo un esercito goto sotto il comando di Ebermore, il genero di Teodato; tuttavia Ebermore non oppose resistenza e disertò.[21][22] Belisario si diresse poi verso Napoli, non trovando quasi alcuna opposizione durante il suo tragitto: gli abitanti della Calabria, scontenti del malgoverno goto, si arresero facilmente ai Bizantini, adducendo come pretesto il cattivo stato delle mura.[21][22]

Durante l’assedio di Napoli Belisario diede udienza ai deputati del popolo, che lo esortarono a cercare il re goto, vincerlo e rivendicare come propria Napoli e le altre città, invece di perdere tempo ad assediarla.[23] La città resistette all'assedio per più di 20 giorni e capitolò solo grazie alla scoperta, ad opera di un isaurico facente parte dell’esercito bizantino, di un acquedotto da cui si poteva aprire un passaggio per entrare in città; la notte dopo dunque 400 soldati bizantini entrarono nel cuore della città attraverso l’acquedotto e riuscirono nell’impresa di aprire le porte ai loro compagni.[24] Il saccheggio fu però limitato per volontà di Belisario, che fermò i suoi soldati mentre stavano massacrando la popolazione, dicendo loro di fare incetta di oro e argento, premio per il loro valore, ma di risparmiare gli abitanti, che erano cristiani come loro.[24]

Nel frattempo Teodato, a causa della sua inazione, venne ucciso e gli succedette Vitige.[25] Belisario, dopo aver fatto fortificare Cuma e Napoli,[26] si diresse verso Roma dove, nel 536, venne acclamato come un liberatore, e gli furono aperte le porte nonostante la presenza delle guarnigioni di Ostrogoti in città.[27] Il capitano della guarnigione gota, Leutari, venne inviato a Costantinopoli per consegnare le chiavi della Città Eterna a Giustiniano.[27] La liberazione di Roma dai barbari venne festeggiata con i Saturnali, e Belisario decise di marciare oltre sottomettendo anche città come Narni, Perugia e Spoleto.[28]

Assedio di Roma (537-538)[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Assedio di Roma (537-538).

Vitige non era comunque disposto ad arrendersi e preparava la riconquista di Roma: a due miglia dalla città Bizantini e Goti combatterono una battaglia che vide prevalere i primi, i quali uccisero più di mille nemici e li costrinsero alla fuga.[29] Si diffuse il timore, poi rivelatosi infondato, che Belisario fosse morto in battaglia:[29] in realtà il generale era stato solo ferito.[29] Tuttavia i Goti non si arresero e tornarono ad assediare la città: l’assedio durò per un anno ma fallì,[30] ed i Goti furono costretti a ritirarsi con gravi perdite (si dice che circa 1/3 dell’esercito goto andò distrutto).[31]

Essendo in inferiorità numerica (5.000 bizantini contro 30.000 goti), Belisario decise di attuare la sua tattica preferita, ovvero evitare di affrontare per quanto possibile in uno scontro aperto il nemico ma piuttosto rinserrarsi in una fortezza ben protetta e logorare il nemico assediante conducendo azioni di guerriglia.[32] La tattica funzionò e nel 18º giorno di assedio un assalto alle mura da parte dei Goti fu respinto infliggendo al nemico pesanti perdite; da quel momento in poi i Goti non osarono più assaltare le mura, preferendo piuttosto cercare di spingere il nemico alla resa per fame, bloccando i rifornimenti alla città assediata con l'occupazione di Porto (il porto di Roma). La superiorità della flotta imperiale su quella gota permise comunque alla città di ricevere rinforzi e rifornimenti anche nei momenti peggiori.[32]

Durante l’assedio della città il popolo patì la fame e la carestia per il progressivo esaurirsi delle riserve di cibo; Belisario cercò di fare quello che poté per soddisfare i bisogni dei Romani ma rigettò con disdegno la proposta di capitolare al nemico.[33] Prese delle severe precauzioni per assicurarsi la fedeltà dei suoi uomini: cambiava due volte al mese gli ufficiali posti a custodia delle porte della città,[33] ed essi venivano sorvegliati da cani e da altre guardie per prevenire un eventuale tradimento.[34][35] Quando venne intercettata una lettera che assicurava al re dei Goti che la Porta Asinaria sarebbe stata segretamente aperta alle sue truppe,[34] Belisario bandì numerosi senatori e convocò nel suo ufficio (Palazzo Pinciano) papa Silverio e gli comunicò che per decreto imperiale non era più Papa e che era stato condannato all’esilio in Oriente.[35][36] Al posto di Silverio venne nominato papa Vigilio, che aveva comprato la nomina a Papa per 200 libbre d’oro.[36] Belisario nel fare ciò obbediva agli ordini dell’imperatrice Teodora che voleva un Papa contrario alle tesi propugnate al Concilio di Calcedonia.[36]

Belisario chiese urgentemente all'Imperatore nuovi rinforzi in quanto le truppe che aveva non erano sufficienti per soggiogare l'Italia:[37][38]

« Secondo i vostri ordini, sono entrato nei domini dei Goti, e ho ridotto alla vostra obbedienza l’Italia, la Campania, e la città di Roma. […] Fin qui abbiamo combattuto contro sciami di barbari, ma la loro moltitudine può alla fine prevalere. […] Permettetemi di parlarvi con libertà: se volete, che viviamo, mandateci viveri, se desiderate, che facciamo conquiste, mandateci armi, cavalli e uomini. […] Quanto a me la mia vita è consacrata al vostro servizio: a voi tocca a riflettere, se […] la mia morte contribuirà alla gloria e alla prosperità del vostro regno. »
(Belisario)

Giustiniano rispose alle richieste del suo generale inviando in Italia 1.600 mercenari tra slavi e unni, sotto il comando dei generali Martino e Valente; in seguito vennero inviati anche 3.000 isauri e più di 2.000 cavalli[39], e tutti questi rinforzi si riunirono a Roma. Sentendosi più sicuro, Belisario continuò ad attuare la sua tattica di logoramento, inviando di volta in volta piccoli reggimenti di arcieri a cavallo fuori le mura a combattere brevi scontri contro il nemico, raccomandando loro di tenersi a distanza dal nemico usando solo frecce e di tornare dentro le mura non appena queste fossero finite. Grazie alla superiorità degli arcieri a cavallo bizantini, contro i quali i mal equipaggiati e appiedati arcieri goti non potevano competere, i Bizantini uscirono complessivamente vincitori nei 69 combattimenti svoltisi fuori le mura nel corso dell'assedio.[40]

I Goti, successivamente, tentarono di bloccare l'arrivo di rifornimenti alla città assediata bloccando la via Appia e la via Latina; nonostante i Romani, oppressi dalla fame, pregassero il generale di affrontare i Goti in campo aperto per porre fine all'assedio e, con esso, alle loro sofferenze, Belisario decise di non tentare azioni rischiose, essendo conscio che ben presto sarebbero giunti da Bisanzio nuovi rinforzi; per risolvere il problema del cibo, inviò il suo segretario Procopio a Napoli con l'incarico di procurarsi alimenti da trasportare nella Città Eterna, missione che ebbe successo e non fu ostacolata dai Goti. La mancata opposizione dei Goti fece comprendere a Belisario che anch'essi erano esausti per il lungo assedio, per cui decise di adoperare una nuova tattica: diede ad alcuni suoi soldati il compito di assalire i convogli dei Goti e prese altre misure per fare in modo che «credessero di essere assediati non meno dei loro nemici».[41] Ben presto anche i Goti soffrirono la fame e furono colpiti da una carestia. Nel frattempo ulteriori rinforzi raggiunsero Roma, ingrossando le fila dell'esercito di Belisario.

I Goti decisero di negoziare allora la pace, proponendo ai Bizantini la cessione della Sicilia in cambio della fine delle ostilità.[42] Belisario, pur rifiutando le offerte dei Goti, permise ai loro ambasciatori di parlare con Giustiniano, che concesse una tregua di tre mesi durata poi per tutto l’inverno.[43]

Durante la tregua, Belisario decise di creare un diversivo in modo che i Goti levassero l'assedio:[44] egli infatti ordinò a Giovanni, nipote di Vitaliano, di conquistare il Piceno, provincia che conteneva molte ricchezze e che era stata sguarnita dai Goti per tentare la presa di Roma.[45] Vitige, venuto a conoscenza che Giovanni aveva conquistato il Piceno e concentrato le sue ricchezze nelle mura di Rimini, decise di togliere l'assedio. Dopo un anno e nove giorni di assedio, i Goti si ritirarono quindi dalle mura della Città Eterna.[44]

Distruzione di Milano e conquista di Ravenna[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Assedio di Milano (538-539) e Assedio di Ravenna (539-540).
Orecchini ostrogoti, Metropolitan Museum of Art, New York.

Durante l'assedio di Roma Belisario aveva ricevuto dei Romanici provenienti da Milano che chiesero al generale di inviare truppe nella provincia di "Liguria" (grossomodo le attuali Liguria, Lombardia e Piemonte) per strapparla ai Goti.[46] Belisario accettò e durante la tregua di tre mesi inviò un contingente di un migliaio di uomini a sottomettere la provincia: sbarcati a Genova, i Bizantini si impadronirono in breve tempo dell'intera provincia, compresa Milano.[46] Vitige tuttavia reagì prontamente mandando un esercito ad assediare Milano; ben presto giunsero in sostegno dei Goti diecimila guerrieri burgundi inviati dal re dei Franchi Teodeberto I, che decise prudentemente di non impiegare direttamente i guerrieri del suo popolo nel conflitto dato che aveva stretto degli accordi con Giustiniano.[46]

Vitige al contempo inviò un esercito ad assediare Rimini, che era stata conquistata da Giovanni: errori di tattica impedirono tuttavia ai Goti di impadronirsi della città, mentre ben presto, nell'estate del 538, sbarcò nel Piceno un nuovo esercito imperiale di 7.000 uomini condotto dall'eunuco Narsete.[47] Questi andò subito in attrito con Belisario: il generalissimo voleva infatti assediare Osimo, mentre l'eunuco al contrario intendeva salvare dall'assedio goto l'amico e generale Giovanni; alla fine Belisario cedette, e l'esercito bizantino marciò in direzione di Rimini, che venne liberata dall'assedio goto.[48]

Una volta salvato Giovanni dall'assedio goto, Belisario decise di inviare un contingente per liberare Milano, anch'essa assediata dai Goti. Tuttavia, nuovi contrasti con Narsete gli impedirono di attuare questa decisione: infatti il generale eunuco riteneva più opportuno dare la precedenza alla sottomissione dell'Emilia, in modo da avvicinarsi a Ravenna, capitale gota; e quando Belisario non si mostrò d'accordo, Narsete gli rinfacciò di non stare agendo negli interessi dell'impero e gli mostrò una lettera di Giustiniano che lo obbligava ad obbedire a Belisario tranne che nei casi di "vantaggio pubblico". Convinto che conquistare l'Emilia sarebbe stato vantaggioso per l'Impero, il generale eunuco partì con i soldati a lui fedeli per l'Emilia, che venne rapidamente conquistata, mentre Belisario assediava Osimo e Urbino.[48] La rivalità tra Belisario e Narsete ebbe quindi l'effetto di generare divisioni nell’esercito, con una fazione dalla parte di Belisario e un’altra dalla parte di Narsete, rendendo più difficoltosa la conquista dell’Italia.

A pagare le conseguenze di questa rivalità furono i cittadini di Milano, che, assediati da 30.000 Goti guidati da Uraia (rinforzati da contingenti burgundi) e difesi solamente da una guarnigione di 800 uomini al comando di Mundila, furono costretti per fame a capitolare; Mundila fu spedito a Rimini, ma i cittadini milanesi furono in gran parte trucidati e la città saccheggiata e devastata (marzo 539). Dopo la distruzione di Milano, i Burgundi abbandonarono di nuovo la penisola con un ricco bottino, mentre a Costantinopoli Giustiniano, comprendendo come fosse deleteria la rivalità tra Belisario e Narsete, decise di richiamare l’eunuco a Costantinopoli ridando così a Belisario il completo controllo dell’esercito.[49]

Tuttavia, dopo il richiamo di Narsete, i Franchi invasero all'improvviso la penisola con l'intento di impadronirsene di una buona parte approfittando dell'indebolimento delle due contendenti. Condotti da Teodeberto in persona, irruppero nella pianura padana: i Goti erano convinti che fossero venuti in loro aiuto, ma presto si accorsero che non era così. Infatti, giunti nei pressi di Pavia, i Franchi aggredirono i Goti rapendo le loro mogli e i loro figli che vennero sacrificati alle divinità pagane.[49] I Goti, per sfuggire alla nuova minaccia franca, ripiegarono in direzione di Ravenna; nel corso della ritirata attirarono l'attenzione di un esercito bizantino che, convinto che fossero stati messi in rotta da Belisario, avanzò senza volerlo verso i Franchi, venendo poi anch'esso sconfitto dall'esercito di Teodeberto.[50] I Franchi furono però costretti da un'epidemia di dissenteria a tornare in patria, cosa che fecero non prima di aver messo a sacco Genova.[50]

Scampata la minaccia franca, Belisario attaccò nel 540 Ravenna, capitale degli Ostrogoti; tuttavia durante l'assedio della città ricevette la notizia che Giustiniano aveva firmato un trattato di pace con i Goti, che stabiliva che questi ultimi avrebbero ceduto ai Bizantini solo l'Italia a sud del Po mentre la "Gallia cisalpina" (Italia al nord del Po) sarebbe rimasta in loro possesso;[51][52] Belisario rifiutò però questo trattato, essendo determinato a condurre Vitige prigioniero ai piedi di Giustiniano. I Goti proposero quindi a Belisario di diventare loro re al posto di Vitige: Belisario fece finta di accettare la proposta, allo scopo di farsi aprire le porte con la promessa che sarebbe stato incoronato successivamente;[52] entrato nella città, ordinò che Vitige fosse fatto prigioniero ed inviato con sua moglie a Costantinopoli.[52] Approfittando della convinzione da parte dei Goti che Belisario sarebbe presto diventato loro re, il generale ottenne la sottomissione spontanea delle fortezze gote nel Veneto; successivamente ripartì con Vitige, il tesoro del sovrano e i prigionieri per Costantinopoli, deludendo i Goti convinti che il generale avrebbe mantenuto la promessa di diventare loro re.

I Goti nominarono allora re Ildibaldo, mentre Belisario, tornato a Costantinopoli, fu accolto freddamente da Giustiniano che non volle decretargli il trionfo e non permise che il tesoro di Teodorico il Grande venisse esposto al pubblico, riservando a sé il diritto di conservarlo ed ammirarlo. Probabilmente l'offerta dei Goti a Belisario aveva suscitato sospetti sulla sua fedeltà nella mente di Giustiniano, il quale decise allora di trattenerlo in Oriente, anche perché la sua presenza era decisiva per respingere i Persiani i quali nel 540 avevano vittoriosamente invaso le terre orientali dell'Impero, dando alle fiamme l'importante città di Antiochia.

Ascesa di Totila[modifica | modifica sorgente]

L'assenza di Belisario dall'Italia e i dissensi fra i vari generali bizantini permisero ai Goti di riorganizzare le loro forze in Italia settentrionale, sulla scia del successo avuto a Milano. Essi nel 541 acclamarono Badùila (passato alle cronache come Totila, "l'immortale"), capo della guarnigione di Treviso, come loro nuovo condottiero, dopo che questi aveva assassinato il predecessore, Erario, reo di aver avviato dei negoziati con l'Impero.[53] Totila capì subito gli errori commessi da Vitige ed evitò di impegnarsi in estenuanti assedi, in cui i Bizantini potevano avere la meglio. Anche per questo motivo, quando conquistava delle città, ne abbatteva le mura, per evitare che i Bizantini, nel caso fossero riusciti a riconquistarle, si rinserrassero dentro di esse costringendo il re goto a un altro assedio.[54] Inoltre, resosi conto che con una flotta avrebbe avuto maggiori possibilità di vittoria, allestì una potente flotta in grado di intercettare le navi nemiche e saccheggiare i territori dell'Impero.[55]

Il re goto si rese poi conto che la guerra non poteva essere vinta senza l'appoggio delle genti italiche, che erano in massima parte favorevoli ai Bizantini: non potendo però avere il sostegno dei latifondisti e dei patrizi locali (in gran parte legati all'Impero), cercò e in parte ottenne l'appoggio delle popolazioni rurali, impegnandosi in una riforma agraria di stampo egualitaristico in base alla quale i grandi latifondisti venivano espropriati dei loro terreni e i servi venivano affrancati per entrare in massa nell'esercito di Totila.[55] Per lo stesso scopo cercò di essere il meno brutale possibile con le popolazioni civili sottomesse.[55]

Giustiniano, mosaico nella chiesa di San Vitale a Ravenna.

Nel frattempo, su pressioni di Giustiniano, i comandanti imperiali decisero di sferrare l'offensiva finale al regno goto: il loro piano era quello di espugnare Verona e poi affrontare in battaglia Totila per vincerlo; in un primo momento i Bizantini ebbero successo, conquistando Verona, ma i Goti contrattaccarono e riuscirono a sconfiggere il nemico che fu costretto ad evacuare la città e a ritirarsi a Faenza.[56] Totila, dopo questo successo, andò ad affrontare i Bizantini presso Faenza dove ottenne, nonostante l'inferiorità numerica, un'altra vittoria; rinvigorito dal successo, il re goto tentò l'assedio di Firenze ma alla notizia dell'arrivo di un forte esercito imperiale, prese la decisione di abbandonare l'assalto della città e di dirigersi nella valle del Mugello dove si scontrò con l'esercito imperiale. La scarsa coordinazione tra i comandanti imperiali, unita alla falsa notizia diffusasi tra i Bizantini che il loro generale Giovanni era morto, favorì una nuova vittoria di Totila, che in estate si impadronì di Cesena, Rocca Pertusa, Urbino e San Leo, mentre i comandanti sconfitti nella battaglia del Mugello si rinserrarono nelle loro rispettive fortezze timorosi di affrontarlo.[57] Il re goto scese quindi lungo la Flaminia (pur lasciando in mano bizantina alcune roccaforti come Spoleto e Perugia) ed, evitando Roma, riuscì ad espugnare Napoli (543).

Totila, re di un popolo ariano, rapido nelle decisioni, audace e nemico dei proprietari terrieri (fra cui molti ecclesiastici) fu dipinto a tinte fosche dai membri della Chiesa in Italia, guidata all'epoca da un papa, Vigilio, legato strettamente a Giustiniano che lo aveva posto al soglio pontificio. Papa Gregorio I descrisse poi Totila come un anticristo, e lo stesso San Benedetto (che secondo la leggenda ricevette a Montecassino la visita del re goto poco prima della conquista di Napoli) gli predisse il successo, la conquista di Roma, ma poi la rovina se non si fosse redento dai suoi "propositi delittuosi".[58]

Giustiniano non stette con le mani in mano. Mentre Totila assediava Napoli, l'Imperatore inviò il neoeletto prefetto del pretorio d'Italia Massimino in soccorso della città partenopea, ma quest'ultimo, essendo inesperto negli affari militari e timoroso di affrontare il nemico, si attardò prima nell'Epiro e poi in Sicilia, inviando soccorsi alla città solo dopo molte pressioni e con molti mesi di ritardo; il risultato fu che Totila riuscì a vincere la flotta bizantina e a costringere la città alla resa per fame.[59] Totila fu clemente con i vinti: dopo aver abbattuto le mura della città, risparmiò e sfamò la popolazione e scortò il presidio bizantino con cavalli e uomini fino a Roma. La situazione per l'Impero era ora disperata: Totila, oltre a Napoli, aveva sottomesso molte regioni del sud Italia e aveva inoltre l'appoggio della popolazione, inasprita dall'eccessivo fiscalismo bizantino (Giustiniano aveva inviato in Italia, immediatamente dopo la partenza di Belisario, un esattore (logoteta) rapace di nome Alessandro detto Forficula ("forbicella").[60]

Il fallimento della controffensiva di Belisario[modifica | modifica sorgente]

Presunto ritratto di Belisario in un mosaico della Basilica di San Vitale a Ravenna.

Vista la situazione disperata, nel 544 Belisario fu nuovamente inviato in Italia. Il generale organizzò la spedizione a sue spese e, con un esercito di 4.000 uomini tra Traci e Illirici, sbarcò ad Otranto riuscendo a liberarla dall'assedio goto;[61] tuttavia la scelta sbagliata della sede da cui condurre le operazioni militari, Ravenna,[62] influenzò negativamente il proseguimento della guerra: l'antica capitale dell'Impero d'Occidente era infatti poco adatta in quanto lontana da Roma e dal mezzogiorno d'Italia, che bisognava liberare dai Goti di Totila. A influenzare negativamente la guerra contribuirono anche gli scarsi rifornimenti di uomini e mezzi, dovuti alla gelosia di Giustiniano; per la carenza di denaro Belisario fu costretto a depredare gli Italici, causando tra le altre cose la resa di Spoleto, che venne consegnata ai Goti da Erodiano a cui Belisario aveva chiesto dei soldi giungendo persino a ricattarlo con ogni sorta di minacce.[63] Sempre per lo stesso motivo, Belisario fu costretto di viaggiare da una postazione all'altra facendo il periplo per mare, non potendo affrontare una battaglia via terra contro i Goti per la sua inferiorità numerica.

Nell'estate del 545 Belisario scrisse all'Imperatore la seguente lettera:[64]

« Sono arrivato in Italia senza uomini, cavalli, armi, o soldi. Le province non possono fornire entrate, sono occupate dal nemico; e il numero delle nostre truppe è stato ridotto da larghe diserzioni ai Goti. Nessun generale potrebbe aver successo in queste circostanze. Mandatemi i miei servitori armati e una grande quantità di Unni e di altri Barbari, e inviatemi del denaro. »

Con questa lettera Belisario inviò a Giustiniano Giovanni; quest'ultimo, tuttavia, invece di tornare subito con i rinforzi, si fermò nella capitale per alcuni mesi sposando la figlia di Germano, un patrizio bizantino.[64] Nel frattempo Totila stava soggiogando la Toscana e il Piceno.

Verso la fine del 545 Belisario lasciò Ravenna e si diresse a Durazzo dove inviò all'Imperatore richieste di rinforzi,[65] e venne qui raggiunto dai generali Giovanni e Isacco intorno al 546; Belisario decise quindi di spingersi via mare a Roma mentre Giovanni sarebbe sbarcato in Calabria e lo avrebbe raggiunto nella città via terra. Giunto a Porto, Belisario rimase lì in attesa di Giovanni ma quest'ultimo, dopo aver soggiogato Puglia, Calabria, Lucania e Bruzio, decise di non spingersi fino a Roma per la presenza dei Goti a Capua. Secondo la Storia segreta di Procopio il rifiuto di Giovanni di raggiungere Belisario a Roma sarebbe dovuto ai suoi timori di venire assassinato da Antonina, moglie di Belisario ed amica dell'imperatrice Teodora, a sua volta ostile allo stesso Giovanni.[66]

Nel mentre il re ostrogoto pose l'assedio a Roma dopo aver espugnato Assisi e Spoleto; Roma era difesa dal generale Bessa, il quale però si arricchiva a spese della popolazione vendendo le scorte di cibo a carissimo prezzo: di conseguenza molti Romani soffrirono la fame e molti, per la disperazione, abbandonarono la città.[67] Belisario, giunto a Porto, a pochi passi da Roma, tentò di portare provviste in città cercando di superare con uno stratagemma ingegnoso gli sbarramenti goti piazzati sul fiume Tevere, ma proprio quando il suo piano stava per funzionare al generale giunse la notizia che Isace, a cui era stata affidata la difesa di Porto, era stato vinto dai Goti: temendo che a causa della sconfitta di Isace Porto, importantissima strategicamente come punto di riparo, fosse stata occupata dai Goti, Belisario ordinò ai suoi uomini di abbandonare il piano e di ritornare in fretta a Porto per cercare di salvarla; quando scoprì che Porto era ancora in mano imperiale e che per un falso allarme aveva fatto fallire il suo piano, Belisario per lo sconforto si ammalò.[68] Nel frattempo le truppe a presidio di Roma, poiché erano mal pagate, aprirono a tradimento le porte della città a Totila, il quale vi fece ingresso il 17 dicembre 546. Le offerte di pace di Totila tramite il prelato Pelagio (futuro papa) furono però rifiutate da Giustiniano che rispondeva di "trattare direttamente con Belisario"; Totila minacciò di distruggere la città ma a fargli cambiare idea giunse una lettera di Belisario che gli intimò di non deturpare la bellezza di Roma.[69] Totila con generosità risparmiò la città e momentaneamente si ritirò da essa, perdendola in tal modo pochi mesi più tardi: dopo aver recuperato Spoleto, Belisario decise infatti di marciare contro Roma, rioccupandola e ricostruendo parzialmente le mura abbattute da Totila.[70] Nonostante non avesse ancora sostituito le porte della città, distrutte dai Goti, riuscì a respingere un primo assalto di Totila che aveva tentato invano di reimpadronirsi della città;[70] ottenuto questo successo, il generale ricostruì le porte e spedì le chiavi della città a Giustiniano.

La sconfitta inflitta loro da Belisario demoralizzò i Goti, che dovettero dunque essere rincuorati con un'orazione da Totila. Il re goto con il suo esercito si diresse ad assediare Perugia, mentre in Lucania continuavano le operazioni militari del generale bizantino Giovanni: questi, dopo aver assediato Acerenza, si diresse in Campania con il proposito di liberare i senatori romani tenuti in ostaggio dai Goti; grazie a una vittoria sui Goti a Capua, Giovanni riuscì a liberare i senatori tenuti in cattività in quella regione e li inviò in Sicilia.[71] Quando Totila seppe dell'impresa di Giovanni, decise di affrontarlo: lasciò un piccolo reggimento a continuare l'assedio di Perugia e si diresse in Lucania, dove attaccò l'esercito di Giovanni nel cuore della notte: Totila uscì complessivamente vincitore nello scontro ma le tenebre favorirono la fuga dei Bizantini, che subirono in questo modo meno perdite di quanto ne avrebbero potuto subire se si fosse combattuto di giorno. Giovanni riuscì quindi a rifugiarsi a Otranto.[72]

Nel frattempo Belisario scrisse numerose lettere a Giustiniano chiedendo rinforzi, ed alla fine l'Imperatore decise di accontentarlo inviando truppe in Calabria sotto il comando del generale Valeriano (dicembre 547).[73] Belisario partì quindi per raggiungere i rinforzi a Taranto, dopo aver selezionato 900 tra i suoi uomini migliori, 700 cavalieri e 200 fanti;[73] la difesa di Roma venne affidata al generale Conone con il resto dell'esercito.[73] Il cattivo tempo costrinse però Belisario a sbarcare a Crotone per poi ripiegare a Messina.[74]

Nel giugno 548 arrivarono i rinforzi guidati da Valeriano; Belisario quindi, sapendo quanto Antonina e Teodora fossero amiche, inviò sua moglie a Costantinopoli per ottenere dall'Imperatrice ulteriori aiuti: tuttavia al suo arrivo Antonina scoprì che Teodora era morta (28 giugno 548).[75] Con i rinforzi Belisario tentò di liberare Rossano dall'assedio dei Goti ma il suo sbarco venne impedito dal nemico.[75] Il generale decise quindi di tornare a Roma, affidando l'esercito a Giovanni e a Valeriano; una volta in città venne richiamato a Costantinopoli dall'Imperatore, persuaso a farlo da Antonina[75] (secondo la Storia Segreta invece fu Belisario stesso a chiedere di ritornare a Costantinopoli).[66]

Questo fu il giudizio di Procopio sulla seconda campagna in Italia di Belisario:

« Belisario fece un ben vergognoso ritorno dalla sua seconda missione in Italia. In cinque anni non riuscì mai, come ho detto nei precedenti libri, a sbarcare su un tratto di costa che non fosse controllato da un suo caposaldo: per tutto questo tempo continuò a bordeggiare le coste. [...] »

Presa di Roma[modifica | modifica sorgente]

Porta San Paolo nel XVIII secolo. Da qui nel 550 Totila entrò in Roma occupando la città.

Approfittando dell'assenza di Belisario, Totila assediò nuovamente Roma, difesa da Diogeniano: questi garantì agli abitanti della città il rifornimento di grano, che venne fatto seminare all'interno delle mura in modo che non soffrissero la fame neanche quando i Goti conquistarono Porto.[76] Tuttavia il tradimento dei malpagati soldati isaurici segnò per l'ennesima volta la capitolazione della città: il 16 gennaio 550 Totila, messosi d'accordo con essi, ordinò a parte dei suoi di suonare le trombe mentre il resto dell'esercito fu posto in prossimità della Porta San Paolo; quando i Bizantini udirono suonare le trombe, accorsero subito verso la zona da dove veniva il suono pensando che i Goti stessero attaccando lì, mentre i traditori indisturbati aprirono la porta San Paolo ai Goti di Totila.[76] Pochi sopravvissero al massacro dei Goti, anche se parte dei soldati bizantini riuscirono a rinserrarsi nel mausoleo di Adriano, dove resistettero all'assalto goto per due giorni; Totila propose ai soldati bizantini o di andarsene indenni senza armi e cavalli dalla città oppure di entrare nel suo esercito: i soldati, tranne il loro comandante, optarono per la seconda opzione.[76]

Totila, insediatosi a Roma, cercò di non comportarsi da nemico vittorioso dandosi da fare per ripopolarla e portarla all'antico splendore;[77] tuttavia la guerra aveva inferto colpi mortali alla città, con la distruzione di statue e monumenti (utilizzati per gettarli dalle mura contro i nemici oppure per la ricostruzione di chiese o per rinforzare le porte) e il crollo demografico della popolazione (passata da 100.000 abitanti di inizio VI secolo a non più di 30.000 alla fine della guerra gotica).[78] Totila tentò quindi di negoziare la pace con Giustiniano, inviando un messo romano di nome Stefano a Costantinopoli, ma l'Imperatore rifiutò;[77] il re goto decise quindi di stringere alle strette il nemico, espugnando dapprima Civitavecchia e successivamente Taranto e Rimini.[77]

Giustiniano fu costretto pertanto a lanciare in quello stesso anno (549) una nuova campagna di conquista dell'Italia; era però indeciso se affidare il comando della spedizione a Liberio o a Germano, suo nipote. Nel frattempo la guerra si faceva sempre più difficile per Bisanzio e sempre più vittoriosa per i Goti: questi infatti nel maggio del 550, dopo aver rinunciato all'espugnazione di Reggio, invasero e saccheggiarono la Sicilia. Giustiniano inviò in un primo momento Liberio a cacciare dall'isola i Goti, ma poi ci ripensò e affidò il comando della spedizione in Sicilia ad Artabane.[79] Nel frattempo nominò Germano generalissimo (stratēgos autokratōr), affidandogli uomini e mezzi sufficienti per ottenere una vittoria definitiva su Totila; Germano, per legittimare di fronte ai Goti la restaurazione imperiale, sposò la vedova di Vitige Matasunta, ma perì prima ancora di giungere in Italia.[80] Il comando dell'esercito venne momentaneamente affidato a Giovanni, e Totila decise di abbandonare per il momento la Sicilia per andare ad affrontarlo, lasciando sull'isola solo quattro presidi goti che vennero poi abbandonati verso la fine del 550.[80]

Campagne di Narsete e vittoria bizantina[modifica | modifica sorgente]

551: preparativi di Narsete e tentativi di negoziazione[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Battaglia di Sena Gallica.

Nel 551 Narsete ottenne di nuovo il comando delle operazioni in Italia:[81] radunò un esercito imponente, senza farsi molti scrupoli di arruolare con generosi donativi barbari Unni, Gepidi, Eruli, Longobardi e Persiani fra le sue schiere;[82] l'esercito di Narsete radunatosi a Salona arrivò quindi a comprendere all'incirca 30.000 uomini.[82] Totila reagì ai preparativi di Narsete ripopolando Roma con una parte dei cittadini e dei senatori tenuti in cattività in Campania e affidando agli stessi senatori il compito di provvedere alla difesa della città;[82][83] successivamente ordinò alla flotta gota (di 300 navi) di saccheggiare la Grecia e Corfù, intercettando in questo modo alcuni dei rifornimenti destinati all'esercito di Narsete.[83][84] Infine decise di conquistare la strategicamente importante città di Ancona: in questo però egli fallì perché la flotta gota che assediava la città insieme all'esercito terrestre, a causa della relativa inesperienza dei Goti nella guerra in mare rispetto agli imperiali, subì una completa disfatta in una battaglia navale presso Sena Gallica; non più supportati dalla propria flotta, i Goti dovettero quindi levare l'assedio.[84][85] Totila, contrario ad ogni resa, ordinò allora l'invasione della Sardegna e della Corsica, che ebbe buon esito in quanto la flotta bizantina inviata dall'Africa venne sconfitta dai Goti presso Cagliari.[84][86]

Questi furono però gli ultimi successi per i Goti, che iniziavano a mostrare segni di declino: infatti in quello stesso anno il generale bizantino Artabane riuscì a cacciarli dalla Sicilia,[86] mentre l'assedio goto di Crotone fallì per l'arrivo di truppe bizantine provenienti dalle Termopili.[84][87] Totila inviò degli ambasciatori alla corte di Giustiniano, facendogli notare che una consistente parte dell'Italia era in mano ai Franchi, mentre il resto era desolato a causa della lunghissima guerra; proponeva quindi all'Imperatore la pace in cambio della cessione della Sicilia e della Dalmazia all'Impero e di un tributo annuale.[86] Giustiniano, tuttavia, rifiutò le proposte di pace provenienti da Totila, e inviò un ambasciatore, Leonzio, presso i Franchi al fine di persuaderli ad allearsi con l'Impero contro i Goti, ma senza esito positivo.[86]

552: campagne di Narsete e uccisione di Totila e Teia[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Battaglia di Tagina e Battaglia dei Monti Lattari.

Terminati i preparativi nella primavera del 552 Narsete da Salona partì per l'Italia, cercando di raggiungerla via terra non avendo abbastanza navi a disposizione per giungervi via mare;[88] il rifiuto dei Franchi stanziatisi nelle Venezie di concedere il passaggio nei loro territori agli imperiali costrinse Narsete a raggiungere Ravenna passando per le lagune, allora disabitate, su cui poi sorgerà Venezia.[88][89] Non potendo attraversare la via Flaminia da Fano, perché la roccaforte della gola del Furlo era ben presidiata, Narsete probabilmente prese la via di Sassoferrato e Fabriano, evitando di attardarsi in assedi in quanto li riteneva una perdita di tempo; la tattica di Narsete dava infatti la priorità all'annientamento del nemico attraverso rischiose battaglie campali, a cui seguiva solo successivamente la cattura delle fortezze che rifiutavano la resa.[90] Gli eserciti di Totila e Narsete si scontrarono in campo aperto nella battaglia di Tagina (Gualdo Tadino), detta dei Busta Gallorum: dopo un'accesissima battaglia gli imperiali, sfruttando un attacco imprudente dei Goti (che li espose ai dardi degli arcieri imperiali), ebbero nettamente la meglio sul nemico, infliggendogli gravissime perdite; Totila riuscì a fuggire ferito, ma morì nelle immediate vicinanze in un luogo chiamato Caprae, corrispondente all'attuale frazione di Caprara, dove tuttora esiste un sito chiamato "Sepolcro di Totila".[91]

Dopo la battaglia decisiva, Narsete congedò i guerrieri mercenari longobardi al suo seguito, perché si abbandonavano al saccheggio delle città (al punto di "violare le donne nei templi"), affrettandosi quindi a rispedirli alle loro sedi (anche se Paolo Diacono, egli stesso appartenente a tale stirpe, nella sua Historia Langobardorum, non fa menzione dell'episodio pur essendo un religioso).[92] Affidò quindi i Longobardi al generale Valeriano e al nipote di lui Damiano, ordinando loro di vigilare affinché, durante il loro ritorno in Pannonia, non commettessero atti iniqui.[92] Mentre Valeriano, fatti ritornare i Longobardi nelle proprie terre, tentò di espugnare Verona invano a causa dell'opposizione delle truppe franche a presidio delle Venezie, e gli Ostrogoti eleggevano a Pavia un nuovo re, Teia, gli imperiali si reimpadronivano di Narni, Perugia e Spoleto, giungendo infine ad assediare Roma:[92] grazie a una sortita di Dagisteo, i Bizantini riuscirono infine a costringere alla resa i Goti che ancora occupavano la città.[92] Qui si inserisce il celebre commento di Procopio, che mise in evidenza come la vittoria bizantina si rivelasse invece un'ulteriore disgrazia per gli abitanti di Roma: i barbari arruolati nelle file di Narsete si abbandonarono al saccheggio e al massacro, e lo stesso fecero i fuggitivi Ostrogoti mentre si apprestavano a lasciare dalla città; inoltre il nuovo re goto Teia, alla notizia della caduta della città in mano imperiale, per rappresaglia fece giustiziare diversi figli di patrizi in sua mano.[93]

Battaglia dei monti Lattari tra Romani e Goti (l'equipaggiamento è anacronistico).

Mentre i Bizantini si impadronivano anche di Porto e Petra Pertusa, Teia tentò senza successo di stringere un'alleanza con i Franchi.[93] Narsete, nel frattempo, inviò truppe ad assediare Civitavecchia e soprattutto Cuma, dove era custodito il tesoro dei Goti;[93] Teia, allarmato, raccolse le truppe che aveva a disposizione e partì per la Campania, riuscendo ad eludere, con lunghe marce, le truppe imperiali condotte da Giovanni e dall'erulo Philemuth, inviate da Narsete nella Tuscia per ostacolare la sua avanzata.[93] Narsete, allora, richiamò i due generali e procedette alla volta della Campania, con l'intento di scontrarsi con i Goti in una battaglia decisiva che avrebbe decretato le sorti della guerra.[93] I due eserciti stettero per più di due mesi a stretta vicinanza tra loro, senza però scontrarsi direttamente perché separati dal fiume Draconte: gli unici scontri che avvenivano erano quelli a distanza tra gli arcieri, mentre i Goti costruirono baliste con cui colpire dall'alto i nemici.[94] A cambiare la situazione fu l'intercettazione da parte degli imperiali della flotta gota che, attraverso il fiume, riforniva il proprio esercito: ciò costrinse gli Ostrogoti a ripiegare sui monti Lattari, dove speravano che il terreno impervio del luogo li avrebbe protetti dagli attacchi del nemico, ma ben presto compresero l'errore commesso, trovandosi lassù privi di vettovaglie per sé stessi e per i cavalli.[94] Non avendo altra scelta, i Goti decisero quindi di affrontare in una disperata battaglia gli imperiali, scendendo dai monti e assalendo il nemico: nella conseguente battaglia dei Monti Lattari, combattuta nell'ottobre 552, i Goti si batterono accanitamente ma alla fine Teia fu ucciso e, dopo una disperata resistenza, i suoi guerrieri si arresero e si sottomisero a Bisanzio.[94] Teia fu l'ultimo re dei Goti.[94]

L'invasione franco-alemanna[modifica | modifica sorgente]

553: l'assedio di Cuma e l'invasione di Butilino e Leutari[modifica | modifica sorgente]

Tuttavia la guerra non era ancora finita del tutto: non solo alcune fortezze gote sparse per la penisola, infatti, ancora rifiutavano la resa, ma gli Ostrogoti che avevano rifiutato di abbassare le armi avevano inviato un'ambasceria al re dei Franchi Teodobaldo, chiedendogli sostegno militare contro i Bizantini;[95] il re dei Franchi, tuttavia, rifiutò di intervenire direttamente nel conflitto pur non impedendo a due comandanti alemanni del suo esercito, Butilino e Leutari, di invadere la penisola alla testa di un'orda franco-alemanna comprendente, secondo almeno Agazia, ben 75.000 guerrieri (cifra che sembra comunque esagerata).[96][97] Narsete ricevette la notizia dell'invasione franco-alemanna mentre era alle prese con l'assedio di Cuma, che gli stava provocando diversi problemi, e reagì lasciando una piccola parte dell'esercito a continuare l'assedio della città mentre egli con il grosso dell'esercito si diresse verso nord, non solo per respingere la nuova minaccia ma anche per sottomettere le fortezze gote che ancora resistevano nella Tuscia.[96] La sottomissione della Tuscia fu raggiunta senza incontrare resistenza, fatta eccezione per la fortezza di Lucca che continuò a resistere sperando nel soccorso franco-alemanno;[96] Lucca si arrese poi a dicembre, dopo tre mesi di assedio, mentre quasi contemporaneamente nel sud anche Cuma capitolò.[96] Durante l'assedio, Narsete inviò anche una parte consistente della sua armata a sorvegliare il Po, nel tentativo di contrastare l'invasione franco-alemanna.[98]

Le misure prese da Narsete non furono però sufficienti per arginare tale invasione: nel corso dell'assedio di Lucca gli giunse, infatti, la notizia che l'esercito che aveva inviato nel nord Italia per fermare i Franco-alemanni si era ritirato da Parma verso Faenza, segno che la sua strategia era fallita e ora era esposto a un attacco nemico. Inviò, allora, il suo sottoposto Stefano a Faenza per intimare all'esercito di ritornare a Parma: la missione di Stefano fu coronata dal successo e Narsete poté riprendere l'assedio di Lucca con una certa tranquillità; dopo tre mesi di assedio la città si arrese a condizione di non subire rappresaglie.[99] Lasciata una forte guarnigione a Lucca, Narsete ordinò ai suoi soldati di ritirarsi nei propri quartieri invernali per poi ricongiungersi a Roma nella primavera successiva, e si diresse a Ravenna dove risiedette a Classe;[100] qui ricevette la notizia della resa di Cuma e della conquista del tesoro dei Goti,[101] ed inviò quindi il goto Aligerno presso i franco-alemanni per informarli che ora esso era in mano bizantina, sperando che, visto sfumare il sogno di impadronirsene, si sarebbero così ritirati: tale tentativo, però, non ebbe esito favorevole.[101] In seguito Narsete si diresse a Rimini, dove strinse un'alleanza con Teodobaldo, comandante dei Varni.

554: la battaglia del Volturno e la sconfitta di Butilino[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Battaglia del Volturno (554).
Uomo tradizionalmente identificato con Narsete, dal mosaico raffigurante la corte di Giustiniano nella Basilica di San Vitale, a Ravenna.

Dopo aver messo in fuga un esercito franco-alemanno di 2.000 uomini nella primavera del 554, Narsete ritornò a Ravenna e da qui si diresse verso Roma;[102] rimase nella città, dove si era riunito tutto l'esercito, fino all'estate del 554, addestrando i suoi uomini in modo che potessero migliorare le loro abilità combattive.[103]

Nel frattempo i franco-alemanni, giunti ormai nel Sannio, si erano divisi in due gruppi: uno, condotto da Leutari, raggiunse Otranto per poi ritornare in nord Italia; l'altro invece, condotto da Butilino, raggiunse lo Stretto di Messina. Entrambi gli eserciti compirono saccheggi ed uccisioni: i Franchi, tuttavia, a differenza degli Alemanni, non saccheggiarono gli edifici religiosi in quanto cristiani.[104] Mentre l'esercito di Leutari tornava nel nord Italia venne sconfitto presso Pesaro dagli Imperiali; i superstiti trovarono rifugio nella Venezia in mano franca dove però molti morirono di dissenteria.

Butilino, speranzoso di diventare re dei Goti una volta vinti i Bizantini, giunto allo Stretto di Messina decise di dirigersi in Campania per affrontare Narsete; accampatosi a Capua, Butilino, forte di 30.000 uomini seppur in parte colpiti dalla dissenteria, si preparò allo scontro con Narsete: i due eserciti si scontrarono dunque nella battaglia del Volturno in cui ebbe la meglio il generale bizantino, che distrusse l'esercito franco costringendolo al ritiro.[105] Questa vittoria, che pose fine alle grandi operazioni militari della guerra gotica, venne celebrata da Narsete a Roma.[105]

555-562: le ultime sacche di resistenza[modifica | modifica sorgente]

Alcune città rimanevano tuttavia ancora in mano gota e franca; deciso a conquistarle, Narsete si diresse in direzione di Conza, ultima fortezza a sud del Po ancora in mano gota, per assediarla: nonostante la strenua resistenza della guarnigione gota, essa fu costretta a capitolare (555).[105] Negli anni successivi Narsete procedette alla sottomissione delle restanti fortezze a nord del Po ancora in mano gota e franca: queste campagne, iniziate probabilmente nel 556, portarono a buoni risultati e già nello stesso anno, se prestiamo fede al cronista Mario Aventicense (non sempre esatto nelle date), i Franchi furono almeno temporaneamente espulsi dall’Italia.[106] Tre anni dopo, nel 559, Milano e gran parte delle Venezie erano di nuovo in mano imperiale.[105]

Rimanevano però alcune sacche di resistenza, come Brescia e Verona, che continuavano a resistere sembra sotto la guida del nobile goto Widin, che nella sua rivolta aveva ricevuto il sostegno del comandante dell'esercito franco nelle Venezie, Amingo. Narsete, dirigendosi verso Verona e Brescia per riconquistarle, tentò di oltrepassare il fiume Adige, venendo però impedito in ciò dal condottiero Amingo che alla guida di un numeroso esercito si era posto sulla riva opposta del fiume: un'ambasceria inviata dal generale bizantino per convincerlo con la diplomazia a concedergli il passaggio del fiume non ebbe successo,[107] e Narsete fu costretto ad affrontare gli eserciti di Amingo e Widin in battaglia. Tale scontro fu vittorioso per i Bizantini: Amingo «venne ucciso dalla spada di Narsete» mentre Widin, catturato, venne inviato in esilio a Costantinopoli.[108] Sconfitti gli eserciti ribelli in battaglia, Narsete procedette così all'assedio delle due città: Verona fu espugnata il 20 luglio 561, mentre Brescia si arrese nel medesimo anno o al più tardi nell'anno successivo.[105][109] Sottomesse ormai le ultime sacche di resistenza, il generale bizantino informò Costantinopoli degli ultimi trionfi: la notizia della resa delle due fortezze arrivò nel novembre 562.[110]

Conseguenze[modifica | modifica sorgente]

Reazioni immediate[modifica | modifica sorgente]

La prefettura del pretorio d'Italia, suddivisa in province.

Il 13 agosto 554, con la promulgazione a Costantinopoli da parte di Giustiniano di una pragmatica sanctio pro petitione Vigilii ("Prammatica sanzione sulle richieste di papa Vigilio"), l'Italia veniva fatta rientrare, sebbene non ancora del tutto pacificata, nel dominio "romano";[111] con essa Giustiniano estese la legislazione dell'Impero all'Italia, riconoscendo le concessioni attuate dai re goti fatta eccezione per l'"immondo" Totila (la cui politica sociale fu quindi annullata portando alla restaurazione dell'aristocrazia senatoriale e costringendo i servi affrancati da Totila a ritornare a servire i loro padroni), e promise fondi per ricostruire le opere pubbliche distrutte o danneggiate dalla guerra, garantendo inoltre che sarebbero stati corretti gli abusi nella riscossione delle tasse e sarebbero stati forniti fondi per promuovere la rifioritura della cultura.[112]

Narsete rimase ancora in Italia con poteri straordinari e riorganizzò l'apparato difensivo, amministrativo e fiscale; a difesa della penisola furono stanziati quattro comandi militari, uno a Forum Iulii, uno a Trento, uno presso i laghi Maggiore e di Como ed infine uno presso le Alpi Graie e Cozie.[113] L'Italia fu organizzata in Prefettura e suddivisa in due diocesi, a loro volta suddivise in province.[113] La Sicilia e la Dalmazia vennero però separate dalla prefettura d'Italia: la prima non entrò a far parte di nessuna prefettura, venendo governata da un pretore dipendente da Costantinopoli, mentre la seconda venne aggregata alla Prefettura dell'Illirico;[113] la Sardegna e la Corsica facevano già parte, fin dai tempi della guerra vandalica (533-534), della Prefettura del pretorio d'Africa. Secondo la "Prammatica Sanzione" i governatori provinciali sarebbero stati eletti dalle popolazioni locali, ovvero i notabili e i vescovi; tuttavia sull'effettiva applicazione di tale principio sono emersi dubbi, dato che da tempo i governatori provinciali erano controllati dall'autorità centrale.[112] La guerra aveva comunque inflitto all'Italia danni che non fu possibile cancellare in breve tempo e, anche se Narsete e i suoi sottoposti ricostruirono numerose città distrutte dai Goti, la situazione della penisola era comunque disastrosa, dato che, come ammise in due lettere papa Pelagio, le campagne erano talmente devastate da essere irrecuperabili e la Chiesa riceveva proventi solo dalle isole o da zone esterne alla penisola.

Se si presta fede alla "Prammatica Sanzione", le tasse non furono incrementate rispetto all'epoca gotica, ma evidentemente i danni provocati dalle devastazioni belliche resero molto difficile pagarle e, del resto, sembra che Narsete non ricevesse sussidi da Costantinopoli, ma dovesse provvedere da sé per il mantenimento dell'esercito e dell'amministrazione. Nel 568 Giustino II, in seguito alle proteste dei Romani per l'eccessiva pressione fiscale,[114] rimosse dall'incarico di governatore Narsete sostituendolo con Longino. Il fatto che Longino sia indicato nelle fonti primarie[115] come prefetto indica che governasse l'Italia in qualità di "prefetto del pretorio", sebbene non si possa escludere che fosse anche il generale supremo delle forze italo-bizantine.[116]

Impatto nella storia[modifica | modifica sorgente]

Decadenza dell'Italia[modifica | modifica sorgente]

Le conseguenze della guerra si fecero sentire sull'Italia per alcuni secoli, anche perché la popolazione, per non essere coinvolta, aveva abbandonato le città per rifugiarsi nelle campagne o sulle alture fortificate meglio protette, portando a compimento quel processo di ruralizzazione e di abbandono dei centri urbani iniziato nel V secolo.[117] Anche se le cifre delle vittime riportate da Procopio sono forse esagerate,[118] si può stimare che buona parte della popolazione italiana fosse stata decimata dagli assedi, dalle carestie e dalla peste. Particolarmente raccapriccianti sono, nella testimonianza di Procopio, i dettagli degli stenti subiti dalla popolazione di Milano durante l'assedio del 539 e quelli subiti dalle popolazioni della Penisola nello stesso anno:

« Passò il tempo e venne di nuovo l'estate. Nei campi il grano maturava, ma non più abbondante come negli anni precedenti. Non era stato seminato in solchi ben tracciati dagli aratri e lavorati dalla mano dell'uomo, ma sparso solo sulla superficie, e perciò la terra aveva potuto farne germogliare soltanto una piccola parte; siccome poi nessuno lo aveva mietuto, giunto a maturazione, era caduto a terra, e non era più nato niente. Questo era accaduto anche in Emilia; perciò gli abitanti di quella regione avevano lasciato le loro case ed erano trasmigrati nel Piceno, pensando che, siccome quella terra era sul mare, non dovesse soffrire una totale mancanza di viveri. Anche i tusci erano angustiati per la fame... e molti di essi, che vivevano sui monti, macinavano le ghiande delle querce come se fosse frumento, e mangiavano le pagnotte fatte con quella farina. Naturalmente moltissimi caddero vittime di ogni specie di malattie... Nel Piceno, si parla di non meno di 50.000 tra i contadini, che perirono di fame, e molti di più ancora furono nelle regioni a nord del golfo Ionico... Taluni, forzati dalla fame, si cibarono di carne umana. Si dice che due donne, in una località di campagna sopra la città di Rimini, mangiarono 17 uomini... Molte persone erano così indebolite dalla fame, che... si gettavano su di essa [sull'erba] con bramosia, chinandosi per strapparla da terra; ma siccome non riuscivano perché le forze le avevano completamente abbandonate, cadevano sull'erba con le mani tese, e lì perirono... non si accostava neppure un avvoltoio, perché non offrivano nulla di cui essi potevano cibarsi. Infatti tutta la carne... era stata ormai consumata dal digiuno. Così stavano le cose in conseguenza della carestia. »
(Procopio, La Guerra Gotica, II,20.)

Se alcune fonti propagandistiche parlano di un Italia florida e rinata dopo la conclusione del conflitto,[119] la realtà doveva essere ben diversa.[120] I tentativi di Giustiniano di combattere gli abusi fiscali in Italia risultarono vani e, nonostante Narsete e i suoi sottoposti avessero ricostruito, in tutto o in parte, numerose città distrutte dai Goti,[121] l'Italia non riuscì a recuperare la sua antica prosperità.[120] Nel 556 papa Pelagio si lamentò in una lettera al vescovo di Arelate delle condizioni delle campagne, «così desolate che nessuno è in grado di recuperare»;[122] proprio a causa della situazione critica in cui versava l’Italia, Pelagio fu costretto a chiedere al vescovo in questione di inviargli i raccolti dei patrimoni pontefici nella Gallia meridionale, oltre a una fornitura di vesti, per i poveri della città di Roma.[123] A peggiorare le condizioni del paese, già provato dal fiscalismo bizantino, contribuì inoltre un'epidemia di peste che spopolò l'Italia dal 559 al 562; ad essa, inoltre, fece poi seguito anche una carestia.[124]

Anche Roma faticò, nonostante i fondi promessi, a riprendersi dalla guerra e l'unica opera pubblica riparata nella città di cui si ha notizia è il ponte Salario, distrutto da Totila e ricostruito nel 565.[125] La guerra rese Roma una città spopolata e in rovina: molti monumenti si deteriorarono e dei 14 acquedotti che prima della guerra fornivano acqua alla città ora solo uno, secondo gli storici, rimase in funzione, l'Aqua Traiana fatto riparare da Belisario.[125] Anche per il senato romano iniziò un irreversibile processo di declino che si concluse con il suo scioglimento verso l'inizio del VII secolo: molti senatori si trasferirono a Bisanzio o vennero massacrati nel corso della guerra.[117][125] Roma, alla fine della guerra, contava non più di 30.000 abitanti (contro i 100.000 di inizio secolo) e si avviava alla completa ruralizzazione, avendo perduto molti dei suoi artigiani e commercianti e avendo accolto al contempo numerosi profughi provenienti dalle campagne.[117] Il declino non coinvolse, tuttavia, tutte le regioni: quelle meno colpite dalla guerra, come la Sicilia o Ravenna, non sembrano aver risentito in misura rilevante degli effetti devastanti del conflitto, mantenendo la propria prosperità.[117]

Anche i patrimoni della Chiesa subirono le conseguenze della guerra: nel 562 papa Pelagio si lamentava, scrivendo al prefetto del pretorio d'Africa Boezio, del fatto che a causa delle devastazioni provocate dalla lunga e distruttiva guerra ormai riceveva proventi solo dalle isole e dalle zone al di fuori dell'Italia, essendo impossibile, dopo venticinque anni continui di guerra, ricavarli dalla penisola desolata; e, essendo i proventi della Chiesa necessari per sfamare la popolazione povera di Roma, anch'essa ne avrebbe fatto le spese;[126] tuttavia Pelagio e la Chiesa riuscirono a superare la crisi e a riprendersi, anche grazie alla confisca dei beni della Chiesa ariana che passarono alla Chiesa cattolica.[122]

Il governo bizantino sul territorio italiano fu, inoltre, contraddistinto da una forte pressione fiscale che ricadeva sulle genti italiche, dovuta alla natura stessa del sistema fiscale bizantino, ereditato dall'Impero romano.[127] Il sistema romano-bizantino della iugatio-capitatio, istituito da Diocleziano e rimasto in vigore fino al VII secolo,[128] stabiliva infatti in anticipo l'ammontare della cifra che i contribuenti dovevano sborsare, senza tener conto di eventuali devastazioni ad opera di invasori, carestie, epidemie e altri fattori che potessero provocare un cattivo raccolto; solo in casi di devastazioni molto gravi le autorità riducevano temporaneamente il carico fiscale della provincia colpita dalla catastrofe.[129] Nonostante la "Prammatica Sanzione" avesse stabilito che le tasse non sarebbero state incrementate rispetto all'epoca gotica, evidentemente i danni provocati dalle devastazioni belliche e le continue pestilenze e carestie che afflissero la penisola tra il 562 e il 571 avevano reso molto difficile pagarle e, del resto, sembra che Narsete non ricevesse sussidi da Costantinopoli, ma dovesse provvedere da sé per il mantenimento dell'esercito e dell'amministrazione, venendo quindi costretto ad incrementare la pressione fiscale.[130] A ciò si aggiunse la corruzione di taluni funzionari imperiali, i quali abusavano del proprio potere per arricchirsi a spese dei sudditi e dello stato, male tipico del Tardo Impero romano. I provvedimenti di Giustiniano per alleviare l'oppressione fiscale, come una moratoria di cinque anni per coloro i quali si fossero indebitati durante la guerra, oppure i vari tentativi di porre fine alla corruzione dei funzionari fiscali, non ebbero inoltre particolare successo e, in un'epistola diretta alla moglie dell'imperatore Maurizio (risalente alla fine del VI secolo), papa Gregorio Magno si lamentò delle iniquità commesse dagli esattori imperiali in Sicilia, Sardegna e Corsica che avevano spinto parte della popolazione ad emigrare nella «nefandissima nazione dei Longobardi».[131]

Non va nemmeno dimenticata l'impellente necessità di entrate che affliggeva l'Impero romano d'Oriente, a causa non solo del fatto che il lungo conflitto aveva drenato le casse dello stato ma anche a causa dell'epidemia di peste del 542, che aveva compromesso gravemente l'economia statale.[132] Storici moderni hanno attribuito molti degli abusi commessi dai ministri di Giustiniano alla necessità di mantenere il bilancio in attivo nonostante l'epidemia di peste avesse ridotto di molto le entrate statali, provocando al contempo una netta crisi nei commerci, nell'agricoltura e in altri settori dell'economia.[133]

A vanificare, almeno a breve termine, ogni possibile, anche se molto difficile, tentativo di ripresa dell'Italia, fu l'invasione dei Longobardi (568) che provocò devastazioni e saccheggi nella penisola, a dire di Ravegnani «per nulla inferiori a quelli della guerra gotica».[134] I Longobardi in un primo momento esercitarono sui Romanici un brutale diritto di conquista[135], e si narra che Venezia sia sorta proprio perché gli abitanti, in cerca di riparo dai Longobardi, si sarebbero stanziati nelle lagune. Durante il Periodo dei Duchi (574-584), le condizioni degli italici sottomessi ai Longobardi si aggravarono, avendo i duchi «spogliato le chiese, ucciso i sacerdoti, rovinato le città e decimato le popolazioni che erano cresciute come messi sui campi»;[136] nello stesso capitolo Paolo Diacono sostiene che «molti nobili Romani furono uccisi per cupidigia», mentre gli altri furono «divisi tra i Longobardi secondo il sistema dell’ospitalità» e «resi tributari con l’obbligo di versare la terza parte dei loro raccolti ai Longobardi».[136][137] I duchi longobardi, inoltre, condussero scorrerie nei territori ancora in mano bizantina, saccheggiando le chiese, violentando i monaci e devastando a tal punto la città di Aquino che dopo alcuni anni era senza popolo e senza vescovo; Roma, minacciata, richiese aiuti militari sia all'Imperatore che dai Franchi, ma senza risultati.[138]

Tuttavia, già ai tempi di Autari (584-590), le condizioni dei Romanici sotto il dominio longobardo migliorarono:

« C’era però questo di meraviglioso nel regno dei Longobardi: non c’erano violenze, non si tramavano insidie; nessuno opprimeva gli altri ingiustamente, nessuno depredava; non c’erano furti, non c’erano rapine; ognuno andava dove voleva, sicuro e senza alcun timore. »
(Paolo Diacono, Historia Langobardorum, III,16.)

Il suo successore Agilulfo avviò la conversione al cattolicesimo del suo popolo e, su richiesta di papa Gregorio Magno, firmò nel 598 una tregua con Bisanzio che, salvo alcune sporadiche guerre (601-603; 605; 617-619; 639-643; 663), fu rinnovata quasi ogni anno e portò la pace in Italia per quasi tutto il VII secolo, consentendole una graduale ripresa. Nell'VIII secolo, ai tempi del re longobardo Liutprando, i Longobardi erano in gran parte romanicizzati, abbandonando molti dei loro costumi adottando invece quelli romanici, e si verificò una relativa ripresa demografica ed economica, con l'espandersi del commercio, che provocò a sua volta un'espansione dell'economia monetaria; anche se non si raggiunse mai una completa parificazione sociale, le condizioni dei Romanici migliorarono al punto che alcuni di essi riuscirono, in virtù delle loro capacità e di un po' di fortuna, a ricoprire posizioni di un certo rilievo nella società longobarda.[139] La completa ripresa economica dell'Italia, in ogni modo, potrà dirsi conclusa non prima della nascita e dello sviluppo dei primi comuni (XI secolo).[113]

Conquista effimera: l'invasione longobarda e la perdita dell'unione politica[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Regno longobardo e Esarcato d'Italia.
L'Italia nel 572.

La conquista di alcune regioni italiane risultò essere effimera per i Bizantini, mentre il dominio di altre si protrasse per alcuni secoli. Stando a ciò che scrive Paolo Diacono, dissensi fra Narsete e il nuovo imperatore Giustino II (oppure, come indica Paolo Diacono con ironia, le continue contumelie dell'imperatrice Sofia), spinsero il primo a chiamare in Italia il re dei Longobardi Alboino.[140] Tali asserzioni sono prive di fondamento storico:[141] gli storici moderni ritengono più probabile che i Longobardi abbiano invaso l'Italia piuttosto perché pressati dall'espansionismo degli Avari;[142][143] altri studiosi invece, nel tentativo di rendere più credibile la leggenda dell'invito di Narsete, hanno congetturato che i Longobardi potrebbero essere stati invitati in Italia dal governo bizantino con l'intenzione di utilizzarli come foederati per contenere eventuali attacchi franchi, ma le loro asserzioni non sono verificabili e universalmente condivise.[144] Secondo la tradizione riportata da Paolo Diacono, il giorno di Pasqua del 568 Alboino entrò in Italia; sono state avanzate varie ipotesi sui motivi per cui Bisanzio non ebbe la forza di reagire all'invasione:[135][144]

  • la scarsità delle truppe italo-bizantine, indebolite anche da una pestilenza seguita da una carestia;
  • la mancanza di un generale talentuoso dopo la rimozione di Narsete;
  • il probabile tradimento dei Goti presenti nelle guarnigioni che, secondo alcune ipotesi, avrebbero aperto le porte ai Longobardi;
  • l'alienazione delle genti locali per la politica religiosa di Bisanzio;
  • la possibilità che potrebbero essere stati i Bizantini stessi a invitare i Longobardi nel nord Italia per utilizzarli come foederati;
  • la prudenza dell'esercito bizantino che in genere, invece di affrontare subito gli invasori con il rischio di farsi distruggere le proprie truppe, attendeva che si ritirassero con il loro bottino e solo in caso di necessità interveniva.

Così negli anni settanta del secolo i Longobardi posero la loro capitale a Pavia conquistando tutto il nord della penisola tranne le coste della Liguria e del Veneto. Al centro e al sud si formarono invece i ducati longobardi di Spoleto e di Benevento: i duchi fondatori (Faroaldo a Spoleto e Zottone a Benevento) non sembrerebbero essere venuti in Italia con Alboino, ma secondo alcune congetture - ora divenute maggioritarie - sarebbero arrivati in Italia già prima del 568, come foederati al servizio dell'Impero rimasti dopo la guerra gotica; solo nel 576, dopo il fallimento della spedizione contro i Longobardi del generale bizantino Baduario, i foederati longobardi di Spoleto e Benevento si sarebbero rivoltati a Bisanzio, formando questi due ducati autonomi.[145] Dopo la formazione dei due ducati longobardi meridionali, Roma era apertamente minacciata e nel 579 fu essa stessa assediata; il senato romano inviò richieste di aiuto all'imperatore Tiberio II ma questi, essendo impegnato sul fronte orientale, non poté far altro che consigliare al senato di corrompere col denaro i duchi longobardi per spingerli a passare dalla parte dell'Impero e combattere in Oriente al servizio di Bisanzio contro la Persia, oppure di comprare un'alleanza con i Franchi contro i Longobardi.

Per arginare l'invasione longobarda il nuovo imperatore Maurizio prese nuovi provvedimenti nell'Italia bizantina, decidendo di sopprimere la "prefettura del pretorio d'Italia" sostituendola con l'"Esarcato d'Italia" governato da un esarca, la massima autorità civile e militare della nuova istituzione; la carica di "prefetto d'Italia" non venne abolita fino ad almeno a metà del VII secolo anche se divenne subordinata all'esarca.[146] Il primo riferimento nelle fonti dell'epoca all'esarcato e all'esarca si ha nel 584 in una lettera di papa Pelagio II in cui si menziona per la prima volta un "esarca" (forse il patrizio Decio citato nella medesima lettera); secondo storici moderni l'esarcato, all'epoca della lettera (584), doveva essere stato istituito da poco tempo.[146] I confini dell'Esarcato d'Italia non furono mai definiti dato l'incessante stato di guerra tra Bizantini e Longobardi.

Grazie alla riforma mauriziana, Roma e parte del Lazio, Venezia, Ravenna e la Romagna, la Sicilia e la Sardegna resteranno in mano bizantina per altri due secoli, e vaste zone costiere dell'Italia del sud faranno parte dell'Impero romano d'Oriente fino alla conquista normanna (XI secolo). Inoltre, la differenziazione fra domini longobardi nella terraferma, tipicamente organizzati in ducati (tra i principali, Friuli, Trento, Verona, Brescia, Bergamo, Pavia, Tuscia, Spoleto, Benevento), e domini bizantini sulla costa (Venezia, Napoli, Ravenna, la Pentapoli), diede avvio a un processo di frammentazione politica che sarà tipico dell'Italia fino al XIX secolo.

Fonti storiografiche[modifica | modifica sorgente]

La gran parte delle informazioni oggi disponibili sulla guerra gotica sono state tramandate da Procopio di Cesarea, segretario di Belisario, in 4 degli 8 libri che formano la sua Storia delle guerre di Giustiniano. Procopio partecipò direttamente alle prime fasi del conflitto, in particolare durante il primo assedio di Roma (537-538); lo storico, però, non era favorevole a Giustiniano e per tale ragione, secondo alcuni studiosi, le sue affermazioni e valutazioni non sono sempre attendibili. Non vanno dimenticate le Storie di Agazia, continuatore di Procopio, che narrò la campagna di Narsete contro i Franchi e gli Alemanni (553-554).

Un'altra fonte per la conoscenza del popolo dei Goti è offerta dal De Bello Gothico ("La guerra gotica"), un panegirico composto da Claudio Claudiano dove però in realtà si celebra un episodio delle invasioni barbariche accaduto più di 150 anni prima, in particolare la battaglia di Pollenzo e la cacciata di Alarico dall'Italia. La storia è raccontata dal punto di vista di Flavio Stilicone, generale dell'Impero Romano d'Occidente, che Claudiano definisce come "il restauratore della gloria della civiltà".

Infine, una testimonianza importante è fornita dalla opera De origine actibusque Getarum dello storico Giordane, meglio nota come Getica: Giordane, essendo di origine gotica, fornisce una visione complementare di molti fatti testimoniati da Procopio.

Influenze sulla letteratura e sulle arti[modifica | modifica sorgente]

Sembra che la guerra gotica abbia suscitato l'interesse di Torquato Tasso: infatti, come scrisse Edward Gibbon nella sua opera Storia del declino e della caduta dell'Impero romano (Capitolo 43):[147]

« Procopio riferisce tutta la serie di questa seconda guerra gotica e della vittoria di Narsete (l. IV c. 21, 26-35). Splendido quadro! Fra i sei argomenti di poema epico che il Tasso volgeva in mente, egli esitava tra la conquista d'Italia fatta da Belisario e quella fatta da Narsete (Hayley's Works, vol. IV p. 70). »

Il letterato vicentino Gian Giorgio Trissino (1478-1550) dedicò alla guerra gotica addirittura un poema epico, L'Italia liberata dai Goti, definito da alcuni critici letterari come «il poema più noioso della letteratura italiana».[148] Il poema in questione, in 27 canti e in endecasillabi sciolti, è dedicato all'Imperatore mecenate Carlo V d'Asburgo:[148] esso inizia con Giustiniano che riceve da un angelo che gli appare in sogno la missione di liberare l'Italia dalla tirannia degli eretici Ostrogoti (di fede ariana);[148] Giustiniano affida quindi la missione a Belisario ma, dopo alcuni iniziali successi, la profanazione di un altare da parte di un soldato greco fa sì che la Vergine Maria inizi a favorire gli Ostrogoti, con il risultato che Belisario viene sconfitto.[148] La guerra comunque volge in favore di Bisanzio grazie all'arrivo di una nuova armata condotta da Narsete che, dopo aver vinto il re goto Vitige in una disfida tra 12 guerrieri greci e 12 guerrieri ostrogoti, lo fa catturare e sottomette tutta l'Italia a Bisanzio, riunendola all'Impero.[148]

Nel 1876 il letterato tedesco Felix Dahn scrisse il romanzo storico Ein Kampf um Rom (traduzione letterale: Guerra per Roma), ispirato liberamente all'opera di Procopio di Cesarea. Esso narra la lotta tra Bizantini e Ostrogoti per il possesso di Roma e dell'Italia, ma inserisce anche una terza fazione, quella capeggiata dal senatore romano fittizio Cetego, il quale vorrebbe restaurare l'Impero romano d'Occidente, cacciando sia i Greci che gli Ostrogoti dalla penisola; alla fine del romanzo il re ostrogoto Teia viene sconfitto dal generale Narsete, portando alla rovina della nazione ostrogota, sottomessa a Bisanzio. Per questi motivi, il romanzo è stato interpretato a posteriori come una predizione della caduta dell'Impero tedesco (Secondo Reich) al termine della prima guerra mondiale. Per l'inserimento nel romanzo di diversi atti di sacrificio eroici, il romanzo venne a lungo considerato "per ragazzi", venendo letto da generazioni di adolescenti tedeschi.

Nel 1968 e nel 1969 uscì anche un adattamento cinematografico in due parti dell'opera di Dahn, Kampf um Rom I e Kampf um Rom II - Der Verrat. Il film, a cui prese parte persino Orson Welles, uscì anche in Italia con il titolo La calata dei Barbari, ma in versione rimaneggiata: per ridurre le due parti del film in una sola, furono tagliate diverse scene, con il risultato che la versione italiana dura solo 89 minuti contro i 189 minuti della versione originale.[149]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Ravegnani 2004, op. cit., p. 11.
  2. ^ a b Ravegnani 2004, op. cit., p. 12.
  3. ^ a b Ravegnani 2009, op. cit., pp. 84-85.
  4. ^ a b c Ravegnani 2009, op. cit., p. 85.
  5. ^ a b Ravegnani 2009, op. cit., p. 85-86
  6. ^ Ravegnani 2009, op. cit., p. 125.
  7. ^ Ravegnani 2009, op. cit., pp. 126-128.
  8. ^ Ravegnani 2009, op. cit., p. 126.
  9. ^ Ravegnani 2009, op. cit., p. 86.
  10. ^ Ravegnani 2009, op. cit., p. 173.
  11. ^ Ravegnani 2009, op. cit., pp. 130-131.
  12. ^ Ravegnani 2009, op. cit., p. 174.
  13. ^ Ravegnani 2009, op. cit., pp. 181-182.
  14. ^ Tamassia, op. cit., p. 51.
  15. ^ a b c d e Procopio, De Bello Gothico, I, 5
  16. ^ Tamassia, op. cit., p. 52
  17. ^ a b Tamassia, op. cit., p. 53
  18. ^ Procopio, De Bello Gothico, I, 6
  19. ^ Tamassia, op. cit., p. 57.
  20. ^ a b Procopio, De Bello Gothico, I, 7
  21. ^ a b Tamassia, op. cit., p. 58.
  22. ^ a b Procopio, De Bello Gothico, I, 8
  23. ^ Tamassia, op. cit., p. 59
  24. ^ a b Procopio, De bello Gothico, I, 10
  25. ^ Tamassia, op. cit., p. 65.
  26. ^ Tamassia, op. cit., p. 66.
  27. ^ a b Tamassia, op. cit., p. 67
  28. ^ Tamassia, op. cit., p. 68
  29. ^ a b c Tamassia, op. cit., p. 70.
  30. ^ Tamassia, op. cit., p. 71.
  31. ^ Tamassia, op. cit., p. 92
  32. ^ a b Ravegnani 2004, op. cit., p. 15.
  33. ^ a b Tamassia, op. cit., p. 84.
  34. ^ a b Tamassia, op. cit., p. 85
  35. ^ a b Procopio, De Bello Gothico, I, 25.
  36. ^ a b c Tamassia, op. cit., p. 86.
  37. ^ Tamassia, op. cit., p. 87
  38. ^ Procopio, De Bello Gothico, I, 24.
  39. ^ Tamassia, op. cit., p. 88
  40. ^ Ravegnani 2004, op. cit., pp. 17-18.
  41. ^ Ravegnani 2004, op. cit., p. 18.
  42. ^ Procopio, De bello Gothico, II, 6
  43. ^ Tamassia, op. cit., p. 90
  44. ^ a b Procopio, De bello Gothico, II, 10
  45. ^ Tamassia, op. cit., p. 91.
  46. ^ a b c Ravegnani 2004, op. cit., p. 19.
  47. ^ Ravegnani 2004, op. cit., p. 20.
  48. ^ a b Ravegnani 2004, op. cit., p. 21.
  49. ^ a b Ravegnani 2004, op. cit., p. 22.
  50. ^ a b Ravegnani 2004, op. cit., p. 23.
  51. ^ Tamassia, op. cit., p. 107
  52. ^ a b c Procopio, De Bello Gothico, II, 29
  53. ^ Procopio, III, 2.
  54. ^ Procopio, III, 8.
  55. ^ a b c Ravegnani 2004, op. cit., p. 26.
  56. ^ Ravegnani 2004, op. cit., p. 27.
  57. ^ Ravegnani, op. cit., p. 28.
  58. ^ Papa Gregorio I, Dialogi, II,15.
  59. ^ Procopio, III, 6-7.
  60. ^ Procopio, II, 1; Tamassia, op. cit., p. 119.
  61. ^ Procopio, De Bello Gothico, III, 10
  62. ^ Procopio, De Bello Gothico, III, 11
  63. ^ Procopio, Storia Segreta, 8
  64. ^ a b Procopio, De Bello Gothico, III, 12
  65. ^ Procopio, De Bello Gothico, III, 13
  66. ^ a b Procopio, Storia Segreta, 9
  67. ^ Ravegnani 2004, op. cit., p. 36.
  68. ^ Ravegnani 2004, op. cit., p. 35.
  69. ^ Ravegnani 2004, op. cit., p. 41.
  70. ^ a b Procopio, De Bello Gothico, III, 24
  71. ^ Ravegnani 2004, op. cit., p. 44.
  72. ^ Ravegnani 2004, op. cit., p. 45.
  73. ^ a b c Procopio, De Bello Gothico, III, 27
  74. ^ Procopio, De Bello Gothico, III, 28
  75. ^ a b c Procopio, De Bello Gothico, III, 30
  76. ^ a b c Ravegnani 2004, op. cit., p. 49.
  77. ^ a b c Ravegnani 2004, op. cit., p. 50.
  78. ^ Per le cifre degli abitanti, cfr. AA.VV., Il mondo bizantino, I, p. 34; per la distruzione di statue e monumenti per utilizzarli come arma contro il nemico, cfr. Procopio, La Guerra Gotica, Libro I.
  79. ^ Ravegnani 2004, op. cit., p. 51.
  80. ^ a b Ravegnani 2004, op. cit., p. 52.
  81. ^ Procopio, IV,21
  82. ^ a b c Ravegnani 2004, op. cit., p. 53.
  83. ^ a b Procopio, IV,22
  84. ^ a b c d Ravegnani 2004, op. cit., p. 54.
  85. ^ Procopio, IV,23
  86. ^ a b c d Procopio, IV,24
  87. ^ Procopio, IV,25-26
  88. ^ a b Ravegnani 2004, op. cit., p. 55.
  89. ^ Procopio, IV,26
  90. ^ Procopio, IV,28
  91. ^ Procopio, IV,32
  92. ^ a b c d Procopio, IV,33
  93. ^ a b c d e Procopio, IV,34
  94. ^ a b c d Procopio, IV,35
  95. ^ Agazia, I,5.
  96. ^ a b c d Ravegnani 2004, op. cit., p. 59.
  97. ^ Agazia, I, 6.
  98. ^ Agazia, I, 11.
  99. ^ Agazia, I, 18.
  100. ^ Agazia, I, 19.
  101. ^ a b Agazia, I, 20.
  102. ^ Agazia, I, 22.
  103. ^ Agazia, II, 2.
  104. ^ Ravegnani 2004, op. cit., p. 60.
  105. ^ a b c d e Ravegnani 2004, op. cit., p. 61.
  106. ^ Mario Aventicense, s.a. 556.
  107. ^ "Nonostante gli ambasciatori Bono e Pamfronio gli avessero ricordato che il suo rifiuto nel lasciar passare il fiume agli Imperiali avrebbe significato violare la tregua in corso tra Bizantini e Franchi, Amingo rispose che non avrebbe concesso il passaggio ai Romei, finché avesse avuto una mano con cui poter avventare un dardo". Cfr. Menandro Protettore, frammento 8.
  108. ^ Paolo Diacono, II,2.
  109. ^ Agnello Ravennate, 79.
  110. ^ Teofane, s.a. 562.
  111. ^ Ravegnani 2004, op. cit., p. 63.
  112. ^ a b Ravegnani 2004, op. cit., pp. 63-64.
  113. ^ a b c d Ravegnani 2004, op. cit., p. 62.
  114. ^ I Romani chiesero all'Imperatore di rimuovere Narsete dal governo dell'Italia in quanto si stava meglio sotto i Goti che sotto il suo governo, minacciando di consegnare l'Italia e Roma ai barbari. V. P. Diacono, Historia Langobardorum, II, 5 e Ravegnani 2004, op. cit., p. 69.
  115. ^ P. Diacono, II, 5.
  116. ^ Ravegnani 2004, op. cit., p. 70.
  117. ^ a b c d AA.VV., Il mondo bizantino, I, p. 34.
  118. ^ Procopio, Storia Segreta, 18, stima milioni e milioni di vittime: «Laonde io non so, se conti giusto chi dica in Africa essere periti cinque milioni di persone... L’Italia, quantunque l’Africa d’essa sia tre volte maggiore, di una assai più grande quantità d’uomini fu spogliata: onde può argomentarsi il numero, che per le stragi ivi seguite ne perì... Colà eziandio mandò gli estimatori, chiamati logoteti; e ad un tratto scosse e corruppe tutto. Prima della guerra italica il regno de’Goti dalle contrade de’Galli protraevasi sino ai confini della Dacia, ove è la città di Sirmio. Quando l'esercito de’ Romani era in Italia, i Germani occupavano una gran parte de’ paesi de’Galli e de’Venetici... Tutto questo tratto di terre fu nudo affatto di abitatori, estinti parte per la guerra, parte per le malattie e pestilenze che alla guerra sogliono succedere.»
  119. ^ CIL VI, 1199; Liber Pontificalis, p. 305 («Erat tota Italia gaudiens»); Auct Haun. 2, p. 337 («(Narses) Italiam romano imperio reddidit urbes dirutas restauravit totiusque Italiae populos expulsis Gothis ad pristinum reducit gaudium»)
  120. ^ a b Ravegnani 2004, op. cit., p. 64.
  121. ^ Secondo Mario Aventicense, s.a. 568, Narsete ricostruì Milano, distrutta dagli Ostrogoti nel 539, e numerose altre città. Un'epigrafe (CIL VI, 1199) attesta la ricostruzione, per merito di Narsete, di un ponte di Roma, distrutto dagli Ostrogoti. Narsete, inoltre, secondo la cronaca dei vescovi di Napoli, riparò le mura della città partenopea, che erano state danneggiate dagli Ostrogoti di Totila, ampliandole in direzione del porto (Vita di Atanasio Vescovo di Napoli).
  122. ^ a b Ravegnani 2004, op. cit., p. 66.
  123. ^ Papa Pelagio, Epistola 4.
  124. ^ Paolo Diacono, II, 4.
  125. ^ a b c Ravegnani 2004, op. cit., p. 65.
  126. ^ Papa Pelagio, Epistola 85.
  127. ^ Per una descrizione del sistema fiscale tardo-imperiale/protobizantino e la sua rapacità, vedasi Gibbon, Storia della decadenza e rovina dell'Impero romano, Capitolo 17.
  128. ^ Secondo Ostrogorsky,Storia dell'Impero bizantino, p. 118 il sistema della iugatio-capitatio venne abolito da Giustiniano II (685-711) nel tardo VII secolo.
  129. ^ Luttwak, op. cit., p. 231, dove si sostiene inoltre che il fiscalismo tardo-romano/proto-bizantino era talmente gravoso da «spingere i contribuenti ad abbandonare terre e case prima dell'arrivo degli esattori imperiali».
  130. ^ "Prammatica Sanzione", 10, per il non incremento delle tasse; per il mancato ricevimento di sussidi da Costantinopoli, che costrinse Narsete a utilizzare i proventi del fisco per pagare l'esercito invece di inviarli a Costantinopoli, la fonte è un dubbio brano dell'opera di Costantino Porfirogenito De administrando imperii, dove l'invito di Narsete e l'invasione dei Longobardi sono clamorosamente ed erroneamente datati ai tempi dell'Imperatrice Irene, cioè nel tardo VIII secolo (De administrando imperii, 27); cfr. anche Savino, pp. 123-124.
  131. ^ Papa Gregorio Magno, V,41 (traduzione in inglese qui). Il fenomeno della fuga presso i Barbari a causa dell'oppressione fiscale era presente anche nell'Impero romano d'Occidente verso la metà del V secolo (cfr. Salviano, Il governo di Dio, Libro V).
  132. ^ Luttwak, op. cit., pp. 101-106, in cui analizza gli effetti disastrosi della peste sull'Impero, e Treadgold, op. cit., pp. 86-93.
  133. ^ Treadgold, op. cit., p. 87 in cui giustifica le iniquità del prefetto del pretorio d'Oriente Pietro Barsime con la necessità di «far fronte alle spese statali, nonostante la perdita delle entrate causata dalla peste». A p. 92 Treadgold valuta che a causa della peste «un quarto delle ricchezze dell'Impero fosse andata in fumo» e a p. 93 afferma che se non fosse stato per Giustiniano la peste «avrebbe potuto causare il collasso fiscale e militare dell'Impero».
  134. ^ Ravegnani 2004, op. cit., p. 74.
  135. ^ a b Jörg Jarnut, Storia dei Longobardi, p. 31.
  136. ^ a b Paolo Diacono, II,32.
  137. ^ Jörg Jarnut, Storia dei Longobardi, pp. 46-48.
  138. ^ Ravegnani 2009, pp. 203-204.
  139. ^ Jarnut, Storia dei Longobardi, pp. 98-106.
  140. ^ Paolo Diacono, II.
  141. ^ Ravegnani 2004, op. cit., p. 71.
  142. ^ Ravegnani 2004, op. cit., p. 72.
  143. ^ Sergio Rovagnati, I Longobardi, p. 30.
  144. ^ a b Ravegnani 2004, op. cit., p. 73.
  145. ^ Jarnut, Storia dei Longobardi, p. 34; Le duché byzantin de Rome. Origine, durée et extension géographique, pp. 46-47..; Savino, pp. 126-127.
  146. ^ a b Ravegnani 2004, op. cit., p. 81.
  147. ^ Edward Gibbon, Storia del declino e della caduta dell'Impero romano, Capitolo 43.
  148. ^ a b c d e L’Italia Liberata dai Goti di Gian Giorgio Trissino
  149. ^ La calata dei Barbari - Cinekolossal

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Fonti primarie[modifica | modifica sorgente]

Studi[modifica | modifica sorgente]

  • Mischa Meier, Giustiniano, Bologna, Il Mulino, 2007 pp. 57–64 (ed. orig.: Justinian, Herrschaft, Reich und Religion, München, Bech, 2004. ISBN 978-88-15-11552-2)
  • Giovanni Tabacco, La Storia politica e sociale, dal tramonto dell'Impero romano alle prime formazioni di Stati regionali, in: Storia d'Italia, vol. I, Einaudi, Torino 1974
  • Franco Cardini, Cassiodoro il Grande. Roma, i barbari e il monachesimo, Jaca Book, Milano 2009.
  • Tamassia, Storia del regno dei Goti e dei Longobardi in Italia, Vol. II.
  • Giorgio Ravegnani, I Bizantini in Italia, Il Mulino, Bologna, 2004.
  • Giorgio Ravegnani, Soldati e guerre a Bisanzio. Il secolo di Giustiniano, Il Mulino, Bologna, 2009.
  • Warren Treadgold, Storia di Bisanzio, Il Mulino, Bologna, 2005.
  • Edward Luttwak, La grande strategia dell'Impero bizantino, Rizzoli, Milano, 2009.
  • Eliodoro Savino, Campania tardo-antica: 284-604, Edipuglia srl, 2005.

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