Sergente Romano

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Strada dedicata a Pasquale Romano a Villa Castelli (BR).

Pasquale Domenico Romano, noto come Sergente Romano (Gioia del Colle, 24 agosto 1833Gioia del Colle, 5 gennaio 1863), è stato un ufficiale e brigante italiano. Come militare servì nell'Esercito borbonico.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Cippo funerario nel bosco tra Gioia del Colle e Santeramo in onore del sergente Romano

Nacque da Giuseppe e Angela Concetta Lorusso, semplici pastori.

Nel 1851, a soli 17 anni, si arruolò nell'Esercito borbonico dove raggiunse il grado di sergente divenendo "Alfiere" della Prima Compagnia del 5º Reggimento di Fanteria di linea. A seguito dell'Unità d'Italia divenne il comandante del Comitato Clandestino Borbonico di Gioia del Colle.

Caverna del Sergente Romano nel bosco di Martina Franca

Ben presto lasciò il comitato volendo passare subito all'azione, formando in poco tempo una squadra composta dalla maggior parte di ex-militari dell'Esercito Borbonico. Rifornitosi di armi e munizioni, il 26 luglio 1861 attaccò la guarnigione di Alberobello facendola prigioniera insieme ai militari del presidio di Cellino. A Cellino si decise di fucilare i prigionieri: il milite Vitantonio Donadeo inginocchiandosi durante la fucilazione gridò "Madonna del Carmine, aiutami!". Il fucile, puntato sulla nuca, fece cilecca e il sergente Romano risparmiò Donadeo ed altri 8 prigionieri.[1] Due giorni dopo, il 28 luglio, attaccò Gioia del Colle vincendo. Era conosciuto, ai tempi del brigantaggio, non come il sergente Romano, ma come Enrico La Morte.

Ebbe anche contatti con Carmine "Donatello" Crocco, leader dei briganti del Vulture e parteciparono, assieme, ad alcuni assalti alle truppe unitarie, come nel febbraio 1862, quando Crocco e Romano giunsero con i loro uomini nei pressi di Andria e Corato, uccidendo dei militi della Guardia Nazionale in servizio di perlustrazione e depredando alcune masserie. Romano invitò il capobrigante lucano ad un'alleanza, con l'obiettivo di conquistare Terra d'Otranto e i comuni del barese innalzando ovunque il vessillo borbonico ma Crocco, reduce dell'esito negativo dei precedenti tentativi di restaurazione, rifiutò la proposta.[2] Il 24 luglio 1862, quattro commilitoni si distaccarono dal sergente Romano che non era a favore, dimostrando pietà, della morte del prigioniero caporale della Guardia Nazionale Teodoro Prisciantelli.[non chiaro]

A seguito dell'uccisione della sua fidanzata, Lauretta d'Onghia[3], il 9 agosto ad Alberobello il sergente Romano assaltò la fattoria di Vito Angelini, probabilmente il delatore che aveva permesso la morte di Lauretta, e lo fece fucilare nell'aia. Dopo aver subito una dura sconfitta il 4 novembre 1862 presso la masseria Monaci, vicino Noci, il capobrigante divise la sua banda in piccoli gruppi più manovrabili, ispirandosi alla tattica di Crocco.[4] Nello stesso mese, furono invasi i comuni di Carovigno ed Erchie, disperdendo la guardia nazionale e saccheggiando le abitazioni dei liberali.

Sergente Romano morì nelle campagne tra Gioia del Colle e Santeramo in Colle durante un sanguinoso scontro a fuoco con la Guardia Nazionale e i Cavalleggeri di Saluzzo il 5 gennaio 1863. Circondato da forze sovrastanti, circa 200 uomini, non esitò ad accettare battaglia e combattere con i suoi 20 compagni. Prima di morire chiese di essere ucciso come un soldato ma fu invece ammazzato a sciabolate.[5] Dopo la sua morte certa[non chiaro] storiografia risorgimentale bollò subito il sergente come un semplice "brigante", quindi anche come un "criminale"[senza fonte]. Attualmente, invece, la sua figura è rivalutata da molti ambienti neo-borbonici che lo definiscono "patriota" del Sud. Certamente, al di là di questi giudizi parziali, alcune testimonianze aiutano a descrivere la sua complessa figura. Il de Poli, per esempio, ci riferisce l'attaccamento del popolo verso il sergente (considerato dalla gente del luogo come un eroe):

« Tutti gli abitanti del paese vollero contemplare un'ultima volta questi resti irriconoscibili dell'eroico patriota; si veniva là come ad un pellegrinaggio santificato dal martirio; gli uomini si scoprivano il capo, le donne si inginocchiavano, quasi tutti piangevano. Mai un'accusa si levava contro la memoria del morto, mai un grido di riprovazione fu inteso; egli portava nella tomba il rimpianto e l'ammirazione dei suoi compatrioti[6] »

Contrariarmente a quanto afferma una certa storiografia marxista sui briganti[senza fonte], la sua lotta contro il Regno di Italia fu dovuta non solamente al popolo ma anche al Re e alla religione[senza fonte]. Significativo è il giuramento ritrovato sul suo corpo dopo la sua morte:

« Promettiamo e giuriamo

di sempre difendere con l'effusione del sangue Iddio, il sommo pontefice Pio IX, Francesco II, re del regno delle Due Sicilie, ed il comandante della nostra colonna degnamente affidatagli e dipendere da qualunque suo ordine, sempre pel bene dei soprannominati articoli; così Iddio ci aiuterà e ci assisterà sempre a combattere contro i ribelli della santa Chiesa.

Promettiamo e giuriamo ancora

di difendere gli stendardi del nostro re Francesco II a tutto sangue, e con questo di farli scrupolosamente rispettare ed osservare da tutti quei comuni i quali sono subornati dal partito liberale.

Promettiamo e giuriamo inoltre

di non mai appartenere a qualsivoglia setta contro il voto unanimemente da noi giurato, anche con la pena della morte che da noi affermativamente si è stabilita.

Promettiamo e giuriamo

che durante il tempo della nostra dimora sotto il comando del prelodato nostro comandante distruggere il partito dei nostri contrari i quali hanno abbracciato le bandiere tricolorate sempre abbattendole con quel zelo ed attaccamento che l'umanità dell'intiera nostra colonna ha sopra espresso, come abbiamo dimostrato e dimostreremo tuttavia sempre con le armi alla mano, e star pronto sempre a qualunque difesa per il legittimo nostro re Francesco II.

Promettiarno e giuriamo

di non appartenere giammai per essere ammesso ad altre nostre colonne del nostro partito medesimo, sempre senza il permesso dell'anzidetto nostro comandante per effettuarsi un tal passaggio.

Il presente atto di giuramento

si è da noi stabilito volontariamente a conoscenza dell'intera nostra colonna tutta e per vedersi più abbattuta la nostra santa Chiesa cattolica romana, della difesa del sommo pontefice e del legittimo nostro re.

Così abbracciare tosto qualunque morte per quanto sopra si è stabilito col presente atto di giuramento[7] »

Oltre al giuramento sul suo corpo si trovarono delle preghiere a Dio e alla Vergine Maria.

Curiosità[modifica | modifica wikitesto]

  • Trovato morto, la gente di Gioia del Colle non voleva credere alla sua uccisione. Una leggenda popolare, infatti, raccontava che il corpo non fosse il suo, essendo il sergente Romano per il popolo immortale grazie ad una medaglietta che aveva ricevuto in dono da Pio IX.[8]
  • Anche suo fratello, Vito Romano, fu patriota, arruolatosi nella legione del fratello a soli 17 anni.
  • Il 24 aprile 2010 gli è stata dedicata una strada a Villa Castelli.
  • Ogni anno nel giorno della sua morte si celebra presso il luogo dello scontro un evento che per molti meridionalisti è occasione per ricordare quanto avvenne a seguito dell'unità d'Italia.[9]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Francesco Mario Agnoli, Dossier Brigantaggio, Controcorrente, pg.248
  2. ^ Ettore Cinnella, Carmine Crocco. Un brigante nella grande storia, Della Porta, 2010, p.148
  3. ^ Alla fidanzata scriveva alcune lettere, in una di queste diceva a Lauretta che lui aspirava solamente a formarsi una famiglia con lei, vivendo così da buon cristiano, "non appena sentiremo la novella di essere nel trono il nostro Re"[senza fonte].
  4. ^ Antonio Pagano, Due Sicilie: 1830-1880, Capone, 2002, p.216
  5. ^ Gigi di Fiore, Controstoria dell'Unità di Italia, Rizzoli, pg.205
  6. ^ Oscar de Poli, De Naples a Palerme, Parigi, 1865.
  7. ^ Marco Monnier, Notizie documenti sul brigantaggio nelle province napoletane, Barbero, Firenze 1862, pp. 73-74
  8. ^ G. Buratti, Carlo Antonio Castaldi, Editoriale Jaka Book, Milano 1989, pg. 23
  9. ^ Articolo sulla cerimonia.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Antonio Lucarelli, Il sergente Romano: notizie e documenti riguardanti la reazione e il brigantaggio pugliese del 1860, Soc. Tip. Pugliese, Bari 1922.
  • Antonio Lucarelli, Il brigantaggio politico nelle Puglie dopo il 1860. Il sergente Romano, Laterza, Bari 1946.
  • Mario Guagnano, Il sergente Romano. Pagine di brigantaggio politico in Puglia, Stampasud, Mottola 1993.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]