Mos maiorum

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Il mos maiorum (dal latino mōs maiōrum, letteralmente «costume degli antenati») è il nucleo della morale tradizionale della civiltà romana.[1] Per una società patriarcale come quella romana le tradizioni sono il fondamento dell'etica; esse comprendono innanzitutto il senso civico, la pietas, il valore militare, l'austerità dei comportamenti e il rispetto delle leggi. Il mos maiorum, fondendosi all'insieme di valori acquisiti in seguito all'ellenizzazione della cultura latina, darà vita alla humanitas.

Il termine mos (al plurale, più comune, mores) viene tradotto comunemente, ma in maniera riduttiva, con "costumi". In realtà il termine latino è molto più ricco semanticamente e ha valore insieme ideale e pragmatico, in quanto comprende il sistema di valori di un singolo individuo o di una società e, contemporaneamente, la prassi che coerentemente ne deriva. Da mos deriva l'italiano "morale".

Il termine mores era già usato nel periodo protostorico dalle tribù stanziate nel territorio laziale, in riferimento a usi di tipo magico-religioso. Ne dà una definizione Sesto Pompeo Festo:[2]

(LA)
« Mos est institutum patrium, id est memoria veterum pertinens maxime ad religiones caerimoniasque antiquorum. »
(IT)
« Il costume è l'usanza dei padri, ossia la memoria degli antichi relativa soprattutto a riti e cerimonie dell'antichità. »

Dal periodo regio, all'età imperiale vengono a identificarsi con una tavola di valori di esempio per la comunità.

Mores come costumi-usanze[modifica | modifica sorgente]

I mores sono dei precetti normativi accettati da tutta la comunità poiché investiti di un'auctoritas (derivante dal fatto che venivano seguiti dai patres e in parte in quanto rivelati dai sacerdoti). Questi mores non solo sono un'usanza investita di sacralità, ma costituiscono un abbozzo di costituzione per l'intera comunità romana, obbligata a seguirli. Si riteneva, soprattutto in epoca regia, che il rispetto di questi precetti (accomunati a religiosità e magia) proteggesse dalle forze dell'occulto in quanto concorde al volere delle forze soprannaturali. I mores, pur non creando alcun obbligo reale, erano talmente impressi nel sistema istituzionale romano da mettere il singolo soggetto nelle condizioni "obbligate" di seguirli. Non si è certi, ma è possibile che i mores, una volta emanati, avessero la funzione di creare un precedente normativo.

Storia[modifica | modifica sorgente]

Protostoria: dal X secolo a.C. alla metà dell'VIII secolo a.C.[modifica | modifica sorgente]

L'area "sacra" di Sant'Omobono dove si sono svolti gli scavi e lo studio dei popoli latini risalenti a prima dell'VIII secolo a.C.
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Fondazione di Roma e Area di Sant'Omobono.

Secondo le opere storico-giuridiche di Gaio e Sesto Pomponio[3] i mores, sono usi e costumi delle tribù che si unirono e formarono Roma[4].

In questa prima fase erano solo i mores a identificarsi col diritto romano, e costituivano il modo in cui gli appartenenti alla comunità dovevano comportarsi: questi modelli di comportamento derivavano da secoli di usanze precedenti dei pagi[5]. Gli studiosi ritengono che prima dell'età regia (ovvero la fase pre-civica) i mores si basavano sul comportamento delle familiae e successivamente (a partire dalla metà del VIII secolo a.C.) anche delle gentes, nel rispetto delle forze naturali, come decidevano i sacerdoti. Questi mores furono man mano raccolti dai sacerdoti, che li tramandarono oralmente, custoditi in archivi sacerdotali segreti.

In un primo momento i mores non costituirono leggi effettive, ma (soprattutto nella Roma precivica) erano semplicemente precetti comunemente rispettati dalla comunità. Intorno al X secolo a.C. i sacerdoti raccoglievano tramite forma orale (probabilmente anche per iscritto) questi usi, tenendoli segreti. In questo periodo erano gli unici detentori delle conoscenze giuridiche, il loro compito consisteva nel rivelare questi usi al soggetto che li richiedesse (sempre segretamente) o piuttosto ad interpretarli nel modo che ritenessero più consono. Quindi consigliavano al richiedente una condotta da seguire per conseguire il proprio interesse o per difendersi correttamente da un diritto altrui. Questo perché nel diritto dell'epoca era acceso un forte moralismo, si dovevano quindi rispettare prefissati modi di parlare e di comportarsi per condurre una trattativa o semplicemente far valere un proprio diritto, metodo utilizzato sia nel periodo regio che in buona parte del repubblicano. Nell'età regia l'interpretazione fu affidata al rex e al Pontifex Maximus, sia insieme che separatamente.

Età regia[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Età regia di Roma, lex regia e rex (Roma antica).

Nessuna fonte tramanda nulla di preciso sui mores nell'età primitiva di Roma, e di come si evolsero nel tempo. Solo Sesto Pomponio[6] tramanda che, con i primi re, si sentì il bisogno di creare norme scritte tanto da generare l'atto normativo delle leges regiae. Grazie anche ad altre fonti, tra cui Plutarco, Cicerone e Sesto Pomponio, conosciamo queste norme emanate dai re con l'intervento anche o solo del Pontefice massimo. A questo punto gli storici hanno cominciato a pensare che ci fosse un profondo collegamento tra leges regiae e mores poiché anche il pontefice poteva emanarli, si ritiene dunque che alcuni di questi con qualche modifica non siano altro che costumi diventati leggi. Secondo la tradizione è in quest'epoca che si emanarono in opera scritta le leggi il primo non fu Romolo, che li emanò sempre oralmente (anche se Dionigi d'Alicarnasso[7] ci informa che alcune di esse furono rese in forma scritta per volere dello stesso Romolo), anzi la prima opera che si perde nella leggenda sarebbe il fantomatico Liber Numae di Numa Pompilio, che però non ci è pervenuto, oltre ai libri pontifici (non sappiamo se opera a parte o sezione del Liber): questo libro raccoglierebbe le norme di Romolo e quelle di Numa Pompilio ma in particolare anche i riti sacerdotali sicuramente derivanti dai mores[8]. Da quest'opera si ispirarono anche i re successivi creando nuove leges, probabilmente anche nuovi mores, in parte riprese da quelle di Numa. La tradizione successivamente ci parla anche di altre opere come il commentarius di Servio Tullio e i Libri sibillini che ricevette Tarquinio il Superbo dalla ninfa Sibilla che raccoglierebbe alcuni riti religiosi[9], tutti gli atti normativi dell'età regia sono comunque scomparsi a causa dell'incendio che colpì Roma nel 390 a.C.[10] ad opera dei Galli di Brenno. Comunque, sia le pratiche tradizionali che i rituali arcaici gettano le proprie radici nelle consuetudini collettive.

Interno della Curia, antica sede del Senato.

A un certo punto però i mores non furono più sufficienti in quanto il popolo romano richiedeva un diritto più sicuro e non incerto come attesta l'Enchiridion di Pomponio:

(LA)
« Iniquae initio civitatis nostrae populus sine lege certa, sine iure certo primum agere instituit:omniaque manu a regibus gubernabantur»
(IT)
« e certamente il popolo all’inizio della nostra città (Roma) decise di agire senza legge stabile, senza diritto stabile: tutto era governato dai re con il loro potere. »
(Sesto Pomponio, Enchiridion[11]. traduzione)

poi più avanti ci parla di leggi regie emanate dai re della tradizione:

(LA)
« Et ita lege quasdam et ipse curiatas ad populum tulit:tulerunt et sequentes reges. Quae omnes conscriptae ex stant in libro Sexti Papirii, qui fuit illis temporibus, quibus Superbus Demarati Corinthii filius ex principalibus viris. »
(IT)
« Così egli (Romolo) propose al popolo alcune leggi curiate (ovvero le leges regie secondo gli studiosi): altre ne proposero i re successivi. Tutte queste leggi si trovano scritte insieme nel libro di Sesto Papirio, che visse nella stessa epoca in cui visse il superbo figlio di Demarato di Corinto, (per citare uno) fra gli uomini più illustri. »
(Sesto Pomponio, Enchiridion[12].traduzione)

Siccome nell'età regia poteva rivelare i mores interpretati, anche il rex era a conoscenza dei mores, dall'altra anche il Pontifex Maximus contribuiva all'emanazione delle leges regiae e alcuni studiosi ritengono che alcune di queste siano in realtà mores resi in atto normativo regio o almeno in parte, di conseguenza anche questo sarebbe da ritenere un sistema di emanazione di mores (se pur indiretto), da altra parte erano sempre vigenti i mores e lo stessa legislazione del periodo precedente.

Età repubblicana (509-27 a.C.)[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Repubblica romana e Leggi delle XII tavole.

Con la cacciata dei Tarquini si concluse l'età regia e l'unico diritto ritorna a essere le rivelazioni e l'interpretazione dei soli Pontefici dei mores. Però in questo periodo che durerà circa 50 anni la plebe comincia già più a sospettare che i Pontefici interpretino solo per i loro gusti a discapito degli stessi plebei.

Nella prima metà del V secolo a.C. la plebe ormai sospettava che le interpretazioni del Pontefice Massimo fossero a favore dei Patrizi e a danno dei plebei finò a cui si giunse al punto di rottura. Alcune fonti ci raccontano tra cui Livio e Dionigi d'Alicarnasso che a partire dal 462 a.C. si creò un movimento plebeo il cui fine era un regolamento scritto che ottennero circa nel 450 a.C. grazie a un decemvirato legislativo durato due anni che aveva il compito di elaborare in massime il diritto esistente finora perciò soprattutto di mores (secondo alcuni studiosi anche tramite leges regiae che hanno fatto da memorizzazioni dei mores). Poi siccome queste non erano di facile lettura la loro interpretatio era comunque lasciata ai Pontefici tenuta ancora segreta perciò da ritenere sempre rientrante come interpretatio di mores almeno sino a quando Tiberio Coruncanio non la renderà pubblica e comincerà un'interpretazione laica creando vero e proprio diritto ovvero la creazione del Ius Civile. D'altra parte però le XII Tavole erano un'opera che non poteva riguardare e non riguardava tutti i rami del diritto perciò dove non arrivavano le XII Tavole venivano utilizzati e rivelati i mores[13]

Sempre secondo Sesto Pomponio la prima opera riguardante i mores (sempre indirettamente poiché riguarda le leges regiae) dell'età repubblicana secondo la tradizione era il ius papirianum di Sesto Papirio (secondo alcuni Gaio Papirio, Pontifex Maximus nel 509 a.C.) che era una raccolta di tutte le leges regiae dell'età regia: anche quest'opera si perde nei meandri della tradizione e non sappiamo se è esistita davvero. Il primo cinquantennio del V secolo a.C. fu caratterizzata dal regolamento dei mores in forma di massime, ma da Livio e da Dionigi d'Alicarnasso ci viene raccontato che a partire dal 462 a.C. i plebei, resosi conto che i Pontefici emanavano i mores solo in favore loro o dei patrizi, cominciarono a chiedere un'opera scritta che riassumesse l'essenza dei mores in modo tale da fermare il monopolio dei Pontefici su questi regolamenti orali, tramandati e conosciuti solo dai sacerdoti. Così con un decemvirato legislativo durato un paio d'anni (le fonti sono discordanti) nel 450 a.C. venne emanata la legge delle XII Tavole. Si trattava di una raccolta dei mores fino ad allora esistenti. Poiché l'opera risultò di difficile interpretazione, venne affidata ai pontefici, che mantennero così il monopolio interpretativo, dove le XII Tavole non contemplavano determinate norme. Tutto ciò mutò con Tiberio Coruncanio, primo pontefice plebeo: egli rivelò i rituali e come venivano emanate le XII Tavole e da qui cominciarono i primi giuristi laici. Fonti utili potevano essere anche il ius usucapionis (di Appio Claudio Cieco) e il ius Flavianum (di Gneo Flavio): il primo legis actiones riprese da archivi pontificali il secondo su rifacimento senza modifiche ma purtroppo non pervenutoci.

Il primo giurista (o, sarebbe meglio dire, vero studioso del diritto) può essere considerato Sesto Elio, diventato poi anche console, il quale nel 198 a.C. fa un'opera di analisi delle XII Tavole e dell'interpretazione pontificale oltre alle legis actiones chiamata tripartita (lat. tripertita). Anche quest'opera non ci è pervenuta, ma sicuramente poteva essere di grande aiuto per capire i collegamenti mores-XII Tavole e mores-legis actiones. I mores dovevano comunque essere ancora molto seguiti nel I secolo a.C. Il giurista Gaio Svetonio Tranquillo ci racconta di un editto di censura del 92 a.C. che pone i mores come regolamenti ai quali tutte le consuetudini (Gaio Svetonio parla di novità forse riferendosi anche alle leggi, in qualche misura) si devono adeguare; in caso contrario verranno ritenute inique.

Età imperiale (27 a.C.-395 d.C.)[modifica | modifica sorgente]

Augusto nelle vesti di pontifex maximus
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Impero romano, Pontifex Maximus e Imperatore.

Con l'avvento degli imperatori romani, è possibile che i mores siano stati decisi sempre da questi ultimi tramite le varie costituzioni che ne delineavano i limiti. Le ultime informazioni che abbiamo sui mores come regolamenti risalgono al II secolo, grazie al giurista Giuliano dal quale sappiamo che i mores dovevano essere seguiti solo se non vi erano leggi contrarie. Per i periodi successivi non ci sono informazioni, ma è da ritenere che almeno in ambito religioso pagano qualcosa sopravvisse; un esempio sarebbero i sacrifici fatti dal senato sull'altare della vittoria per buon auspicio nelle guerre, poi eliminato nel 382 per volere imperiale, vicino al 380 quando invece l'editto di Tessalonica dichiarava la religione cristiana religione di stato. Oppure ancora i riti officiati dal rex sacrorum che fu eliminato come figura istituzionale solo nel 390.

Le rivelazioni dei pontefici per quanto riguarda i mores hanno sempre minor rilevanza poiché molti settori vengono sostituiti con l'osservanza di leges, ma dall'altra parte per gli altri settori del diritto le rivelazioni dei pontefici assumono meno rilevanza anche perché molti di questi sono già conosciuti dai cittadini e veicolo sempre maggiore diventa la tradizione oltre che magari già applicati all'interno del sistema giudiziario, si pensi alla pignoris capio di cui Gaio ci informa che è una legis actio che è strutturata in alcuni punti secondo i mores . Se poi il iudex (giudice) e indeciso su una causa controversa perché magari quel negozio e regolato da mores o regole conosciute solo dai pontefici può chiedere che intervenga il Pontefice come arbitro della controversia. Dall'altra parte con l'avvento del periodo imperiale sono gli stessi imperatori a restringere gli ambiti di utilizzo di questi con le loro costituzioni e ne abbiamo informazioni dai giuristi. Prima con Gaio Svetonio Tranquillo che racconta di un editto di censura del 92 a.C., che dichiarava:

« Tutte le novità fatte contrariamente alle usanze e alle tradizioni dei nostri antenati, non devono essere considerate giuste.[14] »

Infine con Giuliano (II secolo) afferma che i mores si utilizzano solo se non vengono previste leggi in quegli ambiti. Dopo il II secolo d.C. non si trovano più informazioni ma sembrerebbe che hanno perso quasi del tutto la loro rilevanza come atto giuridico, validi ancora per qualche rito pagano (riti del Rex sacrorum, Arvali, ecc. almeno fino a Teodosio I, 390), addirittura la festività del Lupercalia sopravvisse sino al 495 o forse poco oltre.

Fonte dei mores[modifica | modifica sorgente]

All'inizio, nell'età protostorica, le fonti dei mores non erano altro che il comportamento dei patres, i quali erano i genus all'interno della loro famiglia e seguivano determinati culti ed i relativi sacerdoti, in questi gruppi parentali stanziati sulle colline dove i più anziani erano i sacerdoti. È probabile che già questi raccogliessero i culti seguiti in quell'epoca, successivamente delle gentes poi non si sa quando probabilmente prima dell'inizio dell'età regia furono raccolti dai sacerdoti che li memorizzavano e tramandati oralmente e perciò le fonti dei mores erano gli stessi sacerdoti e la loro interpretazione. In piena età regia i mores furono redatti in forma scritta o ed emanati anche dai re poi con la fine dell'età regia l'unica fonte dei mores restarono i sacerdoti con le loro rivelazioni e la tradizione.

Mores opera scritta o non scritta?[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Lex regia.

Questo è un aspetto molto dibattuto dagli studiosi romanisti, in linea generale si possono individuare tre correnti: Nella prima alcuni studiosi sulla base di alcune fonti risulta immancabilmente che i mores erano un regolamento non scritto come ci informano all'inizio delle loro opere Sesto Pomponio col Enchiridion (viene definito ius incertum) e Gaio con le sue istituzioni(parla di usi che all'inizio ogni popolazione segue). La seconda linea di pensiero invece non è d'accordo poiché afferma che è vero solo in parte infatti all'inizio probabilmente erano emanati e raccolti oralmente (anche se da alcuni ricostruzioni archeologiche risultano dei rapporti in questo periodo tra minoici, che applicavano già una loro scrittura, e latini perciò un periodo di formazione della scrittura laziale derivante da questi influssi) tra il X secolo a.C. e il IX secolo a.C., comunque almeno dal VIII secolo a.C. dalle fonti vengono menzionate numerose opere scritte relative ai mores(oltre a rilevanti correlazioni e relazioni tra greci e romani che hanno un periodo di applicazione della scrittura molto vicino a questo periodo) e alle leges regiae di cui libri pontificii, libri augurales, libri regii ecc, date da autori come Cicerone che era anche un sacerdote augurale perciò aveva libero accesso ai libri augurales (anche se alcuni storici ritengono, probabilmente sulla base del racconto di Livio che ci parla nell'Ab Urbe Condita della perdita di molti documenti riscritti successivamente dai sacerdoti a causa del sacco di Roma del 390 a.C. che queste opere siano di più recente fattura circa IV-III secolo a.C.) che talune opere o Plutarco ma ce ne sono molti altri, perciò si viene a delineare un archivio pontificale in cui vengono a essere raccolti tutti i precetti e le attività effettuate dai sacerdoti distinguendo le opere rispettivamente con libri per i primi e commentarii per i secondi. Infine c'è una terza linea di pensiero però di tipo induttivo in cui vedrebbero i sacerdoti come redattori di testi memoriali dei mores, e questi sarebbero arrivati fino a noi tramite le informazioni indirette di alcuni storici romani e greci che ci parlano delle leges regiae, le quali fortemente collegati ai mores. Ci sono idee a tal proposito che ritengono che appunto e da queste redazioni scritte che sia nata la legge delle dodici tavole. Gli studiosi ritengono che,al di là della rielaborazione degli storici antichi che sicuramente ripresero le norme nelle loro così dette citazioni testuali togliendo molti arcaismi, la struttura delle XII Tavole sia troppo complessa per venir fatta dal decemvirato legislativo ex novo da leggi non scritte e ricordate a memoria ma in realtà le stesse leges regiae e alcuni memoriali dei sacerdoti funsero da ponte tra i mores e la redazione delle XII Tavole perciò sulla base di ciò molti studiosi ritengono che sia esistito qualche documento scritto attinente ai mores (a parte i documenti attinenti alle leges regiae).

Categorie di mores[modifica | modifica sorgente]

Alcuni di questi costumi prendono vari nomi e non vengono identificati semplicemente col termini di mos, infatti esistevano:

  • i mores maiorum che identificavano i costumi più antichi o caratterizzati da maggior auctoritas dei maiorum (delle persone più influenti, migliori della romanità).
  • i mores regionis che erano quelli che erano validi solo in una precisa regione.
  • i mores sacer (nominati come lex sacra dalle fonti o anche come sacra gentiles) erano quelli relativi al culto.
  • i mores familiae (o gentes) che erano validi limitatamente a quel gruppo familiare o a quella gens, oltre che di tipo religioso come i sacra gentiles potevano essere anche di altri ambiti come comandare un dato abbigliamento o un dato culto ecc.
  • i mores iudiciorum usi che regolavano lo svolgere delle attività processuali poiché anche in quegli ambiti si rispettava un certo schema.
  • i mores militum: usi e costumi militari. Si pensi alla figura del cittadino-soldato che si divide tra le terre e la guerra e si accontenta da una parte della gloria dall'altra della semplicità.

Mores come forma di diritto (non scritto)[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Diritto romano.

Storia[modifica | modifica sorgente]

Dal X secolo a.C. alla fondazione di Roma[modifica | modifica sorgente]

Riguardo a questo periodo non abbiamo nessuna fonte di scritti coeve (probabilmente non c'era ancora la scrittura) o di autori successivi perciò per stabilire le tradizioni l'unico modo è utilizzare lo strumento archeologico con le poche informazioni dateci dagli autori. Si parla delle popolazioni stanziate nei territori dove poi verrà fondata la città di Roma e tramite i ritrovamenti funerari si cerca di dedurre costumi, tradizioni e struttura della società in quel periodo remoto.

Nella struttura familiare[modifica | modifica sorgente]

Prima di tutto secondo i corredi funerari trovati dagli scavi archeologici si ha una differenza di attività tra maschi, che si dedicano alla raccolta-coltivazione, all'attività della caccia trovandosi in una zona boschiva e infine della guerra perciò un contadino-soldato forse anticipatore del più recente cittadino-soldato istituito nel periodo romuleo, e l'attività della donna dedita alla tessitura e ai lavori domestici. In questo periodo esiste solo la struttura familiare della familia e non ancora quella della gens. Familiae sempre caratterizzate dal potere patriarcale dove il pater a potere assoluto e di decidere i riti all'interno della familia poiché genus di questa. I primi insediamenti sono di tipo strettamente familiare cioè il gruppo semi-nomade o sedentario stabilito in un colle è una famiglia o comunque unita da legami parentali. Poiché vengono rinvenuti diverse qualità di corredi funerari, cioè corredi funerari più ricchi e meno ricchi, è da ritenere possibile una differenza economica tra le varie famiglie ma non si può dire se c'erano già delle classi sociali differenti.

Nei riti religiosi[modifica | modifica sorgente]
Vestale (Roma, Palazzo Braschi)

La religione di questo periodo è identificabile mettendo a confronto le culture più primitive dei nostri giorni viene in questo caso messa in rilevanza da alcuni studiosi la popolazione malesiana che credeva nell'intervenire di forze nella vita di tutti i giorni, così sarebbe anche il popolo abitante nei colli romani e questo sarebbe provato dal fatto che alcune fonti parlano di numen o numena che sarebbero forze secondo le credenze dei popoli più antichi stanziate in questi territori che li identificherebberò non come divinità ma come forze singole ognuna delle quali ha un proprio compito e sarebbero tutte intorno a loro e interverrebero nella vita di tutti. Ogni forza ha un piccolo intervento nella realtà per esempio quella che fa muovere un fiume oppure quella della pioggia ecc, ecc. Per molte di queste ci sarebbero dei riti da osservare dai sacerdoti, i sacerdoti in questo periodo non sono altro che gli anziani del gruppo semi-nomade. Non sappiamo nulla dei riti seguiti tranne di uno usato anche in età storica ovvero il rito del Septimontium, il quale è una processione fatta da tutte le popolazioni stanziate nei colli romani o vicini che parte dal Palatino e attraversa molti colli vicini, questo dimostrerebbe la somiglianza religiosa di tutte queste popolazioni ma questo rito servirebbe anche ad augurare la pace tra le varie popolazioni e avviene l'11 dicembre. I riti in questo periodo, almeno la maggior parte utilizzano come donazione alle forze i legumi particolarmente gli scavi hanno scoperto e anche secondo quanto dice Plinio l'utilizzo nei riti della fava. Prima dell'età regia risale anche il culto di Vesta e delle vestali che dovevano custodire il fuoco di Vesta all'inizio dovevano essere solo due, la prima vestale di cui si ha notizia è la madre di Romolo Rea Silvia vestale di certo prima dell'età regia di Roma

Nei rituali funebri[modifica | modifica sorgente]

Il rituale prevedeva, nel X secolo a.C., la cremazione del corpo per un periodo prolungato su un rogo (si capisce dal fatto che sono state rinvenute ossa incenerite) dopo di che il fuoco viene spento probabilmente col latte poi le ossa vengono raccolte in un vaso chiamato ossuario collocato in un vaso più grande chiamato dolio a questo viene affiancato il corredo funerario di oggetti in miniatura che servivano nell'aldilà da ciò possiamo anche capire che credevano in un'altra vita.

Fino a circa l'830 a.C., troviamo tre tipologie di rituali differenti quello della cremazione già esposto quello in cui il vaso coi resti veniva deposto in una fossa chiamata pozzo oppure il terzo in cui veniva fatta una fossa rettangolare per metterci il cadavere supino. Il periodo successivo fino al 770 a.C., vide il rituale maggiormente in uso della fossa rettangolare col cadavere supino, alcune volte viene usata la cremazione, e il corredo è caratterizzato non più da oggetti miniaturizzati ma da oggetti veri per esempio vengono messe armi vere, collane ecc.. Successivamente fino al 730 a.C., troviamo il metodo a fossa con corredo oppure utilizzo di sarcofagi in terracotta tipo bara. Da 730 al 630 a.C., seppellimento dei morti fuori dall'abitato tranne per i bambini seppelliti vicini o sotto le capanne, posti orizzontalmente in una fossa o nel dolio.

Nella divisione del lavoro[modifica | modifica sorgente]

Il costume di questi popoli prevedeva che l'uomo andasse a fare la guerra o a coltivare o raccolta mentre la donna si occupava della tessitura e dei lavori domestici e i sacerdoti (le persone più anziane del gruppo) dei riti sacri.

Dal 754 a.C. al II secolo d.C.[modifica | modifica sorgente]

Nella vita politica[modifica | modifica sorgente]
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Cursus honorum.

La partecipazione nella vita pubblica era parte dominante della vita del cittadino maschio nella Roma antica. La vita pubblica comprendeva politica, esercito, legge e anche sacerdozio. Nella politica, il cursus honorum divenne la procedura standard di attribuzione delle cariche. l'osservanza di questo percorso veniva considerata convenzionale; comunque ci furono deviazioni dal cursus. Lucio Appuleio Saturnino e Gaio Servilio Glaucia, in associazione con Gaio Mario la sua legislazione e le elezioni, ruppe la tradizione cercando il consenso dei tribuni della plebe. Mario stesso smise di accettare la tradizione dell'élite romana. Mario non fu solo un homo novus di gran successo, ma fu eletto 7 volte console, cosa mai accaduta prima. Queste figure contrastano fortemente con la carriera di Cicerone, che seguì severamente il cursus honorum e mantenne una gran coerenza nel sostenere gli interessi dell'aristocrazia e i valori ancestrali da essa salvaguardati. Cicerone ottenne molta della sua fama dalla sua abilità di oratore, lavorando come difensore e Pubblico Ministero nelle corti.

La legge era strettamente legata al cursus honorum e alle magistracies che un cittadino poteva sperare di ottenere. I membri della classe superiore, avendo una conoscenza maggiore della legge e dell'arte oratoria (dal momento che erano consuetudini parte della loro istruzione), soddisfacevano i ruoli di prosecutore, difensore e persino giudice. Questi ruoli erano doveri tradizionali per la classe superiore, che potevano addossarsene la responsabilità. Sebbene moltissime responsabilità appartenevano alla sfera della vita civile, come era comune nell'era antica, dai romani ci si aspettava anche che servissero nell'esercito.

In ambito militare[modifica | modifica sorgente]
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi esercito romano e legione romana.

All'inizio emblematica è la figura in età arcaica del cittadino soldato che fino ai 40 anni si dedica solo a due attività coltivare la terra e guerreggiare. Successivamente i mores del militare stabiliva che i soldati cittadini venivano obbligati all'arruolamento tramite minacce riguardanti lo stato intero, ma dopo Mario entrarono in vigore i soldati professionisti, alleati dei loro generali. L'esercito romano era originariamente costituito da persone della classe superiore, poiché essi erano gli unici membri della società che potevano permettersi i costi economici delle armi ed assenze dal lavoro giornaliero. La speranza degli uomini romani era di unirsi all'esercito ed ottenere gloria a servizio dello stato, e quando non erano impegnati in battaglie o guerre, riponevano le armi e si dedicavano alla vita civile. Comunque, Gaio Mario riformò l'esercito per includere capite censi e sottomettere le truppe al suo controllo prima ancora che a quello dello stato.

Nel diritto di famiglia[modifica | modifica sorgente]
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Famiglia romana.

I mores stabilivano anche la struttura familiare cioè si limitavano a dare la potestà del pater familias sui suoi consociati nonché la struttura delle gentes, però sicuramente i mores in questo ambito si limitavano solo a dare la giusta struttura e a qualche altro regolamento che però non intaccava il potere del pater nei confronti di chi abbia un debito o un delitto su un suo consociato o lui stesso cioè i così detto formarsi del vincolo corporale poi evoluto in dare o portere sino ad arrivare a una parvenza di vincolo giuridico.

Nella tradizione religiosa[modifica | modifica sorgente]
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi religione romana.

A differenza delle moderne religioni occidentali, i Romani non divisero (cioè le assimilarono) le pratiche religiose ed il servizio allo stato. Invece i Romani mantennero l'usanza dei loro antenati Indo-Europei del lasciare il clero legato allo stato. Il Collegio dei Pontifici consisteva di diversi culti al capo del quale era nominato un sacerdote, che poteva simultaneamente essere in possesso di potere politico e / o militare. I romani avevano anche il culto regolarmente dei Penati, che erano le divinità protettrice della casa privata nel suo interno[15]. I Lari sono comuni nella religione privata romana, in aggiunta alle figure antropomorfe divine romane. Essi sono spiriti guardiani, che variano nelle loro manifestazioni a seconda dei ruoli che hanno. Come i Lari Augusti, che erano spiriti protettori dell'imperatore. Nominativi più comuni sono però i Lari compitali, che erano i guardiani degli incroci e i Lari familiari, che erano i custodi della casa. Senza dimenticare tutti gli dei pagani che poi sono stati assimilati e modificati con le varie conquiste molti dei quali per esempio hanno assunto nomi di dei greci.

Nel rapporto patronato-clientela[modifica | modifica sorgente]
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Clientelismo.

Un altro importante aspetto della tradizione romana è il rapporto tra Patronus e Cliens (patrono e cliente). Questo è il rapporto che comunemente si è verificato tra Patrizi e Plebei, dove in cambio per la tutela del Patronus (patrizio), il cliens (plebeo) offriva servizi fino a quando il debito non era stato restituito. Più tardi nella storia romana, dopo la nomina a princeps di Augusto, la maggior parte della popolazione diventò clientela dell'imperatore, finché, alla fine, non lo fecero tutti.

Mores come regolatori delle legis actiones[modifica | modifica sorgente]

I mores all'inizio essendo l'unico regolamento esistente regolavano le legis actiones più antiche ovvero legis actio sacramentum in rem, manus iniectio, pignoris capio e altre che non conosciamo dalle fonti. La legis actio sacramentum in rem doveva essere regolata solo dai mores poiché unico atto normativo, e la presa della cosa in iure davanti al giudice non doveva essere solo simbolica ma viene supposto da alcuni studiosi che nel periodo più arcaico avvenisse proprio una contesa materiale sulla cosa in un secondo momento diventata più simbolica e seguita poi da giuramento con satisdatio tutti questi aspetti dovevano essere controllati dai mores e insiti nel sistema istituzionale del tempo da cui poi nacquero le leggi. Per la manus iniectio non sappiamo bene come si svolgeva la procedura poiché non si hanno molte informazioni ma in linea di massima serviva per avere una sorta di potestas sullo schiavo o sulla moglie dicendo determinate parole e con determinati gesti come ne caso della legis actio sacramentum in rem quando l'attore pone la festuca sulla persona che rivendica come suo schiavo. Nel caso della pignoris capio che a quanto ci dice Gaio era ancora in vigore nel suo periodo e poco modificato dal periodo antico poiché ancora molti aspetti regolati dai mores anche se non ci specifica in che maniera. Oltre ciò anche la sponsio doveva essere regolato da mores anche perché nel rito viene menzionato il ius Quiritium fortemente legato ai mores.

Da questa analisi si comprende che i mores regolavano le legis actio dicendo che parole andavano dette o quali gesti fare. Questo non solo poiché così il gesto o la parola eseguita convenzionalmente dava all'atto per quel diritto validità poiché necessario e sufficiente per conseguire quel risultato come prevedeva il diritto di quel tempo ma anche (questo vale per il periodo più antico soprattutto) poiché così ci si proteggeva dall'intervento di forze occulte che sarebbero potute intervenire negativamente.

Oltre a regolare alcuni punti delle legis actionis regolava anche alcuni negozi soprattutto i più antichi come la mancipio e il trasferimento della res mancipi attraverso il rito della pesatura del bronzo grezzo poi man mano con l'evoluzione dell'istituto volto a essere solo mera apparenza poiché il costo della res si pagava con moneta. La nuncupatio secondo cui si poteva modificare gli effetti della mancipatio sembra che prima di derivare da una regola delle dodici tavole questa sia stata prima un mores poi rielaborato all'interno della stesura delle XII tavole, come la nuncupatio stessa sote ebbe l'istituto dell'usus (cioè nel senso di usucapire un bene). L'istituto del matrimonio previsto con confarreatio e molti riti di tipo religioso come i Lupercalia o gli auguri con i loro Auspici.

Mores e ius[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Diritto romano.
Ius Quiritium
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Ius Quiritium.

I mores più antichi sono strettamente correlati col ius quiritium ovvero il primo diritto romano. Di questo diritto abbiamo informazioni da Gaio, da Cicerone e da altri poiché viene nominato in alcuni negozi che hanno le loro radici nel periodo più antico come nella mancipatio. Questo diritto si incentra soprattutto nel potere familiare e dominicale e va dal VII secolo a.C. al VI secolo a.C. perciò non riguarda la branca delle obbligazioni con l'oportere che invece si è sviluppato dopo questo periodo perciò il ius quiritium e caratterizzato fondamentalmente da mores , leges regiae e foedera.

XII Tavole
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Leggi delle XII tavole.

Come sappiamo le XII Tavole sono fondamentalmente massime di mores e infatti, come dicono vari autori antichi, i relativi collegamenti sono molti, per esempio l'usucapio deriva da mores prima di diventare una regola delle tavole, oppure la traditio molto antico anche questo e poi trasformato in legge tabulara, oppure ancora la mancipatio e molti altri.

Ius civile
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Ius civile.

Il ius civile essendo la risultante del lavoro ragionato dei giuristi sulle dodici tavole e solo un'evoluzione ulteriore delle dodici tavole ma anche qua troviamo delle analogie con i mores per esempio il rapporto tra patronus (o gens) e cliens e il l'obsequum del cliens nei confronti del patronus, ma oltre che nel diritto positivo molti collegamenti vi sono anche nel diritto processuale derivante sempre dalle XII Tavole e trasformate con lo ius civile in formule: l'actio sacramentum in rem, l'agere per sponsionem o la manus iniectio, ecc.

Ius gentium
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Ius gentium.

Per il ius gentium invece bisogna fare un discorso più complesso poiché riprende oltre a istituti di varie popolazioni anche istituti romani assimilandoli insieme. La risultante è che vengono per esempio ripresi sempre la traditio e la sponseo stipulatio tutte due derivanti da mores. In questo tipo di ius viene ripreso anche la fides valore romano sin ad antico derivante da mores con cui si basano nel ius gentium soprattutto i commerci tra diverse popolazioni.

Ius honorarium
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Ius honorarium.

Per il ius honorarium non abbiamo invece nessun collegamento diretto poiché nasce dalla iurisditio e dall imperium del pretore ma man mano quando si stabilizza riprende istituti dal ius civile modificandoli dall'altra però riprende anche principi del mos maiorum e della consuetudine internazionale nel commercio un esempio è nel caso attore e convenuto abbiano stretto un negozio secondo la fides del mos maiorum e della consuetudine internazionale e il pretore per far rispettare tale fides concede al convenuto un exceptio doli. Un altro ancora è la concessione di exceptio per non aver rispettato una promessa con sponseo tipico istituto antico risalente ai mores perciò vediamo che in certi ambiti sono correlati e che il ius honorarium cerca dei rimedi efficaci a osservare alcuni istituti derivanti dai mores.

Il titolare dei diritti derivanti dai mores[modifica | modifica sorgente]

I titolari di diritti derivanti da mores erano veramente pochi soprattutto nel periodo più antico. Infatti in questo periodo sicuramente in linea di massima potevano essere solo chi poteva essere titolare di situazioni giuridiche soggettive ovvero i patres familiae: poi questi potevano essere sposati dunque i mariti (con la manus sulla moglie) o avere un cliens cioè il patronus, oppure il patres nei confronti dei consociati della familia gli alieni iuris, oppure militari: per esempio i celeres che dovevano fare dei riti, oppure i sacerdoti ecc. Sempre in antico quelli che non potevano essere titolari di diritti erano certamente quelli che non potevano essere titolari i situazioni giuridiche ovvero chi non aveva tre requisiti: la libertà, la cittadinanza romana, la potestà su persone alieni iuris cioè lo status di pater familias. Nel periodo preclassico e classico però la situazione cominciò a mutare con la potestà del pater che diventa sempre meno patrimoniale e il crearsi della distinzione tra situazioni da tutelare e interessi forse anche i filii familia poterono essere titolari di diritti derivanti da mores.

Sanzioni in caso di non osservanza dei mores[modifica | modifica sorgente]

La non osservanza dei mores da parte di un soggetto prevedeva diverse conseguenze. Vi è da aggiungere che qualsiasi decisione sottoposta ai valori contenuti nei mores generava un precedente giudiziario. Nel periodo pre-civico e regio, era la stessa comunità che garantiva l'osservanza di riti: così se un soggetto (pater familias) doveva chiedere il tributo a un altro soggetto da cui avesse ricevuto un danno, egli era messo in grado di ottenerlo dalla stessa comunità (per es. il colpevole di un delitto non poteva porre resistenza ed opporsi all'eventuale pena, poiché la stessa comunità gli impediva di agire). Poiché i mores venivano definiti come espressione corretta di vedere la vita secondo gli antichi, si deve ritenere possibile che per i mores, soprattutto quelli investiti di una maggior auctoritas, dovessero esserci conseguenze simili all'infamia, all'ignominia o anche la pena capitale verso il trasgressore. Se invece il mos riguardava l'usufrutto di un diritto o il porre in essere di un negozio, questo non era considerato valido (anche se c'era un semplice errore di gesti o parole: per es. Gaio ci dice come nel caso di un soggetto che dicesse vites invece di arbores come previsto, anche questo semplice errore recasse nullità al negozio). Quando il mos riguardava determinate azioni criminali come l'omicidio o l'adulterio, il reo nella maggior parte dei casi andava incontro a una pena di tipo religioso-pagano, come l'essere sacrificato a una divinità (sacertà), il supplicium more maiorum, o la poena cullei, oppure era soggetto al vincolo corporale del danneggiato (o per meglio dire di chi ne avesse avuto il diritto, ovvero il pater familias), poi evoluto nell'oportere. Anche azioni come attirare il malocchio su qualcuno, se in un primo tempo non veniva sanzionato, nel periodo delle XII Tabulae venivano colpite da pesanti sanzioni ("Qui malum carmen incantassit...", Tabula VIII).

Differenza tra mos e consuetudo[modifica | modifica sorgente]

Negli studi sul diritto romano fino al XX secolo, generalmente i termini mos e consuetudo vengono considerati sinonimi, e in realtà anche alcune fonti di epoca romana si comportano allo stesso modo. Recentemente però gli storici, sulla traccia di altre fonti, tendono a non associare i due termini insieme e a individuare invece una differenza, lieve ma non del tutto trascurabile. I mores infatti sono usi e costumi (e per certi versi anche consuetudini) conseguiti per ottenere il bene dell'intera comunità e caratterizzati prima da elementi magico-pagani poi dall'intervento sacerdotale: i sacerdoti, con le rivelazioni dei mores, conferirono a questi il classico carattere giuridico-religioso. Le consuetudines invece sono usi e costumi che il popolo segue passivamente come abitudine non caratterizzate da nessun intervento di memorizzazione sacerdotale: si tratta di atteggiamenti non derivanti da usi antichi ma di più recente fattura dove manca la componente religiosa e intervento sacerdotale.

I mores come valori della romanità[modifica | modifica sorgente]

Se da una parte abbiamo i mores che identificano i costumi e usanze dall'altra i mores divengono strumenti portatori di valori. In questo frangente i mores assumono una caratteristica di ideologia, soprattutto nell'età imperiale, cioè rappresentano in senso ampio non più dei singoli costumi da seguire ma vengono visti nel loro complesso come rappresentanti di virtù che si devono avere per far del bene alla comunità romana. A questo proposito si affermava che il fondamento dei mores maiorum fosse basato su cinque virtù fondamentali appunto:

  1. Fides: la fedeltà, la lealtà, la fede, la fiducia e reciprocità tra i cittadini
  2. Pietas: la pietà, la devozione, il patriottismo, il dazio
  3. Majestas: sensazione di superiorità di appartenenza a un popolo eletto, Majestys
  4. Virtus: qualità peculiari dei cittadini romani, il coraggio, l'attività politica e militare
  5. Gravitas: tutte le regole di condotta del romano tradizionale rispetto per la tradizione, la serietà, la dignità, l'autorità, anche se ci furono plurimi valori scaturiti dai "mores".

Storia[modifica | modifica sorgente]

Età regia[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Età regia di Roma.

Già dall'età regia si ritenevano importanti alcuni valori, non ne abbiamo informazioni scritte che indicano in che maniera ma sappiamo che già Numa Pompilio fece un piccolo tempio in onore della fides divinizzata sicuramente anche altri ebbero la stessa sorte soprattutto quelli ritenuti fondamentali.

Età repubblicana[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Repubblica romana.

Prima del terzo secolo non abbiamo nessun documento che ci parla dei valori morali romani però quasi certamente ce ne sono stati anche in questo periodo oltre a qualche opera o luogo di culto in loro onore. In tutto il periodo repubblicano si denota anche uno sfarzo maggiore dei templi in loro onore rispetto all'età regia. Come vedremo ci sono però innumerevoli autori che nei secoli successivi dedicheranno chi più chi meno le loro opere vediamone qualcuno e la loro evoluzione nel tempo:

La figura di Appio Claudio Cieco per i valori non è tanto importante per le opere che ha fatto poiché non abbiamo notizie di opere che riguardano i valori romani, quanto invece di come visse, anche se le sue imprese sono forse in parte leggendarie, ovvero come il buon cittadino romano preso ad esempio anche dai successori infatti fu grande parlatore ovvero abilissimo nell'attività oratoria e retorica rientrante appunto nell'otium del bonus civis. Da non scordare anche le sue Sententiae. Viene considerato un pre-Catone ovvero anticipatore su molti aspetti della figura di Catone il Censore.

Nevio (III secolo a.C.) nelle sue opere fa trasparire l'ideologia eroica; nelle sue cothurnatae trasaiono alcuni valori riguardanti la guerra e i soldati. In vari frammenti del Bellum Poenicum traspaiono valori come la virtus, la gloria, l'onore del soldato:

(LA)
« seseque ei perire mavolunt ibidem quam cum stupro redire ad suos popularis»
(IT)
« ed essi preferiscono morire lì sul posto piuttosto che tornare con vergogna presso i concittadini. »
(Gneo Nevio[16].)

È la prima opera a noi pervenuta che ci parla dei valori della romanità; qui si sofferma sul guerriero romano. Non sappiamo se prima venivano messi in rilevanza i valori romani ma da qui partirà l'evoluzione di questi in relazione al mos maiorum.

Successivamente compare nella scena Ennio che nella sua opera degli Annales come nella sua opera epica oltre che di gesta di eroi si parla anche di valori valore verso l'ideologia aristocratica e celebrano la storia di Roma che è stata possibile e è tuttora grazie alla virtus di singoli individui: grandi n mores come uso e costume e il nobili e magistrati che hanno portato prosperità a Roma come Quinto Massimo. La descrizione di questi valori descritti da Ennio viene alla luce grazie a ritratti di condottieri e uomini di potere in un verso afferma persino:

(LA)
« Moribus antiquis res stat Romana virisque»
(IT)
« Lo stato Romano si fonda sugli antichi costumi e sui grandi uomini. »
(Quinto Ennio[17].)

In questo pezzo possiamo notare la coesione e il collegamento tra gli antichi costumi, ovvero i mores come uso e costume e i mores come portatori di valori della romanità antica che secondo Ennio sono questi i perni di Roma

In questo periodo però qualcosa cambia, il successivo autore di cui abbiamo notizia ci parla però di valori ellenici è Tito Maccio Plauto il quale però è importante poiché una sorta di maestro di Terenzio a cui fa da mediatore di Plauto Cecilio Stazio. Infatti Terenzio come il maestro si ispira nelle sue opere teatrali a valori ellenici sulla riga del maestro però in questo caso lui aggiunge anche delle morali (oltre al fatto di inserirci istituti tipicamente romani e valori tipicamente romani come l 'Urbanitas) cosa che invece Plauto non faceva, grazie appunto a questi tre autori oltre al Circolo degli Scipioni la cultura greca con la sua etica e i suoi modelli faranno da mediatori per la penetrazione della cultura ellenica in quella romana e anche grazie a Pacuvio, Accio i poetae novi e la satira di Lucilio fino a Lucrezio nel I secolo a.C. che fa conoscere la dottrina epicurea alla plebe. Di non meno scarsa importanza è Catullo e i suoi carmen caratterizzati dalla ricerca dell'amore e della voluptas sottraendosi ai doveri e agli interessi propri del civis romano e dove assumono importanza i sentimenti personali e non l'interesse e il benessere della collettività. Un'altra figura sulla scia di Catullo è anche Properzio insieme ad altri rifiuta il mos maiorum e i valori della civitas preferendo un'esistenza dedicata all'amore utilizzando l'elegia.

Ritratto senile di cui è stato proposto Marco Porcio Catone come modello.

Il punto di svolta ha inizio quando i romani vennero a maggior contatto e conquistarono i territori della penisola ellenica. Roma fu sempre influenzata, anche se limitatamente, dalla cultura greca durante il suo sviluppo, ma quando vennero a contatto con la loro cultura, gli studiosi romani impararono nuove materie di conoscenza come la dialettica, la filosofia, la logica e queste furono applicate al diritto, un diritto che ormai, grazie all'influenza greca, si stava man mano trasformando da tradizionalista, con i riti e costumi romani, a ragionato e pratico: la nascita dei vari ius civile, ius gentium, ius honorarium nati dallo studio dei giuristi e dai loro pareri sui casi concreti da cui scaturisce del diritto più pratico e lontano dai tradizionalismi. A questo ambiente ellenizzante, si oppone la figura di Catone il censore il quale dal 184 a.C. si presenta come campione delle antiche virtù romane contro il degenerare dei costumi e le manie di protagonismo ispirate dal pensiero greco[18]. Catone, a favore dei valori antichi romani, farà anche varie opere che ne esalteranno le caratteristiche: il De agri cultura in cui si danno dei precetti per il giusto comportamento di un proprietario terriero (pater familias) da una parte come attività sicura mentre dall'altra l'attività di soldato cioè espone le caratteristiche che doveva avere un buon cittadino-soldato che si doveva basare su virtù come la parsimonia, duttilità e industria valori tipici anche della precettistica dei mores maiorum nel tempo successivo, il Praecepta ad filium:

(LA)
« Vir bonus, Marce fili, colendi peritus, cuius ferramenta splendent»
(IT)
« Uomo buono, Marco figlio mio, è l'esperto agricoltore i cui arnesi splendono. »
(Catone il censore[19].)
(LA)
« Orator est, Marce fili, vir bonus dicendi peritus»
(IT)
« L'Oratore è, Marco, figlio mio, un gentiluomo esperto nel parlare. »
(Catone il censore[20].)

il Carmen de moribus a noi non pervenuto ma ci sono pervenuti solo due frammenti dal Noctes atticae di Gellio:

(LA)
« "Vestiri" inquit "in foro honeste mos erat, domi quod satis erat. Equos carius quam coquos emebant. Poeticae artis honos non erat. Si quis in ea re studebat aut sese ad convivia adplicabat, "crassator" vocabatur"»
(IT)
« Dice: nel foro era costume vestirsi in modo decoroso, in casa (vestirsi) quanto bastava. Compravano i cavalli a prezzo più caro dei cuochi. Non c'era onore nel fare poesia e se qualcuno vi si applicava (alla poesia) o partecipava assiduamente ai banchetti era chiamato parassita »
(Catone il censore[21].)
(LA)
« Illa quoque ex eodem libro praeclarae veritatis sententia est: "Nam vita" inquit "humana prope uti ferrum est. Si exerceas, conteritur; si non exerceas, tamen robigo interficit. Item homines exercendo videmus conteri; si nihil exerceas, inertia atque torpedo plus detrimenti facit quam exercitio"»
(IT)
« Dallo stesso libro si trae anche quella sentenza di chiarissima verità :"Infatti la vita umana è quasi come il ferro. Se la eserciti. Se non la eserciti, tuttavia, la ruggine la distrugge. Parimenti vediamo uomini consumarsi esercitandole »
(Catone il censore[21].)

In queste opere l'obbiettivo di Catone risulta essere la lotta contro il Circolo degli Scipioni, non tanto per combattere contro la cultura greca in se stessa ma vuole andare contro i suoi elementi illuministici di critica e di pensiero sui valori, infatti per Catone le due culture Romana e Greca possono coesistere ma la prima non deve far corrodere le sue basi etico-sociali costituite dai mores dall'azione di critica della seconda. Anche se man mano inevitabilmente la cultura greca scorrerà in quella romana.

Nei pochi frammenti arrivatici dell'opera satira di Lucilio traspare la sua tecnica di satira e di lameto nei confronti della politica e delle condizioni sociali (anche se in parte fu influenzato dalla corrente ellenica) del suo tempo ma non solo, dai frammenti pervenutici ci parla anche di un valore importante l'Urbanitas (il bon ton)

Figura emblematica sulla scia di Catone e di Panezio (da cui riprende molti pensieri) è quella di Marco Tullio Cicerone che tramite le sue orazioni e opere filosofiche vuole dare una base ideale, etica politica ripresa dalla tradizione dei mos maiorum alla classe dominante però anche facendo assorbire la cultura greca senza eliminare valori fondamentali romani come l'otium e lhumanitas. Tra le opere più significative che vanno verso questa linea di pensiero ci sono il De oratore, qualche sentenziae del Pro Sestio. lhumanitas si classificava come codice di buone maniere oltre ciò Cicerone andava contro l'epicureismo cioè il disinteresse per la politica cosa che Cicerone non poteva sopportare poiché un uomo romano si deve interessare alla politica e alla vita pubblica. Cicerone nella sua opera Cato maior idealizza Catone come simbolo della vecchiaia (visto come valore) dall'altra con l'opera Laelius parla del suo amico Lelio e dei fondamenti dell'amicizia (come valore). Poi c'è il De officiis si basa sullo stoicismo di Panezio per formulare una morale contro il disimpegno politico dell'epicureismo e ci illustra valori come lhonestum, lutile, la beneficentia, la magnitudo animi, il decorum e il galateo.

Anche Varrone si occupa dei costumi e si rende conto come i suoi predecessori della loro decadenza e ne parla nelle Saturae Menippeae (opera satirica) emblematica è il Sexagensis che racconta di un ragazzo che addormentatosi si risveglia dopo sessant'anni e si accorge che Roma è cambiata in peggio.

In seguito Cornelio Nepote fa un'opera sull'argomento dei valori romani nel suo caso però col De viris illustribus in cui si sofferma sui caratteri originali di Roma antica e la sua tradizione e i valori mettendoli però a confronto con altre tradizioni di altri popoli facendo un'analisi sui popoli di cui parla che si distinguono tutti dagli altri con i loro maiorum istituta però senza criticare come invece fanno Catone o Cicerone.

Sallustio con le sue opere come il Bellum Catilinae, raccontò di vari personaggi del periodo catilineo tra cui Catone e Cesare messi a confronto e ai cui personaggi appiopperà dei valori ben precise (non senza modificare la realtà di alcuni fatti): un Catone caratterizzato da integritas, severitas, innocentia e magnitudo animi, un Cesare con munificentia, misericordia e anche lui con magnitudo animi affermando che tutti e due erano importanti e positivi per lo stato romano. Tramite queste opere-ritratto esporrà i valori tipici che secondo lui caratterizzavano alcuni personaggi della storia. Oltre ciò fa anche una riflessione sul dilagare del malcostume che secondo lui è dovuto a lotte continue tra le varie fazioni.

Riguardo a Gaio Giulio Cesare importanti per il mos maiorum e la sua analisi sono le opere del De bello Gallico, in cui si racconta la sua campagna militare in Gallia però non si sofferma a semplice cronaca di guerra ma analizza il mos gallicus e la struttura politica gallica con a capo la figura dei druidi. Questa opera ci fa capire che la struttura politica-giuridica della Roma più antica con i suoi sacerdoti e il collegio dei Pontefici non era molto dissimile da quella gallica. Nel De bello civili oltre alla guerra civile si sofferma su valori come la pax e la clementia. Ma la vera svolta nei suoi commentarii e l'esaltazione dell'onore e del valore dei soldati elogio che si configura come prima promozione propagandistica dei valori della romanità come faranno poi Augusto e Marco Aurelio e non semplicemente di studio filosofico o protesta contro la decadenza dei costumi avvenuta sino ad allora.

Età alto-imperiale[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Alto impero romano.

Nel passaggio dalla Repubblica al principato, centrali furono le figure di Augusto e Mecenate e la loro attività propagandistica dei valori romani come unione della comunità e l'osservanza dei quali era utile per il benessere della collettività. Viene instaurandosi un tentativo di ripristino degli antichi valori dopo la continua crisi e la loro inosservanza nel periodo precedente dovuta al dilagare della crisi in tutti gli ambiti e in tutto l'impero. I più grandi poeti anche se legati a Mecenate non si sentono veramente obbligati a far risplendere i valori romani nelle loro opere poiché li sentono importanti anche loro e le loro idee coincidono con quelle propagandistiche di Augusto. Ma vediamo come rispondono a questa richiesta di propaganda i vari autori:

E se Teocrito mette in risalto il mondo pastorale nella sua semplicità con la sua poesia, Virgilio li imita ma lo fa anche suo nella prima giovinezza e il risultato che ne ottiene sono le Bucoliche. Più avanti farà un'opera le Georgiche che sembrano ispirate da un programma augusteo di ripristino del mondo agricolo (a causa della crisi) che però non ne risulta traccia, invece si coglie il collegamento tra Virgilio e la propaganda deologica augustea dove vengono esaltate le tradizioni nazionali dell'Italia contadina e guerriera che ha come clima la guerra contro Antonio dove Virgilio persegue il mito nazionale dell'unità italica, per la tradizione oltre che per divinizzare il princeps viene fatta anche l'opera dell'Eneide.

Orazio a differenza degli altri autori decide di analizzare tramite la satira i vizi invece dei valori. Vizi come gli eccessi, la stoltezza, l'ambizione, l'avidità, l'incostanza il tutto volto non a cambiare il mondo ma soltanto di trovare una soluzione alla crisi che pochi possono percorrere. Man mano però la sua voce satirica viene meno a causa delle dure critiche che gli vengono affibbiate.

Al tempo di Nerone, fu Seneca ad illustrarci nelle sue opere valori come la beneficentia e la clementia nelle opere del de beneficiis e il de clementia: Nel primo ci illustra il rapporto tra benefattore e beneficiato, nel secondo illustra a Nerone come si comporta un buon imperatore che deve avere come valore massimo la clementia. Lui credeva che con la sua filosofia un imperatore guidato bene poteva diventare un buon imperatore forse era questa la sua risposta alla crisi.

In epoca flavia, stanco della realtà corrotta di Roma e delle false virtù ostentate ma non praticate, Giovenale tramite la sua satira prende di mira personaggi della sua epoca denunciandone la corruzione; scrive anche che vorrebbe che Roma ritornasse agli albori pastorali, che secondo lui sono il periodo migliore della vita della città.

Tramite le opere di Stazio, gli imperatori dell'età Flavia vogliono esercitare un controllo sulla cultura come in realtà cerco di fare anche Nerone e tentare un programma di restaurazione civile e morale. Stazio con le Silvae e la sua retorica fatta con celeritas analizza i valori tipici di quel periodo imperiale. Tra i valori menziona la simplicitas già menzionata da Ovidio nelle Epistulae ancor prima da Seneca poi riprende alcune idee di Cicerone ma sarà utilizzata anche da autori successivi quali Plinio il Giovane e Marziale.

Una figura un po' a parte e Quintiliano il quale vede una Roma completamente allo sbando e la crisi dell'eloquenza. Le sue opere si soffermano sulle virtù e i valori che devono avere un buon insegnante e un buon Oratore analizzando in modo preciso l'arte retorica e i rimedi per uscire dalla crisi e corruzione dell'oratoria e dell'eloquenza.

Più tardi anche con Tacito conosciamo i valori un esempio è l'opera De vita et moribus Iulii Agricolae dove esalta il suocero Giulio Agricola per la conquista della Britannia e in quest'operà ci parla proprio della virtù guerriera: la virtus. Ma non solo esalta la figura del suocero anche quando era sotto un brutto imperatore come Domiziano dove esalta la sua fedeltà, moderazione e operosità.

Quando ormai sembra che l'influenza alessandrina abbia avuto la meglio sulla cultura romana e la tradizione ecco che però abbiamo un'opera di eulogia (di solito usata per esaltare i valori greci tranne nel caso di Giovenale) abbiamo un'esaltazione delle Gesta di Augusto però sotto la spinta descrittiva della tradizione romana e non ellenica.

Al tempo dell'imperatore Marco Aurelio e tra gli imperatori propagandisti degli antichi valori romani. A differenza degli altri però lui non si limita semplicemente a propagandarlo tramite gli intellettuali dell'epoca nelle loro opere ma afferma la sua convinzione anche nella sua opera senile "Ricordi o Colloqui con se stesso" dove espone anche secondo lui quali sono gli autentici valori della romanità.Sono a tal proposito illuminanti le parole dell’imperatore Marco Aurelio:

« Pensa in ogni momento che sei un romano ed un uomo e che devi eseguire ciò che hai tra le mani con dignità coscienziosa e sincera, con benevolenza e libertà e giustizia. »

Traspaiono qui gli antichi ideali romani della virtus, della gravitas e della iustitia. Marco Aurelio sentiva il dovere di mettere tutte le sue energie al servizio del tutto, di subordinare ogni suo sentimento ed azione all’interesse del tutto.

Crisi del III secolo ed età tardo-imperiale, fino a Giustiniano[modifica | modifica sorgente]

Edizione del Digesta (XVI secolo), parte del Corpus Iuris Civilis di Giustiniano I.
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Crisi del III secolo, tardo impero romano e Cristianesimo.

Aulo Gellio con le sue Noctes Atticae è un osservatore attento e scrupoloso dei periodi precedenti e soprattutto del loro pensiero anche in quest'opera troviamo valori tipici romani ripresi da altri autori più antichi Aulo Gellio li riprende e li fa propri esaltando alcune personalità del passato e le loro idee. Un altro, uno degli ultimi, è lo storico Eutropio questo è uno degli ultimi innovatori della cultura dei valori e della morale romana col suo compendio il Breviarium ab Urbe condita sotto la scia di storici precedenti traspare nostalgia per il passato e per la vita pastorale e il grande periodo monarchico.

Dal I secolo viene a diffondersi lentamente la religione cristiana che viene combattuta dagli imperatori assiduamente poiché i cristiani non riconoscono come dio la figura dell'imperatore e vengono perseguiti sino alla fine del III secolo. Ma all'inizio del IV secolo ecco che il Cristianesimo si fa largo nella cultura romana, con la crisi religiosa il cristianesimo molto lentamente ma inesorabilmente sostituisce il paganesimo nonostante le continue lotte da parte dei rappresentanti di quest'ultimo. L'influenza del Cristianesimo nella cultura romana e anche più forte rispetto a la cultura ellenica lentamente cambiano i modi di pensare gli antichi valori romani vengono sostituiti lentamente dai valori Cristiani di libertà e uguaglianza di soggetti considerati fratelli gli uni con gli altri nel gioco della vita. Con i vari editti prima il cristianesimo viene permesso (Editto di Milano) poi diventa unica religione di Stato e qualificata cattolica (Editto di Tessalonica), perciò la stessa concezione della vita cambia rispetto ai valori della tradizione. Questi però vengono comunque ricordati negli scritti come parte di una cultura.

Come detto i valori della romanità sono soppiantati da quelli del cristianesimo comunque sia al tempo di Giustiniano I esso stabilisce uno studio dei Giuristi classici e una raccoltà delle loro idee e di conseguenza anche dei valori in cui credevano e il caso dell'opera del Digesto.

Valori fondamentali della romanità nei mores maiorum[modifica | modifica sorgente]

Tutti gli aspetti della vita, compresi i vari ambiti del diritto pubblico e privato, sono stati immensamente influenzato dal costume che era formato nel corso dei secoli. Alcuni dei componenti meritano una particolare attenzione a causa della loro importanza nel quadro della maggior mores maiorum. Queste componenti della tradizione erano una classe di valori che distinguevano il vir bonus (il buon cittadino romano) dagli altri, e alcuni di questi cominciarono ad assumere una tale importanza nella cultura romana che vengono divinizzati e resi antropomorfi o sotto forma di oggetti o animali, vediamoli uno a uno:

Fides[modifica | modifica sorgente]

Eliogabalo: Antoniniano[22]
ELAGABALUS RIC IV 345-757146.jpg
IMP CAES M AUR ANTONINUS AVG, busto di Eliogabalo rivolto verso destra laureato, busto con drappeggio; La dea Fides tra due stendardi dell'esercito romano e la legenda Fides EXERCITVS ("lealtà dell'esercito").
29 mm, 24.45 g, 12 h; coniato nel 219.
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Fides.

La parola latina fides ha molti significati; comunque, questi significati sono tutti basati su principi simili: verità, fede, onestà ed affidabilità. Esso può essere visto in uso con altre parole per creare termini come bonae fidei ( "in buona fede") o fidem habere ( "per essere credibili", o più letteralmente "avere fiducia"). Nel diritto romano, il concetto di fides rivestì un ruolo importante. Come in tutte le culture antiche, i contratti verbali erano molto comuni nella vita quotidiana romana, e così la buona fede permetteva transazioni commerciali fatte con maggior fiducia. La fides si riscontra anche nel rapporto tra patronus e cliens, tra coniugi, ecc. Se questa buona fede viene tradita, la persona offesa potrebbe intentare una causa contro l'altra che non ha rispettato la buona fede.

Come dea romana, Fides ha rappresentato un culto molto antico. Il primo tempio in suo onore risalirebbe a Numa Pompilio[23], nella città di Roma. Era la dea della buona fede e presiedeva ai contratti verbali. È stata descritta come una vecchia donna, ed è stata ritenuta di età superiore a Giove. Il suo tempio è datato intorno al 254 a.C. e si trova sul colle Capitolino di Roma, vicino al Tempio di Giove. Livio va nei dettagli del culto di Fides nella sua storia di Roma. I suoi rituali sono stati effettuati dalla flamines maiores, che erano i sacerdoti più importanti, dopo il Pontefice, degli antenati. Questi sacerdoti hanno proposto il santuario di Fides in un carro trainato coperti da una coppia di cavalli nel luogo di celebrazione. Dal momento che è stato considerato che la Fides abita nella mano destra di un uomo, ed è stata rappresentata durante l'Impero Romano su monete con un paio di mani coperte, a simboleggiare la credibilità delle legioni e dell'imperatore. La copertura delle mani riflette il culto di Fides, in cui l'uomo esegue il sacrificio di coprire le sue mani con le dita per preservare la buona fede religiosa.

Pietas[modifica | modifica sorgente]

Antonino Pio: Æ Sestertius[24]
Antoninus Pius Coin pieta.jpg
IMP AELISU CAE-SAR ANTONINUS, busto di Antonino Pio rivolto verso destra; La dea Pietas in piedi di fronte con la testa rivolta verso sinistra, tiene una scatola di incenso nella mano sinistra e sparge incenso con la destra su un altare acceso.
30 mm, 24.56 gr, 6 h; coniato nel 138.

Pietas non è l'equivalente del moderno derivato "pietà". La Pietas era l'atteggiamento romano del dovuto rispetto verso gli dei, la patria, i genitori e altri parenti. All'inizio riguardava la famiglia e la fiducia e rispetto tra coniugi poi la concezione del rapporto si estese tra uomo e divinità: in realtà non si deve solo parlare di rispetto ma anche di legame sentimentale e affettivo, gli studiosi lo definiscono amore doveroso. L'accezione del termine comprendeva anche un senso di dovere morale, non solo la mera osservanza dei riti (il cui termine corrispondente è cultus). Di conseguenza la pietas esigeva il mantenimento delle relazioni con quelli sopra elencati rispettosamente e moralmente parlando. Secondo Cicerone, "pietas è la giustizia verso gli dei," e, come tale, richiede più di un osservatore dei rituali per il sacrificio e di corretta esecuzione di questi, ma anche la devozione e rettitudine interiore della persona. La Pietas potrebbe essere visualizzata in molti modi. Per esempio, Giulio Cesare mostrò pietas durante la sua vita sia iniziando nel 52 a.C. e dedicando nel 48 a.C., dopo la battaglia di Farsalo, un tempio a Venene Genetrice. Il tempio è stato dedicato a Venere, come la madre di Enea e quindi l'antenato del Julii (gens di Giulio Cesare).

Augusto, dopo la morte di Marco Antonio e Marco Emilio Lepido fuori del modo in cui [17] (questi due uomini sono cotriumviri di Augusto nel secondo triumvirato), ha costruito un tempio di Cesare, al fine di onorare il suo padre adottivo.Così alcuni romani, a causa del loro ruolo di pii cittadini, hanno adottato il cognomen Pio. L'imperatore Antonino Pio ricevuta questa aggiunta al suo nome a causa del suo ruolo nel convincere gli anziani del Senato a divinizzare il suo padre adottivo in pubblico, l'imperatore Adriano, e per la pietas che ha mostrato verso il suo padre biologico.

Tale è stata l'importanza della pietas che, in base a Livio [18], ha ricevuto un tempio dedicato nel 181 a.C. Analogamente agli altri concetti astratti nella cultura romana, pietas apparso spesso in forma antropomorfa, e talvolta è stato accompagnato da una cicogna (il simbolo della pietà filiale) [19]. Essa è stata adottata da Augusto come pietas Augusta per visualizzare la sua pietas, come si può vedere su monete del periodo [20]. Però Cicerone, nel De inventione[25], ci illustra una più alta pietas cioè del rispetto del cittadino nei confronti dello stato che nel De re publica[26] la definisce la pietas maxima, successivamente con Virgilio, nell'Eneide[27], poi la pietas viene a identificarsi con l'humanitas e la misericordia e si trasforma da forma di rispetto per i consanguinei a provare pietà per la sofferenza altrui.

Majestas[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Maestà.

La Majestas sta ad indicare nella Roma antica la dignità dello stato come rappresentante del popolo. Proprio questa rappresentanza da parte prima delle istituzioni repubblicane poi con la trasformazione del governo repubblicano in uno imperiale ha fatto sì che l'imperatore stesso fosse investito di questa majestas e rappresentante del popolo. Da qui viene a crearsi il principio del laesa majestatis ovvero crimine verso lo stato per quegli individui che deturpavano le opere pubbliche, o nei confronti dell'imperatore o del senato romano rappresentanti della majestas e che venivano puniti gravemente poiché il crimine veniva visto come lesione all'intera comunità che l'imperatore e il senato o gli organi del governo romano rappresentavano. Majestas però ha un altro significato quello inerente alla grandezza in riferimento al popolo, cioè l'essere fieri di essere un appartenente al popolo romano come miglior popolo che è superiore e migliore rispetto agli altri popoli conquistarsi, avere la coscienza di essere quasi un popolo eletto.

Virtus[modifica | modifica sorgente]

Galerio: Æ Follis[28]
GALERIUS RIC VI 66b-2300426.jpg
IMP MAXIMIANUS (si intende in questo caso: Gaio Galerio Valerio Massimiano) P F AVG, busto di Galerio rivolto verso sinistra laureato, con elmo e corazza. Tiene la lancia o uno scettro sulla spalla destra, scudo al braccio; VIRTUS AVGG ET CAESS NOSTR, l'Imperatore Galerio, scudo al braccio sinistro, a cavallo verso destra; trafigge un nemico a terra, mentre un secondo nemico e sdraiato a terra; in esergo AQ P(rima).
28 mm, 8.64 gr, 6 h (prima officina), coniato nel 305-306.

Il termine “Virtus” deriva dal termine latino “vir” ("uomo") e indica l'ideale del vero maschio romano. Molteplici sono gli aspetti della virtus. Il poeta Gaio Lucilio afferma che la virtus per un uomo è sapere ciò che è il bene, il male, l’inutile, vergognoso, o disonorevole. In origine designava il valore in battaglia dell'eroe e del guerriero. La virtus è tale solo se non viene utilizzata per scopi personali, bensì per l’interesse della comunità romana. Dal I secolo a.C. però la virtus non sarà più vista come al servizio dello stato, ma si distaccherà da questo ideale per ottenere un obbiettivo più pratico: distinguersi dagli altri. La virtus originariamente si trasmetteva da padre in figlio. Successivamente, dal I secolo a.C. la concezione di virtus cambia: essa non è ereditaria, ma bisogna ottenerla con impegno, superando le gesta degli antenati.

Gravitas[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Gravitas.

Gravitas, non deve essere confusa con la parola moderna gravità, ha rappresentato il valore della dignità, auto-controllo [27]. Di fronte alle avversità, un "buon" romano deve avere una facciata di imperturbabilità.Mito e storia romana rafforzati da questo valore raccontano storie di figure come Gaio Mucio Scevola [28]. Alla fondazione della Repubblica, il re etrusco Lars Porsenna, che ha assediato la città di Roma, e con la città in crisi, Scaevola ha tentato di assassinare Porsenna. Tuttavia, Scaevola non è stato catturato. Quando il re ha minacciato Scaevola di tortura, se non rispondere alle sue domande su Roma, Scaevola posto la sua mano destra in un incendio e che vi terrà con grande gravitas(auto-controllo), raccontano che il re visto il valore di Scevola rinunciò a Roma. La gravitas che Scaevola come vista sopra non solo gli valse il nome Scevola ( "mancino"), ma anche contribui a convincere Porsenna a non attaccare i Romani strabiliato dalla loro resistenza. Dunque la gravitas implica un atteggiamento serio calibrato come richiedono le circostanze senza nessun eccesso. Questo vale per il periodo arcaico e in parte repubblicano. Invece per l'età imperiale la gravitas appare molto meno negli scrittie dove se ne parla il concetto è cambiato dal periodo precedente dove adesso viene a configurarsi come gioconda gentile e dolce ovvero la capacità di adattamente del cortigiano o del cliens che ha degli atteggiamenti e fa qualsiasi cosa per ottenere il favore del patrono o del principe.

Altri valori della romanità[modifica | modifica sorgente]

Oltre ai valori fondamentali dei mores, gli imperatori con le loro decisioni stabilivano quali fossero i valori da rispettare per rendere la comunità migliore. Dall'altra parte gli autori latini (retori, storici, eruditi, giuristi, ecc.) sostenevano i loro valori e buoni costumi, basandosi sulla tradizione e i periodi precedenti senza trascurare nuova realtà della civitas dove vivevano. Ovvero facevano un identikit del bonus civis e individuavano numerosi valori a cui prestar fede, i quali erano strettamente correlati gli uni con gli altri:

Amicitia

L'Amicitia nell'idealistica romana non intende semplicemente il nostro concetto di amicizia ma in senso più ampio il legame di alleanza che ci può essere tra due nazioni o il rapporto tra patronus e cliens. L'amicitia è vista come valore volto a perseguire comuni interessi. Il termine amicitia però si avvicina anche al nostro termine amicizia soprattutto nel II secolo d.C. collegato a amicus e amor. Lo stesso cliente del patronus veniva definito amico anche se c'era una differenza di trattamento tra clienti più intimi e quelli considerati diciamo meno amici infatti c'erano varie categorie di amicizia in questo caso, in realtà chiamare amicus il cliens era semplicemente un fenomeno di cortesia poteva benissimo chiedere o far imporre di essere salutato con tutti gli onori del caso.

Ambitiosa morte

Sarebbe il valore del suicidio poiché i romani lo consideravano una forma di morte nobile piuttosto che una vita vissuta senza dignità. È un gesto considerato molto rilevante sia politicamente che pubblicamente che trova molta approvazione nella cultura romana. Nel periodo imperiale poi questo atteggiamento diventa molto rilevante e quasi di moda per protesta contro i tiranni imperiali l'archetipo del suicida è Catone Uticense in protesta allo strapotere di Cesare, oppure il suicidio di Petronio che muore discutendo con gli amici quasi si fosse addormentato oppure ancora il suicidio di Seneca, ma ce ne sono molti altri.

Abstinentia

Disinteresse, onestà, integrità morale. Designa l’atteggiamento disinteressato, specialmente dell’amministratore nei confronti della cosa pubblica.

Aequitas

È il sentimento che ispira l'eguaglianza e lagiustizia soprattutto in ambito giuridico esempi ne fa Ulpiano descrivendo la vera giustizia.

Auctoritas
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Auctoritas.

L'Auctoritas è il valore del prestigio e della fiducia che un uomo in possesso di questo valore dà, all'inizio collegato alla religione significava far accrescere, aiutare altri. in un secondo periodo quando è diventato un valore tipicamente laico individua l'affidabilità, l'ascendente cioè la sua capacità di influenzare gli altri (soprattutto in ambito oratorio). Questo secondo stato consiste in un equilibrio tra potere politico e prestigio sociale, la credibilità la responsabilità personale. Cicerone, invece la considera un insieme di Dignitas e Virtus. L'Auctoritas in questo caso è una forma altissima di potere che non si ricollega necessariamente al potere politico ma esercità la costrizione o il comando tramite la forza di persuasione grazie al proprio carisma. L'Auctoritas implica una serie di diritti e doveri da chi ne è insignito per esempio l'attribuire cariche pubbliche o tenere fede ai propri impegni presi. La figura che storicamente se ne avvicina è Ottaviano Augusto dove l'imperatore non esercità la sua autorità tanto per i poteri che ha ma saper dar un ordine senza imporlo convincendo i propri sottoposti e avendo rispetto per le istituzioni pubbliche.

Benignitas

Bontà benevolenza correlato sia con l'Humanitas sia con la Clementia

Clementia
Submissio o Clementia (sottomissione di un capo barbaro): L'imperatore Costantino I-Marco Aurelio, con alle spalle Pompeiano, è su un alto podio davanti ai soldati e agli aquiliferi con signa, e con un gesto di clemenza assolve un proncipe barbaro che protegge il figlio giovinetto con un braccio sulla spalla (Arco di Costantino).

La Clementia è il valore che cerca di moderare l'animo nei confronti della sconfitta senza esercitare vendetta oppure nella dolcezza del superiore che guarda le pene dell'inferiore e ha pietà. È correlata alla benevolentia o alla Magnitudo animi. È il comportamento di un uomo che detiene il potere in una determinata situazione ma non si fa dominare dall'ira e dalla crudeltà ma dalla benevolenza vincendo gli impulsi negativi: rapporto per esempio del buon paterfamilias nei confronti dei figli alieni iuris o del buon romano verso i vinti. Bisogna fare una precisazione però poiché secondo Cicerone bisogna essere clementi contro chi si arrende e si sottomette ma spietati con chi invece si ribella: gli hostes. Questa è una caratteristica che si denota da parte dei Romani nei confronti delle popolazioni vinte soprattutto quando l'impero si estenderà in maggior misura concedendo anche agli stranieri posizioni di rilievo nella politica romana.

Concordia
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Concordia (divinità).

Concordia, accordo, armonia all'inizio era considerato all'infuori della sfera politica ma poi con l'influsso greco viene ad assumere importanza sia per la sfera politica che filosofica.

Consilium

Saggezza, ponderazione, capacità di deliberare. La parola, ricca di implicazioni, appare come uno dei valori della più antica latinità, e indica la riflessione condotta con calma e in piena indipendenza di giudizio.

Constantia

Fermezza, costanza, tenacia, forza d’animo, coerenza. La parola in sé designa la salda perseveranza, la stabilità di un comportamento e di una virtù etico-politica tipicamente romana. Questo valore accoppiati con gravitas ha svolto un grande ruolo nella storia e nel successo del popolo romano. Constantia permetteva di tenere i Romani concentrati e attivi nei momenti di grande turbolenza e devastante sconfitta, come ad esempio la campagna di Annibale Barca [29], in poche parole il valore del non arrenderi mai.

Cultus

È l'osservanza obbligata e la corretta esecuzione delle rituali alla divinità. Le pratiche religiose romane sono state orientate verso la corretta esecuzione di riti non l'etica e la morale della persona. Gli dei sono lieti se i riti vengono fatti con attenzione dai romani e perciò questi sperano di ottenere un favorire con l'esecuzione di sacrifici e di altre formule rituali quando fatte in maniera corretta [23].

Decorum

Decoro, decenza ciò che si addice a una determinata persona su certi aspetti simile alla Nobilitas.

Dignitas
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Dignitas.

La dignitas è il valore della dignità e prestigio della situazione di cittadino romano e alla considerazione di ciò da parte degli altri. Questo però riguarda la parte esterna del prestigio ciòè il rispetto degli altri in senso esterno e non interno come l'auctoritas.Dignitas è uno dei risultati finali volti a visualizzare i valori dell'ideale romano e il servizio dello Stato nelle forme di primato, posizione militare e magistrature. Dignitas è stato il valore della reputazione, onore e di stima. Così, un romano che mostrasse loro Gravitas, Constantia, Fides, Pietas e altri valori, sarebbe diventato un romano in possesso di Dignitas tra i loro coetanei. Allo stesso modo, attraverso questo percorso, un romano potrebbe guadagnare auctoritas ( "il prestigio e il rispetto").

Disciplina

Disciplina, educazione, formazione civile e militare del cittadino. Disciplina è per il romano fondamento indispensabile dello Stato, che si mostra con rigidezza militare in tutti i campi della vita.

Exemplum

Esempio, modello. È il valore costituito da un’azione gloriosa compiuta da un antenato, che si ha il dovere di imitare e moltiplicare.

Gingillatio

Valore affermatosi nella tarda latinità e designa una moderata ricerca del piacere senza lasciarsi andare nella sfernatezza, ma rispettando l’ideale di enkràteia (moderazione) e di se stessi. Alcuni studiosi esperti in materia sostengono che tale valore fu inserito all’interno del mos maiorum grazie all’affermazione sempre più crescente del cristianesimo.

Gloria

La Gloria è la fama che si ottiene dopo aver fatto azioni valorose, perciò strettamente collegata alla virtus, per non essere inferiore agli antenati. Elemento ce caratterizza la società aristocratica all'inizio ma poi anche il civis novum. Si può anche esprimere come riconoscimento e lode da parte della comunità. Anche la Gloria in un primo momento viene ritenuta trasmittibile di padre in figlio e solo successivamente ritenuta da conquistarsi con le proprie gesta.

Honor

Onore cioè la posizione onorifica dopo un dato gesto legato alla virtus e alla gloria.

Riesumatio

Onore riservato alle salme dei defunti ormai sepolte che consisteva nell'offrir loro cibi e bevande come se fossero vive per favorire la decomposizione ed allietare la vita nell'Ade.

Humanitas
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Humanitas.

Era il valore che ci contraddistingue dagli animali e dalle belve feroci e agli esseri primitivi ovvero il valore della comprensione e della benevolenza della cultura del buon gusto e dell'eleganza. Humanitas relativo non al ruolo di cittadino o militare ma che riguarda la persona in se stessa. l'Humanitas a un certo punto si fa però sempre più elitaria ovvero riguardante i ceti aristocratici che con la loro educazione superiore tentano di affinarla e è:disponibilità, indulgenza, mitezza, dolcezza, moderazione. Nel periodo imperiale questo valore verrà meno anche poiché ritenuto un atteggiamento della aristocrazia di educazione superiore. Viene così a identificarsi nel periodo imperiale una nuova Humanitas popolare che indica affidabilità, gentilezza e buon carattere senza implicare l'educazione superiore.

Industria

Attività, operosità. Il termine designa il valore che spinge l’uomo politico alla zelante collaborazione nell’ambito dello Stato.

Libertas

Libertà. atteggiamento libero fuori dagli artifici che fronteggia con fermezza qualsiasi situazione esterna. Tipico dell'aristocrazia

Magnitudo animi

Grandezza d'animo, magnanimità designa l'atteggiamento distaccato e grandioso con cui il cittadino (soprattutto il nobile) che invece di comportandosi pavoneggiandosi e disinteressato e tranquillo nei rapporti con gli altri.

Nobilitas
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Nobilitas.

Rappresenta in senso astratto l’aspirazione ad essere degni delle virtù degli antenati.

Otium
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Otium.

Se per il modello di cittadino arcaico l'Otium significa assenza di occupazione da parte sua ovvero da parte del cittadino-soldato che o coltivava o guerreggiava, in età repubblicana viene a identificarsi a grandi linee da Cicerone con la mancanza di attività. Con l'influenza greca però che vede invece l'otium come riposo dalle attività quotidiane nei confronti dello stato volto a studio intellettuale, da questo nasce in un secondo momento lo sforzo di Cicerone di vedere l'otium come attività positiva (poiché i romani ricordiamo hanno una tradizione di popolo industrioso) con delle differenze da quello greco. Infatti nel caso romano viene visto come tranquillità dell'esistenza privata dedicata ad attività intellettuali tipo letteratura e filosofia. Cicerone vede l'otium come attività anche politica volta a migliorare la città. Nella tarda repubblica si individuano due otium: otium luxuriosum dedito a occupazioni di nessuna utilità o vergognose e otium tranquillum sereno e imperturbato del saggio che lavora intellettualmente.

Pax
Vespasiano: Æ Sesterzio[29]
VESPASIANUS RIC II 437-151705.jpg
IMP CAES VESPAS AUG PM TRP PP COS III, testa laureata verso destra; PAX AUGUSTI, la dea Pace in piedi verso sinistra, tiene un rametto ed una cornucopia; S C in esergo.
3.34 gr coniato nel 71.
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Pax romana.

Esistevano all'epoca romana due valori inerenti alla Pax: La Pax animi ovvero la serenità e tranquillità del singolo individuo e la Pax dello stato. Questo secondo valore inerente allo stato è più complesso, infatti viene messo in rilevanza solo a partire dall'età augustea poiché si denota che con la pax avviene anche il benessere e il buon sviluppo dello stato che con le guerre non c'era stato. Da qui viene a configurarsi come valore poiché dalla pax deriva l'impero e la situazione di sicurezza del singolo cittadino che non si vede più minacciato da guerre e può vivere serenamente. Già Cesare aveva dedicato templi alla dea Pace nel 49 a.C. poiché si era reso conto dell'importanza per un popolo essere in pace, questa via fu poi proseguita da Augusto che ne introdusse il culto a Roma con l'Ara Pacis un altare dedicato alla dea Pace alla fine delle campagne militari in Spagna e lo stesso imperatore Vespasiano farà costruire il Tempio della Pace. In realtà anche precedentemente nell'età regia assumeva una certa rilevanza, lo stesso Numa Pompilio voleva che il tempio di Giano fosse aperto in periodo di guerra e chiuso in quello di pace. Molti poeti insistono sulla pace come portatrice di fertilità e benessere e portatrice di valori sempre positivi.

Pudor

Pudore, moralità delinea la riservatezza del cittadino romano che preferisce parlare di certe cose in privato piuttosto che in pubblico oltre a designare la castità e la dignità, in correlazione anche con la modestia.

Religio
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Religione romana.

Non era "religione" nel senso moderno della parola. Religio è legato al verbo latino religare ("legare"). Nella mente religio romana ha rappresentato un legame tra la divinità e i mortali. Questo legame è più il rispetto e l'obbligo di soggezione (di superstizione), ed è collegata alla pratiche religiose e le usanze dei Romani. i Romani sia gli uomini che le donne dovrebbero essere consapevoli di questi legami e per onorare la divinità attraverso le osservanze religiose, nel tentativo di mantenere una pax deorum ("la pace degli dèi"). In conformità con il sostantivo, l'aggettivo religiosus un'esaltazione della pratica religiosa, fino al punto di superstizione. Secondo i Romani la religio è considerata come una parte necessaria della vita, in modo da mantenere l'ordine e la normalità nella comunità o in misura maggiore, nel mondo. La motivazione alla base di queste osservanze non è moralmente fondata sui valori moderni giudaico-cristiani, ma invece sono basati su appagamento degli dei e l'aspettativa di premi. Per garantire una vittoria si fa la promessa di un tempio a una divinità, o nella speranza di alleviare le difficoltà, i membri della comunità di fanno sacrifici. Livio implica questa necessità nella sua descrizione della cattura della dea Giunone (sotto forma di statua) da Veio. Livio rileva che si è contro la religio degli Etruschi se si tocca la statua a meno che non si sia un membro del sacerdozio o lo si diventi per eredità. I soldati romani a loro volta, sono puliti, se non onorano la dea e chiedono quando vengono a Roma. Questo non è legato alla pietas e la sua moralità intrinseca, ma invece è stato correlato al concetto di cultus.

Simplicitas

È il concetto di vivere secondo le origini in maniera semplice tipico dell'età arcaica, nell'età repubblicana assumerà un notevole valore poiché questo stesso valore verrà visto anche come espone così a grossi rischi poiché pone il soggetto a non stare attento ai pericoli soprattutto nell'età imperiale piena di giochi di potere e di personaggi ipocriti come afferma Seneca. Così nell'età imperiale il valore della simplicitas assume un nuovo valore di atteggiamento spontaneo, rilassato esercitandola però con misura cioè adattandosi alla nuova epoca dove la simplicitas non basta più se non si vuole incorrere nel biasimo e nel disprezzo. Lo stesso Marziale parla di prudens simplicitas poiché non è più adatto ai tempi imperiali pieni di doppi giochi.

Urbanitas e rusticitas

Urbanitas indica il buon gusto e lo spirito naturali privi di eccessi dell'uomo elegante una sorta di bon ton romano. Successivamente va in contrapposizione ai valori romani per influenza greca poiché viene invece a delineare la raffinatezza in cerca di lusso e a chi voleva apparire per forza alla moda in contrapposizione alla Rusticitas e all'Industria, ovvero chi si accontentava della vita semplice rustica della campagna dedita al lavoro.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Mos Maiorum, Brill Online.
  2. ^ (LA) Festo 157, traduzione in Istituzioni di diritto romano, p. 29.
  3. ^ Sesto Pomponio, De origine iuris fragmentum I, 1; Gaio, Istituzioni di Gaio, I, 1.
  4. ^ Roma arcaica e le ultime scoperte archeologiche. Aspetti di vita quotidiana nella Roma arcaica: dalle origini all'eta monarchica.
  5. ^ Mario Amelotti, Lineamenti di storia del diritto romano, p.45.
  6. ^ Sesto Pomponio, De origine iuris fragmentum I, 5
  7. ^ Dionigi d'Alicarnasso, Antichità Romane, II, 24, 1
  8. ^ vedi Leges regiae e paricidas pag 18-19
  9. ^ Livio, Ab Urbe condita libri I, 31, 8.L.Pisone ap. Plinio 28, 4, 14,;Gennaro Franciosi, op. cit., pp. XVII-XVIII;Livio, Ab Urbe condita libri I, 60, 4
  10. ^ vedi Istituzioni di diritto romano pag 33
  11. ^ Enchiridion, Paragrafo 1 riga 3
  12. ^ Enchiridion, Paragrafo 2 riga 10
  13. ^ Istituzioni di diritto romano pgg 32-33
  14. ^ Suetonius, De Claris Rhetoribus, i.
  15. ^ "Penates," O.C.D. pg 1135
  16. ^ Frase tradotta dal Bellum Poenicus di Nevio
  17. ^ Frase tradotta dal Annales di Ennio
  18. ^ Storia e testi della letteratura latina vol. 1 pag 205
  19. ^ Frase tradotta dal Praecepta ad filium di Catone
  20. ^ Frase trdotta dal Praecepta ad filium di Catone
  21. ^ a b Frase tradotta dal Noctes Atticae di Gellio 11,5.
  22. ^ RIC IV, 69-70.
  23. ^ Livio, Ab Urbe Condita, I, 21, 4.
  24. ^ RIC II 1083a (Adriano); Banti 270.
  25. ^ Marco Tullio Cicerone, De inventione, 2, 66
  26. ^ Marco Tullio Cicerone, De re publica, 6, 16
  27. ^ Virgilio, Eneide, 9, 493
  28. ^ RIC VI 66b.
  29. ^ RIC Vespasianus, II, 437; BMCRE 555; Cohen 327.

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

Fonti[modifica | modifica sorgente]

Fonti primarie
Fonti epigrafiche

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

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