Cosa (colonia romana)

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Coordinate: 42°24′39.31″N 11°17′11.41″E / 42.410919°N 11.286503°E42.410919; 11.286503

Vista da Cosa verso la costa di Vulci

Cosa era una città, fondata nel 273 a.C. come colonia di diritto latino dai Romani.

Sorgeva sul roccioso promontorio di Ansedonia, nel comune di Orbetello, da cui si dominava la costa tirrenica verso il Lazio, poco distante dalla via Aurelia. Il colle, nella sua parte più alta, era formato da due cime, una orientale, l'altra meridionale, separate da un'ampia sella, quasi a voler ricordare, in piccolo, il colle del Campidoglio a Roma.

Il nome sembra che derivi da quello di una vicina città etrusca, Cusi o Cosia, che doveva sorgere vicino alla spiaggia che oggi si chiama Lido del venerabile nella vicina laguna di Orbetello.

Storia[modifica | modifica sorgente]

Epoca romana[modifica | modifica sorgente]

La tagliata etrusca
Ricostruzione del Portus Cosanus
Via Sacra verso l'Acropoli

Cosa si trovava in una posizione strategica, da dove si poteva controllare sia il traffico terrestre che il mare, in un'epoca in cui la potenza romana stava per entrare in conflitto con Cartagine.

La data di fondazione del 273 a.C., attestata dalle fonti storiche (la città doveva controllare il territorio sottratto alle città etrusche di Volsinii e Vulci dopo che queste erano state sconfitte), ha trovato conferma nei risultati dello scavo. Agli anni tra la fondazione e la fine del secolo risalgono la cinta muraria, gli edifici pubblici più antichi e i primi impianti portuali del vicino Portus Cosanus.

La città fu costruita tra due alture, tra le quali venne posto il Foro, destinato all'attività politica. Sul promontorio più alto stava l'Acropoli (indice di influenze ellenistico-italiche piuttosto che genuinamente romane), destinato al culto degli dei. Le possenti mura che cingono l'abitato (e che sono in avanzata fase di ripristino) dimostrano come, almeno all'epoca della fondazione, i romani non si sentissero poi così sicuri di aver sottomesso la locale popolazione etrusca. Essenziale per la città fu la costruzione di cisterne per la raccolta delle acque piovane, stante le difficoltà di approvvigionamento idrico date dal sito.

Il porto fu dotato di numerose infrastrutture atte al ricovero delle navi, e rappresenta un mirabile esempio delle capacità ingegneristiche romane. Infatti al fine di tenere pulite le acque portuali dalla sabbia, l'afflusso e il deflusso delle acque del porto veniva regolato da chiuse, gestite a seconda dei venti e delle correnti prevalenti nei diversi periodi dell'anno. In un primo tempo si sfruttava anche un canale naturale, lo Spacco della Regina, che metteva in collegamento il mare con la retrostante laguna. A seguito dell'ostruzione di questo canale, fu realizzato un canale artificiale nel fianco della collina, la Tagliata, ancor oggi visibile. Tra la fine del II e l'inizio del I secolo a.C. è testimoniato che, nel centro urbano, alcune case precedenti vengono unite e ristrutturate al fine di costituire un'unica grande abitazione.

Dalla fine del II secolo a.C. inizia per la città un periodo di declino, da ricollegarsi all'appoggio che diede, come tutte le città etrusche, alla fazione mariana nella guerra civile. Nel 90 a.C., in forza della lex Julia, i suoi cittadini divennero cittadini romani a tutti gli effetti. Intorno al 70 a.C. Cosa viene saccheggiata e resterà virtualmente abbandonata per circa un cinquantennio.

Le origini del ripopolamento di età augustea restano piuttosto oscure. Le monete della Casa di Diana mostrano una discontinuità dell’abitato tra il 70 e il 27 a.C., mentre l’insieme delle decorazioni suggeriscono una datazione tra il 20 e il 10 a.C., che può essere considerata come un terminus post quem per l’intero insediamento. È possibile ipotizzare uno stanziamento di veterani, sebbene manchino prove evidenti. Il ripopolamento della colonia dovrebbe aver comportato la creazione di infrastrutture e servizi, di un mercato e di un centro politico per gli abitanti delle campagne. Le trincee di scavo a campioni indicano che la nuova città era meno estesa della precedente, con la sola rioccupazione del foro e di nove insulae dell’area centrale. Le nuove case erano però più grandi e più lussuose: la Casa di Diana fu ricostruita con una loggia in una parte del vecchio giardino e riutilizzò le rovine della casa adiacente per un orto. A questo periodo ne segue un altro di ulteriore abbandono nel 80, determinato essenzialmente dalla trasformazione economica del territorio circostante, dove si creano grandi latifondi autosufficienti, in luogo della coltivazione diffusa, affidata ai coloni latini e residenti in città.

All'inizio del III secolo la città di Cosa sembra vivere una ripresa con la sua istituzione a centro amministrativo (Res Publica Cosanorum), nota solo da una serie di iscrizioni, ma che per il resto, a giudicare dai resti archeologici, appare un episodio non significativo e comunque senza seguito. In quest'epoca furono ricostruite due insulae e nuove abitazioni dietro il Foro, furono restaurati i portici a sudovest e la Curia. Dietro l'odeum restaurato e la Curia furono costruiti tre nuovi edifici pubblici e rifatti alcuni atria pubblici nella metà del secolo, tutti pavimentati in legno su terra battuta. Nell'entrata nordovest fu eretta una costruzione interpretata da Brown come una stalla, ma Fentress ha ipotizzato fosse più plausibile la teoria di un granaio, visto che anche gli altri edifici pubblici abbandonati furono trasformati in granai.

Ci sono anche due edifici sacri: un mithraeum nella cella est della Curia, datato da alcune monete del 241, e il santuario di Liber Pater, datato da un'iscrizione databile alla fine del secolo. Il tempio chiude l'esedra dell'entrata sudest al Foro, il pavimento in signinum e la colonna all'entrata furono rasi al suolo dall'edificio costruito sopra a questo nel IV secolo, datato da monete coniate tra il 317 e il 425-455.

Alto Medioevo[modifica | modifica sorgente]

Nel IV secolo le uniche strutture ancora in uso saranno l'Atrium Building I e il santuario di Liber Pater. L’ultima rioccupazione prima del Medioevo sembra verificarsi intorno alla metà del V secolo, quando due piccoli insediamenti furono organizzati sopra le rovine della basilica/odeum e sulla collina orientale. L’insediamento nell’area del vecchio foro è composto da due case, un grande forno, una piccola chiesa con un cimitero a nord, cui forse si deve aggiungere qualche altro edificio non ancora scavato. Un percorso, allestito lungo il tragitto della strada P della vecchia colonia, collegava questo piccolo abitato con l’Arx dove fu costruito un granaio a ridosso del lato meridionale del tempio D, usando i tamburi delle colonne per sostenere il pavimento di legno. Stalle per cavalli sembrano essere state apprestate a nordest del grande tempio, all’interno del quale dovevano certamente trovarsi alcune abitazioni. È probabile, come ha suggerito Giulio Ciampoltrini, che questi resti appartenessero alla villa imperiale, che aveva sostituito il complesso precedentemente impiantato presso il Portus Cosanus per la gestione delle proprietà imperiali della zona. Alla metà del VI secolo, dopo un incendio nel quale andò distrutto il granaio, l’Arx fu fortificata con un possente muro rinforzato da torri sul lato orientale. L’iscrizione che nomina una [ne]apolis lascia ipotizzare che si tratti di una fondazione bizantina programmata per il controllo della via Aurelia e del traffico lungo la costa. Le anfore e la ceramica da mensa attestano un sistema di rifornimenti ben organizzato. È probabilmente da questo insediamento bizantino che è derivato il toponimo moderno di Ansedonia, convincentemente fatto derivare da sitonia: i granai presenti sul sito.

La villa sul Foro Romano

Sono stati studiati anche una serie di reperti numismatici attualmente conservati al Museo Archeologico Nazionale di Firenze, e riconducibili alla produzione della zecca di Luni. Anche le monete, non tutte leggibili, sono un indicatore della presenza bizantina nel luogo, nonché dell'emissione a Luni di monete di infimo valore, destinate a circolare in un ristretto ambito geografico.

Medioevo[modifica | modifica sorgente]

Il centro, con le sue pertinenze ed il porto di Feniglia, compare in una serie di atti di conferma dei possedimenti del monastero romano di S. Anastasio delle Tre Fontane a partire dal secolo XI. In un privilegio di papa Gregorio VII (1073- 1085) è ricordato come Ansedoniam civitatem, inserita nel patrimonio del monastero romano dei SS. Vincenzo e Anastasio ad Aquas Salvias. È citato anche nella falsa donazione di Carlo Magno al monastero delle Tre Fontane, redatta attorno alla metà del XIII secolo, nei termini di “tota et integra civitas quae ab hominibus vocatur Ansidonia insimul cum portu qui vocatur Fenilia”.

Resti di una grande cisterna

Nel 1269 il castello di Ansedonia compare tra i domini che la casata degli Aldobrandeschi aveva ottenuto in enfiteusi dal monastero (forse già dal 1181) e nel 1274 è compresa nella divisione del patrimonio familiare tra i due rami della casata, mentre non era menzionato nella precedente divisione della contea del 1216. Tra i testi di spicco che presenziarono alla divisione del patrimonio dei conti di S.Fiora da quello di Guido da Montfort, viene menzionato Catellinus de Ansedonia". Nel 1303 papa Bonifacio VIII revocò a Margherita Aldobrandeschi il possesso dei beni tenuti in feudo dal monastero di S. Anastasio delle Tre Fontane - tra cui anche “civitas Ansidonia cum portu, qui nomiatur Phenilia” - che furono concessi in enfiteusi a Benedetto Castani; in quell'anno, secondo una fonte cronistica, l'esercito orvietano occupò tra le altre terre aldobrandesche anche Ansedonia.

Nel 1329 il castello venne assediato e devastato dall'esercito senese e da allora sino ai giorni nostri il sito è rimasto disabitato.

Da un punto di vista archeologico, successivamente all'occupazione bizantina non si hanno tracce di frequentazione del sito fino alla fine del X secolo, quando si assiste ad una modesta rioccupazione. All'XI secolo sono riferibili tre strutture abitative che ricordano le Grubenhäuser, una nel Foro (4x4,5), una vicina a questa (1,5x4) forse un magazzino o una piccola stalla circondata da un fossato, entrambe con mura di terra e tetto e pavimento di legno, la terza, d'incerta interpretazione, è vicina a queste, ma non è databile, sappiamo solo che è lunga 4m e che era circondata da un fossato. Tracce di un ulteriore fossato che porta acqua alla cisterna vicina a queste abitazioni evidenzia l'uso agricolo dell'area. Altre due capanne infossate sono state ritrovate sulla cima orientale, una a est del tempio romano, l'altra ad ovest, entrambe come quelle nel Foro sono atipiche, poiché hanno buche di palo per le travi di sostegno del tetto solo all'esterno. Un attacco nel X secolo sull'insediamento sparso potrebbe essere testimoniato da due scheletri trovati uno nella cisterna della Casa di Diana, l'altro in quella del Foro, la cui morte fu sicuramente violenta.

Durante l'XI secolo furono costruite due chiese con annesso cimitero.. Una si trova sui resti del tempio della Concordia. Dall'analisi delle sepolture si evidenziano tre diverse fasi di uso del cimitero in questo secolo, ma da alcune maioliche trovate si pensa che la chiesa fu frequentata fino al XIV secolo. L'altra si trova sull'Acropoli, non sopravvive al XII secolo e le inumazioni evidenziano due fasi con una sepoltura di prestigio, forse da identificare con il committente della chiesa.

Verso la metà XI secolo, il cimitero della prima chiesa, sul foro, fu tagliato da un doppio fossato che cingeva la collina orientale. Tra i due fossati una base quadrata può essere riferita alle fondamenta di una torre di legno. La nucleazione progressiva dell’insediamento suggerita da queste difese fu seguita dalla costruzione di un castello nel XII secolo. Si tratta di una cinta muraria con alcune strutture interne, che consentono una ricostruzione parziale dell'assetto del castello. Il muro difensivo, ad andamento quasi circolare, proteggeva il cassero fortificando la parte orientale della città antica.

All'interno, nel punto più alto, sorgeva una torre quadrata con una scarpata/cisterna addossata sui due fianchi. Intorno alla torre si trovavano altri edifici; tra questi ci sono una struttura rettangolare, ancora parzialmente in piedi, una cisterna quadrata posta all'angolo estremo della città ed una serie di altri muri con diversi orientamenti. In seguito il vecchio Arx fu fortificata da un'alta cinta muraria. In caso di assedio le due alture potevano accogliere e difendere la popolazione decentrata. Al XIV secolo è attribuita una piattaforma sopraelevata circolare (diametro 12 m), circondata da un muro a secco in pietrame di reimpiego e interpretata come zoccolo di torre in legno o basamento per catapulta, costruita sulla cima orientale della collina. Questa costruzione è associata all'ultimo attacco sulla collina di Ansedonia da parte di truppe Senese nel 1329

Strutture cittadine[modifica | modifica sorgente]

Le Mura di Cosa

Impianto urbanistico della colonia[modifica | modifica sorgente]

Secondo Ranuccio Bianchi Bandinelli Cosa è uno dei migliori esempi della cultura urbanistica ellenistico-italica del III secolo a.C., "al pari e forse migliore di altre fondazioni coeve" come Alba Fucens o Isernia. Vi si riconoscono infatti tutti gli elementi tipici di tali insediamenti, come la regolarità dell'impianto, l'organizzazione dei principali servizi comuni e la studiata disposizione delle mura, aggiornata alle più recenti tecniche di assedio in ambito ellenico.

A differenza delle colonie romane (Ostia, Pyrgi), Cosa non segue strettamente lo schema del castrum, ma ha l'aspetto di una grande città di dimensioni proporzionate per un alto numero di coloni, e con adeguate infrastrutture monumentali.

La città disponeva infatti di acropoli, situata sull'altura meridionale e circondata da una propria cinta muraria indipendente, con un'unica porta d'accesso dall'interno.

La città era dotata di vie rettilinee intersecate ad angolo retto, che generavano una serie di insulae di grandezza variabile. Inoltre una via intramuranea correva parallela alle mura. L'impianto fognario era accurato. Tra le due alture era collocato il foro, dotato dell'usuale serie di edifici pubblici (curia, basilica...), poco lontano dalle terme, lq quale però vennero costruite solo in epoca tarda. L'approvvigionamento idrico avveniva prevalentemente tramite cisterne private, ma anche da due grandi serbatoi pubblici.

Dalla pianta dalla colonia emerge l’esistenza di due dimensioni standard per le case. Intorno a tre lati del foro e lungo le grandi vie ‘processionali’, le case hanno un fronte stradale di 60 piedi romani e usano la planimetria canonica diffusa a Pompei e altrove: il vestibolo fiancheggiato da tabernae, attraverso le fauces dava accesso all’atrio, con il tablinum in asse con l’ingresso. Cubicula e alae si trovano su ambedue i lati dell’atrio, dietro al tablinum si trovava un giardino con forse un piccolo bagno. Una di queste dimore, la Casa di Diana, è stata interamente scavata tra il 1997 e il 1999. In altri quartieri della città sono state rinvenute abitazioni con una pianta completamente differente. Vicino al museo, a nordovest del foro, Russell Scott ha scavato un lungo isolato suddiviso in lotti abitativi di 8.5 metri di larghezza, o comunque di un’ampiezza inferiore ai 30 piedi romani, che corrisponde a circa la metà del fronte delle case che si trovano sul foro. Appare così evidente che esistevano abitazioni per due classi di coloni, alcuni dei quali ricevevano lotti estesi esattamente il doppio degli altri. L’insediamento, con due ordini di strade e due ordini di case, riflette chiaramente le differenze di rango dei suoi abitanti.

Per quanto riguarda gli edifici sacri, due si trovavano sull'acropoli, il più grande dei quali (il Tempio di Giove) venne poi trasformato in capitolium agli inizi del II secolo a.C., uno sulla collina orientale, uno vicino a una porta (il Tempio "A") e altri nella zona del foro.

Tempio di Giove[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Tempio di Giove (Cosa).

Del tempio di Giove, costruito all'epoca della fondazione della città e distrutto circa un secolo dopo, restano un considerevole numero di ornamenti fittili in terracotta, che hanno permesso di ricostruire in maniera attendibile e rigorosa l'aspetto della decorazione.

Foro[modifica | modifica sorgente]

Resti del Foro Romano

Il Foro di Cosa venne realizzato quasi tutto nel corso del II secolo a.C. ed è un esempio molto significativo di come dovevano apparire le aree forensi in quell'epoca, sia a Roma che in altre colonie latine, che non possiamo conoscere appieno.

A Cosa il grande spazio di uso civile venne allestito con edifici disposti attorno a una grande piazza rettangolare (metri 90x30), alla quale si accedeva tramite un arco e tre fornici murato in opus incertum.

Gli edifici principali erano sul lato settentrionale. Partendo da ovest si incontrava la basilica (150 a.C. circa), a due piani, col lato maggiore verosimilmente aperto sulla piazza e con una sala coperta scandita da due file di sei colonne (solo in seguito sostituite da pilastri), come un'ampia stoà che ampliava al coperto lo spazio pubblico. Sulla parete opposta a quella sulla piazza, si apriva al centro la nicchia del tribunal, dove veniva amministrata la giustizia dai magistrati locali.

Accanto alla basilica, separato da una stretta strada, esisteva il tempio "C", con una piccola cella quadrata preceduta da pronao tetrastilo (a quattro colonne).

Adiacente si trovava la Curia e Comizio, forse l'edificio più interessante, secondo una tipologia nota anche a Paestum e ad Agrigento e probabilmente non dissimile dall'orinale edificio a Roma, con gradinate circolari (comizio) e, in asse con l'entrata, l'aula rettangolare della curia.

Attiguo si trovava un altro edificio templare, il tempio "B", in posizione arretrata, preceduto da un recinto quadrato e da una scalinata.

Oltre un'altra strada si trovava un edificio a pianta quadrangolare più modesto, identificato come l'Erario, col lato lungo verso la piazza, sul retro del quale, un po' appartato dalla piazza, si trovava il macellum, il mercato pubblico che, come a Roma e a Pompei, era nelle immediate vicinanze del Foro.

L'urbanistica del Foro di Cosa rivela un'importazione urbanistica organica, smentendo però la convinzione che l'urbanistica romana prevedesse necessariamente un asse longitudinale che culminava col tempio sul lato corto. L'esempio urbano proviene dall'ambito ellenistico, ma tipicamente romano è il più stretto collegamento con le funzioni pubbliche, con esigenze statali più dilatate (si pensi alla basilica).

Mura[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Mura di Cosa.

Tutta la città di Cosa era cinta da mura, per un'estensione di quasi un chilometro e mezzo, oggi in larga parte ben conservate. Furono costruite in opera poligonale con blocchi di arenaria. I blocchi, di notevoli dimensioni, sono stati regolarizzati sulla superficie esterna e fatti combaciare con tagli netti nei punti di giunzione.

Lungo queste si trovavano tre porte, una postierla (presso l'acropoli) e, sui lati che danno verso il mare, diciotto torri, tre delle quali circolari (mentre le altre erano rettangolari), uno dei primi esempi di costruzione romana di questo tipo.

Ciascuna porta era costituita da una porta esterna con volta e una interna senza, separate da uno vano centrale di passaggio, chiuso con saracinesche.

Villa Settefinestre[modifica | modifica sorgente]

Nelle immediate vicinanze si trova Villa Settefinestre, una villa del XV secolo, ricostruzione di una precedente Villa romana del I secolo a.C.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Altri progetti[modifica | modifica sorgente]