Assedio di Sagunto

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Assedio di Sagunto
Il percorso seguito da Annibale durante la seconda guerra romano-punica, dove la prima tappa fu Sagunto
Il percorso seguito da Annibale durante la seconda guerra romano-punica, dove la prima tappa fu Sagunto
Data 219 a.C.
Luogo Sagunto
Esito Vittoria cartaginese
Schieramenti
Saguntini, alleati dei Romani Carthage standard.svg Cartagine
Comandanti
Effettivi
150.000 armati[1][2]
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L'Assedio di Sagunto costituisce il primo degli episodi, e il vero e proprio casus belli dell'intera seconda guerra romano-punica. Secondo Eutropio sarebbe da datarsi all'anno del consolato di Publio Cornelio Scipione Asina e Marco Minucio Rufo (il 221 a.C.).[2] anche se tradizionalmente viene posta nell'anno 219 a.C. L'esito dell'assedio fu che i Saguntini, alleati dei Romani, si arresero alle forze cartaginesi, comandate da Annibale.

Contesto storico[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Prima guerra romano-punica.

Annibale, che il padre aveva educato all'odio verso la Repubblica romana, una volta divenuto comandante delle forze cartaginesi in Iberia, aveva però bisogno di un pretesto per cominciare la guerra.

« Del resto dal giorno in cui fu eletto comandante, egli [Annibale] quasi che l'Italia gli fosse stata affidata come una provincia ed a lui dato per incarico di far la guerra a Roma»
(Tito Livio, Ab Urbe condita libri, XXI, 5, 1.)

Fu così che, sulla base delle direttive e dei consigli che il padre Amilcare gli aveva dato quando era ancora in vita,[3] cominciò ad attaccare e sottomettere tutte le popolazioni a sud del fiume Ebro, come gli Olcadi (221 a.C.[4]), i Vaccei (220 a.C.[5]) ed i Carpetani (sempre nel 220 a.C.[6]).

Annibale ora poteva completare la sua opera sottomettendo Sagunto,[7] città alleata a Roma, con il pretesto che si trovava a sud dell'Ebro e quindi rientrava nei territori di competenza dei Cartaginesi non dei Romani.

Casus belli[modifica | modifica sorgente]

Principali battaglie della seconda guerra romano-punica e in azzurro sulla sinistra, il fiume Ebro, limite dei possedimenti cartaginesi secondo un trattato stipulato nel 226 a.C. con i Romani.
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Trattati Roma-Cartagine.

Con la fine del 220 a.C., Annibale se ne tornò a svernare con l'esercito a Nova Carthago,[8] mentre i Saguntini, sentendo la guerra imminente (anche a causa delle discordie nate con il popolo dei Turdetani, forse sobillati dal generale cartaginese[9]), riuscirono a convincere Roma ad inviare dei loro legati a controllare la situazione in Iberia,[10] ed a avvertire Annibale, di non impensierire i Saguntini, alleati del popolo romano.[11] Polibio racconta che la delegazione romana (composta da Publio Valerio Flacco e Quinto Bebio Tamfilo), una volta raggiunta Nova Carthago, sia stata ricevuta da Annibale. Al generale cartaginese fu richiesto di stare lontano da Sagunto, poiché si trovava sotto la loro protezione, e di non oltrepassare l'Ebro, secondo i recenti accordi stipulati con Asdrubale nel 226 a.C.[12] Ma Annibale che era giovane, con una gran voglia di combattere anche dopo i recenti successi ottenuti in Iberia, ed in più eccitato dall'odio antiromano di lunga data,[13] in modo pretestuoso, prima si atteggiò a protettore degli stessi Saguntini,[14] poi, una volta avuto il benestare da parte dello stesso Senato cartaginese, decise di dirigersi verso Sagunto, per porre fine ai soprusi che i Saguntini commettevano nei riguardi di alcune popolazioni soggette ai Cartaginesi.[15] E così Sagunto fu scelta come casus belli. Polibio stesso ci dice che:

« Annibale era dominato dalla propria impulsività e dal proprio odio [antiromano], e non si legava a motivi reali, ma andava a carcare inutili pretesti [...] come fanno coloro che non tengono in considerazione ciò che è giusto. »
(Polibio, Storie, III, 15, 9.)

Lo storico greco riteneva in sostanza che Annibale sarebbe stato più coerente nel voler alimentare un nuovo conflitto con i Romani, se avesse preteso la restituzione della Sardegna e dei tributi che erano stati imposti ai Cartaginesi in modo ingiusto, e dichiarare la guerra agli stessi solo nel caso non avessero accettato.[16] Fu così che gli ambasciatori romani avuta la sensazione che Annibale stesse cercando a tutti i costi la guerra, presero il mare alla volta di Cartagine, con l'intenzione di fare la stessa richiesta formale al Senato cartaginese, convinti che non avrebbero combattuto in Italia ma in Iberia, dove Sagunto sarebbe stata una base operativa assai importante per le operazioni future.[17] Annibale si proponeva, invece, di:

  • disilludere la speranza che i Romani avevano di condurre la guerra in Iberia;[18]
  • spaventare tutte le tribù iberiche (sia quelle già sottomesse, rendendole più disciplinate; sia quelle ancora indipendenti, rendendole più caute);[18]
  • non lasciarsi alle spalle alcun nemico;[19]
  • ed ottenere abbondanti mezzi e rifornimenti per l'impresa da compiere in Italia, per i suoi soldati e per soddisfare le necessità della madre patria, Cartagine.[20]

Frattanto il Senato romano di fronte alla minaccia di una nuova guerra, prendeva le misure per consolidare le proprie conquiste ad oriente, in Illiria.[21]

Forze in campo[modifica | modifica sorgente]

Sagunto era una fiorentissima città a sud del fiume Ebro a soli 1.000 passi dal mare[22] (ovvero sette stadi[23]), ai piedi di un sistema montuoso che forma la linea di confine tra Iberia (a sud) e Celtiberia (a nord).[23] Gli abitanti della zona occupano un territorio estremamente fertile e certamente il più produttivo di tutta l'Iberia.[24] Le mura che circondavano la città facevano un angolo che si trovava verso la parte dove la pianura è più piatta ed aperta, rispetto alle altre parti della città.[25] Posta, pertanto, in posizione munitissima in cima a un'altura, Sagunto sarebbe servita per rifinire la preparazione dell'esercito di Annibale, ottimizzandone la qualità prima dell'invasione dell'Italia.

Delle forze cartaginesi sappiamo da Tito Livio che l'armata disponeva di soldati in abbondanza. Si parla di 150.000 soldati.[1][2] Al contrario i Saguntini disponevano di forze limitate per difendere ed offendere dall'interno delle loro mura. Per questi motivi cominciarono a disperdere le loro forze, in contemporanea su più fronti.[26]

L'assedio[modifica | modifica sorgente]

Tipica torre d'assedio utilizzata dai Cartaginesi contro la città di Sagunto.
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Assedio (storia romana).

Primo assalto alle mura[modifica | modifica sorgente]

Sagunto venne attaccata nel marzo del 219 a.C. e sottoposta a un drammatico assedio[2] che si protrasse per otto mesi[27] senza che Roma decidesse di attivarsi.[28] Annibale entrato nel suo territorio con l'esercito deciso all'assalto, devastò prima i campi qua e là, infine cingendo di un poderoso assedio la città su tre lati,[29] dopo aver posto l'accampamento proprio di fronte alla stessa.[30] Annibale decide di aggredire l'angolo delle mura che dava sulla piana circostante, con tutta una serie di macchine d'assedio, per mezzo delle quali si potesse manovrare l'ariete contro le mura.[31] Qui fece costruire una torre assai elevata, ma le mura in quel punto erano state fortificate adeguatamente ad un'altezza superiore e presidiate da soldati scelti che resistevano strenuamente anche con armi da getto.[32] In questi combattimenti a volte disordinati i Saguntini non cadevano in numero maggiore dei Cartaginesi.[33] Livio racconta che lo stesso Annibale, avvicinatosi troppo alle mura fu colpito da un giavellotto alla coscia (poiché spesso rischiava temerariamente di persona[34]), e lo spavento e la fuga furono così grandi che i suoi soldati per poco non abbandonarono tutte le macchine d'assedio sotto le mura nemiche.[35]

La città è circondata da una cinta d'assedio[modifica | modifica sorgente]

Annibale rientrato al campo decise di chiedere una tregua per curare la ferita e per innalzare tutta una serie di opere di fortificazione attorno alla città, in modo da isolarla dal territorio circostante. Al termine della tregua gli scontri ripresero più aspri di prima, tanto che Annibale fu costretto ad utilizzare le vinea per proteggere i suoi soldati dai continui lanci degli assediati ed avvicinare alle mura un nuovo ariete.[36]

Parti di mura si sbriciolano: i Saguntini resistono[modifica | modifica sorgente]

Le mura cominciarono a sbriciolarsi sotto i continui colpi degli arieti, tanto che in molti punti risultavano in parte già abbattute. Si racconta che ben tre torri e le mura racchiuse tra esse, caddero con grande fragore.[37] I Cartaginesi, credendo che con quella breccia la città era ormai presa, tentarono di lanciarsi all'interno della stessa, ma trovarono un muro di soldati saguntini pronti a difendere le loro abitazioni.[38]

« Da una parte gli animi erano eccitati dalla speranza [i Cartaginesi], dall'altra dalla disperazione [i Saguntini]. »
(Tito Livio, Ab Urbe condita libri, XXI, 8, 8.)

Ma i Saguntini non arretrarono di un passo, anche grazie ad un'arma da getto in loro possesso che incuteva grande paura negli assalitori: la falarica.[39] L'esito della battaglia fu a lungo incerto, ma i Saguntini sentirono crescere in loro forze e coraggio quando si resero conto di essere riusciti a resistere ad Annibale, non permettendogli di ottenere subito la vittoria. Allora levato un grido improvviso, spinsero i Cartaginesi fuori dalle rovine del muro, generarono nelle loro file sgomento e disordine, tanto da farli indietreggiare fino ai loro accampamenti.[40]

Nuova ambasciata romana ad Annibale[modifica | modifica sorgente]

Sappiamo sempre da Tito Livio che una nuova ambasciata fu inviata da Roma proprio nel mezzo dell'assedio alla città. Annibale mandò incontro loro in mare alcuni messaggeri per avvertirli che non era sicuro per loro avvicinarsi troppo ai combattimenti di gente tanto sfrenata. Del resto sarebbe stato troppo imbarazzante per il generale cartaginese ricevere gli ambasciatori romani in una situazione tanto critica.[2] Era evidente che questi ultimi, non ammessi al cospetto di Annibale, si sarebbero recati a Cartagine con ulteriori lamentele. Fu così che Annibale decise di anticiparli inviando una lettera ai capi del partito dei Barcidi, per evitare che il partito a loro avverso non favorisse i Romani.[41] Fu così che l'ambasceria romana non ebbe successo,[42] rivelandosi solo una perdita di tempo.[2][43]

L'assalto finale: la presa della rocca[modifica | modifica sorgente]

Annibale, dopo aver portato a termine nuomerosi altri lavori (disponendo presidi a custodia delle vigne e delle macchine d'assedio), decise che avrebbe lasciato l'intero bottino ai suoi soldati, per suscitare negli stessi sentimenti d'ira e di speranza nel raggiungere l'ambito premio.[44] Annibale stesso diede inizio all'assedio, incitando i suoi a compiere l'impresa di occupare la città, sebbene i Saguntini fossero riusciti nei pochi giorni precedenti a ricostruire parte delle mura crollate. Una gigantesca torre, più alta delle mura e dotata di catapulte e baliste, cominciò a sgretolare le mura che le si trovavano di fronte, mentre 500 soldati scelti africani, tutti dotati di piccone, riuscivano ad aprire i primi varchi tra le mura, tanto che schiere di soldati cartaginesi cominciarono a riversarsi in città.[45] Occuparono una rocca che sovrastava la città e la protessero con un muro, oltre a catapulte e balliste. Frattanto i Saguntini innalzarono un nuovo muro a protezione della parte non ancora in mano cartaginese.[46]

La resa finale della città[modifica | modifica sorgente]

Gli ultimi giorni di Sagunto (Francisco Domingo Marqués, 1869)

Da entrambe le parti si fecero il massimo degli sforzi per fortificare e combattere, ma i Saguntini nel tentativo di difendere le parti più interne della città, la resero ogni giorno più piccola. Contemporaneamente il protrarsi dell'assedio, aumentò la carestia e ridusse la speranza di aiuti esterni, poiché i Romani erano lontani. Una breve speranza da parte degli assediati si ebbe, quando Annibale fu costretto a compiere una improvvisa azione militare contro i Carpetani e gli Oretani che avevano sequestrato gli ufficiali incaricati degli arruolamenti nei loro territori.[47] Ma l'assalto a Sagunto non diminuì, poiché Maarbale, a cui Annibale aveva lasciato temporaneamente il comando delle operazioni d'assedio, non diminuì l'intensità degli assalti alla città.[48] Egli infatti riuscì con tre arieti a far crollare buona parte delle mura, mostrando allo stesso Annibale, che era appena tornato, il suolo pieno di recenti rovine.[49] Una nuova feroce battaglia divampò per il possesso della rocca, dove caddero numerosi soldati da ambo le parti, tanto che vi fu il tentativo di mediazione da parte del saguntino Alcone, il quale si recò di notte dallo stesso Annibale. Visto che le condizioni di pace imposte dal generale cartaginese erano troppo dure (i Saguntini dovevano restituire ogni cosa ai Turdetani, oltre a tutto l'oro e l'argento; ed uscire dalla città con una sola veste in più per ciascuno, recandosi ad abitare la località indicata dai Cartaginesi), preferì disertare rimanendo presso il nemico.[50] Un nuovo tentativo fu fatto allora dall'ispano Alorco, che era stato soldato di Annibale ed in quel momento ospite ed amico dei Saguntini.[51] Egli, presentatosi dinnanzi al senato di Sagunto pronunciò un discorso nel quale in sintesi si espresse in questo modo:

« Oggi, poiché non Vi rimane alcuna speranza di aiuti da parte dei Romani, e del resto le Vostre armate e mura non possono più difendervi, io vi offro una pace più necessaria che mite [...] a condizione che accettiate la pace come vinti [...] e non vi prepariate a considerare come danno ciò che perderete, ma solo come beneficio qualunque cosa vi sarà lasciata, poiché tutto apparterrebbe al vincitore. Annibale vi toglie la città [...] ma vi assegnerà un nuovo territorio dove costruire una nuova città [...], vi comanda di dargli tutto l'oro e l'argento pubblico e privato [...], ma garantisce la vita e la libertà [...]. »
(Tito Livio, Ab Urbe condita libri, XXI, 13, 1-9.)

E mentre si era radunata una grande folla, prima di dare una risposta ai Cartaginesi, si decise di raccogliere tutto l'oro e l'argento e fonderlo insieme.[52] Frattanto un avvenimento non previsto mutò il destino della città: una delle sue torri, a lungo bersagliata dalle armi da lancio dei cartaginesi, crollò, permettendo al nemico di sfruttare un inaspettato varco nelle mura, ora che la folla raccolta nella piazza principale aveva lasciato la città senza posti di guardia e sentinelle lungo il suo perimetro.[52] Annibale pensando che in simili occasioni non si deve esitare, ordinò l'assalto alla città, ormai senza difese. Fu una carneficina terrificante,[53] la città cadde con ingente bottino.[54]

Conseguenze[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Seconda guerra romano-punica.

È tristemente famosa la disperata richiesta dei delegati saguntini:

(LA)
« Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur »
(IT)
« Mentre a Roma si discute, Sagunto cade »
(Tito Livio, Ab Urbe condita libri, XXI, 7.)

Livio infatti racconta che, non era ancora stata decisa l'ambasceria romana che portasse il messaggio ad Annibale, che l'assedio era già iniziato. I Romani poi cominciarono a discutere se inviare i consoli dell'anno, in Iberia ed in Africa, se si dovesse inviare un esercito solo di terra o anche di mare, oppure se si dovesse condurre la guerra solo contro Annibale in Iberia.[55] Alla fine, la sfortunata città, stremata da mesi di fame,[2] battaglie, lutti e disperazione (per il mancato arrivo delle forze alleate romane) si arrese e venne rasa al suolo. Le ingenti ricchezze della città furono tenute da parte in vista della imminente campagna militare, gli schiavi furono distribuiti tra i suoi soldati, mentre il resto del bottino fu inviato a Cartagine.[56] Roma, a questo punto, intervenne e inviò una delegazione a Cartagine chiedendo la consegna di Annibale, ma con le ricchezze che per anni erano arrivate dalla Spagna il partito della guerra aveva ripreso vigore a Cartagine, e questa rifiutò. La conseguenza ineluttabile fu che Roma dichiarò guerra a Cartagine.[2] Era alla fine del 219 a.C. e iniziava la seconda guerra romano-punica.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ a b Tito Livio, Ab Urbe condita libri, XXI, 8, 3.
  2. ^ a b c d e f g h Eutropio, Breviarium ab Urbe condita, III, 7.
  3. ^ Polibio, Storie, III, 14, 10.
  4. ^ Tito Livio, Ab Urbe condita libri, XXI, 5, 3-4.
  5. ^ Tito Livio, Ab Urbe condita libri, XXI, 5, 5-6.
  6. ^ Tito Livio, Ab Urbe condita libri, XXI, 5, 7-17.
  7. ^ Tito Livio, Ab Urbe condita libri, XXI, 5, 2.
  8. ^ Polibio, Storie, III, 17, 1.
  9. ^ Tito Livio, Ab Urbe condita libri, XXI, 6, 1-2.
  10. ^ Polibio, Storie, III, 15, 1-3.
  11. ^ Tito Livio, Ab Urbe condita libri, XXI, 6, 3.
  12. ^ Polibio, Storie, III, 15, 4-5.
  13. ^ Polibio, Storie, III, 15, 6.
  14. ^ Polibio, Storie, III, 15, 7.
  15. ^ Polibio, Storie, III, 15, 8.
  16. ^ Polibio, Storie, III, 15, 9.
  17. ^ Polibio, Storie, III, 15, 12-13.
  18. ^ a b Polibio, Storie, III, 17, 5.
  19. ^ Polibio, Storie, III, 17, 6.
  20. ^ Polibio, Storie, III, 17, 7.
  21. ^ Polibio, Storie, III, 16, 1.
  22. ^ Tito Livio, Ab Urbe condita libri, XXI, 7, 2.
  23. ^ a b Polibio, Storie, III, 17, 2.
  24. ^ Polibio, Storie, III, 17, 3.
  25. ^ Tito Livio, Ab Urbe condita libri, XXI, 7, 5.
  26. ^ Tito Livio, Ab Urbe condita libri, XXI, 8, 4.
  27. ^ Polibio, Storie, III, 17, 9.
  28. ^ Tito Livio, Ab Urbe condita libri, XXI, 15, 3.
  29. ^ Tito Livio, Ab Urbe condita libri, XXI, 7, 4-5.
  30. ^ Polibio, Storie, III, 17, 4.
  31. ^ Tito Livio, Ab Urbe condita libri, XXI, 7, 6.
  32. ^ Tito Livio, Ab Urbe condita libri, XXI, 7, 7.
  33. ^ Tito Livio, Ab Urbe condita libri, XXI, 7, 9.
  34. ^ Polibio, Storie, III, 17, 8.
  35. ^ Tito Livio, Ab Urbe condita libri, XXI, 7, 10.
  36. ^ Tito Livio, Ab Urbe condita libri, XXI, 8, 1-2.
  37. ^ Tito Livio, Ab Urbe condita libri, XXI, 8, 5.
  38. ^ Tito Livio, Ab Urbe condita libri, XXI, 8, 7.
  39. ^ Tito Livio, Ab Urbe condita libri, XXI, 8, 11-12.
  40. ^ Tito Livio, Ab Urbe condita libri, XXI, 9, 1-2.
  41. ^ Tito Livio, Ab Urbe condita libri, XXI, 9, 3-4.
  42. ^ Tito Livio, Ab Urbe condita libri, XXI, 10; XXI, 11, 1-2.
  43. ^ Tito Livio, Ab Urbe condita libri, XXI, 11, 3.
  44. ^ Tito Livio, Ab Urbe condita libri, XXI, 11, 3-4.
  45. ^ Tito Livio, Ab Urbe condita libri, XXI, 11, 5-8.
  46. ^ Tito Livio, Ab Urbe condita libri, XXI, 11, 9-10.
  47. ^ Tito Livio, Ab Urbe condita libri, XXI, 11, 11-13.
  48. ^ Tito Livio, Ab Urbe condita libri, XXI, 12, 1.
  49. ^ Tito Livio, Ab Urbe condita libri, XXI, 12, 2.
  50. ^ Tito Livio, Ab Urbe condita libri, XXI, 12, 3-5.
  51. ^ Tito Livio, Ab Urbe condita libri, XXI, 12, 6-8.
  52. ^ a b Tito Livio, Ab Urbe condita libri, XXI, 14, 1-2.
  53. ^ Tito Livio, Ab Urbe condita libri, XXI, 14, 3-4.
  54. ^ Tito Livio, Ab Urbe condita libri, XXI, 15, 1-2.
  55. ^ Tito Livio, Ab Urbe condita libri, XXI, 6, 4-7.
  56. ^ Polibio, Storie, III, 17, 10.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Fonti primarie
Fonti storiografiche moderne

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]