Velites

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Velites
Restituzione storica di un fante velite munito di cetra e giavellotti, e coperto di una pelle di lupo, attributo tipico del ruolo.
Restituzione storica di un fante velite munito di cetra e giavellotti, e coperto di una pelle di lupo, attributo tipico del ruolo.
Descrizione generale
Attiva III - II secolo a.C.
Nazione Repubblica romana
Tipo fanteria leggera
Dimensione 1.200 fanti a legione
Guarnigione/QG accampamento romano
Equipaggiamento spada, giavellotti corti, scudo rotondo ed elmo
Patrono Marte dio della guerra
Comandanti
Comandante attuale Centurione

[senza fonte]

Voci su unità militari presenti su Wikipedia

I velites (dal latino veles-itis, derivante da velox, per analogia con pedes ed eques)[1] o veliti (in italiano), erano soldati armati alla leggera, in capo all'esercito romano (più precisamente nella legione) nell'epoca repubblicana a partire dal III secolo a.C. Il numero dei veliti era equivalente per ogni legione a quello degli hastati e dei principes, pari a 1.200 ciascuno.[2]

Armamento[modifica | modifica sorgente]

Il loro armamento consisteva in una leggera armatura in cuoio (molte volte assente), in un piccolo scudo di legno di forma rotonda (di tre piedi di diametro), una spada ed alcuni giavellotti (di dimensioni ridotte, pari a due cubiti di lunghezza dell'asta di legno ed una spanna, la punta molto sottile ed appuntita),[3][4] che venivano scagliati ed assomigliavano grossolanamente agli odierni giavellotti delle discipline olimpiche. L'equipaggiamento era poi completato da un elmo semplice, che talvolta era ricoperto da una pelle di lupo, sia con lo scopo di aumentarne la protezione, sia per riconoscerli sul campo di battaglia.[5]

Utilizzo tattico[modifica | modifica sorgente]

I veliti erano i primi soldati della legione ad attaccare battaglia, con il lancio continuo di giavellotti, che avendo la punta molto sottile e appuntita, penetrava negli scudi o nelle carni dell'avversario, piegandosi e non permettendo al nemico di riutilizzarli per un secondo lancio.[4] Il loro scopo era quello di tormentare il nemico, cioè il loro lancio continuo costringeva le truppe nemiche ad 'affrettare' lo schieramento oppure portava allo scompaginamento delle file nemiche. Il fatto di avere armature leggere (o assenti) rendeva queste truppe molto veloci e agili, il che permetteva di compiere determinate azioni che non poteva compiere la fanteria pesante e questo rendeva l'intera legione più versatile. Infatti il punto di forza dei veliti era la velocità e il fatto che non combattevano in formazione, ma erano disposti in ordine sparso; questo permetteva loro di essere le truppe più efficaci a disposizione dei Romani contro i nemici 'inusuali' come carri da guerra ed elefanti. Tuttavia i veliti erano quasi completamente inefficaci nello scontro corpo a corpo e soprattutto contro la fanteria pesante.

I veliti non formavano una propria linea, ma ogni manipolo aveva normalmente 40 velites sotto il comando dei centurioni delle altre tre classi dei principes, astati e triari.[6] Poco prima che cominciasse l'attacco vero e proprio, lanciavano sul nemico numerosi giavellotti per poi rifugirasi dietro gli astati e i principi. Le fonti ricordano che portavano pelli di lupo sopra i loro elmi, così che i loro centurioni potevano riconoscerli quando dovevano ordinare la loro ritirata dietro le linee.[5]

La loro efficacia era più psicologica, che effettiva. Infatti i veliti non erano in grado di infiggere gravi perdite al nemico (bisognerà aspettare la battaglia di Crecy nel 1346 per vedere un'azione decisiva delle truppe leggere), ma la pioggia di dardi aveva effetti disastrosi sul morale dei nemici. Non erano tenuti in gran considerazione dai Romani, ma la loro azione iniziale era fondamentale, perché dava il tempo al resto dell'esercito di mettersi in formazione. I veliti vennero aboliti da Gaio Mario.

Classe sociale ed età[modifica | modifica sorgente]

All'epoca i soldati si pagavano generalmente da soli il proprio equipaggiamento militare, ragion per cui i veliti provenivano dalle classi più povere. Erano inoltre tra i più giovani.[7]

Storia[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi legione romana e esercito romano.

Dopo l'esercito liviano della guerra latina (III secolo a.C.)[modifica | modifica sorgente]

I veliti dell'esercito della Repubblica romana nel II secolo a.C. probabilmente comprendevano le leves e gli accensi, cioè i poveri della originaria quinta classe.[6] Nelle Storie Polibio afferma che i veliti erano di solito i soldati più giovani ed i più poveri delle classi militari[7] romane fino al tempo di Mario, quando la proprietà non ebbe più importanza per il servizio militare.

Dopo la riforma di Caio Mario (fine II secolo a.C.)[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Caio Mario.

Da questo momento, infatti, tutti i cittadini atti e in buona salute potevano servire nelle legioni e i più poveri venivano forniti del necessario equipaggiamento. La ricchezza del soldato e la sua posizione presso la truppa divennero così sempre più irrilevanti, come l'equipaggiamento e l'addestramento sempre più standardizzati. Da questo momento e fino alla nascita dell'Impero, con Augusto, in poi, l'esercito romano utilizzò sempre più irregolari stranieri come schermitori. I veliti furono lentamente riorganizzati come legionari armati in modo pesante dal tempo in cui Mario e altri generali romani riformarono l'esercito tra la fine del II e gli inizi del I secolo a.C. Il loro ruolo fu molto probabilmente preso dalle truppe ausiliarie irregolari.

In epoca moderna[modifica | modifica sorgente]

In epoca moderna Napoleone riorganizzò la sua Guardia imperiale su reggimenti di tre battaglioni, di cui uno di fanteria leggera, cui diede il nome di velites.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Plinio Fraccaro, Veliti da Enciclopedia Italiana (1937), Istituto dell'Enciclopedia Italiana Treccani
  2. ^ Polibio, Storie, VI, 21, 9.
  3. ^ Polibio, Storie, VI, 22, 1-2.
  4. ^ a b Polibio, Storie, VI, 22, 4.
  5. ^ a b Polibio, Storie, VI, 22, 3.
  6. ^ a b P.Connolly, Greece and Rome at war, p.130
  7. ^ a b Polibio, Storie, VI, 21, 7.
  8. ^ P.Connolly, Greece and Rome at war, pp.129-130.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Fonti primarie
Fonti storiografiche moderne
  • P.Connolly, L'esercito romano, Milano 1976.
  • P.Connolly, Greece and Rome at war, Londra 1998. ISBN 1-85367-303-X
  • A.Milan, Le forze armate nella storia di Roma Antica, Roma 1993.

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]