Dionisio I di Siracusa

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« Quivi si piangon gli spietati danni:
qui v' è Alessandro, e Dionisio fero,
che fé' Cicilia aver dolorosi anni. »
(Dante A., Inferno, canto XII, 107)
Dionisio I di Siracusa
Dionisio I di Siracusa (Promptuarii Iconum Insigniorum)
Dionisio I di Siracusa (Promptuarii Iconum Insigniorum)
Tiranno di Siracusa
In carica 405 a.C. –
367 a.C.
Predecessore Seconda repubblica siracusana
Successore Dionisio II
Morte Siracusa, 367 a.C.
Moneta raffigurante Aretusa, circa 405 a.C.

Dionìsio I o Dionigi[1] di Siracusa, detto il Vecchio (in greco antico Διονύσιος, traslitterato in Dionýsios; 430 a.C.367 a.C.) è stato un tiranno di Siracusa oltre che generale e tragediografo.

Egli riuscì, salendo al potere, ad abbattere la democrazia che si era instaurata in Siracusa nel 465 a.C., anno della morte di Trasibulo, l'ultimo tiranno della dinastia dei Dinomenidi[2]. La scelta politica di Dionisio perseguiva quella di Gelone, vissuto un'ottantina d'anni prima; per tanto, non sorprende che per lui sia stato «il riso della Sicilia»[3]. Si racconta che Publio Scipione l'Africano, quando gli furono chiesti i nomi degli uomini più abili e più intelligentemente coraggiosi, abbia risposto «I siciliani Agatocle e Dionisio»[4].

Dionisio fu a capo dell'esercito di Siracusa e degli alleati durante le guerre greco-puniche (in particolare la terza e la quarta). I successi, sommati ai risultati che la guerra contro la Lega Italiota ebbe, portarono al completo assoggettamento della Sicilia (esclusa la parte nord-occidentale ancora in mani cartaginesi) sotto un'unica polis egemone: Siracusa[5][6].

La sua tirannide portò svariate novità in àmbito culturale; Dionisio, infatti, fu un uomo di grande cultura e un mecenate, la sua corte ospitò personalità come Platone (388 a.C.), Eschine Socratico, Filosseno e Aristippo di Cirene[7][8], senza contare i numerosi artigiani e studiosi che accolse. Dionisio è tutt'oggi ricordato come esempio della crudeltà che un tiranno può raggiungere, infatti, si narrano molti aneddoti riguardanti la sua personalità e la maggior parte di essi è raccolta nelle Tusculanae disputationes di Cicerone e nei Moralia di Plutarco.


Situazione storico-politica (424-405 a.C.)[modifica | modifica wikitesto]

Battaglia navale tra i Siracusani e Ateniesi

Intorno al 424 a.C. Ermocrate di Ermone, con abili mosse diplomatiche, riuscì nel suo intento di unire tutte le poleis siciliane, stipulando la Pace di Gela, con la quale tutti erano tenuti a non attaccare né saccheggiare nessuno in previsione di un coinvolgimento della Sicilia nel conflitto, passato alla storia col nome di Seconda Guerra del Peloponneso, che ormai tendeva a uscire dai ristretti limiti della Grecia e a cercare di rinsaldare le proprie posizione altrove. Secondo Pompeo Trogo[9] la pace sarà poi da Dionisio ritenuta «dannosa al suo regno [...] e pericolosa l'inoperosità di un così grande esercito»; probabilmente Dionisio aveva come esempio di tale tregua proprio la Pace di Gela.

La spedizione Ateniese del 415 a.C. in Sicilia, mise alla prova le difese di Siracusa, che nonostante i primi sussulti, riuscì a prevalere sugli invasori[10][11] e a cambiare la politeia ("costituzione") che rinvigorì la democrazia Siracusana[12][13]. Fu sul finire del V secolo, durante le pressioni interne dovute alla lotta fra Ermocrate e Diocle di Siracusa (scontro che finì con la fuga del primo[14] e l'esilio dell'altro) e all'inizio delle invasioni puniche (409 a.C.), che gli abitanti di Siracusa si resero conto del prestigio perduto, ormai, essa contava poco e niente a livello politico-militare in Sicilia. La situazione di debolezza, quindi, scaraventò le sue conseguenze e ripose le colpe a dispetto della democrazia che, invece, era uscita quasi illesa dalla guerra, ma aveva perso consensi tra il popolo. Le rimostranze, però, non favorirono in alcun modo gli oppositori alla democrazia, dato che i cittadini mostravano la voglia di essere indipendenti e di non sottomettersi a nessuno; la forza sarebbe stata ancora la principale arma di un qualsiasi pretendente al potere[14][15]. Le vane resistenze di Diocle contro gli invasori punici inasprirono quei sentimenti di odio trai cittadini (che pure avevano apprezzato il suo operato e, in particolare, le leggi dioclee[16]).

Un primo tentativo di imporre una tirannide si ebbe già con Ermocrate che saccheggiò vari territori sotto il dominio dell'epicrazia cartaginese[17](riguadagnando in parte il vecchio prestigio che aveva perso con l'esilio del 409 a.C.). Il successivo colpo di Stato non si fece attendere, ma fallì.[18].

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Primi anni[modifica | modifica wikitesto]

Dionisio nacque, probabilmente, in una famiglia plebea di umili origini e di scarso peso politico della seconda metà del V secolo circa[19][20][21]. Dalle Tusculanae disputationes, trapelano informazioni in parte differenti rispetto alle altre fonti: infatti, per Cicerone, Dionisio nacque tra le mura di una famiglia benestante ma non nobile di nascita (e potrebbe quindi anche accompagnarsi con la tesi di Isocrate, ma non con quella di Polibio[22]). Sulla sua giovinezza, fino alla salita al potere, si conosce molto poco; si sa solo che fu uno scrivano[19], e ciò potrebbe spiegare quel suo forte legame con il mondo culturale e con gli studiosi.

I primi disegni politici si hanno all'età di ventitré anni, egli si fece sentire tra le unità che sostennero Ermocrate e il suo colpo di Stato. Ma nell'ultimo decisivo scontro rimase gravemente ferito e si diede quasi per scontata la sua morte [14][23]. Tutti i ribelli, compreso Dionisio, furono processati ed esiliati. Ciò, però, lascia più dubbi che spiegazioni, infatti nessuno scrive in che modo il tiranno sia riuscito a risollevarsi e ad aggirare i vincoli dell'esilio. La sua salvezza, secondo un'ipotesi abbastanza accreditata, si deve a Eloride di Siracusa[24], suo padre adottivo[25] che, di famiglia aristocratica, riuscì a cambiare i connotati della figura di Dionisio e a renderla estranea alla società[26].

Il pericolo dei barbari incombeva già nella sua giovinezza; negli ultimi anni del V secolo i Cartaginesi invasero per ben due volte la Sicilia, conquistando e distruggendo Selinunte, Himera e Akragas. La situazione esigeva, di conseguenza, un capo potente e forte che riuscisse a contrastare la forza degli invasori. La conquista di Gela da parte di Imilcone II fu il preludio alla sua entrata in campo[27][28].

Prime esperienze politiche[modifica | modifica wikitesto]

L'esigenza di un nuovo generale che provvedesse ai bisogni della guerra, fu senz'altro il motivo e il pretesto con cui Dionisio riuscì a salire al potere[29]. Per mezzo degli appelli demagogici, rivolti in special modo alle classi povere, contro i generali che erano stati incapaci di difendere nel migliore dei modi Gela, Dionisio offrì al consiglio di Siracusa l'occasione per giustiziare i comandanti e agire subito. Cercò di convincere tutti del bisogno di sceglierli tra quelli di animo più nobile, senza rivolgersi ciecamente agli oligarchi (quindi ai nobili). Fu proprio questo "Dionisio in veste di oratore" che con la sua politica si alienò il favore dei ricchi sobillando, nel contempo, le masse insoddisfatte[30][31]. Gli svariati discorsi che declamò ebbero il consenso desiderato, Dionisio raccolse il favore popolare e quello del consiglio, per poi essere eletto legalmente in qualità di polemarco (ovvero generale bellico) insieme ad altri colleghi[31][32].

Ascesa al potere e tirannide (406/5 a.C.)[modifica | modifica wikitesto]

« Sicilia di tiranni antico nido
vide triste Agatocle acerbo e crudo
e vide i dispietati Dionigi
e quel che fece il crudel fabro ignudo
gittare il primo doloroso strido
e far ne l'arte sua primi vestigi. »
(Petrarca, Rime disperse 65-70)

Il favore nei confronti di Dionisio crebbe quando il suo esercito fu mandato a Gela per supplire alla mancanza di uomini nella guarnigione cittadina, minacciata da Imilcone e dai barlumi di una nuova guerra contro i Cartaginesi. Lì, condannò a morte i ricchi della città e divise i loro averi tra la popolazione, riuscendo a duplicare, in tal modo, gli stipendi dei soldati; con questa mossa non solo si guadagnò il sostegno degli uomini armati (sostegno, tra l'altro, importantissimo per instaurare una tirannide) ma anche il favore del demo di Gela che, memore dei ricordi passati, poneva ora poca fiducia negli uomini più potenti[33].

Dionisio tiranno di Siracusa

La sua breve stagione politica lo aveva forgiato, i suoi consensi si estesero tra la popolazione e nel governo, ma egli voleva di più, voleva sentirsi desiderato e salire in questo modo al potere, per risollevare Siracusa dalla costernazione in cui era caduta dopo l'esperienza di Akragas. Perciò si dimise dalla carica di polemarco, ammettendo di non voler rischiare nel difendere la sua patria che, ormai, non lo supportava al meglio nelle sue scelte e nelle sue posizioni[34]. I Cartaginesi erano alle porte della Sicilia e non c'era tempo per discutere, Dionisio appariva ora indispensabile e, come tale, anche un regime di un solo uomo che riuscisse a riunire i Greci come, tanti anni prima, Gelone fece e confermò con la splendida vittoria nella battaglia di Himera. L'emblema di tutto ciò era proprio Dionisio, e l'assemblea lo elesse in qualità di unico generale con pieni poteri (strategòs autokràtor)[33][35].

Dionisio riuscì così a guadagnarsi un posto di privilegio tra i cittadini (anche se alcuni non lo sostennero per nulla[33]), ma la sua volontà lo spingeva ad assurgere di carica, a diventare tiranno senza avere limiti di governo, ma per arrivare a tanto avrebbe dovuto arruolare dei soldati fedeli ed efficienti. La premura, per lui, non era mai troppa, avrebbe dovuto riuscire nei suoi intenti al primo tentativo, evitando di ricadere negli errori di Ermocrate (con il quale aveva, tra l'altro, stabilito delle relazioni sposando nel 405 a.C. sua figlia[35]) per questo organizzò e scelse personalmente le sue guardie del corpo.

I suoi uomini furono concessi dal governo ed erano per la maggioranza mercenari (una hetairia ovvero esercito privato), pagati e sostenuti finanziariamente da Filisto di Siracusa, uomo ricco e di nobile nascita che lo sosterrà per tutta la vita[31]. Sarebbe stato necessariamente questo l'unico mezzo con cui avrebbe potuto imporsi come tiranno[36]. Oltre all'hetairia, a Dionisio fu dato il permesso di avere delle guardie del corpo (in totale 1000 uomini dotati di costosi armamenti e delle più grandi promesse[37]) che facilitarono enormemente l'instaurazione della tirannide[38][39][40][41]. Fu così che Diodoro Siculo descrisse lo stratagemma che attuò per avere delle guardie personali:

(GRC)

« Διονύσιος [...] εὐθὺς οὖν παρήγγειλε τοὺς ἐν ἡλικίᾳ πάντας ἕως ἐτῶν τεσσαράκοντα λαβόντας ἐπισιτισμὸν ἡμερῶν τριάκοντα καταντᾶν μετὰ τῶν ὅπλων εἰς Λεοντίνους. αὕτη δ᾽ ἡ πόλις τότε φρούριον ἦν τῶν Συρακοσίων, πλῆρες ὑπάρχον φυγάδων καὶ ξένων ἀνθρώπων. ἤλπιζε γὰρ τούτους συναγωνιστὰς ἕξειν, ἐπιθυμοῦντας μεταβολῆς, τῶν δὲ Συρακοσίων τοὺς πλείστους οὐδ᾽ ἥξειν εἰς Λεοντίνους. οὐ μὴν ἀλλὰ νυκτὸς ἐπὶ τῆς χώρας στρατοπεδεύων, καὶ προσποιηθεὶς ἐπιβουλεύεσθαι, κραυγὴν ἐποίησε καὶ θόρυβον διὰ τῶν ἰδίων οἰκετῶν: τοῦτο δὲ πράξας συνέφυγεν εἰς τὴν ἀκρόπολιν, καὶ διενυκτέρευσε πυρὰ καίων καὶ τοὺς γνωριμωτάτους τῶν στρατιωτῶν μεταπεμπόμενος. ἅμα δ᾽ ἡμέρᾳ τοῦ πλήθους ἀθροισθέντος εἰς Λεοντίνους, πολλὰ πρὸς τὴν τῆς ἐπιβολῆς ὑπόθεσιν πιθανολογήσας ἔπεισε τοὺς ὄχλους δοῦναι φύλακας αὐτῷ τῶν στρατιωτῶν ἑξακοσίους, οὓς ἂν προαιρῆται. »

(IT)

« Dionisio [...] dunque dette ordine a tutti gli uomini validi fino ai quaranta anni di portarsi a Leontinoi in assetto di guerra e forniti di provviste per trenta giorni. Quella città era allora una piazzaforte di Siracusa, piena di profughi e di forestieri: Dionisio contava sul fatto che costoro si sarebbero schierati dalla sua parte, desiderosi di un cambiamento politico, e che la maggioranza dei Siracusani non sarebbe venuta a Leontinoi. Ad ogni buon modo acquartierato di notte in campagna, simulò un tentativo di cospirazione ai suoi danni, facendo sollevare clamore e confusione dai suoi domestici; dopodiché si rifugiò sull'acropoli, dove trascorse la notte tenendo fuochi accesi e facendosi raggiungere dai soldati più fidati. Appena giorno, concentrata a Leontinoi la massa popolare, si ingegnò a dimostrare l'ipotesi della congiura, e così persuase la folla ad assegnargli una guardia di seicento soldati, da scegliere secondo la sua discrezione. »

(Diodoro Siculo, Bibliotheca historica XIII 95[42])

Completato ormai questo ultimo tassello, si dichiarò apertamente tiranno e giustiziò gli avversari politici, Dafneo e Demarco[19].

Datazione[modifica | modifica wikitesto]

Il problema della datazione si fa soprattutto sentire in questo periodo, che per molti versi rimane oscuro (si ha, quindi, una carenza di fonti attendibili). Walbank [43] propende ad assumere una datazione meno recente (408/7 a.C.), mentre secondo l'iscrizione del Marmor Parium (affiancata anche da Diodoro) la datazione tenderebbe a essere più recente (406/5 a.C.). L'ultima data è quella che oggi tende ad avere più credito, ma ciò non esclude la veridicità dell'altra; in questo dibattito, però, si è certi che l'ascesa risalga a prima della fine della seconda guerra del Peloponneso e alla presa di Atene (e forse anche prima della battaglia di Egospotami)[44].

La disfatta di Gela e la Pace di Imilcone (406/5 a.C.)[modifica | modifica wikitesto]

Frammento del Marmor Parium, iscrizione su cui sono riportati, cronologicamente, numerosi eventi della storia greca

Probabilmente nel medesimo anno della presa del potere, nel contesto della terza guerra greco punica, il tiranno si fece immediatamente sentire marciando alla volta di Gela, contro i soldati cartaginesi, campani e iberi di Imilcone, con circa trentamila uomini e gli alleati Italioti[45][46]. È tuttora impossibile ricostruire fedelmente come si svolse la battaglia, la nostra principale fonte (Diodoro) appare in questo capitolo totalmente distante dalla vera realtà dei fatti. Le incongruenze sulla posizione del bivacco punico (che all'inizio sembra posto a ovest del fiume Gela, mentre, dal momento dell'attacco del tiranno, pare proprio essersi trasferito vicino all'altra sponda del fiume[47]) e sulla scelta di ingaggiare battaglia contro un esercito più numeroso, sembra paradossale se comparata a Dionisio, che certo non amava le decisioni avventate; tutte queste incertezze diedero adito alle ricerche degli studiosi e alle loro ipotesi[48]. Perciò, quindi, è meglio non dare sempre assoluta fiducia allo storico, che, spesso e volentieri, è l'unica fonte a darci una visione completa degli eventi[49][50].

Al di là delle varie congetture resta certa la sconfitta del tiranno che altro non fece che accettare la tregua offertagli da Imilcone[51], secondo la quale:

(GRC)

« Καρχηδονίων εἶναι μετὰ τῶν ἐξ ἀρχῆς ἀποίκων Ἐλύμους καὶ Σικανούς: Σελινουντίους δὲ καὶ Ἀκραγαντίνους, ἔτι δ᾽ Ἱμεραίους, πρὸς δὲ τούτοις Γελῴους καὶ Καμαριναίους οἰκεῖν μὲν ἐν ἀτειχίστοις ταῖς πόλεσι, φόρον δὲ τελεῖν τοῖς Καρχηδονίοις: Λεοντίνους δὲ καὶ Μεσσηνίους καὶ Σικελοὺς ἅπαντας αὐτονόμους εἶναι, καὶ Συρακοσίους μὲν ὑπὸ Διονύσιον τετάχθαι, τὰ δὲ αἰχμάλωτα καὶ τὰς ναῦς ἀποδοῦναι τοὺς ἔχοντας τοῖς ἀποβαλοῦσι. »

(IT)

« Ai cartaginesi andava il dominio, oltre che sugli antichi coloni, anche sugli Elimi e sui Sicani; alle popolazioni di Selinunte, Akragas, Himera, Gela e Camarina, era concesso di abitare nelle loro città ma senza cinta muraria, ed era imposto di pagare tributi a Cartagine; Leontinoi, Messàna e i Sicelioti restavano liberi con le loro leggi; Siracusa era sottoposta a Dionisio; le due parti si restituivano i prigionieri e le navi catturate »

(Diodoro Siculo, Bibliotheca historica XIII 114)

Le condizioni furono umilianti, Dionisio perse laddove fu eletto proprio per sopraffare i Cartaginesi; anche qui però le spiegazioni della ritirata di Imilcone restano oscure, in questo caso si tende a credere alla versione di Diodoro che vide nell'epidemia scoppiata in quel frangente l'unica vera causa della ritirata[52][53].

La prima rivolta, che cercò di contrastare il suo potere nascente, fu progettata e organizzata dai cavalieri siracusani in ritirata, ma fu presto sedata data la scarsa resistenza che opposero.

La Grande Rivolta (405 a.C.)[modifica | modifica wikitesto]

(GRC)

« ...μὲν παῖδας ἀστραγάλοις τοὺς δ᾽ ἄνδρας ὅρκοις ἐξαπατᾶν. »

(IT)

« Si dovrebbero ingannare i bambini con i dadi e gli adulti con i giuramenti. »

(Plutarco, Opere morali 330f)
Antiche polis della Magna Grecia

Questo smacco e la prima rivolta misero in allarme Dionisio che progettò una serie di presidî intorno all'isola di Ortigia che gli pareva la zona strategicamente più forte e sicura della città. La fortificò tutta, senza badare a spese, creò un arsenale di sessanta triremi nello stesso territorio. Concesse le migliori terre e le donò agli amici e agli ufficiali, le restanti le divise trai cittadini (compresi gli schiavi chiamati neopoliti)[54].

Per far fronte alla recente disfatta rivolse le sue mire espansionistiche alla polis di Erbesso con l'intento di riuscire in ciò in cui prima aveva fallito, ossia conquistare la Sicilia. Dorico, il designato comandante dei soldati del tiranno, represse con la forza gli animi dei suoi uomini che si erano scaldati a causa della recente ribellione dei cavalieri. Ciò non giovò a Dionisio che si vide nel mezzo di un'altra sedizione, i mercenari, infatti, «inneggiavano alla libertà»[54] e rimpiangevano di non avere sostenuto gli altri ribelli[55]. Il tiranno non esitò a interrompere l'assedio, rivolgendosi subitaneamente a Siracusa e cercando di resistere là, dove aveva costruito le sue fortificazioni. I ribelli richiesero dei rinforzi ai Messeni e ai Reggini che alla fine inviarono meno di ottanta triremi ciascuno, e come guida assunsero il corinzio Nicotele[56].

Il tiranno si sentì ormai spacciato, le vie di fuga non si presentarono ed egli stava seriamente pensando a come morire. Tuttavia Filisto che gli fece da consigliere, lo implorò a restare a Siracusa per quanto possibile e a non ascoltare i consigli del suocero Polisseno, che gli consigliava, invece, di scappare[56]. Così motivato, mando un'ambasceria trai i Campani chiedendo di assediare i ribelli in città e di scacciarli per quanto possibile[56]. Fu proprio nel momento del bisogno in cui arrivarono i rinforzi richiesti: milleduecento cavalieri Campani e, poco dopo, trecento mercenari (provenienti, forse, dal Peloponneso)[57][58].

L'agonismo e l'aggressività con cui i ribelli aveva iniziato questa loro sedizione, caricati dal loro capo Nicotele di Corinto, non fecero altro che affievolirsi col tempo; tutti questi, infatti, congedarono i cavalieri e molti di loro ritornarono alle proprie occupazioni[58]. I Campani e gli uomini di Dionisio, che, nel frattempo aveva recuperato il morale, attaccarono in simbiosi i pochi ribelli che erano rimasti, e li vinsero definitivamente con un piccolo scontro presso Città Nuova. Il tiranno fu particolarmente indulgente in questa occasione e permise a tutti gli sconfitti di tornare in città, promettendo loro di dimenticare ciò che avevano fatto[59]; ma, per precauzione, fece infiltrare i suoi uomini nelle case di ogni cittadino e confiscò gli scudi e le armi[59][60][57].

Lisandro, che ormai aveva trionfato sulla Grecia[61], intrattenne, nel frattempo, delle relazioni con Dionisio (per ottenere un certo controllo sulla Magna Grecia), inviando un certo Areta[59][62] (nei tràditi anche Aristo) che si dimostrò un valido sostenitore del tiranno. Secondo invece la versione di Plutarco[63] Lisandro stesso sarebbe giunto a Siracusa.

Prima spedizione di Sicilia (403/2 a.C.)[modifica | modifica wikitesto]

Per riscattarsi dalla recente sconfitta contro i Cartaginesi di Imilcone, Dionisio cominciò a espandersi altrove in Sicilia, come prova della sua forza, volendo, in particolare, conquistare le città calcidesi di: Nasso, Catania e Leontinoi[64](le ultime due, per la precisione, sarebbero state fondate da Nasso[65][66]). Prima di tutto il tiranno puntò su Leontinoi, ma, avendola trovata molto ben difesa, disdisse tutto per volgersi invece su Enna, sostenendo il tiranno locale, un certo Aimnesto (a detta di Diodoro, questa mossa funse da diversivo per ingannare le altre città calcidesi e attaccarle di sorpresa[64]).

Tratto delle Mura Dionisiane

Alla sua volontà si arresero, senza colpo ferire, le polis di Catania e Nasso, che furono rase al suolo e donate ai vicini sicelioti; Leontinoi, circondata dai nuovi dominî di Dionisio, si arrese al tiranno[64]. Gli Erbitei, che avevano appena stipulato una pace con il tiranno, si sentirono comunque minacciati e non esitarono a fondare una piccola colonia: Alesa Arconidio (dal nome del fondatore), che ben presto raggiunse i livelli di opulenza della madrepatria e, anzi, li superò; per questo decise di interrompere le relazioni con Erbesso e di non riconoscere le origini da questa città, tutto perché non avevano intenzione di avere rapporti con gente così povera[64].

Mura dionigiane[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Mura dionigiane e Castello Eurialo.

Dionisio si figurò anche le peggiori situazioni possibili, e, perciò (dal 402 a.C.), incominciò a edificare un muro a nord, nord-ovest di Siracusa; infatti, da queste stesse posizioni, durante la spedizione ateniese in Sicilia, gli Ateniesi erano riusciti a penetrare e a mettere in seria difficoltà i Siracusani (al tempo comandati da Ermocrate). Per Diodoro, Dionisio arruolò e raccolse schiere e schiere di uomini, per un totale di sessantamila lavoratori, seimila coppie di buoi e molti ingegneri. La massa di uomini era enorme, ma non erano schiavi, ognuno di essi aveva uno stipendio [67]. Erano, pure, stati messi in palio alcuni premî per chi avesse mostrato di lavorare sodo, tanto che la costruzione del muro di venti stadi (quattro km circa) fu completata in venti giorni, mentre, per la costruzione del tratto di mura più lungo, ci si mise quasi un anno[68][69]. Tanto questa sua imponente opera destava ormai paura tra i Sicelioti, che stipulò un'alleanza con i Reggini e Messina, che pure erano in principio animati da velleitarie ostilità nei suoi confronti[70].

Terza guerra greco punica (409-397 a.C.)[modifica | modifica wikitesto]

Prima spedizione contro i Cartaginesi (398/7 a.C.)[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Guerre greco-puniche e Assedio e caduta di Mozia.
Ricostruzione erronea della struttura di una quinquereme.

Ormai non restava altro che superare le frontiere cartaginesi, e Dionisio era ben conscio di affrontare una grande potenza in Africa come in Europa, anche se, dopo le ultime sconfitte dovute alle pestilenze e all'instabilità politica che era sopraggiunta con il declino dei Magonidi[71], i Cartaginesi avevano in parte perso il loro antico prestigio. Senza indugiare oltre dal 401 a.C., chiamò a corte i migliori tra gli artigiani d'Italia e di Grecia e cominciò ad arruolare i mercenari[70].

« [Dionisio] Progettava di fabbricare armi in grandissima quantità e dardi di ogni tipo, inoltre, navi a quattro e a cinque ordini di remi; [...] Dionisio ogni giorno si aggirava fra i lavoratori, rivolgeva loro parole cortesi, premiava i più volenterosi con doni e li accoglieva alla sua tavola. [...] Gli artigiani, dispiegando insuperabile zelo, inventavano molte armi da lancio e macchine da guerra nuove e che potevano essere di grande utilità. »
(Diodoro Siculo, Bibliotheca historica XIV 41)
Balista, prototipo della futura catapulta a torsione. [72]

Gli artigiani della corte di Dionisio furono ritenuti gli inventori della quadrireme e della quinquereme, anche se Aristotele attribuisce i primi prototipi agli ingegneri cartaginesi[73].

L'esercito del tiranno era composto per la maggior parte da mercenari provenienti dalla Grecia, tra cui c'erano soldati Spartani, che al tempo imponevano la loro egemonia sulla Grecia[74]. Con il loro generale, Lisandro, Dionisio instaurò buoni rapporti già dal 405 a.C., ma il primo fu comunque ben lieto di cedergli un po' di soldati, allora in ozio, che avrebbero potuto rivoltarsi[75].

Con le doppie nozze con le figlie del capo di Reggio e di Messàna, Dionisio suggellò l'alleanza contro i Cartaginesi[74] che, d'altra parte, non erano alieni dalle vicende dell'isola, anzi, cominciavano a subodorare i preparativi del tiranno[76].

Dichiarata manifestamente la guerra, perché Cartagine «teneva in schiavitù» le polis greche[77], Dionisio si preparò sùbito ad assediare Mozia, colonia dei Cartaginesi, città usata da loro come base strategica per le operazioni di Sicilia. Il viaggio di andata si rivelò ricco di entusiasmo, i Greci erano ben felici di aiutare chiunque si fosse opposto ai barbari; tale fu la partecipazione che tra i mercenari giunsero uomini provenienti da Gela e Akragas, come da Himera, tale fu l'enormità dell'esercito, che le cifre raggiunsero, forse, i trentamila uomini, le duecento navi da guerra e varie catapulte[78][79]. Con un difficile assedio e una cruenta battaglia, Dionisio riuscì a rompere le difese della città e a conquistarla, ritornando in trionfo a Siracusa.

Contrattacco cartaginese (397 a.C.)[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Assedio di Siracusa (397 a.C.).
Siracusa

Dionisio era riuscito a sconfiggere e a cacciare definitivamente i Cartaginesi dalla Sicilia, ogni loro città era stata saccheggiata ma Imilcone (che per quell'anno fu ancora eletto come sufeta) non si diede per vinto e fece traghettare meno di centomila[80] soldati dalla Libia per tentare di riprendere i territorî precedentemente persi[81]. I soldati riconquistarono prima Erice e poi Mozia, per poi passare a Messina, mentre Dionisio e il suo esercito, che erano, al momento, nella Sicilia orientale, valutarono la situazione e decisero di ritirarsi a Siracusa per difendersi da lì. Messina intanto fu rasa al suolo e i Sicelioti si sottomisero agli invasori, ai Siracusani, in questo momento di difficoltà restavano solo gli alleati: i Lacedemoni e i Campani che da poco si erano trasferiti a Catania[82].

Vani furono i tentativi di fermare l'avanzata con una battaglia navale presso Catania, le resistenze di Leptine (fratello e luogotenente di Dionisio) fallirono al solo confronto con Magone (luogotenente cartaginese) che si arrestò al solo passare le pendici dell'Etna che aveva appena eruttato[82]. Polisseno, che fu inviato come ambasciatore in Grecia e trai Greci d'Italia, ottenne solo una trentina di navi, mentre Imilcone era in parte entrato in città, aveva saccheggiato tutti i templi e distrutto molte tombe di uomini illustri, tra le quali quella di Gelone; i Cartaginesi aspettavano quindi solo il momento buono per irrompere all'interno[83].

Ma i Cartaginesi non avevano preso in considerazioni la stagione calda che è l'estate siciliana, l'innumerevole numero di soldati e il luogo malsano di natura (era, infatti, paludoso); tutto ciò rese inevitabile la diffusione di una pestilenza tra gli invasori, cosa che successe anche durante la spedizione ateniese[84][85][86]. Dionisio, che era stato prima criticato per non avere opposto resistenze a Imilcone, prese immediatamente in mano le armi e si avvinghiò ai soldati e alle navi cartaginesi, che, non avendo retto al primo e decisivo urto, si diedero alla fuga[87][88]. La situazione cartaginese stava precipitando, sia in Libia sia in Sicilia, ma il tiranno non si sentiva ancora sicuro, temeva ancora le defezioni da parte dell'esercito e, per ovviare a questo inconveniente, decise di relegare i mercenari nella città di Leontinoi. Poi, cominciò a riprendere le redini del governo: stipulò dei patti con i Messeni, Erbitei, Assorini, Solunto ed Enna, rinnovò il patto con gli Spartani e sottomise parte della Sicilia con le armi, fino a raggiungere l'estensione territoriale del 402 a.C., dopo la prima spedizione di Sicilia[89].

Partecipazione alla Guerra di Corinto (395 a.C.)[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Guerra di Corinto.

Gli Spartani, dopo la vittoria della Seconda Guerra del Peloponneso, si misero ben presto contro quasi tutti i Greci che, aizzati dal sostegno persiano, presero le distanze da Sparta e le dichiararono guerra; Corinto, che prima combatteva a favore della Lega peloponnesiaca, con questa guerra le si schierò contro. Questa disposizione risultò problematica per Dionisio che era comunque in debito con Corinto perché aveva fornito dei soldati quando Siracusa fu attaccata dagli Ateniesi e, più recentemente, dai Cartaginesi[90].

Pare proprio che Dionisio abbia cercato di aiutare i Lacedemoni alla fin fine[91], anche se rimandò l'invio dei rinforzi. L'ateniese Conone, d'altro canto, fu sempre attratto dall'idea di avere dalla sua parte il sostegno di un tiranno dal quale ricevere rinforzi, dato che egli aveva già sperimentato i vantaggi di stare al fianco di Evagora, tiranno di Salamina in Cipro[92][93]. Un decreto ateniese del 394/3 a.C. in onore di Dionisio, lo definisce «arconte di Sicilia»[94], e, proprio lo stesso anno, un'ambasceria ateniese gli propose di prendere come sposa la figlia di Evagora[91].

La posizione dell'ateniese Lisia fu, invece, totalmente opposta a quella di Conone, il primo, infatti, paragonava la pericolosità del tiranno a quella del re di Persia[95]. Ma ciò non frenò in nessun modo Conone che inviò due ambasciatori a Siracusa i quali riuscirono solamente a convincere Dionisio a non schierarsi in favore di qualcuno, almeno per le prime fasi belliche[91][96], mentre, poco prima della pace del Re, il tiranno inviò comunque dei contingenti per Sparta nell'Ellesponto[97]. Più tardi, con il medesimo intento di Conone, Isocrate scrisse una lettera a Dionisio (368/7 a.C.)[98]. Era certo importante avere un alleato all'infuori della Grecia, ma il tiranno poche volte si limitò a inviare supporti, tutti questi furono inviati alla Lega peloponnesiaca con la quale Dionisio strinse pure un trattato. I suoi buoni rapporti con Sparta si mantennero sino alla sua morte (367 a.C.), quando in Grecia l'egemonia tebana rappresentava il più grande pericolo[99][100].

Seconda spedizione di Sicilia (390/89 a.C.)[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Battaglia dell'Elleporo.
Resti del tempio di Kaulon

Finita la guerra, nel 393 a.C. Dionisio incominciò a fortificare le polis che aveva riconquistato, ma a Reggio non piacque questa decisione perché gli abitanti si sentivano minacciati dalle opere edilizie di Messina e pensavano che Dionisio stesse tramando di passare nel Bruzio, appena avesse terminato i lavori[101]. I Reggini, perciò, mandarono Eloride di Siracusa (fuggiasco dalla tirannide di Dionisio) appunto per mandare a monte questi piani. Il tiranno si oppose sùbito e, altrettanto velocemente, organizzò un progetto di assedio contro Reggio, ma prima provvide a calmare i Sicelioti di Tauromenio che erano sempre in vena di rivolte perché molto legati ai valori di libertà e d'indipendenza[101]. Tuttavia, nell'inverno di quell'anno, i ribelli batterono l'esercito del tiranno, che riparò a Siracusa, e le polis di Agrigento e Messina si staccarono dall'alleanza con Dionisio e si schierarono con Cartagine che, dopo la disfatta subìta, aveva cominciato a rivedere la luce in Sicilia con il nuovo sufeta Magone[102]. I contrasti con i Cartaginesi si rinnovarono, questi puntavano ad accaparrarsi la fiducia delle polis insofferenti alla tirannide dionisiana. Gli scontri per ora furono di ridotta portata e si venne presto a una tregua, ma non passarono neanche dieci anni, che Magone aprì le ostilità e, con ciò, anche la quarta guerra greco punica[103].

Prima dello scoppio di questa quarta guerra, Dionisio si era già rivolto verso Reggio che, con cento triremi, aveva già messo a ferro e fuoco. I Greci d'Italia erano ben consci del pericolo e, proprio in questo anno, istituirono una lega che aveva come principale obiettivo quello di difendersi dai Lucani e dai Siracusani[104].

Tre spedizioni si ebbero contro Reggio (392; 391; 389 a.C.) l'ultima delle quali portò alla battaglia dell'Elleporo e alla vittoria del tiranno sulla polis di Reggio e sulla Lega Italiota che fu asservita al suo volere. Dionisio, però, al contrario di ogni previsione:

(GRC)

« ...τούς τε γὰρ αἰχμαλώτους ἀφῆκεν αὐτεξουσίους χωρὶς λύτρων καὶ πρὸς τὰς πλείστας τῶν πόλεων εἰρήνην συνθέμενος ἀφῆκεν αὐτονόμους. ἐπὶ δὲ τούτοις ἐπαίνου τυχὼν ὑπὸ τῶν εὖ παθόντων χρυσοῖς στεφάνοις ἐτιμήθη, καὶ σχεδὸν τοῦτ᾽ ἔδοξε πρᾶξειν ἐν τῷ ζῆν κάλλιστον. »

(IT)

« ...rilasciò i prigionieri senza condizioni e senza riscatto, stipulò patti con la maggior parte delle città e le lasciò autonome. Per questo motivo coloro che egli aveva beneficato lo lodarono e lo onorarono con corone d'oro e forse questa sembrò l'azione più bella della sua vita »

(Diodoro Siculo, Bibliotheca historica XIV 105)

Reggio si arrese a dure condizioni e gli abitanti furono resi prigionieri, Caulonia e Ipponio furono poi rase al suolo e il territorio donato ai Locresi. La stessa Lega Italiota fu asservita al tiranno e il suo "impero" raggiunse la massima estensione[105]. Come spartiacque tra i suoi dominî e i Lucani (che da alleati stavano divenendo nemici), fu costruito un muro passante per Scillezio[106][107][108]. La funzione di queste mura è paragonabile a quelle delle lunghe mura di Atene, ossia collegare i territorî al di là dello stretto di Messina con la madrepatria[109].

La colonizzazione dell'Adriatico (387 a.C.)[modifica | modifica wikitesto]

Colonie siracusane in Adriatico (in rosso)

Intorno al 387-385 a.C., Dionisio intraprese un intenso programma di colonizzazione dell'Adriatico per conquistare l'Epiro e arrivare tra le ricchezze dei templi di Delfi[110][111]. Per far ciò Dionisio strinse un patto con gli Illiri. Questo fenomeno di colonizzazione portò alla fondazione in Italia di Ankon (attuale Ancona, città, però, fondata dagli esuli Siracusani[112]) e di Adria (attuale Adria). Nella costa dalmata si assisté, invece, alla fondazione di Issa (attuale Lissa), Dimos (attuale Lesina[113]) e Pharos (attuale Cittavecchia di Lesina); quest'ultima città sorse in collaborazione con gli abitanti dell'isola greca di Paro. Issa a sua volta fondò Tragyrion (attuale Traù).

Con questo programma di colonizzazione Dionisio si assicurò un controllo totale sulle rotte adriatiche che portavano il grano padano verso la madrepatria greca, permettendo così a Siracusa di competere con gli Etruschi in questo commercio. Da Strabone, sembra che Dionisio si riuscito ad arrivare fino in Corsica con la flotta[114]. Il tiranno infine stipulò una pace con i Galli, che, precedentemente, erano scesi nella penisola italiana e avevano incendiato Roma[115].

Quarta guerra greco punica (383-367 a.C.)[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Battaglia di Cabala, Battaglia di Monte Kronio e Guerre greco-puniche.

Con le nuove colonizzazioni, Dionisio riuscì a far aumentare le entrate di denaro e a sfruttare i nuovi introiti per arruolare soldati necessari a fronteggiare Cartagine, che dava ancora segni di vitalità in Sicilia con l'alleanza con gli Italioti. Magone fu eletto come capo della resistenza all'invasione, ma, ben presto, fu ucciso nella sconfitta di Cabala, dove Dionisio trionfò di misura. La stessa soluzione non si ebbe nella battaglia di Monte Kronio, dove i Cartaginesi fermarono altresì l'invasore[116]. Questi ultimi accenni di sfida non portarono a niente, i confini, precedenti all'inizio della guerra, furono ripristinati e Dionisio fu costretto anche a versare mille talenti per l'indennità di guerra.

Pare che il tiranno continuasse sempre e comunque ad agire contro i Greci d'Italia, in particolare contro Thurii (l'antica Sibari). L'ultima tra le sue imprese si riversò sempre sui Cartaginesi, ma l'inverno mise fine alle azioni militari e, poco dopo, anche alla sua vita[117].

Morte (367 a.C.)[modifica | modifica wikitesto]

Esistono diverse versioni sulle circostanze della morte di Dionisio:

  • Secondo Pompeo Trogo[118] Dionisio fu ucciso a tradimento dai suoi, preoccupati dai sogni utopici del tiranno che rischiava di portare Siracusa sull'orlo del precipizio e, d'altra parte, sempre secondo Trogo, il tiranno pareva indebolito e già di per sé sconfitto.
  • Secondo invece la versione di Diodoro Siculo[117] Dionisio stette male per essersi ubriacato in un banchetto e, nel giro di pochi giorni, morì (368/7 a.C.).
  • Secondo Timeo di Tauromenio[119] a Dionisio fu somministrato, sotto sua richiesta, un sonnifero che allievò il dolore della morte.
  • Secondo Cornelio Nepote[120], invece, fu il figlio di Dionisio, il futuro Dionisio II, che avrebbe espressamente richiesto di dare il sonnifero al padre, ormai in fin di vita.

Politica interna[modifica | modifica wikitesto]

(GRC)

« Διονύσιος γοῦν ὁ τύραννος, ὥς φασι, κιθαρῳδοῦ τινος εὐδοκιμοῦντος ἀκούων ἐπηγγείλατο δωρεὰν αὐτῷ τάλαντον: τῇ δ᾽ ὑστεραίᾳ τοῦ ἀνθρώπου τὴν ὑπόσχεσιν ἀπαιτοῦντος, ‘χθές’ εἶπεν ‘εὐφραινόμενος ὑπὸ σοῦ παρ᾽ ὃν ᾖδες χρόνον εὔφρανα κἀγώ σε ταῖς; ἐλπίσιν ὥστε τὸν μισθὸν ὧν ἔτερπες ἀπελάμβανες εὐθὺς ἀντιτερπόμενος. »

(IT)

« Si narra che il tiranno Dionisio, udendo un giorno il suono di una cetra di un suonatore, promise di donargli un talento. Ma il giorno successivo il suonatore, ricordandogli la promessa, ebbe tale risposta: ieri mi donasti piacere col suonare e io te ne diedi con lo sperare, così, nell'atto del dilettarmi, ricevesti la tua ricompensa che fu la speranza. »

(Plutarco, Opere morali 334a)

Le guerre che Dionisio intraprese furono costose e il tiranno necessitava, al tempo, di maggiori fondi da cui trarre il necessario per combattere[121]. Per ovviare a questo inconveniente, pare proprio che avesse indetto una riunione per trovare i fondi necessari alla costruzione di una flotta e sembra che li abbia estorti con l'inganno dalle mani dei cittadini (403 a.C.). Tale era il bisogno di rinvigorire le casse del proprio impero, che indisse un'asta per vendere i suoi mobili e impose una nuova imposta contro chi non allevava ovini e bovini, dato che al tempo non ve ne erano in abbondanza. Ciò fece, e sùbito molti andarono a comprare questi animali, ma, senza neanche averli curati come si deve, eliminò la restrizione facendo in tal modo infuriare i cittadini[122].

Dionisio, sempre in cerca di denaro, in parte lo trovò quando prese Reggio e vendette i prigionieri, in parte quando saccheggiò i templi della propria capitale: Siracusa. Non si è certi sul fine ultimo di questi vandalismi: non si sa se fossero deliberatamente dannosi alla comunità o se questi avessero un fine che va oltre ciò che le fonti ci raccontano[122][123]. Dalla testimonianza di Diodoro, invece, pare che il tiranno non sentisse il peso della crisi finanziaria, dato che, egli scrive, inviava regolarmente offerte votive a Olimpia[124].

In ogni modo, i Siracusani cominciarono apertamente a non vedere di buon occhio il tiranno (come anche prima, con sospetto latente, facevano); le empietà di Dionisio nei confronti delle divinità si fanno strada dallo pseudo-Aristotele, per giungere anche nel mondo romano con Cicerone [125], Strabone [114], fino a Eliano[126], secondo il quale Dionisio profanò i beni di tutti i templi della città, causa per la quale rimase inviso ai Siracusani.

Dionisio e la cultura[modifica | modifica wikitesto]

Personalità[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Orecchio di Dionisio.
Orecchio di Dionisio (Siracusa)

Dionisio coltivava una segreta passione per i cavalli e l'ippica e fece importare i migliori cavalli di tutto il Veneto[127].

Scrisse Eliano[128] «Dionisio di Sicilia esercitava personalmente la medicina con passione: sapeva curare, incidere, cauterizzare e tutto il resto». Si narra anche che Dionisio amasse molto bere il vino[129][130].

Ciò che sorprende molto, è che Dionisio fu sempre un codardo e varî aneddoti lo dimostrano. Per Plutarco[131][132], Diodoro[133] e Cicerone «Dionisio, che temeva il rasoio del barbiere, si bruciava da sé la barba con un tizzone ardente[134]». Dionisio era, inoltre, diffidente verso tutti: fratelli, sorelle e persino nei confronti della moglie più amata, perciò aveva assunto delle guardie per perquisirli prima di vederlo[135][132][136].

Alcune fonti dicono che Dionisio, sul finire della sua vita, stesse per perdere totalmente la vista e diventare cieco[137].

Pare, inoltre, che Dionisio avesse ucciso la madre con il veleno e avesse pure lasciato morire il fratello Leptine[138][139] in battaglia, anche se Diodoro Siculo esclude che la morte del fratello sia da imputare al tiranno, anzi, conferma che il valore dimostrato nella battaglia di Monte Kronio fu impareggiabile e come tale venne riconosciuto da Dionisio[140].

Il poeta Filosseno di Citera visse per un certo periodo alla corte di Dionisio e, secondo una leggenda, fu da quest'ultimo rinchiuso nelle latomie per aver espresso giudizi severi sui tentativi poetici del tiranno, da qui il famoso Orecchio di Dionisio[141][142]. Tra le altre persone di corte, Aristippo scrisse dei lavori intitolati: Sentenza per Dionisio e Sulla figlia di Dionisio.

Dionisio tragediografo[modifica | modifica wikitesto]

« ...lui, che era un cattivo poeta e che si era sottoposto a giudizio ad Atene, vinse i poeti migliori di lui. »
(Diodoro Siculo, Bibliotheca historica XV 74)

Dionisio fu un sovrano che amava circondarsi di grandi intellettuali e poeti. Il suo interesse per le arti è anche dimostrato dal fatto che scrisse lui stesso delle tragedie di cui ci rimangono i titoli: Adone, Alcmena, Leda e Il riscatto di Ettore[143]. Sembra che durante il 387/6 a.C. Dionisio cominciasse a scrivere le sue tragedie perché aveva tempo libero da spendere ora che le ostilità con i Cartaginesi erano cessate[141]. Durante il 367 a.C., Dionisio aveva fatto rappresentare una sua tragedia alle Lenee ed era riuscito a vincere[144].

Un aneddoto sulle sue opere è raccontato da Diodoro Siculo: Dionisio fece recitare ai suoi attori i suoi carmi durante i giochi di Olimpia del 388/7 a.C., ai quali partecipò pure l'oratore Lisia che incitò il pubblico a reagire contro quei versi, vero e proprio oltraggio nei confronti della tragedia e dei tragediografi. Il tiranno mandò pure la propria squadra di quadrighe a gareggiare ma sembra che queste siano poi catastroficamente finite fuori pista, prima del termine della gara; ironicamente Diodoro, attribuisce la colpa di questo incidente ai pessimi versi di Dionisio che avrebbero fatto perdere la gara alle quadrighe e, poi, naufragare la flotta, preposta al loro trasporto, durante il viaggio di ritorno[145].

Gli unici frammenti a noi rimasti delle tragedie sono questi:

(LA)

« Hominem beatum dixeris quenquam cave, nisi iam beato collocatum funere. Laudare tantum mortuos tuto datur. »

(IT)

« Guardati da chiunque sostiene di essere un uomo felice, ché, presto, a delle felici esequie andrebbe incontro. Solo ai morti gli elogî si danno senza pericolo. »

(Stobeo, Florilegium tit. CV 2 attribuibile a Leda)

Di sede incerta:

(GRC)

« νυμφῶν ὑπὸ σπήλυγγα τὸν αὐτόστεγον σύαγρον ἐκβόλειον εὔθηρον κλύειν, ᾧ πλεῖστ᾽ ἀπαρχὰς ἀκροθινιάζομαι. »

(IT)

« Sotto la caverna arcuata delle ninfe. Io consacro... un cinghiale come primizie agli dei. »

(Ateneo, Deipnosophistai IX 65)
(LA)

« ...cogitas certissimus, his qui nihil sunt invidere neminem? Invidia rebus semper egregiis comes.
Ne ditiori pauper invideas cave. »

(IT)

« ...pensi al più affidabile; loro che non hanno nulla da contendere a nessuno? L'invidia è sempre un'ottima compagna.
Guardati dall'invidiare ricchi e poveri. »

(Stobeo, Florilegium tit. XXXVIII 2-6)

Dionisio e Platone[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Età dionigiana.
« Dicono che Eschine per bisogno venne in Sicilia da Dionisio e che mentre fu negletto da Platone fu invece presentato a Dionisio da Aristippo, che offrì alcuni dialoghi a Dionisio e dal quale ricevette doni. »
(Diogene Laerzio, II 61)
Dionisio e la spada di Damocle

Uno dei motivi per cui è ricordato Dionisio fu il clamoroso gesto di vendere come schiavo Platone dopo aver avuto una serie di colloqui con lui. Platone dopo essere sopravvissuto alla disavventura, grazie all'intercessione di Archita amico di entrambi, tornò ad Atene dove ricevette una lettera di Dionisio in cui chiedeva di non parlare male di lui[146]. Diogene Laerzio parla del dialogo avvenuto tra i due:

« Ma quando Platone conversando sulla tirannide affermò che il suo diritto del più forte aveva validità solo se fosse stato preminente anche in virtù, allora il tiranno si sentì offeso e, adirato, disse: "Le tue parole sanno di rimbambimento senile", e Platone: "Ma le tue sanno di tirannide". »
(Diogene Laerzio, III 18)
« Dionisio disse una volta a Platone che gli avrebbe tagliato la testa; Senocrate che era presente: «Nessuno colpirà la testa di Platone prima della mia» disse, indicando la sua testa. »
(Diogene, IV 11)

Monetazione al tempo di Dionisio I[modifica | modifica wikitesto]

Dracma di Siracusa, IV secolo a.C.
Litra di Siracusa, IV secolo a.C.

Risalgono al tempo di Dionisio I due nominali in bronzo. Il più grande pesa circa 40 g e reca nel diritto una testa elmata di Atena, secondo il modello dello statere d'argento (o didramma) di Corinto, il rovescio mostra due delfini ai lati di una stella.

Il nominale più piccolo ha la stessa testa sul diritto e sul rovescio un ippocampo e pesa circa 8g. La più piccola è un tetrante e cioè un quarto del pezzo più grande. Questa monetazione è la dimostrazione di un'operazione finanziaria attuata con grande attenzione e modernità dal tiranno. Infatti il rapporto 1/4 si aveva tra dracma e litra, d'argento mentre la litra di bronzo di circa 36 g era suddivisa in quattro e ne era coniato un quarto. Analisi sperimentali hanno dimostrato che non vi è nessuna possibilità di identificare la litra di bronzo con la dramma[147].

Prima di Dionisio la litra di bronzo in Sicilia ha subito una riduzione nel tempo da circa 108-106 a 36 g. Contemporaneamente lo statere di Corinto del peso di 8,5 g si sostituì al tetradramma d'argento (di norma 17,5 g). Il fenomeno non risulta normato da alcuna fonte né documento ma dai rinvenimenti attestati sembra implichi una profonda riforma che investe tutto il mediterraneo occidentale e la Sicilia[148].

Problemi[modifica | modifica wikitesto]

Fonti[modifica | modifica wikitesto]

Diodoro Siculo

Il problema delle fonti su Dionisio si fa sentire, soprattutto, nel periodo della sua ascesa politica, di cui non si conoscono bene le vicende e durante i primi anni della sua vita (che si pensano che siano stati interpolati[149]). La maggior parte delle informazioni a noi rimaste sul tiranno si riprendono dall'opera di Diodoro Siculo, la Bibliotheca historica, che fino a oggi costituisce la prima fonte sulla sua biografia. Diodoro però visse più di tre secoli dopo l'ascesa del tiranno e perciò dovette recepire le informazioni da altri autori: trai quali Filisto di Siracusa, Timeo di Tauromenio. Come fonte attendibile si potrebbero considerare i Sikelikà di Filisto (anche se egli era un «uomo amico non tanto di un tiranno quanto dei tiranni»[150]). Lo storiografo, a differenza degli altri, visse nei meandri della corte di Dionisio, dove ricoprì cariche al suo servizio. Le restanti fonti non sono per niente omogenee, esse, purtroppo, si ritrovano in una miriade di opere dalle quali gli autori non sempre sono attendibili, aspetto che rende ancora più complicata la ricerca sulla controversa posizione storica di Dionisio.

Considerazioni moderne[modifica | modifica wikitesto]

« Que' duo pien di paura e di sospetto,
l'un è Dionisio e l'altr'è Alessandro:
ma quel di suo temer ha degno effetto. »
(Petrarca, Trionfi 102-105)

Con queste premesse l'aspetto negativo di testimonianze che si sono legate alla personalità di Dionisio «è che non si può né prestarvi fede, né rettificarle, né rifiutarle completamente»; così nota Moses I. Finley. Infatti, vicino alla figura del tiranno e alla continua crescita della sua fama, corrispose anche una diffusione o una creazione nel tempo di opinioni su di lui, controbilanciate da riflessioni fatte a priori, da idee e luoghi comuni che la figura di Dionisio (e quella del tiranno in particolare, all'insegna di una Grecia del IV secolo che ha già affrontato le tirannidi e sperimentato i lati negativi) ritraeva. Non bisogna quindi spingerci ad accogliere o meno gli aspetti caratteriali di Dionisio, dove, in questo frangente «l'unico procedimento sicuro consiste nel rinunciare al tentativo di penetrare la sua personalità e di non allontanarsi dalla linea pura e semplice dei fatti». Quasi tutte le testimonianze di questo genere infatti, pur proveniendo da autori come Cicerone o Plutarco, non sono mai state riprodotte né confermate da altri autori, motivo per il quale la tendenza a non abusare troppo del loro significato storico è giustificata proprio da questo fatto, cioè dalla paura che le asserzioni siano false o rimodellate data le scarsezza di altre fonti in cui si possa trovare la conferma[149].

Le testimonianze sul tiranno tendono, oggigiorno, a essere riesaminate e, talvolta, reinterpretare dagli storici moderni.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Deriva da Dionigio, presente in codici di lingua ancora arcaica: fino al termine del Cinquecento il nome Dionigio (1; 2) era diffuso tanto quanto Dionigi, il più usato nel Seicento, nel Settecento e soprattutto nell'Ottocento; poche menzioni si hanno di Dionisio, che, invece, prenderà piede più avanti, nel ventesimo secolo insieme a Dionigi. L'etimologia tra Dionigio e Dionigi è affine: infatti il secondo non è altro che un'abbreviazione del primo (Dionìgi). Entrambe le varianti, Dionisio e Dionigi, derivano dalla radice greca comune Διονύσιος (Dionýsios).
  2. ^ Diodoro Siculo, XI 68
  3. ^ PlutarcoVita di Dione 5, 9. Accezione ironica anche al fatto che Dionisio non amava le risate (C. Eliano XVIII 13), vista la sua passione per i drammi.
  4. ^ Polibio, XV 35, 1
  5. ^ Pompeo Trogo, XX 1, 1.
  6. ^ Moses I. Finley, p.103.
  7. ^ Platone, Ep. VI-VII-VIII Le cronologie dei viaggi di Platone si evincono dalla narrazione; anche se sono date approssimative e non accolte da tutti.
  8. ^ Diogene Laerzio, III 1 ss.
  9. ^ Pompeo Trogo, XX 1, 1.
  10. ^ Tucidide, La guerra del Peloponneso VI.
  11. ^ Diodoro Siculo, XIII 2 ss..
  12. ^ Diodoro Siculo, XIII 34.
  13. ^ Aristotele, E 1304a.
  14. ^ a b c Diodoro Siculo, XIII 75.
  15. ^ B. Caven, p.63.
  16. ^ Diodoro Siculo, XIII 33-35.
  17. ^ Diodoro Siculo, XIII 63.
  18. ^ Diodoro Siculo, XIII 75-9.
  19. ^ a b c Diodoro Siculo, XIII 96.
  20. ^ Polibio, XII 4,3; XV 35, 2.
  21. ^ Isocrate, Filippiche V 65.
  22. ^ Cicerone, V 20, 55-62.
  23. ^ B.Caven, p. 63-4.
  24. ^ C. Eliano, IV 8. Il nome qui, invece, è Ellopide, ma si crede che sia, in realtà, la stessa persona.
  25. ^ Diodoro Siculo, XIV 8. Dal testo sembra che questa fosse al tempo una diceria.
  26. ^ B.Caven, p. 64.
  27. ^ Diodoro Siculo, XIII 80 ss.
  28. ^ Pompeo Trogo, XIX 2
  29. ^ B. Caven, p.76
  30. ^ Aristotele, V 5
  31. ^ a b c Diodoro Siculo, XIII 91-92
  32. ^ PlatoneEp. VIII 353a.
  33. ^ a b c Diodoro Siculo, XIII 94-95
  34. ^ B. Caven, p.75 ss.
  35. ^ a b PlutarcoVita di Dione 3,1-3
  36. ^ B. Caven, p.78. Le fonti non ci recano testimonianze di questa congettura di Caven, probabilmente Filisto di Siracusa intervenne e sostenne, ancora una volta, Dionisio
  37. ^ Diodoro Siculo, XIII 95-96
  38. ^ Cicerone, De divinatione I 73
  39. ^ B. Caven, p.82
  40. ^ Aristotele, III 10
  41. ^ Polieno, V s.v. Dionisio
  42. ^ In questa affermazione i soldati risultano seicento, nel capitolo seguenti essi diventano mille.
  43. ^ Walbank, II pp.325-326
  44. ^ Diodoro Siculo,  cfr. XIII 92 e 98 ss.
  45. ^ Diodoro Siculo,  XIII 109. Secondo la versione di Diodoro, Dionisio partì con circa cinquantamila uomini ai suoi comandi
  46. ^ Diodoro Siculo, XIII 109. Secondo i calcoli di Timeo di Tauromenio, espressi nella Bibliotheca historica, la cifra da tenere in conto sarebbe pari a trentamila uomini; oggigiorno pare la più attendibile.
  47. ^ Diodoro Siculo, XIII 109
  48. ^ G. Cultrera, Rend. Linc. XVII (1908)
  49. ^ B. Caven, p.98 ss.
  50. ^ D. Adamesteanu, Kokalos II (1956)
  51. ^ Senofonte, II 3,5
  52. ^ Diodoro Siculo, XIII 113
  53. ^ Moses I. Finley, Storia della Sicilia antica p. 98
  54. ^ a b Diodoro Siculo, XIV 7.
  55. ^ B.Caven, p.114 ss..
  56. ^ a b c Diodoro Siculo, XIV 10.
  57. ^ a b B. Caven, p.115.
  58. ^ a b Diodoro Siculo, XIV 9.
  59. ^ a b c Diodoro Siculo, XIV 10
  60. ^ Polieno, V 2,14
  61. ^ Senofonte, I-II
  62. ^ Isocrate, Sulla Pace 99
  63. ^ PlutarcoOpere Morali 229.
  64. ^ a b c d Diodoro Siculo, XIV 14
  65. ^ Strabone, VI 3-6.
  66. ^ Tucidide, La Guerra del Peloponneso VI 3
  67. ^ Moses I. Finley, p.99 ss.
  68. ^ Diodoro Siculo, XIV 18.
  69. ^ Stroheker, pp.62-64.
  70. ^ a b Diodoro Siculo, XIV 40-41.
  71. ^ Maurin, p.36
  72. ^ Braccesi, 1998, pag. 127
  73. ^ Plinio il Vecchio, VII 207
  74. ^ a b Diodoro Siculo, XIV 44
  75. ^ Berve, I p.230
  76. ^ Polieno, V 10,2
  77. ^ Diodoro Siculo, XIV 47
  78. ^ B. Caven, p.138
  79. ^ Diodoro Siculo, XIV 47. La cifra data da Diodoro di ottantamila uomini, pare assurda e spropositata.
  80. ^ Probabilmente la cifra andrebbe ridimensionata, B. Caven p.152 ss.
  81. ^ Diodoro Siculo, XIV 54
  82. ^ a b Diodoro Siculo, XIV 59
  83. ^ Diodoro Siculo, XIV 63
  84. ^ Tucidide, La Guerra del Peloponneso VII 47,2
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Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Bibliografia primaria

Bibliografia secondaria

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  • (DE) H. Berve Die Tyrannis bei den Griechen, 1967, Munchen.
  • (DE) Giuseppe Cultrera Dionisio e il leone, 1910, Garroni.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

Predecessore Tiranni di Siracusa Successore
Trasibulo, poi la democrazia 405 a.C.-367 a.C. Dionisio II di Siracusa

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