Piceni

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Particolare di uno dei reperti piceni più suggestivi, usato nel 2000 come simbolo della mostra Piceni popolo d'Europa: il pettorale degli amuleti, proveniente da Numana (Museo archeologico nazionale delle Marche).
Statua moderna che ricostruisce l'aspetto che doveva avere un guerriero piceno; sul petto porta il disco-corazza (Museo della civiltà romana). La ricostruzione è largamente basata sul Guerriero di Capestrano.
Guerriero di Capestrano, stele funeraria del VI secolo a.C. raffigurante un guerriero piceno conservata a Chieti nel Museo archeologico nazionale d'Abruzzo

I Piceni o Picenti erano un popolo italico storicamente stanziato nel I millennio a.C. nel territorio compreso tra i fiumi Foglia e Aterno, delimitato ad ovest dall'Appennino e a est dalle coste adriatiche. Il territorio piceno comprendeva quindi tutte le odierne Marche e la parte più settentrionale dell'Abruzzo (che corrisponde grosso modo all'attuale Provincia di Teramo e a parte di quella di Pescara).

Nel IV secolo a.C. i Piceni subirono l'invasione dei Galli Sénoni, che occuparono la porzione settentrionale del loro territorio, che poi infatti assunse il nome di Ager Gallicus. Conservarono la loro autonomia e nel III secolo a.C. si allearono con i romani nella Battaglia del Sentino (295 a.C.). Dopo tale battaglia, vinta dalla coalizione romana, si avviò un processo di romanizzazione del popolo, che entrò gradualmente nell'orbita della Repubblica romana finché fu inquadrato nelle strutture politico-culturali di Roma.

Etnonimo[modifica | modifica sorgente]

Ipotesi principali[modifica | modifica sorgente]

Il termine Piceni ci è noto dalle antiche fonti greche e da quelle latine. Dal III secolo a.C., in seguito ai primi contatti con i Romani, sia nel mondo greco che in quello latino le etnie del Piceno vengono infatti indicate con l'appellativo di "Picenti" (Picentes/Πίκεντες), utilizzato sia nei Fasti trionfali capitolini[1] che da Polibio[2][3]. Il significato dell'etnonimo è "quelli del picchio", essendo etimologicamente connesso alla parola latina picus (picchio)[4][5]. In ambito letterario, il primo a ricordare i Picenti fu Marco Porcio Catone nelle Origines (II secolo a.C.)[6][7].

L'origine mitica del popolo piceno è legata al totem del picchio verde. Importante attestazione del totemismo piceno è il coperchio con guerrieri intorno al totem conservato al Museo Archeologico Nazionale delle Marche.

Riferendosi al territorio occupato dai Piceni, dal I secolo a.C. il termine "Piceno" ("Picenus" o "Picenum" in latino) fu largamente più impiegato che "Picenti"; per esempio, nel De bello civili Giulio Cesare afferma di aver percorso «l'intero territorio piceno»[8][9]. L'uso di questo vocabolo è alla base del moderno "Piceni" ed indica secondo alcuni un maggiore interesse rispetto al territorio piceno piuttosto che nei confronti dei Piceni stessi[10]. Oswald Szemerényi invece ipotizza un procedimento inverso, ovvero che l'etnonimo Picentes sia derivato dal toponimo "Picenum" attraverso una forma non attestata *Picenetes[9][11]. Nella letteratura storiografica contemporanea è invalso l'uso di "Piceni" in luogo di "Picenti", nonostante lo stesso Giacomo Devoto riservasse il primo termine alla civiltà preindoeuropea attestata archeologicamente nel Piceno attraverso la Stele di Novilara e il secondo al popolo italico (dunque indoeuropeo) ricordato dalle fonti classiche[12].

Altre ipotesi[modifica | modifica sorgente]

In una sua glossa, Scilace (IV-V secolo a.C.) chiama i Piceni Πευκετιεῖς, includendoli fra i parlanti lingue sannitiche e ritenendoli omologhi dei Peucezi, originari della Iapigia[13]. Questa confusione era accentuata dalla presenza di un gruppo di origine picena in Campania dal 268 a.C., detto "picentino". I Peucezi erano un gruppo illirico stanziato nell'attuale Puglia, ma entro un continuum di popoli, per lo più di ceppo sannitico, che giungeva appunto fino in Campania, nelle aree occupate dai Picentini[14].

Dagli autori greci del I secolo a.C. sono pervenuti ulteriori etnonimi: dalla forma Πίκεντες si è avuto Πικεντῖνοι (Diodoro Siculo)[7][15], mentre dalla radice picen- si sono sviluppati gli etnonimi Πικηνίς (Plutarco)[16], Πικηνίτις (Appiano)[17] e Πικίαντες (Stefano Bizantino)[10][18]. Un'altra possibile confusione dei Piceni, desumibile dalle fonti antiche, era con i Galli Senoni; tale ambiguità può essere dovuta o a delle effettive analogie culturali fra i Galli e i Piceni, o al fatto che questi ultimi, perlomeno nella zona settentrionale, avessero almeno parzialmente assimilato caratteri celtici[19].

L'etruscologo Adriano La Regina ha ipotizzato che fra il V e il IV secolo a.C. i Piceni si riferissero a loro stessi con il termine Pupun, un vocabolo rintracciato in alcuni reperti con iscrizioni in dialetto piceno[20]. Tuttavia, non è unanime il giudizio su questa ipotesi, poiché la forma pupun sarebbe incompatibile con la radice *piko/u da cui ha origine picus, posto in stretta relazione con l'etnonimo latino Picentes[10].

Storia[modifica | modifica sorgente]

Origini e territorio[modifica | modifica sorgente]

Tradizione romana[modifica | modifica sorgente]

Il picchio verde, che secondo la tradizione letteraria greca e romana fu il totem legato all'origine dei Piceni.

In riferimento ai Piceni, l'etnogenesi tradizionale riferisce di una civiltà preromana stanziata nel medio Adriatico, ma allogena perché originaria dell'alta Sabina; da questa zona, in seguito ad una primavera sacra, un gruppo di giovani si diresse dapprima verso la zona dell'odierna città di Ascoli Piceno e si diffuse poi in tutte le Marche:

(LA)
« Picena regio, in qua est Asculum, dicta, quod Sabini cum Ausculum proficiscerentur, in vexillo eorum picus consederat »
(IT)
« La regione picena, nella quale si trova Ascoli, è detta così perché, quando i Sabini si misero in viaggio verso Ascoli, un picchio si posò sul loro vessillo »
(Sesto Pompeo Festo, De verborum significatu, 235 L.)

Questa tradizione, rivista ed integrata dalle notizie tratte dalle scoperte archeologiche, è ancor oggi alla base delle ipotesi moderne sulle origini del popolo piceno[21]. La tradizione è di antica matrice romana, che pone dunque alle origini della civiltà picena un ver sacrum (o "primavera sacra") compiuto dalle popolazioni sabine, ritenendo quindi la nascita dei Piceni frutto di una migrazione rituale. Si suppone che il primo a raccontare esplicitamente del ver sacrum sabino, accompagnato dal totem del picchio verde, come punto d'inizio della storia picena, sia stato Verrio Flacco, il quale ha poi veduto filtrata la propria narrazione, che pur parlando del picchio era priva di riferimenti alla primavera sacra, da parte di Sesto Pompeo Festo nel suo De verborum significatu[22][23]. L'opera di quest'ultimo è alla base dell'Excerpta ex libris Pompeii Festi de significatione verborum, il compendio di Festo redatto da Paolo Diacono nell'VIII secolo d.C. e che costituisce la trattazione più compiuta in merito alle origini sabine dei Picenti[21]. Un cenno a tale mito è presente anche nell'opera principale dello stesso autore, l'Historia Langobardorum, senza riferimento al ver sacrum ma con una narrazione alternativa del legame con il picchio:

(LA)
« Huius habitatores cum a Sabinis illuc properarent, in eorum vexilio picus consedit, atque hac de causa Picenus nomen accepit »
(IT)
« Quando gli abitanti di questa regione vennero qui dal territorio dei Sabini, un picchio si posò sulle loro insegne e da questo nacque il nome di Piceno »
(Paolo Diacono, Historia Langobardorum, II, 19)

Anche Plinio il Vecchio[24], che ebbe come fonti anche i testi di Verrio Flacco, riferisce sinteticamente di un ver sacrum in relazione alla storia dei Piceni[21].

Stemma della Regione Marche.

La storia sull'origine dei Piceni narrata dal geografo greco Strabone pone maggiormente l'accento sulle origini sabine e il ruolo fondamentale avuto nella migrazione da parte del picchio. Secondo Strabone, l'uccello sarebbe stato sacro ad Ares, dunque alcuni studiosi ritengono che la migrazione sabina abbia avuto una caratterizzazione prettamente militare[23][25].

(GR)
« Ὤρμηνται δ'εκ τῇς Σαβίνης οί Πικεντίνοι, δρρυοκουλάπτου τὴν ὀδὸν ηγησαμὲνου τοῖς ἀρχηγὲταις, ἁφ'οὗ και τοὔνομα πικον γαρ τὸν ὅρνιν τοῦτον ὀνομὰζουσι, και νομὶζουσιν Ἄρηως ἱερρόν. Οικοὒσι δ'απὸ τῶν ὀρῶν ἁρξάμενοι μὲχρι τῶν πεδίων και τῆς θαλὰττης... »
(IT)
« I Piceni sono giunti qui dalla Sabina, sotto la guida di un picchio che indicò il cammino ai capostipiti. Da ciò deriva il loro nome: essi infatti chiamano picus quest'uccello, e lo ritengono sacro ad Ares. Sono stanziati a partire dalle montagne sino alle pianure e al mare... »
(Strabone, Geografia, 5. 4. 2.)

La primavera sacra che, secondo la tradizione, diede origine al popolo piceno è alla base dell'attuale stemma delle Marche. Quando infatti, tra gli anni settanta e gli anni novanta del Novecento, ogni regione italiana si trovò a decidere un simbolo per il proprio stemma, la regione Marche scelse l'immagine del totem del picchio che guidò la migrazione[26][27]. Con questa scelta la regione identificò le proprie radici con la cultura picena, che in effetti fu la prima espressione a caratterizzare tutto il territorio regionale, da nord a sud; rispetto alle precedenti culture diffuse nelle Marche nell'Età del Bronzo, che interessarono ampi territori italiani, quella picena ebbe infatti come fulcro l'attuale territorio regionale.

Ipotesi della storiografia moderna[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Osco-umbri.

Genti osco-umbre penetrarono in Italia nella seconda metà del II millennio a.C., probabilmente intorno al XII secolo a.C.[28]. Non è noto il momento esatto in cui genti di lingua osco-umbra si stabilirono nell'area del Piceno; il gruppo che sarebbe emerso storicamente come Piceni raggiunse la regione dalla conca di Norcia, seguendo la valle del Tronto. In seguito si diffuse in tutto il Piceno, stabilendo ad Ascoli la propria capitale ed erigendo a Cupra un importante santuario[5].

Sulla base del nesso, stabilito già da Strabone, tra il picchio e la migrazione sabino-picena, è stato ipotizzato dall'etruscologo Gianluca Tagliamonte che la zona d'origine dei migranti fosse Tiora Matiena (nei cui pressi esisteva un antico oracolo dove un picchio veniva a profetare, in base a ciò che ha scritto Dionigi di Alicarnasso[23][29]), secondo lo studioso non troppo distante da Amiternum. Consequenzialmente a tale ipotesi, lo stesso Tagliamonte ha proposto l'eventuale itinerario della migrazione, che avrebbe dovuto seguire la direttrice Montereale-Amatrice-Ascoli Piceno, un'antica via di collegamento fra i territori vicini all'odierna L'Aquila e le regioni centro-adriatiche[23]. Questa ipotesi è tuttavia incompatibile con le acquisizioni storico-archeologiche ottocentesche, le quali individuano l'oracolo di Tiora Matiena presso l'attuale abitato di Santa Anatolia di Borgorose, in provincia di Rieti. Qui un tempo sorgeva effettivamente Tora, città degli Equi chiamata in seguito anche Tyra, Thora, Tiora, Thiora e a volte con l'attributo, appunto, "Matiena" (o "Matiene"). L'elemento decisivo per l'individuazione di Tora in Santa Anatolia è la distanza della città antica da Reate: 300 stadi (secondo Dionigi di Alicarnasso[30]) cioè gli stessi che intercorrono tra il borgo attuale e il capoluogo[31].

In passato, tra XIX e primi decenni del XX secolo, erano state proposte, sulle base delle conoscenze allora disponibili, varie ipotesi sull'etnogenesi picena che postulavano apporti extra-italici. Per Innocenzo Dall'Osso le popolazioni picene erano nate a seguito di un continuo flusso d'immigrati achei, i quali si sarebbero perfettamente integrati con le popolazioni indigene. Analogamente, Friedrich von Duhn avanzò l'idea che i Piceni fossero il frutto della mescolanza fra gli originari abitanti del luogo e alcune genti balcaniche[32]. Dopo i primi scavi eseguiti in modo scientifico nei pressi di Novilara, tra il 1892 e il 1893, furono proposte possibili origini liguri[32]. Già negli anni trenta, tuttavia, Randall Mac Iver e Vladimir Dumitrescu ricondussero le origini dei Piceni ai popoli autoctoni, anche se lo stesso Dumitrescu non escluse del tutto un'eventuale influenza degli Illiri balcanici, oltre che dei Sabini italici, nella formazione etnica picena[32]. A enfatizzare ulteriormente l'apporto illirico, fino a considerarlo centrale nell'etnogenesi dei Piceni, furono studiosi come Franz Messerschmidt e, più recentemente, Mate Suič, Sime Batovic[33] e Delia Lollini[34].

Territorio[modifica | modifica sorgente]

Il territorio abitato dai Piceni con i centri abitati e le necropoli di cui sono stati ritrovati resti archeologici[35].

I Piceni erano stanziati nel territorio compreso tra i fiumi Foglia e Aterno, delimitato ad ovest dall'Appennino e a est dalle coste adriatiche[36]. Non tutti gli studiosi, tuttavia, concordarono nell'individuazione del confine settentrionale del territorio dei Piceni con il Foglia; Dall'Osso (1915) e, più recentemente, Massimo Pallottino (1988) riconobbero come limite settentrionale il fiume Esino, ma la loro posizione è rimasta decisamente minoritaria[37]. In ogni caso, la conoscenza della fascia costiera tra il Piceno storico e l'area abitata all'epoca dai Veneti resta ampiamente lacunosa, dal punto di vista della composizione etnica e linguistica preromana[28]; dal punto di vista archeologico, al contrario, i ritrovamenti mostrano una unità culturale molto ben definita in tutto il territorio marchigiano ed abruzzese settentrionale. La compattezza culturale è tale da rendere possibile riconoscere un sito piceno anche all'inizio di uno scavo archeologico, quando ancora sono stati rinvenuti soltanto pochi oggetti[38].

Gli insediamenti marittimi distavano dal mare mediamente 7–8 km, per essere protetti dalle incursioni piratesche e per tenersi lontani dalle paludi costiere. Fanno eccezione gli abitati di Ancona, Numana, Novilara, Porto Sant'Elpidio e Cupramarittima, posti nei pressi di tratti di costa alta[39]; si spiega il fatto con la possibilità di sfruttare approdi naturali e con l'assenza di paludi. La necessità di proteggersi dalla malaria faceva evitare anche gli insediamenti nei fondovalle e in prossimità degli estuari dei fiumi, generalmente paludosi[40].

Prima della romanizzazione della regione non esisteva un centro abitato predominante tra i Piceni, che non avevano una organizzazione di tipo statale e non avevano quindi necessità di una capitale. L'equilibrio durato secoli nel territorio piceno subì drastiche modifiche in seguito all'occupazione del territorio piceno a nord dell'Esino da parte dei Galli Senoni, nel IV secolo a.C. Altro evento determinante fu la battaglia del Sentino, dopo la quale iniziò la romanizzazione della regione attraverso la fondazione di colonie, cosa che portò i Piceni alla rivolta, capeggiata da Ascoli.

In età augustea, e dunque pienamente romana, la zona picena settentrionale, denominata Ager gallicus picenus, fu assegnata alla VI regio mentre il rimanente territorio costituì la V regio. In quest'ultima regione Ascoli acquisì un ruolo centrale[21]. Singolare quindi fu il ruolo di Ascoli nell'ambito della civiltà picena, in quanto all'alba della sua storia la sua zona fu la prima meta della migrazione sabina, nel momento del tramonto guidò la rivolta anti-romana e, dopo la romanizzazione, ebbe il ruolo di centro principale[41] ed era considerata capitale delle genti picene[5].

Dato il lungo periodo di sviluppo della civiltà picena, per ricordare i centri principali noti all'archeologia nella tabella sottostante sono stati considerati vari periodi[42].

secolo e fase archeologica centri abitati attestati archeologicamente centri abitati attestati anche (o solo) da necropoli
IX sec.
Piceno I
Ancona, Osimo, Moie di Pollenza. Ancona, Camerano, Monte Roberto, Numana, Porto Sant'Elpidio.
VIII e VII sec.
Piceno II e III
Ancona, Moscosi di Cingoli, Matelica, Novilara, Osimo, Moie di Pollenza. Ancona, Camerano, Canavaccio di Urbino, Cupramarittima, Montedoro di Scapezzano, Matelica, Montegiorgio, Monsampolo, Montegiove di Fano, Monte Roberto, Novilara, Numana, Passo di Treia, Pieve Torina, Porto Sant'Elpidio, Ripatransone, Roncosambaccio, San Costanzo, San Ginesio, Serrungarina, Torre San Patrizio.
VI e V sec.
Piceno IV
Ancona, Castelbellino, Castel di Lama, Cessapalombo, Attiggio di Fabriano, Falconara, Matelica, Martinsicuro, Montecassiano, Montedoro di Scapezzano, Moscosi di Cingoli, Numana, Osimo, Pesaro, Pitino di San Severino, Moie di Pollenza, Porto Sant'Elpidio. Ancona, Attiggio di Fabriano, Atri, Belmonte Piceno, Camerano, Campovalano, Capestrano, Cupramarittima, Fabriano, Fermo[43], Grottazzolina, Loreto Aprutino, Mogliano, Montegiorgio, Monsampolo, Montefiore dell'Aso, Montelparo, Monte Roberto, Monterubbiano, Novilara[44], Numana, Passo di Treia, Offida, Pieve Torina, Pianello di Castelbellino, Pitino di San Severino, Porto Sant'Elpidio, Rapagnano, Ripatransone, San Ginesio, Spinetoli, Torre di Palme, Torre San Patrizio.

A causa della mancanza nelle fonti di elenchi esaustivi, nella tabella non sono prese in considerazione le fasi "Piceno V" e "Piceno VI", corrispondenti al periodo che va dalla fine del V secolo a.C. fino alla Battaglia del Sentino, l'evento che segna convenzionalmente il dissolvimento della civiltà picena.

In età romana emerge il centro di Ascoli, centro piceno già attestato da ritrovamenti sporadici.

Soggetto ai Piceni era anche, secondo quanto attestato da Plinio il Vecchio[24], il territorio dei Pretuzi (Ager Praetutianus), un popolo italico di modeste dimensioni che aveva come centro principale quella che poi i Romani chiameranno Interamnia Praetutiana, l'odierna Teramo[5].

Fase "Piceno I"[modifica | modifica sorgente]

Fin dalle origini la ceramica picena dimostra la sua originalità come mostra questo kothon.

Il "Piceno I" interessa il IX secolo a.C.

La nascita e la diffusione della civiltà picena segnano nelle Marche il passaggio dall'Età del Bronzo a quella del Ferro. Nella prima fase, le necropoli e gli abitati piceni mostrano un passaggio graduale tra queste due età, dati gli stretti legami archeologici con le precedenti civiltà dell'Età del Bronzo diffuse nelle Marche: la cultura appenninica e quella protovillanoviana. Dal punto di vista delle usanze funebri, i Piceni si distinguono dalle civiltà precedenti per l'uso del rituale della sepoltura (rannicchiata e su letto di ghiaia), ma tra gli elementi di continuità con le culture del Bronzo c'è la permanenza, pur fortemente minoritaria, di tombe ad incinerazione.

Le testimonianze archeologiche di questa prima fase mostrano una concentrazione della popolazione nella zona costiera e in particolare nell'area del promontorio del Conero (Ancona, Numana, Camerano, Osimo) e del breve tratto di costa alta di Porto Sant'Elpidio; nell'interno sono noti gli stanziamenti di Monte Roberto e di Moie di Pollenza. Reperto-guida è il kothon, piccolo vaso di terracotta tipicamente piceno, a forma globulare schiacciata, con bocca stretta ed una sola ansa[45].

Fase "Piceno II"[modifica | modifica sorgente]

Pettorale piceno; con la mitica barca solare (Museo archeologico nazionale delle Marche).

Il "Piceno II" si inquadra cronologicamente nell'VIII secolo a.C.

Le testimonianze archeologiche testimoniano una diffusione della civiltà picena verso nord, sino alla parte settentrionale delle Marche, dove è stata ritrovata la ricchissima necropoli di Novilara, sino ad oggi l'unica scavata integralmente e che ha potuto godere di una pubblicazione completa dei risultati dello scavo. La fase è caratterizzata da un grande sviluppo della metallurgia, testimoniata anche da oggetti tipici piceni, come le armille a spirale in lamina e i pettorali a barca solare con protomi di anatra selvatica a prua e a poppa, ricchi di significati simbolici. In questa fase compaiono, tra l'altro, i primi oggetti in ferro: spade corte e coltellacci. Nonostante ciò sono ancora prodotte ed usate spade in bronzo del tipo "ad antenne". Alcuni oggetti metallici testimoniano le relazioni con l'opposta sponda adriatica; tra questi le fibule ad occhiali, accompagnate successivamente da una vasta gamma di tipologie di fibule di ogni dimensione, che appaiono come elemento caratterizzante degli ornamenti femminili piceni[45].

Fase "Piceno III"[modifica | modifica sorgente]

Inizia l'usanza di seppellire i defunti (uomini o donne) insieme a carri da guerra (qui in un vecchio allestimento ricostruttivo del Museo archeologico nazionale delle Marche).

Il "Piceno III" è una fase culturale che interessa tutto il VII secolo a.C. e parte del VI, sino al 580 a.C.

L'area di diffusione della fase coincide con quella della fase precedente: tutte le Marche; si osserva però una concentrazione di testimonianze nella zona a ridosso dell'Appennino, caratterizzate dalla cultura orientalizzante, ossia influenzata dall’Oriente mediterraneo: Egitto, Siria, Asia Minore. Si importano infatti nel Piceno oggetti provenienti da questi paesi ed oggetti etruschi realizzati con uno stile simile a quello orientale. Anche la civiltà etrusca, infatti, attraversa una fase simile, anch'essa detta "orientalizzante". Sono tipiche di questa fase le tombe a tumulo e le sepolture a circolo, tipologie che risentono degli usi orientali; in queste tombe gli inumati sono spesso accompagnati dal proprio carro da guerra. I centri più noti dell'orientalizzante piceno sono situati nei pressi dei valichi appenninici e sono dunque legati al commercio con gli Etruschi: Fabriano, Pitino di San Severino, Taverne di Serravalle. I reperti più noti sono l'oinochoe realizzata utilizzando un uovo di struzzo, il coperchio con la danza introno al totem, i carri da guerra. Nel Piceno il periodo orientalizzante inizia intorno alla metà del VII secolo.

Nonostante le influenze esterne l’arte locale è comunque fiorente ed è caratterizzata dalla tendenza a sintetizzare le figure umane ed animali sino a renderle quasi astratte; tipici esempi sono i dischi-corazza decorati con figure umane accostate ad animali fantastici. Inizia inoltre in questa fase la produzione di ceramiche straordinarie per varietà e fantasia formale. Anche la metallurgia produce oggetti di grande originalità, come i pettorali decorati da figure umane legate insieme da anelli o dal fatto di tenersi per mano; l'esemplare più noto è quello proveniente da Numana. Le fibule sono anch'esse prodotte nelle tipologie più varie, come quelle ad arco serpeggiante, a drago con antenne, a navicella; altro oggetto dell'abbigliamento femminile molto tipico è il "disco-stola", realizzato con simboli solari. Alle attività agricole, commerciali si affianca quella della pesca, testimoniata dalla "tomba del pescatore" di Ancona.

A questo periodo risalgono le iscrizioni di Novilara e l'assorbimento della cultura villanoviana di Fermo all'interno della cultura picena[45].

Fase "Piceno IV"[modifica | modifica sorgente]

Un nucleo di ambra, materiale molto apprezzato dai Piceni, che la importavano dalle coste baltiche.

Il "Piceno IV" interessa un periodo a cavallo tra il VI e il V secolo (dal 580 al 470 a.C.). La fase viene suddivisa dagli archeologi in "Piceno IV A" e "Piceno IV B", che qui si considerano insieme.

Il territorio interessato vede una rarefazione delle testimonianze a nord dell'Esino e una fioritura di testimonianze nel sud delle Marche e nel nord dell'Abruzzo.

Risalgono a questo periodo alcuni degli elementi più tipici e noti della civiltà picena. In particolare essi sono: le iscrizioni sudpicene, la statuaria monumentale di Numana e Capestrano, la straordinaria ricchezza e varietà e nell'ornamentazione femminile delle fibule, ancor più che nella fase precedente e gli enigmatici anelloni e sei nodi, assurti nei primi anni del Novecento a simbolo dell'intera civiltà picena.

Come materiale tipico di questo periodo si può considerare l'ambra, già attestata precedentemente, ma con la quale si realizzano in questa fase gli oggetti più noti, provenienti da Belmonte Piceno. Si è identificata una via dell'ambra che dal Baltico giungeva sino alle coste del Piceno, dove la resina fossile era molto apprezzata, anche per le caratteristiche che la mettevano in relazione con la simbologia solare. Nel secolo scorso i Piceno sono stati chiamati, a causa dell'amore per questo materiale, anche "popolo dell'ambra", e il loro stesso nome era stato messo in relazione con il termine latino pix, picis, ossia ambra.

Le armi sono ormai tutte di ferro, e presentano una grande varietà e un continuo aggiornamento, cosa rara in popoli italici dello stesso periodo; tra le armi di offesa del periodo si ricorda lo spadone a scimitarra tipo machaira e, tra quelle di difesa, i tipici gli elmi con rilievi a forma di corna di animale, che però convivono con altri elmi di tipo greco-corinzio. Continua la produzione di dischi-corazza, ma anch'essi sono fortemente influenzati nell'ornamentazione dall'arte greca. L'inumazione è ormai completamente distesa[45].

Fase "Piceno V"[modifica | modifica sorgente]

Un "piattello ad alto piede".

La fase interessa la parte media e finale del V secolo, dal 470 a.C. sino all'inizio del successivo IV secolo.

Dal punto di vista territoriale si nota una rivitalizzazione dei centri piceni a nord dell'Esino; a sud di questo fiume tutti i centri già vitali nella fase precedente continuano le loro attività.

La caratteristica archeologica dominante di questa fase è l'importazione massiccia di ceramica greca a figure rosse, che attraverso i porti di Numana e di Ancona si diffondeva poi in tutto il territorio piceno. In particolare risulta eccezionalmente ricco il complesso dei vasi provenienti da Numana, con esemplari anche monumentali[45] e con ricche raffigurazioni mitologiche.

Tale abbondanza si spiega pensando al fatto che, dopo battaglia navale di Alalia (540 a.C.), gli Etruschi e i Cartaginesi riuscirono ad impedire ai Greci di commerciare liberamente nel Tirreno. Fiorirono così le città adriatiche di Numana, Spina ed Adria, che consentivano comunque uno sbocco commerciale alla ricca produzione vascolare greca. È interessante notare che una forma di ceramica attica veniva prodotta dai Greci appositamente per i Piceni; si tratta del "piattello ad alto piede", che alcuni archeologi[46] pensano fosse usato per servire durante i banchetti un prodotto tipico piceno: le olive.

Fase "Piceno VI"[modifica | modifica sorgente]

Esempio di ceramica alto-adriatica, con figure al limite dell'astrattismo.

Il "Piceno VI" è l'ultima fase archeologica della civiltà picena e interessa il IV e una piccola parte del III secolo a.C., sino alla Battaglia del Sentino; questo evento segna infatti convenzionalmente, secondo l'archeologia, il dissolvimento della cultura picena, da quella data è assorbita gradualmente all'interno di quella romana[45]. Naturalmente, anche dopo tale data, la storia dei Piceni continua, anche se la sua vitalità si esprime non più tanto a livello culturale (e dunque archeologico), quanto nell'importante ruolo che essi ebbero durante la romanizzazione della costa adriatica. Questo spiega il fatto che, nonostante la fase Piceno VI sia l'ultima descritta dagli archeologi, la storia dei Piceni continui anche dopo tale fase, ed è oggetto dei paragrafi seguenti.

Evento fondamentale del periodo è l'arrivo dei Galli Senoni, che occuparono la parte settentrionale del territorio piceno, giungendo sino al fiume Esino, con espansioni temporanee o limitate anche più a sud. I Senoni si fusero parzialmente con i Piceni delle zone occupate, ma influenzandone profondamente la cultura[47]. Dopo l'invasione gallica, il controllo da parte dei Piceni della zona costiera adriatica è approssimativamente compreso fra il torrente Castellano, Numana e il Conero[48]. Il territorio piceno occupato dai galli venne successivamente detto dai Romani Ager Gallicus o anche Ager gallicus picenus[49].

Altro evento che contribuì a modificare l'equilibrio etnico del territorio piceno fu l'arrivo di Greci, provenienti da Siracusa, che fondarono la colonia di Ancona[25][50] che assorbì il precedente villaggio piceno[51][52].

Nonostante tali fattori, la cultura picena proprio in questo periodo produsse una tipologia vascolare di grande originalità, definita dagli archeologi "ceramica alto-adriatica", caratterizzata da figure femminili viste di profilo, talmente stilizzate da ricordare alcune forme di arte moderna.

III secolo a.C.[modifica | modifica sorgente]

Nel 299 a.C. si verificò il primo intervento militare dei Romani nel territorio dei Piceni. I due popoli avevano stipulato un'alleanza per contrastare i Galli[53], i quali avevano raggiunto i domini dei Romani a nord del Tevere. Oltre a contrastare le incursioni galliche, per i Piceni l'alleanza con i Romani aveva la funzione di rafforzare la propria posizione diplomatico-militare rispetto a quella dei Pretuzi, alleatisi con i Sanniti[54]. Qualche anno più tardi i Sanniti cercarono di coinvolgere i Piceni nell'imminente conflitto contro Roma, la quale stava manifestando la volontà di espandersi sul versante adriatico dell'Italia. Tuttavia, le popolazioni picene rimasero fedeli al trattato d'alleanza stipulato con i Romani e, anzi, avvertirono i loro alleati della guerra che i Sanniti e i loro alleati (Galli, Etruschi, Umbri) erano in procinto di iniziare[54][55]. Il conflitto sfociò in una serie di scontri fra i Romani e le popolazioni alleate dei Sanniti, dei quali quello decisivo fu la battaglia di Sentino (295 a.C.), a seguito della quale si accentuò l'espansione romana verso l'Adriatico; nel 290 a.C. circa, Roma espanse i propri domini fino ad assorbire il territorio dei Pretuzi, a sud del Piceno[54]. Nello stesso periodo, si acuirono anche le tensioni fra i Romani e i Galli Senoni: quest'ultimi furono sconfitti grazie anche all'appoggio dei Piceni, che si schierarono contro le popolazioni celtiche e consentirono il passaggio dell'esercito romano nel Piceno. A seguito della sconfitta dei Senoni, Roma acquisì anche i territori gallici, che confinavano a nord con quelli piceni[56]

Le conquiste romane mutarono sensibilmente il contesto geopolitico nell'Italia centrale: i domini di Roma si estendevano a nord, ovest e sud del Piceno, circondato dallo Stato romano. La mancanza di autonomia scaturita da ciò indusse i Piceni a rompere l'alleanza con Roma e a rivoltarsi contro la dominazione romana indiretta[56].

(LA)
« Omnis mox Italia pacem habuit; quid enim post Tarentum auderent? Nisi quod ultro persequi socios plaucit. Domiti hinc Picentes et caput gentis Asculum. »
(IT)
« Quasi tutta l'Italia fu in pace. Chi infatti dopo Taranto avrebbe osato agire? Se non che si decise di punire chi aveva aiutato i nemici. Pertanto furono sottomessi i Piceni e la prima città di quella gente, Ascoli. »
(Lucio Anneo Florio, Epitomae rerum Romanorum, I, XIX)

I consoli Appio Claudio e Tito Sempronio Sofo furono inviati dal Senato romano presso il Piceno. Sempronio Sofo giunse attraverso la valle del Tronto, mentre Appio Claudio passò dall'Umbria, sceso nella valle di Potenza attraverso le strette di Pioraco, prese la città fortificata di Camerino. Per ricongiungere gli eserciti, i consoli condussero la campagna militare invadendo per primi i territori dell'Agro Palmense (Fermo), così da incunearsi fra il settentrione e il meridione dei territori piceni. Sempronio Sofo condusse le proprie truppe nella valle dell'Aso, evitando di attaccare frontalmente la città di Ascoli Piceno, che avrebbe ritardato di molto la campagna. Dopo aver sconfitto le truppe picene a Interamnia Poletina Piceni, arrivò nell'attuale Ortezzano; in seguito ad un nuovo scontro con la resistenza picena, la stessa città venne devastata[57][58]. Nel frattempo, le forze dei Piceni si erano radunate a Truento, organizzando un forte esercito; così, Sempronio Sofo dovette tornare indietro, nella valle del Tronto, rallentando l'avanzata. Prima che la battaglia iniziasse, un violento terremoto scosse la terra, gettando nel panico gli uomini di entrambi gli schieramenti; i primi a ridestarsi dal timore furono i Romani, poiché il console affermò che l'evento sismico era un presagio favorevole a Roma[59] e che, dopo la battaglia, avrebbe eretto un tempio a Tellure[60]. Superata la paura iniziale, anche fra le file dei Piceni tornò la calma. Lo scontro che ne seguì fu così violento che in pochi sopravvissero alla battaglia, da ambo le parti[61]. L'esito negativo di quest'ultima battaglia ridusse i Piceni a chiedere la pace[62]. Per Roma, la vittoria contro i Piceni fu tanto importante che, oltre ad essere tributato ai consoli un trionfo[63], il Senato decise di coniare per la prima volta delle monete d'argento a memoria dell'evento[62].

In breve, la rivolta, guidata dalla città di Ascoli, non ebbe successo e venne sedata dai consoli romani Appio Claudio Russo e Publio Sempronio Sofo in due campagne distinte, nel 269 e nel 268 a.C.[64] Conseguentemente, una parte della popolazione picena fu deportata: gli abitanti di Ortona furono deportati presso il lago Fucino[65], alcune colonie di cittadini piceni vennero fondate nella Marsica,[66] in Campania, e numerosi Fermani nei pressi di Salerno[56][67]; il resto dei Piceni fu parzialmente romanizzato, poiché ottenne che le proprie città fossero considerate dapprima civitas sine suffragio (268 a.C.), e poi civitas optimo iure (241 a.C.). Ascoli Piceno, diversamente dalle altre città, ricevette un trattamento differente e fu considerata civitas foederata, ovvero alleata di Roma. Tuttavia, onde tenere sotto controllo Ascoli, nel 264 a.C. fu dedotta a Fermo una colonia di diritto latino[56][68]. Ancona, dopo la repressione della rivolta, conservò lo statuto di civitas foederata del quale già godeva.

Durante la Seconda guerra punica, contingenti di Piceni combatterono insieme agli eserciti dei Romani. Dopo aver preso parte alla battaglia del Lago Trasimeno (217 a.C.),[69] la popolazione picena subì il saccheggio delle proprie terre ad opera dell'esercito cartaginese[70] che tentava così di suscitare la defezione degli alleati italici di Roma; tuttavia, i Piceni rimasero fedeli all'alleanza con i Romani, partecipando alla battaglia di Canne[71].

II-I secolo a.C.[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Guerra sociale.
Il territorio abitato dai Piceni, compreso tra i fiumi Foglia e Aterno, in età augustea fu ripartito tra Regio V (Picenum) e Regio VI (Umbria et ager gallicus picenus) (carta tratta dall''Historical Atlas).

In seguito alla progressiva espansione della Repubblica romana avvenuta nel II secolo a.C., la politica interna di Roma fu agitata dalla rivolta dei popoli italici, avvenuta nel 91 a.C. (guerra sociale); gli Italici chiedevano che fosse loro estesa la cittadinanza romana, poiché pur avendo contribuito all'espansione di Roma, continuavano a essere discriminati legislativamente rispetto ai Romani.

Il conflitto si scatenò a seguito di un'insurrezione nella città di Ascoli: dopo aver ucciso il proconsole romano Quinto Servilio e il legato Fonteio, gli ascolani massacrarono l'intera popolazione romana della città[72][73]. Successivamente, i Piceni e gli altri popoli italici (eccetto gli Etruschi e gli Umbri) si confederarono ed eressero una propria capitale, Corfinium. I Piceni furono quindi i principali ispiratori, con Peligni e Marsi, della vasta coalizione; l'esercito italico, ripartito in due tronconi - uno sabellico guidato dal marso Quinto Poppedio Silone, l'altro sannitico affidato a Gaio Papio Mutilo[74] - contava contingenti di numerosi popoli; quello piceno era guidato da Gaio Vidacilio[75] e Publio Ventidio Basso[76].

Le fasi iniziali del conflitto avvennero in territorio piceno, fra Ascoli Piceno e Fermo; i comandanti piceni sconfissero Gneo Pompeo Strabone vicino Falerone (90 a.C.), costringendolo a battere in ritirata e a trovare rifugio nella città fermana, che fu messa sotto assedio[77]. Mentre l'assedio continuava, nell'estate dello stesso anno il comandante Vidacilio accorse a sostenere in battaglia i Peligni e Ventidio Basso fu inviato in missione diplomatica presso gli Etruschi e gli Umbri, onde indurli a sostenere la causa italica[78]; parallelamente a ciò, Pompeo Strabone ricevette il supporto di un contingente romano, inviato per rompere l'assedio dei Piceni. Questi ultimi si trovarono così a doversi misurare con i Romani su due fronti: la minaccia era infatti portata tanto dagli assediati all'interno della città, che potevano compiere sortite, quanto dalle truppe appena giunte a Fermo; furono così sconfitti, subendo anche la perdita del generale rimasto a condurre l'assedio, il marso Tito Lafrenio[77][79].

Con le truppe rimastegli dopo la battaglia di Fermo, Pompeo Strabone mosse verso Ascoli, cingendola d'assedio. Poco dopo, il comandante Vidacilio risalì verso nord con l'intento di liberare gli assediati; tuttavia, pur riuscendo a sfondare le file nemiche e a entrare in città, al suo arrivo non trovò i concittadini disposti a contrastare l'assedio, come invece egli aveva richiesto; deluso e indignato da tale atteggiamento, Vidacilio si tolse la vita[77][80][81].

L'anno seguente, nell'89 a.C., un esercito di Marsi cercò di scardinare l'accerchiamento romano alla capitale dei Piceni, fallendo;[82] la città cadde definitivamente il 17 novembre di quell'anno, fu rasa al suolo e i suoi cittadini privati di ogni proprietà. La caduta di Ascoli segnò la definitiva sconfitta degli Italici nella Guerra sociale[81][83] Al termine del conflitto, i Piceni furono ascritti nella tribù Fabia, ottenendo la cittadinanza romana e completando il processo di romanizzazione della popolazione picena, iniziato nel III secolo a.C. Nel 27 a.C. Augusto dedusse una colonia ad Ascoli[83]. Il territorio abitato dai Piceni in età augustea fu ripartito tra Regio V (Picenum) e Regio VI (Umbria et ager gallicus picenus) e fu riunificato durante l'impero di Diocleziano nella regione Flaminia et Picenum.

Società[modifica | modifica sorgente]

Il ruolo del guerriero nella società è attestato da questo reperto, in cui quattro guerrieri danzano intorno ad un totem con quattro teste di lupo (Museo archeologico nazionale delle Marche).

Precedentemente all'arrivo dei Galli nel territorio a nord del Piceno, la struttura sociale dei Piceni mantenne una forma molto diffusa in epoca protostorica[84]: l'organizzazione territoriale era strutturata secondo il modello protourbano (classi sociali, artigianato metallurgico e scrittura), a causa degli influssi della civiltà micenea e del sussistere di numerosi scambi commerciali con le popolazioni limitrofe. Socialmente, vi erano dei consigli aristocratici deputati all'amministrazione del potere e che eleggevano il proprio capo[85]; tuttavia, non è escluso che vi fossero, localmente, anche delle monarchie[86]. Dumitrescu ha ipotizzato che le genti picene fossero politicamente una confederazione di tribù, ciascuna guidata da un capo; in caso di pericolo, esse avrebbero però assunto come guida un singolo capo-guerriero[87], secondo uno schema tipicamente indoeuropeo[88].

Fra i Piceni le famiglie aristocratiche, caratterizzate da attributi prettamente guerrieri, erano distinte rispetto al resto della comunità sia per il possesso di oggetti che ne delineavano lo status sociale, sia per la differente collocazione delle loro sepolture[89]; tale fenomeno si afferma dal VII secolo a.C., quando l'"orientalizzazione" culturale, verificatasi già nell'VIII secolo a.C. in area etrusca, raggiunse il territorio piceno, determinando così la formazione di élite aristocratiche, le quali imitavano le usanze dei popoli orientali e controllavano le vie del commercio transappenninico[90].

Nel corso del VI secolo a.C., grazie ai benefici economici dovuti ai continui scambi commerciali con le popolazioni dell'Adriatico e del centro Italia, la base sociale dei Piceni si allargò, includendo nuove categorie, comprendendo commercianti e artigiani. Tale fenomeno condusse, a partire dal V secolo a.C., al formarsi di una struttura socio-politica di tipo oligarchico-repubblicano[91]. Giovanna Bergonzi ha ipotizzato che, contemporaneamente a ciò, l'aristocrazia picena abbia iniziato a tramandarsi il rango per ereditarietà[92].

Con il progressivo espandersi dell'influenza romana, i Piceni iniziarono a subire un processo di romanizzazione culturale ma, soprattutto nell'entroterra montagnoso, la dipendenza economica dalla città già dipendenti da Roma accentuò l'insofferenza delle classi dominanti per l'esclusione dai diritti connessi alla cittadinanza romana. Il malcontento, comune agli altri popoli italici della regione, sfociò agli inizi del I secolo a.C. in conflitto aperto[93]. L'estensione a tutti gli Italici della cittadinanza, decisa proprio in seguito alla Guerra sociale, accelerò il processo di romanizzazione del popolo, che fu rapidamente inquadrato nelle strutture politico-culturali di Roma[94].

Religione[modifica | modifica sorgente]

Nei luoghi di culto sono state ritrovate figure in lamina bronzea, del tipo delle ombre della sera etrusche[95] (Museo Archeologico Nazionale delle Marche).

La dimensione religiosa dei Piceni non è stata ancora completamente ricostruita a causa della mancanza di testimonianze archeologiche o scritte sufficienti; tuttavia, sulla base dei reperti sino a ora rinvenuti è stato possibile tracciare le linee fondamentali della religiosità picena, fra cui l'influenza della cultura umbra[96], dei popoli dell'area danubiana[97] e delle divinità greco-etrusche[98]. È stato ipotizzato che fra i Piceni ci fosse una scarsa distinzione fra la dimensione religiosa e quella profana, e che solo sul finire della propria storia, forse grazie alla contaminazione con altre culture, essi abbiano iniziato a discernere i due ambiti, soprattutto in riferimento ai luoghi adibiti al culto e alle sue manifestazioni[96].

Fra gli oggetti dei corredi funerari con valenza religiosa, è stata riscontrata la presenza di numerosi manufatti con simboli apotropaici analoghi a quelli di altri oggetti risalenti all'età del bronzo europea; Fra i reperti piceni, si trova con partiolcare frequenza la raffigurazione, riscontrata in numerosi manufatti, di piccole anatre stilizzate, le quali ricordano la tradizione religiosa sia anatolica che danubiana[97]. Il significato di tali rappresentazione allude ad una raffigurazione, mediante l'anatra, dell'anima del defunto[99].

Seppure in gran parte non siano state tuttora identificate in modo inequivocabile; un'eccezione è rappresentata dalla dea Cupra, della quale sono conosciuti santuari nella zona picena e in quelle limitrofe[100]. Le divinità dei Piceni erano direttamente collegate al mondo della pastorizia, dell'allevamento e della guerra[100].

Evoluzione del culto[modifica | modifica sorgente]

Durante l'età del bronzo, nel Piceno le manifestazioni devozionali si svolgevano in luoghi comunitari, spesso scelti in virtù di specifiche peculiarità naturali, nei quali i fedeli esprimevano la propria religiosità con offerte votive, dando luogo a celebrazioni che ne promuovevano e ne consolidavano l'identità etnico-politica[98]. A seguito dell'avvento delle popolazioni picene, le forme del culto cambiano; dal VII alla prima metà del VI secolo a.C., le forme del culto cambiano, attestando l'affermarsi nelle comunità picene di nuovi valori fondamentali, quali quelli della casa e della famiglia; la celebrazione non si svolge più in luoghi comuni ma in privato, nell'ambito domestico, dando inizio all'affermarsi del culto dei morti, in particolare dei capostipiti della famiglia. Questi vengono celebrati con statue funerarie, steli, e sono sepolti con ricchi corredi, attestando una sostanziale esaltazione del valore dei morti rispetto alla società[98].

Dalla fine del VI all'inizio V secolo a.C., le manifestazioni religiose recuperano la pratica dei depositi votivi, i quali però presentano offerte devozionali del tutto diverse rispetto a quelle dei secoli precedenti. Le offerte in vasellame sono state sostituite quasi del tutto da quelle in metallo, specialmente in bronzo. Si tratta nella maggior parte dei casi di statuette votive o d'importazione etrusca o di fabbricazione autoctona (umbro-picena), raffiguranti divinità greco-etrusche (Ercole, Minerva, Giove, Marte)[98].

Santuari[modifica | modifica sorgente]

Un Signore degli Animali (Museo Oliveriano, Pesaro).

Nella porzione delle odierne Marche occupata dai Piceni non sono stati individuati edifici sacri, né luoghi naturali adibiti prevalentemente al culto. Uniche eccezioni sono il santuario della dea Cupra presso l'odierna Cupra Marittima (di fondazione picena[5] o etrusca[96]), e il santuario di Diomede[96]. I depositi votivi ritrovati in area marchigiana attestano comunque che, probabilmente, i riti avvenivano prevalentemente all'aperto, in luoghi ben distanti dalle zone abitate. Sono in questo senso rilevanti i ritrovamenti compiuti presso Monte Primo, Monte Valmontagnana, Isola di Fano e Castelbellino[101].

Nell'attuale Abruzzo, invece, sono stati scoperti due luoghi naturali adibiti alle celebrazioni: il santuario del Monte Giove (Cermignano-Penna Sant'Andrea) e la Grotta del Colle (Rapino). Poiché entrambi i santuari sono posizionati in luoghi sopraelevati e raggiungibili solo attraverso salite, è stato ipotizzato che il percorso per raggiungerli avesse un valore iniziatico o che la salita assumesse il ruolo d'ascensione mistica[102].

Culto dei morti[modifica | modifica sorgente]

Fra il IX e il VII secolo a.C. è accertato che i Piceni seppellissero i propri morti in posizione rannicchiata, adagiandoli sul fianco destro. Nelle tombe risalenti al VI secolo a.C. venne mantenuta la posizione sul fianco destro, ma non è raro ritrovare degli inumati con le gambe più o meno flesse. Dal V secolo a.C. i defunti vengono sepolti, nella maggior parte dei casi, in posizione supina[103].

La struttura delle tombe era costituita generalmente da semplici fosse, generalmente di forma rettangolare od ovale, di due metri per uno e profonde anche più di un metro. Non era raro che sul piano di deposizione vi fossero da una a quattro riseghe. Per evitare che l'inumato fosse a diretto contatto con il terreno, è attestato l'uso di rivestimenti sia lignei che in pietra arenaria. La breccia marina era utilizzata non solo sul piano di deposizione, ma come vero e proprio materiale di riempimento delle fosse funerarie[103].

Nelle tombe del VI secolo a.C. e in quelle più recenti le fosse sepolcrali presentano degli spazi ulteriori al di sotto dei piedi dell'inumato, oppure accanto alla sua testa; tali spazi avevano la funzione d'ospitare il corredo funebre, in special modo gli oggetti utilizzati durante i banchetti o l'oggettistica domestica[103]. Talvolta gli spazi che venivano ricavati sotto i piedi del defunto erano piuttosto ampi e si sviluppavano al di sotto del piano di deposizione dell'inumato. In queste cavità, a base generalmente trapezoidale, sono stati rinvenute pile di vasellame disposto a seconda della propria funzione[103].

Economia[modifica | modifica sorgente]

Agricoltura[modifica | modifica sorgente]

Una società in miniatura danza attorno ad un totem; si riconoscono guerrieri ed agricoltori, tra cui uno intento ad arare.

La posizione degli insediamenti piceni in valli fertili, il rinvenimento di ossa di bovini e di piccole vanghe realizzate in corno di cervo lasciano intuire che fra i Piceni l'agricoltura fosse decisamente sviluppata[104].

La viticoltura nel Piceno era ampiamente praticata[25], essendo in uso fin dall'età repubblicana, come attestano Polibio[105] e Catone[106]; l'uva picena era infatti particolarmente gradita in Gallia e ne erano coltivate due qualità (Palmensis e irziola)[107][108]. Oltre all'uva, anche la produzione frutticola in generale era celebre[25], sia per la produzione di mele[109][110][111], che di pere[112].

Fra le coltivazioni tradizionali Plinio menziona anche le olive picene, considerate fra le più ricercate d'Italia[113]. Verosimilmente, esse erano prodotte nei dintorni di Ascoli, come suggerito dalla conformazione del territorio e dalle tradizioni locali[114] Oltre agli usi tradizionali, secondo Marziale le olive picene venivano utilizzate anche per alimentare i tordi[115].

La coltivazione del grano era anch'essa fiorente[25], tanto che Varrone riferisce di una particolare tecnica di mietitura che era praticata nel Piceno[116]. La farina picena era poi utilizzata anche per la produzione di un pane dolce, il pane picentino[117].

Oltre a tali attività, i Piceni praticavano anche la caccia e la pesca[118].

Artigianato e metallurgia[modifica | modifica sorgente]

Le principali produzioni artigianali dei Piceni si concentravano nella lavorazione dei metalli. Fra l'VIII e la metà del VII secolo a.C. l'oggettistica realizzata consisteva soprattutto in ornamenti e ricchi manufatti, tutti in bronzo; solo nel corso del VII secolo a.C. all'esclusiva produzione bronzea si aggiunse quella in ferro[118].

Oltre alla lavorazione dei metalli, l'artigianato piceno realizzava notevoli ceramiche[119] e prodotti tessili, come è attestato dal rinvenimento di fusarole e rocchetti[120].

Ulteriori centri artigianali si svilupparono fra VII e VI secolo a.C., influenzati dalle maestranze etrusche od orientali; in queste officine si intagliavano l'ambra, l'avorio, la pietra[121].

Commercio[modifica | modifica sorgente]

Le principali vie di commercio dirette verso il Piceno:

██ Illiri

██ Veneti

██ Greci

██ Lucani

██ Dauni

██ Umbri ed Etruschi

Un ruolo dominante nell'economia dei Piceni era rivestito dal commercio, tanto che attorno alla metà del VI secolo a.C. il loro territorio divenne il punto di connessione fra i mercati delle aree alpina, danubiana e tirrenica[121]. Gli scambi principali avvenivano sia con le popolazioni abitanti il versante tirrenico che con i popoli orientali del Mar Mediterraneo e quelli abitanti sulla sponda opposta dell'Adriatico. Con quest'ultimi è attestato un flusso commerciale importante e consolidato, in particolare con gli Illiri, i quali erano il bacino di riferimento delle produzioni picene dirette verso i Balcani, smistate poi fino in Frigia[122].

Fin dal IX secolo a.C. i Piceni svilupparono itinerari commerciali con gli Umbri e gli Etruschi attraverso i valichi appenninici, intensificando attorno al VII secolo a.C. gli scambi con quest'ultimi[123].

Un celebre esempio di arte picena: la stele figurata proveniente dalla zona di Novilara, con scena navale (Museo Oliveriano di Pesaro), in cui una imbarcazione oneraria scortata da navi militari che la difendono da un attacco.

La testimonianza più importante relativa alla commercio marittimo piceno è la stele figurata di Novilara in cui è incisa un'imbarcazione che trasporta merci, scortata da navi militari, mentre viene attaccata. In base a questa testimonianza è stato possibile, nel 2001, realizzare una copia della nave raffigurata realmente capace di navigare; sulla vela è stato riprodotto una delle immagini più note della cultura picena di Novilara: la ruota a raggi, che simboleggia il sole[124][125].

Oltre ad importare manufatti etruschi e a esportarne di propri in Etruria, dal V-IV secolo a.C. i Piceni commerciarono anche con i Greci, i quali seguivano delle rotte commerciali che risalivano verso nord la costa adriatica occidentale, per poi proseguire sul versante opposto in direzione sud-est[126], oppure attraversavano il medio-Adriatico nel punto di strozzatura fra il Monte Conero e Iader[127], punto di scalo certo era Numana, situata sulla costa, presso cui giungevano le merci dirette ad Ancona[128]. In particolare, era apprezzata dai Piceni la ceramica di lavorazione attica, oltre che la produzione manifatturiera egineta e ionica[129], le quali furono affiancate dal VII al IV secolo a.C. dall'importazione di vasi bronzei dal Peloponneso[130].

Altre direttrici commerciali attestate sono quelle sviluppatesi a sud con i Dauni[131] e i Lucani[132], a nord quelle con i Veneti. Con quest'ultimi, i Piceni non commerciarono esclusivamente vasellame pregiato, ma anche armi e ornamenti femminili[133]. Di non poco rilievo era inoltre il commercio dell'ambra, che coinvolgeva direttamente il popolo dei Piceni. È stato accertato che dall'VIII secolo a.C. in poi vi erano consistenti produzioni di ornamenti con inserti d'ambra, i quali testimoniano notevoli importazioni della stessa dall'area danubiana; questa, dopo essere stata lavorata, presumibilmente presso le botteghe picene, veniva commercializzata e distribuita attraverso i principali canali di scambio[134].

Lingua[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Lingua picena meridionale e Lingua di Novilara.
Stele da Loro Piceno (alfabeto sud-piceno).

I Piceni parlavano una lingua italica[135] appartenente al gruppo dei dialetti sabellici e dunque strettamente collegata alla lingua umbra[136][137]; tale idioma è attestato da ventitré iscrizioni, la cui datazione ne ha individuato la diffusione in un periodo compreso fra il VI secolo a.C. e l'inizio del III secolo a.C. Convenzionalmente tale lingua è denominata "Sud-piceno"[138], dato che tutte le iscrizioni sono state trovate nella parte meridionale del territorio piceno, e precisamente tutte a sud del fiume Chienti.

L'alfabeto sud-piceno è stato decifrato integralmente solo negli ultimi decenni; le ultime deduzioni, che hanno portato ad una lettura completa delle epigrafi, sono state le seguenti[138]:

  • il segno del "punto al centro" rappresenta il suono "O";
  • il segno dei "due punti" rappresenta il suono "F"
  • il segno precedentemente interpretato come grafia alternativa di "S" era usato in realtà per il suono "V".

Si registra in questo alfabeto una tendenza all'uso di punti, come rivelano i segni "O" e ed "F" (risultanti dalla contrazioni di cerchi), il segno "T" e le grafie alternative di "A" e "Q" (in cui il punto deriva dalla contrazione di segmenti). Particolarità rilevante è l'uso di sette vocali (a, e, í, i, o, ú, u), cosa che rivela una accuratezza alla trascrizione del sistema vocalico maggiore di quella delle altre lingue italiche[138].

Di seguito si riporta l'alfabeto sud-piceno e il suono dell'alfabeto fonetico internazionale corrispondente ad ogni lettera[139].

Due grafemi leggermente differenti corrispondevano entrambi alla "A" e similmente avveniva per la "T" e per la "Q"; nell'elenco sottostante sono riportate le grafie alternative. Viene indicato anche il segno caratteristico usato per separare le parole tra loro, rappresentato da tre punti allineati verticalmente.

Alfabeto sud-piceno

Le iscrizioni di Novilara[modifica | modifica sorgente]

Cosa assai singolare è il fatto che, nonostante non esista alcuna differenza in campo archeologico tra i piceni della zona di Novilara e quelli del rimanente territorio, le quattro iscrizioni ritrovate in quella zona testimoniano un alfabeto e una lingua diversa da quella usata dagli altri piceni. Alcuni interpretano tale situazione enigmatica considerando che la differente lingua non ha evidentemente impedito il formarsi di una cultura ed una civiltà unitarie[140]. C'è anche chi fa altre considerazioni, affermando che non è certo (data la scarsità di testimonianze) che la lingua di Novilara sia stata usata dalle popolazioni della zona, ma che forse essa testimonia la presenza di viaggiatori; in questo caso l'iscrizione più lunga potrebbe essere una stele funeraria realizzata da un gruppo di persone provenienti da altre terre, in onore di un compagno che trovò la morte durante il viaggio[141].

Tale lingua, non ancora decifrata con certezza, è stata denominata convenzionalmente lingua picena settentrionale o "della stele di Novilara" o "nord-piceno"[12][142]. L'iscrizione più studiata di questo gruppo è infatti la Stele iscritta di Novilara. La natura del nord-piceno ha fatto molto discutere gli studiosi e probabilmente esso è una lingua isolata non indoeuropea. Ciò che sembra certo è che il nord-piceno non è una lingua italica. Si deve comunque considerare che le iscrizioni nord-picene non solo si distinguono dalle sud-picene per localizzazione geografica, ma anche per datazione: sino all'inizio del VI secolo si sono ritrovate solo iscrizioni nord-picene, dal VI secolo in poi solo sud-picene[140]. L'alfabeto usato nelle iscrizioni di Novilara è riportato alla pagina della Lingua di Novilara.

Arte[modifica | modifica sorgente]

Architettura[modifica | modifica sorgente]

Nell'ambito delle sepolture monumentali picene sono attestate quattro principali tipologie funerarie:

Tombe a circolo con fossato e tumulo

Le più antiche risalgono all'VIII secolo a.C. e sono costituite da gruppi o da sepolture singole organizzate all'interno di un'area circoscritta da un fossato anulare e ricoperte da tumulo. Le più antiche sono state rinvenute nella zona di Matelica[103]. Dal VII secolo a.C. l'uso di tombe a circolo con fossato e tumolo è particolarmente concentrato nell'area fra Numana e Sirolo; in questa zona i defunti venivano seppelliti in gruppi familiari di almeno tre o quattro generazioni. Il diametro varia dai dieci ai venti metri, la larghezza dei fossati è di un metro e la profondità di due. Le sepolture rinvenute nella zona di Numana hanno la particolarità di essere disposte in un ordine preciso secondo cui al centro veniva sepolto il capofamiglia ed ai lati erano disposte una o due tombe di donna con dei corredi funerari piuttosto ricchi[143].

Tombe con tumulo di pietre

Datate nella prima metà del VII secolo a.C., sono attestate presso il sepolcreto di Fabriano. Fra le sepolture più importanti di questo sito è ricordata la tomba di un capo probabilmente morto lontano dalla propria famiglia, in quanto il corredo — comprensivo di un carro — non è accompagnato dalla salma del defunto, che è assente (cenotafio)[143].

Tombe a circolo di pietre

Risalenti tutte fra il VII secolo a.C. e il VI secolo a.C., tali sepolture sono state rinvenute nei pressi dei fiumi Chienti e Potenza. Sono agglomerati di massimo due o tre sepolture delimitate da un circolo di pietre poste di taglio, il cui diametro si attesta fra i cinque e i nove metri; si tratta di sepolture tipiche dell'Italia centrale appenninica la cui forma era in origine simile alle recinzioni dei pastori dell'Età del bronzo. Talvolta presentano dei tumuli[143].

Tombe a gradoni

Risalenti al V secolo a.C., presentano una pseudocamera sepolcrale funeraria a cielo aperto, priva di un corridoio d'ingresso e con delle riseghe multiple su tre lati. Sul fondo della camera sono presenti due fosse: una per gli oggetti di maggior valore del corredo, l'altra per l'inumazione del defunto assieme a pochi oggetti d'uso personale[144].

Scultura[modifica | modifica sorgente]

Statua del Guerriero di Numana (Museo archeologico nazionale delle Marche).

È di produzione picena una fra le maggiori opere d'arte prodotte dai popoli italici, il Guerriero di Capestrano (conservato presso il Museo archeologico nazionale d'Abruzzo a Chieti); si tratta di una statua monumentale, di dimensioni superiori al vero, che rappresenta un condottiero piceno stante, con il capo coperto da un elmo ornato di un ampio disco alla base[145]. Tale opera presenta notevole affinità con numerosi reperti di statuaria rinvenuti in territorio tedesco (Hirschlanden, Holzgerlingen, Glauberg)[146]. Oltre al Guerriero di Capestrano, al Guerriero di Numana e a diverse steli incise[147], tuttavia, non si sono ritrovate molte altre produzioni artistiche monumentali picene[148].

Gli scambi intercorsi fra i Dauni e le genti picene stanziatesi in Abruzzo influenzarono la statuaria picena, soprattutto in età arcaica[149]. Ciò è testimoniato per esempio dall'analogia fra alcuni dei tratti distintivi del Guerriero di Capestrano e dei reperti dauni rinvenuti presso la piana di Siponto[150]. Tra il VII e il VI secolo a.C. gli scambi intercorsi fra Piceni ed Etruschi manifestano un influsso culturale che si riverbera nella produzione artistica picena attraverso il fenomeno dell'orientalizzazione; alcuni esemplari della statuaria picena presentano numerosi tratti in analogia con quelli delle produzioni fittili e scultoree etrusche[151], mentre nelle decorazioni dei dischi-corazza è spesso possibile rintracciare figure spiccatamente orientalizzanti, come ad esempio animali quadrupedi passanti[152].

Testimonianze rilevanti dell'attitudine artistica picena sono costituite dalla gran quantità di reperti fittili pervenuti, decorati con motivi scarni quali solcature e cordoni, e dalle figurine plastiche antropomorfe e animali stilizzate, datate attorno al VI secolo a.C.[148]. Nondimeno considerevole è la produzione bronzea: il metallo veniva lavorato in lamine sottili, per poi essere utilizzato nella realizzazioni di ciste o dischi; oppure, il bronzo veniva utilizzato per dare forma a statuette votive (in particolare, è nota una serie di statuette votive bronzee, piuttosto stilizzate, raffiguranti il dio Marte)[148].

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Fasti trionfali capitolini, 268-267 a.C.
  2. ^ Polibio, Storie, op. cit., II 21,7
  3. ^ Polibio, Storie, op. cit., III 86, 8-10
  4. ^ Antonelli, op. cit., p. 29
  5. ^ a b c d e Devoto, op. cit., pp. 124-125
  6. ^ Marco Porcio Catone, Origines, op. cit., fr. 43 Peter
  7. ^ a b Antonelli, op. cit., p. 28
  8. ^ Gaio Giulio Cesare, De bello civili, op. cit., I 15
  9. ^ a b Antonelli, op. cit., p. 23
  10. ^ a b c Antonelli, op. cit., p. 29
  11. ^ (DE) Oswald Szemerényi, The name of Peicentes in Sprache und Geschichte. Festschrift für Harri Meier, Monaco, 1971, pp. 531-544.
  12. ^ a b Devoto, op. cit., pp. 52-53
  13. ^ Pseudo Scilace, Periplo, op. cit., 5
  14. ^ Antonelli, op. cit., p. 41
  15. ^ Diodoro Siculo, Biblioteca historica, op. cit., XXXVII 2, 4
  16. ^ Plutarco, Vita di Pompeo, op. cit., 6, 1
  17. ^ Appiano Alessandrino, Storia romana, op. cit., De bellis civilibus I 366
  18. ^ Stefano Bizantino, Etnica, op. cit.
  19. ^ Piceni popolo d'Europa, op. cit., Lorenzo Braccesi, pp. 31-32
  20. ^ Adriano La Regina, Appunti su entità etniche e strutture istituzionali nel Sannio antico in Annali dell'Istituto Orientale di Napoli, vol. III, 1981, pp. 129-137.
  21. ^ a b c d Piceni popolo d'Europa, op. cit., Gianluca Tagliamonte, L'origine sabina dei Piceni, p. 12
  22. ^ Sesto Pompeo Festo, De verborum significatu, pp. 235 L.
  23. ^ a b c d Piceni popolo d'Europa, op. cit., Gianluca Tagliamonte, L'origine sabina dei Piceni, p. 13
  24. ^ a b Plinio il Vecchio, Naturalis historia, op. cit., III, 110
  25. ^ a b c d e Strabone, Geografia, op. cit., 5. 4. 2
  26. ^ Si legge nel sito ufficiale della Regione Marche: "La scelta trae origine da una antichissima tradizione che narra di popolazioni Sabine che nell'attraversare l'Appennino durante il ver sacrum portarono con sé un totem, un uccello sacro: il picchio". La legge di adozione dello stemma è la n. 13 del 15 marzo 1980; vedi il sito ufficiale della regione Marche alla pagina
  27. ^ Legge di adozione dello stemma, Consiglio.marche.it. URL consultato il 27 settembre 2013.
  28. ^ a b Villar, op. cit., pp. 478-482
  29. ^ Dionigi di Alicarnasso, Antichità romane, op. cit., 1, 14, 5
  30. ^ Dionigi di Alicarnasso, Antichità romane, op. cit., I
  31. ^ Felice Martelli, Le antichità de' Sicoli, 1830; "Bullettino dell'Istituto di Corrispondenza Archeologica", 1831; "Annali dell'Istituto di Corrispondenza Archeologica", 1832; Giuseppe Colucci, Gli Equi, 1886; Enrico Abate, Guida dell'Abruzzo, 1903; Domenico Lugini, Memorie storiche della regione Equicola, ora Cicolano, 1907. Fonti raccolte in Documenti Bibliografici dal 1666 al 1953, Santanatolia.it. URL consultato il 2 giugno 2011.
  32. ^ a b c Zuffa, Lollini, op. cit., p. 119
  33. ^ Zuffa, Lollini, op. cit., p. 120
  34. ^ Fondando le proprie ipotesi sulle ricerche archeologiche all'epoca più recenti e il rinvenimento sempre maggiore di reperti piceni, Delia Lollini ha proposto tre componenti etniche all'origine dei Piceni: le popolazioni appenniniche, quelle protovillanoviane e quelle sulla sponda opposta dell'Adriatico, cfr. Zuffa, Lollini, op. cit., p. 121
  35. ^ Zuffa, Lollini, op. cit., passim
  36. ^ Zuffa, Lollini, op. cit., p. 109
  37. ^ Naso, op. cit., pp. 18-19
  38. ^ Zuffa, Lollini, op. cit., introduzione a La civiltà picena
  39. ^ La frase deriva dalle carte dei centri abitati e delle necropoli picene, cfr. Zuffa, Lollini, op. cit., p. 111, 115
  40. ^ Michetti, op. cit., pp. 19-20
  41. ^ Publio Annio Floro, Epitomae liber primus, op. cit., XIV, 19
  42. ^ Zuffa, Lollini, op. cit., capitoli da Piceno I a Piceno VI. Per gli abitati e le necropoli picene di Matelica, Moscosi, Montedoro e Pesaro, ancora non ritrovati al momento della pubblicazione del volume precedente, si è fatto riferimento al catalogo della mostra "Piceni popolo d'Europa", già più volte citato.
  43. ^ Precedentemente il centro di Fermo non era piceno, ma villanoviano.
  44. ^ Sino alla metà del VI secolo.
  45. ^ a b c d e f Tutte le notizie storiche precedenti il 295 a.C. (Battaglia del Sentino) sono tratte da: Zuffa, Lollini, op. cit., pp. 122-160
  46. ^ La civiltà picena nelle Marche, op. cit., Enrico Paribeni, Importazioni di ceramiche antiche nelle Marche
  47. ^ La civiltà picena nelle Marche, op. cit., Otto-Herman Frey, I Galli nel Piceno, p. 366
  48. ^ Piceni popolo d'Europa, op. cit., G. Colonna, I popoli del medio Adriatico, p. 11
  49. ^ Lorenzo Braccesi, Hellenikòs Kolpos: supplemento a Grecità adriatica, L'Erma di Bretschneider, 2001, p. p. 110. ISBN 978-88-8265-153-4.
  50. ^ Plinio il Vecchio, Naturalis historia, op. cit., 3, 110-111
  51. ^ Gabriele Gherardi, Il cassero sul mare in Tuttitalia, enciclopedia dell'Italia antica e moderna, vol. Marche, Firenze, De Agostini, p. 87.
  52. ^ Rosario Pavia, Ercole Sori, Ancona, Editrice Laterza, 1990, p. 3.
  53. ^ Tito Livio, Ab Urbe condita libri, op. cit., X, 10
  54. ^ a b c Naso, op. cit., p. 271
  55. ^ Tito Livio, Ab Urbe condita libri, op. cit., X, 11
  56. ^ a b c d Naso, op. cit., p. 272
  57. ^ Michetti, op. cit., pp. 31-32
  58. ^ Plinio il Vecchio, Naturalis historia, op. cit., III, XII, 108
  59. ^ Sesto Giulio Frontino, Stratagemmata, I.
  60. ^ Epitomae rerum Romanorum, XVI.
  61. ^ Paolo Diacono, Historia Langobardorum, IV 1.
  62. ^ a b Tito Livio, Epitomae librorum, 1 XV.
  63. ^ Fasti Consulares ac Triumphi.
  64. ^ Antonelli, op. cit., p. 79
  65. ^ Michetti, op. cit., p. 35
  66. ^ Michetti, op. cit., p. 36
  67. ^ Strabone, Geografia, op. cit., 5, 4-12
  68. ^ Devoto, op. cit., p. 307
  69. ^ Silio Italico, Punica, op. cit., V, 208
  70. ^ Polibio, Storie, op. cit., III, 86-88
  71. ^ Silio Italico, Punica, op. cit., VIII, 424-438
  72. ^ Tito Livio, Ab Urbe condita libri, op. cit., LXXII
  73. ^ Velleio Patercolo, Historiae Romanae, II, 15.
  74. ^ Devoto, op. cit., p. 336
  75. ^ Appiano Alessandrino, Storia romana, op. cit., I, 39-40
  76. ^ Lapis lapidis, op. cit., p. 151
  77. ^ a b c Appiano Alessandrino, Storia romana, op. cit., I, 47-48
  78. ^ Lapis lapidis, op. cit., p. 152
  79. ^ Devoto, op. cit., p. 338, rimarca il fatto che Ascoli fosse inizialmente difesa da un marso, quale chiaro segno del «carattere federale della lotta».
  80. ^ La riluttanza degli ascolani a contrastare efficacemente l'assedio va attribuita alle leggi promulgate durante la guerra sociale dal Senato romano. Inizialmente fu offerta la cittadinanza romana agli italici che non avessero preso parte alla guerra o si fossero arresi (Lex Iulia de civitate); in seguito l'offerta fu ampliata a chiunque, entro sessanta giorni dalla promulgazione della legge stessa, avesse fatto richiesta della cittadinanza al Pretore romano (Lex Plautia Papiria), cfr. Lapis lapidis, op. cit., p. 152
  81. ^ a b Devoto, op. cit., pp. 340-341
  82. ^ Marco Tullio Cicerone, Filippiche, op. cit., XII, 27
  83. ^ a b Lapis lapidis, op. cit., p. 153
  84. ^ La civiltà picena nelle Marche, op. cit., Giovanna Bergonzi, Etruria-Piceno-Caput Adriae: guerra e aristocrazia nell'età del ferro, p. 62
  85. ^ Carlo Cappelli, Askl. La prima Ascoli, Ascoli Piceno, Lamusa, 2001, p. 27.
  86. ^ Tale ipotesi può essere accettata qualora il significato del termine RAKI, inciso sulla statua del Guerriero di Capestrano, significhi letteralmente "re", cfr. Carlo Cappelli, Askl. La prima Ascoli, Ascoli Piceno, Lamusa, 2001, p. 27.
  87. ^ Dumitrescu, op. cit., p. 197
  88. ^ Villar, op. cit., passim
  89. ^ La civiltà picena nelle Marche, op. cit., Giovanna Bergonzi, Etruria-Piceno-Caput Adriae: guerra e aristocrazia nell'età del ferro, p. 61
  90. ^ Antonelli, op. cit., pp. 45-46
  91. ^ La civiltà dei Piceni nei musei archeologici di Marche e Abruzzo, op. cit., Edwige Percossi Serenelli, La civiltà picena, p. 7
  92. ^ Tali ipotesi sono state formulate dalla Bergonzi studiando la topografia delle sepolture e i corredi funerari ivi rinvenuti, cfr. La civiltà picena nelle Marche, op. cit., p. 62
  93. ^ Devoto, op. cit., p. 335
  94. ^ Devoto, op. cit., p. 344
  95. ^ Cinzia Dal Maso, Le ombre della sera, Specchioromano.it. URL consultato il 28 settembre 2013.
  96. ^ a b c d Piceni popolo d'Europa, op. cit., A.L. Prosdocimi, G. Baldelli, La religione, p. 86
  97. ^ a b Piceni popolo d'Europa, op. cit., L. Franchi dell'Orto, Le "anatrelle": sopravvivenza di una simbologia religiosa dell'età del Bronzo europea, p. 91
  98. ^ a b c d Piceni popolo d'Europa, op. cit., G. Colonna, Le forme della devozione, p. 89
  99. ^ Piceni popolo d'Europa, op. cit., L. Franchi dell'Orto, Le "anatrelle": sopravvivenza di una simbologia religiosa dell'età del Bronzo europea, p. 92
  100. ^ a b Naso, op. cit., pp. 240-242
  101. ^ Piceni popolo d'Europa, op. cit., A.L. Prosdocimi, G. Baldelli, La religione, p. 87
  102. ^ Piceni popolo d'Europa, op. cit., V. d'Ercole, I luoghi di culto. Abruzzo, p. 88
  103. ^ a b c d e Piceni popolo d'Europa, op. cit., M. Landolfi, Forme ideologiche e costume funerario, p. 74
  104. ^ Zuffa, Lollini, op. cit., pp. 166-167
  105. ^ Polibio, Storie, op. cit., 3.88. 1
  106. ^ Marco Porcio Catone, Origines, op. cit., 43
  107. ^ Plinio il Vecchio, Naturalis historia, op. cit., 15. 16. 55
  108. ^ Plinio il Vecchio, Naturalis historia, op. cit., 14. 4. 37
  109. ^ Quinto Orazio Flacco, Satire, op. cit., 2. 3. 272
  110. ^ Quinto Orazio Flacco, Satire, op. cit., 2. 4. 70
  111. ^ Decimo Giunio Giovenale, Satire, op. cit., 11. 74
  112. ^ Plinio il Vecchio, Naturalis historia, op. cit., 15. 16. 55
  113. ^ Plinio il Vecchio, Naturalis historia, op. cit., 15. 4. 16
  114. ^ Naso, op. cit., p. 29
  115. ^ Marco Valerio Marziale, Epigrammi, op. cit., 9. 54
  116. ^ Marco Terenzio Varrone, De re rustica, op. cit., 1. 50. 2
  117. ^ Plinio il Vecchio, Naturalis historia, op. cit., 18. 27. 106
  118. ^ a b Zuffa, Lollini, op. cit., p. 167
  119. ^ Zuffa, Lollini, op. cit., p. 168
  120. ^ Zuffa, Lollini, op. cit., pp. 167-168
  121. ^ a b Antonelli, op. cit., p. 46
  122. ^ Naso, op. cit., p. 88
  123. ^ Piceni popolo d'Europa, op. cit., L. Agostiniani, Le iscrizioni di Novilara, p. 142
  124. ^ Ricostruzione nave picena, Epika.eu. URL consultato il 18 settembre 2013.
  125. ^ Pesaro: salpata un'imbarcazione preistorica, Turismo.it, 15 agosto 2001. URL consultato il 18 settembre 2013.
  126. ^ Piceni popolo d'Europa, op. cit., M. Luni, Itinerari transappenninici e scali marittimi, pp. 142-143
  127. ^ Secondo Benedetta Rossignoli l'esistenza di questa rotta medio-adriatica è confermata dalla presenza a Numana, nei pressi di Ancona, del culto di Iuppiter Serenus, che sarebbe la testimonianza di un precedente culto d'origine greca, Zeus Hourios, protettore dei navigatori dalle tempeste; inoltre, lo Iuppiter Serenus è presente anche a Gabicce, e ciò secondo la Rossignoli permette di ipotizzare una rotta che, risalendo la costa, facesse scalo presso il promontorio S. Marina di Focara, cfr. I Piceni e la loro riscoperta fra Settecento e Novecento, op. cit., Benedetta Rossignoli, Iuppiter Serenus a Numana? Culti e miti greci in area picena, p. 80
  128. ^ I Piceni e la loro riscoperta fra Settecento e Novecento, op. cit., Benedetta Rossignoli, Iuppiter Serenus a Numana? Culti e miti greci in area picena, p. 80
  129. ^ Piceni popolo d'Europa, op. cit., M. Luni, Commerci greci nel Piceno, p. 145
  130. ^ Piceni popolo d'Europa, op. cit., B.B. Shefton, Bronzi greci ed etruschi nel Piceno, p. 151
  131. ^ Piceni popolo d'Europa, op. cit., M. Luni, Commerci greci nel Piceno, p. 144
  132. ^ Piceni popolo d'Europa, op. cit., B.B. Shefton, Bronzi greci ed etruschi nel Piceno, p. 150
  133. ^ Piceni popolo d'Europa, op. cit., L. Capuis, L'Italia nord-orientale e il Piceno, p. 161
  134. ^ Naso, op. cit., pp. 89-90
  135. ^ Piceni popolo d'Europa, op. cit., Anna Marinetti, Le iscrizioni sudpicene, p. 134
  136. ^ Devoto, op. cit., p. 13
  137. ^ Villar, op. cit., pp. 484-485
  138. ^ a b c Piceni popolo d'Europa, op. cit., Anna Marinetti, Le iscrizioni sudpicene, p. 136
  139. ^ Fonti per l'alfabeto sud-piceno: Alessandro Morandi, in Popoli e civiltà dell'Italia antica edito dall'Ente per la diffusione e l'educazione storica, 1973; P. Bonvicini, Iscrizioni picene, edizioni Livi, 2001; Autori vari, Piceni Popolo d'Europa, Roma, 1999.
  140. ^ a b Zuffa, Lollini, op. cit., Lingua, p. 179
  141. ^ Villar, op. cit., p. 492
  142. ^ Villar, op. cit., pp. 474, 492-493
  143. ^ a b c Piceni popolo d'Europa, op. cit., M. Landolfi, Forme ideologiche e costume funerario, p. 75
  144. ^ Piceni popolo d'Europa, op. cit., M. Landolfi, Forme ideologiche e costume funerario, p. 76
  145. ^ Adorno, op. cit., p. 288
  146. ^ I Piceni e la loro riscoperta fra Settecento e Novecento, op. cit., Sergio Sconocchia, Le fonti classiche greche e latine sui Piceni, p. 50
  147. ^ Zuffa, Lollini, op. cit., p. 182
  148. ^ a b c Zuffa, Lollini, op. cit., p. 181
  149. ^ La civiltà picena nelle Marche, op. cit., G. Colonna Apporti etruschi all'orientalizzante "piceno": il caso della statuaria, p. 106
  150. ^ La civiltà picena nelle Marche, op. cit., Maria Luisa Nava, Statuaria in pietra di ambiente adriatico, pp. 267-268
  151. ^ La civiltà picena nelle Marche, op. cit., G. Colonna Apporti etruschi all'orientalizzante "piceno": il caso della statuaria, pp. 97, 108, 112
  152. ^ La civiltà picena nelle Marche, op. cit., G. Colonna Apporti etruschi all'orientalizzante "piceno": il caso della statuaria, p. 102

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Fonti primarie[modifica | modifica sorgente]

Letteratura storiografica[modifica | modifica sorgente]

Atti e cataloghi[modifica | modifica sorgente]

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]