Battaglia di Sfacteria (425 a.C.)

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Battaglia di Sfacteria
Data 425 a.C.
Luogo Sfacteria, isola greca
Esito Vittoria Ateniese
Schieramenti
Comandanti
Effettivi
3000 circa 60 navi, 420 opliti, iloti
Perdite
circa 230 60 navi e 148 opliti
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La battaglia di Sfacteria fu combattuta tra Ateniesi e Spartani nel 425 a.C., nell'isola greca di Sfacteria, nell'ambito della guerra del Peloponneso.

Fu conseguente alla battaglia di Pilo, dove i soldati di Demostene di Afidna che fortificarono la collina di Pilo mise in grande allarme gli Spartani che, tornati frettolosamente dall'Attica con il loro esercito, pianificarono un attacco terrestre e navale alle posizioni ateniesi.

Mentre la flotta si preparava a sbarcare dietro la collina occupata dagli opliti attici, alcuni soldati di Sparta furono inviati nell'isola di Sfacteria che chiudeva la baia, permettendo due piccoli passaggi ai lati (sufficienti rispettivamente al passaggio di due e nove triremi, secondo Tucidide) al fine di fare della posizione un sicuro dominio spartano in vista della battaglia navale con la sopraggiungente flotta ateniese. La flotta spartana si premunì anche di chiudere gli accessi alla baia per mezzo di alcune triremi affiancate.

Dopo tre giorni di battaglia a Pilo il grosso della flotta di Demostene di Afidna, al comando del navarco Eurimedonte fece ritorno da Corcira e forte di 47 navi, a cui si aggiunsero 4 triremi da Chio e altre provenienti da Naupatto, attaccò i peloponnesiaci. Non avendo ammarato che poche triremi, colti di sorpresa persero 5 unità e un intero equipaggio oltre a ritrovarsi con la fanteria oplitica, composta da oltre 400 uomini, isolata a Sfacteria. Gli ateniesi avevano così reso inservibile la flotta peloponnesiaca, spiaggiandola sull'arenile.

La battaglia navale era persa, quella terrestre poteva rivelarsi un disastro; gli spartani sono sotto assedio e non possono attaccare Pilo, si cerca così un accordo: pane e acqua per gli "isolani" ed in pegno la custodia della flotta, mentre si prosegue la trattativa ad Atene.

Agli emissari spartani giunti ad Atene, viene garantita la restituzione degli opliti, in cambio della restituzione pubblica dei territori cui Sparta era garante in favore di Atene (cosa inacettabile, possibile in forma privata a dimostrazione di una trattativa in cui il prestigio di Sparta non fosse minato, ma non in forma pubblica, pena lo sfaldamento della lega Peloponnesiaca).

L'intento di Cleone era proprio quello di minare la lega dalle fondamenta.

Epidata al comando dei 420 opliti riusciva intanto a resistere grazie ai rifornimenti.[1]

Passa l'estate e le difficoltà di rifornimento per le 70 navi ateniesi, cominciano a pesare sulle casse statali e poi c'era da valutare l'ipotesi di una fuga degli opliti, magari durante una giornata di pioggia, quanto era difficile controllare le coste.

In autunno un incendio sull'isola rivela che gli opliti sono fuggiti, così Cleone calca la mano all'asseblea e al comando di 800 fanti leggeri, 800 arcieri e altri uomini provenienti da Pilo, circonda gli spartani in più punti braccandoli con gli arcieri e costringendoli alla resa.

Finivano così 2 mesi e mezzo di resistenza e fame del contingente spartano, i cui sopravvissuti, 292 uomini tra cui 120 spartiati, furono presi come ostaggi.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ pare che gli spartani avessero promesso la libertà ad ogni ilota che si fosse arrischiato a raggiungere l'isola con "grano macinato, vino, cacio e ogni altro genere di alimento che potesse giovare per l'assedio", Tucidide, IV, 26, 5

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