Cabiria

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Cabiria
Cabiria poster.jpg
Locandina per Cabiria di Luigi Caldanzano (1880-1928)
Paese di produzione Italia
Anno 1914
Durata 168 min[1]
148 (versione cinematografica)
125 min (versione del 1990)
123 min (versione montata dalla Kino Print)
181 min (versione restaurata del 2006)
Colore B/N
Audio muto
Rapporto 1,20:1
Genere avventura, drammatico
Regia Giovanni Pastrone
Soggetto Gustave Flaubert, Emilio Salgari, Gabriele D'Annunzio, Tito Livio
Sceneggiatura Giovanni Pastrone (storia) e Gabriele D'Annunzio (intertitoli)
Produttore Giovanni Pastrone
Casa di produzione Itala Film
Fotografia Augusto Battagliotti, Eugenio Bava, Natale Chiusano, Segundo de Chomón, Carlo Franzeri, Giovanni Tomatis
Effetti speciali Eugenio Bava, Segundo de Chomón
Musiche Joseph Carl Breil, Manlio Mazza, Ildebrando Pizzetti
Scenografia Luigi Romano Borgnetto, Camillo Innocenti
Interpreti e personaggi
Il tempio di Moloch
Karthalo

Cabiria, sottotitolato Visione storica del terzo secolo a.C., è un film muto del 1914 diretto da Giovanni Pastrone. È il più famoso film italiano del cinema muto ed il secondo Kolossal della storia, dopo Quo vadis?.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Girato a Torino negli stabilimenti sulla Dora Riparia e nelle Valli di Lanzo, fu il più lungo film italiano prodotto dei suoi tempi (3.500 metri di lunghezza circa per tre ore e dieci minuti di spettacolo) e anche, di gran lunga, il più costoso: un milione di lire-oro, a fronte del finanziamento medio per un film dell'epoca di cinquantamila lire. Venne girato in Tunisia, in Sicilia e sulle Alpi, nelle Valli di Lanzo dove si diceva che fosse passato Annibale. La versione originale era virata a colori in dodici tonalità diverse, alcune inedite.

Pastrone ebbe la lungimiranza, per il successo commerciale del film, di creare un prodotto che riunisse le esigenze di uno spettacolo popolare a quelle della cultura borghese. Partendo da un suo soggetto che narrava le vicende di una fanciulla durante la seconda guerra punica, egli ricavò delle "scene" intervallate da didascalie "letterarie" per le quali volle al suo fianco come sceneggiatore Gabriele D'Annunzio, che accettò l'incarico per ripianare parte dei propri debiti, e che conferì alla storia una nobiltà altrimenti assente.

Fu proprio D'Annunzio a ideare il nome "Cabiria", "nata dal fuoco", e a volerlo come titolo della pellicola, in quanto nome della protagonista che il dio Moloch vuole sacrificare. Sebbene però l'intera sceneggiatura sia stata attribuita a D'Annunzio, in realtà il poeta si limitò ad inventare i nomi dei personaggi ed a comporre le auliche didascalie. Probabilmente invece i soggetti utilizzati per la scrittura del film furono i testi Cartagine in fiamme di Emilio Salgari e Salammbô di Gustave Flaubert. Le didascalie di D'Annunzio, se danno un'atmosfera decadente tipica della sua epoca, oggi appaiono piuttosto enfatiche e accademiche "le più spaventosamente letterarie e mistificanti della storia del cinema"[2].

Per la musica Pastrone chiese la collaborazione del maestro Ildebrando Pizzetti, che però non riuscì a completare tutto il commento sonoro a causa della sua lenta meticolosità, che gli permise solo di ultimare la breve ma intensa Sinfonia del fuoco, usata nelle scene di sacrificio. Il resto delle musiche venne composto dall'allora molto noto maestro Manlio Mazza.

Buona parte del successo di "Cabiria" si deve allo spagnolo Segundo de Chomón, uno dei migliori operatori sulla scena europea, a cui Pastrone affidò la fotografia del film e che impiegò una vasta serie di effetti cinematografici: fu lui a utilizzare le lampade elettriche per ottenere effetti di chiaroscuro (per esempio nella scena del sacrificio) e ad architettare la sequenza dell'eruzione dell'Etna, di notevole realismo.

Da un lato c'era un soggetto altamente popolare che alternava avventura e passione, storia e leggenda, coraggio e viltà, dall'altro una grande e spettacolare realizzazione cinematografica che faceva uso di tutti i mezzi tecnici disponibili all'epoca, compreso il sonoro del quale Pastrone intuì l'importanza. Se a tutto questo si univa un grande "nome", di sicuro prestigio internazionale, l'operazione commerciale di "Cabiria" non poteva non riuscire per realizzare uno dei più grandi successi cinematografici del cinema muto.

La prima ebbe luogo il 18 aprile 1914 al Teatro Vittorio Emanuele di Torino, in contemporanea col Teatro Lirico di Milano. Il film ebbe un grande successo di critica e di pubblico, sia in Italia che all'estero: restò in cartellone per sei mesi a Parigi e per quasi un anno a New York.

Il film fu una sorta di celebrazione della romanità, poco dopo la guerra italo-turca del 1911.

Trama[modifica | modifica wikitesto]

Nel III secolo a.C., al tempo della II Guerra Punica, Batto è un ricco romano catanese, con una figlia di quattro/cinque anni di nome Cabiria. Una notte, durante un'eruzione dell'Etna, la sua casa è incendiata e crolla, ma un gruppo di servitori, compresa la nutrice Croessa che porta con sé la piccola Cabiria, trova scampo attraverso i sotterranei segreti della villa, dove Batto tiene il suo tesoro. A causa del furto di una parte del tesoro i servitori scampati fuggono da Catania e si dirigono verso il mare, dove sono fatti prigionieri da un gruppo di pirati Fenici, che li vendono come schiavi a Cartagine.

Archimede progetta lo specchio ustorio, una scena del film.

Croessa e Cabiria vengono acquistate da Karthalo, pontefice, che decide di immolare la bambina al dio Moloch. A Cartagine vive il romano Fulvio Axilla, con il suo fedele servo Maciste, i quali sotto copertura spiano la città rivale di Roma.

Cabiria nel frattempo viene scelta come prossima vittima sacrificale, assieme ad altri cento fanciulli, e Croessa, che ha cercato di nasconderla come inferma e quindi inadatta al sacrificio, viene punita a frustate. Liberata temporaneamente, Croessa incontra Fulvio Axilla e riconoscendolo come latino lo implora di aiutarla a salvare Cabiria, dandogli in pegno un anello col simbolo dell'aquila, già di Batto.

Intanto all'imponente tempio di Moloch ha luogo il sacrificio: in una sala adorna di centinaia di fiammelle e piena di fedeli, il fuoco sacro è acceso nel simulacro del dio: attraverso uno sportello i bambini vengono gettati nella statua dove vengono arsi. Durante la cerimonia arrivano anche Fulvio, Maciste e Croessa. Quando è il turno di Cabiria, Maciste arriva al punto del sacrificio e strappa la bambina dalle mani del sacerdote, scappando con Fulvio al sommo del tempio, dove sono inseguiti. Qui Maciste si sbarazza degli inseguitori (gettandoli di peso nel vuoto o nei bracieri che illuminano la cima del tempio), finché non riescono a sfuggire da un passaggio che dall'occhio del dio (raffigurato in tutta la sua grandezza sulla facciata) porta alla mano e poi a terra, appena in tempo prima che la folla si riversi dietro a loro. Si rifugiano allora da un bettoliere, Bodastorèt (detto "la scimmia listata") che, minacciato da Maciste, svia gli inseguitori indirizzandoli altrove. Intanto al tempio è stata però catturata Croessa, che viene sacrificata al posto della bambina.

In Italia, nel frattempo, Annibale sta varcando le Alpi, con l'esercito e i famosi elefanti. A Cartagine si festeggia: Sofonisba, figlia di Asdrubale e sorella di Annibale, è promessa sposa al re di Numidia Massinissa. Fulvio Axilla invece è tradito per denaro dal bettoliere e deve fuggire da Cartagine, scappando via mare. Nello stesso agguato, Maciste viene catturato e diventa schiavo, ma prima riesce ad affidare Cabiria a Sofonisba, che l'ha soccorsa. Poi viene torturato e messo alla mola.

Gli anni passano e Siracusa è presa d'assedio dei romani che sono respinti grazie agli specchi ustori di Archimede, grazie ai quali la flotta repubblicana viene data alle fiamme. Fulvio, da anni al servizio di Scipione, ripara ad Aretusa, protetto dall'anello totemico di Croessa. Viene salvato proprio dai servitori di Batto, che lo portano a casa del ricco romano: Batto, riconosciuto l'anello, se ne fa raccontare la storia e viene così a sapere che la figlia, creduta morta nell'eruzione, è invece a Cartagine, forse ancora viva. Fulvio allora promette che se la sorte lo riporterà a Cartagine, libererà Cabiria per suo padre.

Il sacrificio a Moloch
Dettaglio della mano del sacerdote

Intanto Cabiria, fattasi adulta, è alla corte di Sofonisba, regina idumea, che è stata costretta a ripudiare il marito promesso Massinissa, unitosi ai romani, per sposarsi col più anziano Siface, re di Cirta e uno dei luogotenenti di Asdrubale e fratello di Annibale. Frattanto Scipione sbarca in Africa e al suo seguito c'è Fulvio Axilla, che penetra in Cartagine scalandone le mura tramite una piramide umana di legionari. Ritrovato il bettoliere traditore si fa svelare dov'è Maciste: liberato il suo servo, i due fuggono da Cartagine, perdendosi nel deserto. Scipione l'Africano, nel frattempo riesce a far incendiare il campo del nemico Siface: la luce delle fiamme, nella notte, guida Maciste e l'esausto Fulvio verso i Cartaginesi, che li fanno prigionieri a Cirta, città dove vive Sofonisba. Qui vengono aiutati dalla sua serva favorita Elissa, mentre la città è assediata dai Romani. Maciste riesce a piegare le sbarre della prigione e fuggire. Sofonisba intanto ha un incubo (girato con la tecnica della sovrimpressione), che il sacerdote Karthalo, pure lui a Cirta, interpreta come l'ira di Moloch per la vittima negata tanti anni prima (Cabiria): Sofonisba allora racconta di come era venuta in possesso della sua serva Elissa, che altro non era che Cabiria. Il re Asdrubale decide allora di riparare il torto a Moloch facendola sacrificare. Maciste intanto, spiando in casa di Karthalo, capisce dalle sue parole quello che sta accadendo e riconosce Cabiria: cerca con Fulvio di rapirla senza successo e i due si barricano in un sotterraneo.

I Numidi, alleati dei Romani, incalzano la città assediata e mostrando il re Siface incatenato (catturato nell'incendio dell'accampamento), riescono a sbigottire il popolo, che cede nella difesa della città, la quale viene espugnata e saccheggiata. L'esercito arriva al palazzo reale, dove Sofonisba si offre prigioniera, sposandosi subito col re Massinissa, che ammaliato da lei vorrebbe rinunciare all'alleanza con Roma.

Il sotterraneo di Fulvio e Maciste è in realtà una cantina di vino, dove i Cartaginesi tentano invano di entrare o di soffocare col fumo i prigionieri. Venuto a conoscenza della strenue resistenza dei due, Massinissa decide di incontrarli e dà loro la grazia. Incontrata anche Sofonisba, Fulvio chiede grazia per la sorte di Cabiria, però gli dicono che è già morta.

Scipione l'Africano, a colloquio con Massinissa, chiede come bottino Sofonisba, e l'ottiene nonostante le proteste. Massinissa allora chiede in segreto Maciste a Fulvio, per portare un dono alla regina. Essa decide allora di immolarsi, ma prima di morire, grata dall'aiuto del servo, gli accorda la grazia per Cabiria, che era ancora viva, donandola in isposa a Fulvio prima di soccombere tra gli spasmi del veleno che ha ingurgitato.

La battaglia di Zama piega Cartagine e Fulvio, Cabiria e Maciste tornano salvi a Roma. L'ultima scena mostra Fulvio e Cabiria sulla prua della nave, con un coro di putti che vola loro intorno, filmato con la tecnica della sovrimpressione.

Caratteristiche[modifica | modifica wikitesto]

Cabiria fu un film molto ambizioso, uno dei primissimi colossal, che intendeva collegare la tradizione teatrale, la pittura, la musica, la letteratura. Queste caratteristiche furono alla base dell'approccio del migliore cinema italiano, in contrasto con la narrazione veloce e lineare imposta di lì a poco dallo statunitense Griffith.

La trama del film è molto tradizionale, con varie vicende che portano a un lieto fine, secondo i canoni del romanzo storico dell'Ottocento. In realtà essa sembra essere un semplice pretesto per mettere in scena un grandioso spettacolo visionario, come suggerisce anche il sottotitolo, che parla di "Visione" del III secolo a.C., non di racconto: in questo senso Cabiria rientra ancora nei film dei primi anni del cinema, dove la componente visiva era ancora prevalente rispetto alla struttura narrativa, il cosiddetto cinema delle attrazioni. Lo stile però è profondamente diverso dagli esempi tipici del periodo delle attrazioni, e in questo Cabiria fu una pietra miliare del nascente linguaggio cinematografico.

La locandina del film indirizzata al mercato anglosassone

In quell'epoca infatti i film di argomento storico in Italia dettarono un allungamento progressivo della durata delle pellicole (ripreso quindi da David W. Griffith, che canonizzò le circa due ore di proiezione) e con le loro magnifiche scenografie, ispirate ai grandiosi allestimenti del teatro d'opera, seppero creare visioni mai viste, evidenziate anche dal viraggio che colorava le scene.

Ma Pastrone si spinse ancora oltre, abbattendo la fissità dei "quadri animati" che avevano caratterizzato il cinema fino ad allora: invece di raccontare con le consuete inquadrature lunghe e fisse, che si ispiravano alla visione di un palcoscenico teatrale ("autarchiche, cioè dove l'azione aveva inizio e si concludeva), iniziò a frammentare le scene in più inquadrature da diversi punti di vista, sviluppando quindi il montaggio.

Inoltre fu l'inventore del carrello, brevettato due anni prima, che gli permetteva di muovere la cinepresa sulla scena, creando dei movimenti della macchina da presa che vanno oltre la semplice "riquadratura", usata per esempio nel L'inferno del 1911: Pastrone infatti faceva muovere la macchina non solo a destra e a sinistra, in panoramiche, ma anche avanti e indietro, obliquamente, in profondità, creando l'effetto dinamico allora mai visto della visione che "entrava" nella scena, coinvolgendo molto più emotivamente lo spettatore. Inoltre i piani usati per le inquadrature seguono una scala molto ricca, dall'ampia panoramica con profondità di campo (come nell'assedio di Cirta) al dettaglio in primissimo piano (come la mano del sacerdote durante il sacrificio). Per i personaggi Pastrone non usa ancora i primi piani per presentarli al pubblico, ma ci va vicino: ormai la scelta delle inquadrature presenta un carattere narrativo, sganciandosi dal mero valore di attrazioni cinematografiche fini a sé stesse.

Altra conquista, ampiamente sviluppata dal cinema successivo, fu l'intreccio in parallelo di più storie (in particolare tra gli eventi legati a Cabiria e la storia della guerra vera e propria).

Il film inoltre si distingue per la straordinaria varietà delle riprese, sia in scenografie ricostruite (di cartapesta), che in esterni, come le Alpi e il deserto africano. Le invenzioni visive sono continue e ricchissime, dall'eruzione dell'Etna al drammatico sacrificio, dal sogno di Sofonisba all'incendio delle navi romane.

Alcuni critici vedono in Cabiria il primo esempio di compiuto linguaggio cinematografico[3]. Tuttavia parlare di cinema narrativo per Cabiria sarebbe ancora prematuro: la componente visionaria è ancora troppo forte e va quindi collocato in una fase di transizione. Le allucinazioni di Pastrone verranno poi riprese dal cinema muto d'avanguardia[4], con una citazione per esempio in Metropolis di Fritz Lang (1927).

Maciste[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Maciste.
Ritratto di D'Annunzio, creatore del gigante "Maciste"

In Cabiria comparve per la prima volta il personaggio di Maciste, l'imbattibile gigante buono coi deboli e spietato coi cattivi, interpretato dallo scaricatore del porto di Genova Bartolomeo Pagano, nato dall'idea di Giovanni Pastrone e di Gabriele d'Annunzio. La sua prestanza fisica crea un personaggio che si difende bene anche col trascorrere degli anni, capace ancora oggi di appassionare. In Cabiria la sua stella nascente eclissò anche una diva come Italia Almirante Manzini, imponendo il proprio personaggio che in seguito divenne l'eroe di innumerevoli serie[5].

Influenze[modifica | modifica wikitesto]

Il regista statunitense David W. Griffith omaggiò Cabiria e il cinema storico italiano nell'episodio babilonese di Intolerance. Anche Fritz Lang inserì un Moloch che divora le persone in Metropolis. La copia della statua del dio Moloch è oggi conservata presso il Museo Nazionale del Cinema di Torino[6]. Anche le opere di Cecil B. DeMille devono molto al capostipite del peplum, Pastrone.

Restauro[modifica | modifica wikitesto]

La sera del 13 marzo 2006 al Teatro Regio di Torino è stato programmato il nuovo restauro, effettuato presso i laboratori Prestech di Londra, di «Cabiria», curato dal Museo del Cinema in collaborazione con Joao S. de Oliveira.

La ricostruzione, fedele all'originale, oltreché avvalorata da recenti ritrovamenti di importanti documenti di lavorazione, ha restituito tecnologicamente splendore alle immagini sbiadite dal tempo e dalle ristampe. Ha fatto seguito un tour mondiale passato da New York, Tokyo e Parigi.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ La versione originale era di 187 minuti, un’altra versione è di 148 minuti, il restauro del 1995 è di 162 minuti, mentre il restauro del 2006 è di 181 min, la versione del 1990 è di 125 minuti e la versione statunitense della Kino Restored Print è di 123 minuti, la versione più digitalizzata per l'uso in DVD è di 145 minuti.
  2. ^ Lourcelles, citato da Mereghetti, Dizionario dei Film, Baldini e Castoldi 2007.
  3. ^ Bernardi, cit., pag. 48.
  4. ^ Dagrada, cit., 1998
  5. ^ René Prédal, Cinema: cent'anni di storia, Baldini & Castoldi, Milano 2002.
  6. ^ Morando Morandini. Dizionario dei film 2004. Zanichelli

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Elena Dagrada, André Gaudreault e Tom Gunning, Lo spazio mobile del montaggio e del carrello in Cabiria, in Cabiria e il suo tempo, Il Castoro, Milano 1998.
  • Alovisio, S. & Barbera, A., Cabiria & Cabiria, collana “Museo Nazionale del Cinema”, Ed. Il Castoro, Milano, 2006
  • Sandro Bernardi, L'avventura del cinematografo, Marsilio Editori, Venezia 2007. ISBN 978-88-317-9297-4

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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