Le martyre de Saint Sébastien

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Il martirio di San Sebastiano
Opera teatrale
Disegno di Léon Bakst per Le martyre de Saint Sébastien
Disegno di Léon Bakst per Le martyre de Saint Sébastien
Autore Gabriele D'Annunzio
Titolo originale Le martyre de Saint Sébastien
Lingue originali Francese
Genere Melodramma
Musica Claude Debussy
Ambientazione Roma, III secolo
Composto nel 1911
Personaggi
  • Narratore
  • Sebastiano: capo degli arcieri di Roma
  • Diocleziano: imperatore di Roma
  • Marco: vittima di un sacrificio, gemello di Marcellino
  • Marcellino: vittima di un sacrificio, gemello di Marco
  • Erigone: mitologica personificazione della costellazione della Vergine
  • La femmina febbricitante
  • Sanae: l'arciere prediletto di Sebastiano
 

Le martyre de Saint Sébastien (Il martirio di San Sebastiano) è un melodramma in cinque atti, più un prologo, composto da Claude Debussy con libretto di Gabriele d'Annunzio del 1911 dedicato a Maurice Barrés. Narra del martirio di San Sebastiano mescolando sacro e profano: il ruolo principale fu ricoperto da una donna, la ballerina Ida Rubinštejn.

Trama[modifica | modifica wikitesto]

L'azione si svolge nell'ambito dell'Impero Romano, sotto il regno di Diocleziano (durato dal 284 al 305). L'esatta ubicazione degli eventi non è chiara, in quanto la stessa agiografia, che ambienta la storia di Sebastiano a Roma, si è rivelata spuria, in quanto Diocleziano non è mai risieduto della Città Eterna.

Il prologo, monologo del narratore, non porta aggiunte alla trama, ma funge unicamente da introduzione emotiva.

Atto Primo: La Corte dei Gigli[modifica | modifica wikitesto]

Marco e Marcellino, gemelli convertitesi al Cristianesimo, sono stati arrestati e condotti al cospetto del Prefetto, Giulio Andronico, in quanto hanno rifiutato di sacrificare il tributo spettante agli dei pagani. Legati alle due colonne di un'arcata, sono vittime delle ingiurie della folla in tumulto, la quale richiede a gran voce che i gemelli siano torturati e immolati alle divinità. Neppure l'intervento di Vitale, il figlio del Prefetto, riesce a far tornare alla ragione i due prigionieri: essi sono pronti a morire in nome della loro nuova fede e le lusinghe della giovinezza non sortiscono il minimo effetto. Nel medesimo istante delle persone attirano l'attenzione su Sebastiano, Capo degli arcieri imperiali, il quale sta miracolosamente perdendo sangue dal palmo della mano. Rifiutando le medicazioni, il ragazzo lascia che una donna velata intinga del lino nel suo sangue, per poi andarsene. Una voce ignota pronuncia parole che soltanto lui avverte con chiarezza, mentre l'attenzione unanime torna sui gemelli. Giunge allora la madre dei due, accompagnata dal marito e dalle cinque figlie, ma neppure il loro intervento vale a far tornare i condannati sui propri passi, i quali arrivano addirittura a disconoscere la famiglia, sebbene Marcellino si dimostri meno convinto del fratello. Ad arrestare il loro vacillamento interviene Sebastiano, che li incita a confessare unicamente l'amore per Cristo. Il dolore della madre si scaglia allora sull'arciere, che accusa di aver decretato la condanna dei suoi figli. Sebastiano, già ispirato dalla fede cristiana, riesce a instillarla nella stessa donna, la quale si offre a sua volta al martirio ed è seguita gradualmente da tutto il resto della famiglia. La folla è mossa dalla sete di sangue, mentre il Santo, che si offre per primo al supplizio del camminamento sui carboni ardenti, domanda un segno a Dio e scaglia una freccia in direzione del cielo, freccia che non tornerà più giù, facendo gridare al miracolo. Come se non bastasse due donne, una cieca e una muta, si dichiarano capaci l'una di vedere, l'altra di parlare, per merito di Sebastiano. L'atto si conclude con l'arciere che atterrisce nuovamente la folla mettendosi a danzare sui carboni ardenti senza riportare ferite (asserisce di camminare su una distesa di gigli), mentre attorno a lui il tumulto tocca il vertice e cori angelici intonano canti di lode a Dio.

Atto Secondo: La Camera Magica[modifica | modifica wikitesto]

Giulio Andronico custodisce svariate ricchezze e idoli pagani nei recessi della sua dimora. L'atto secondo si svolge appunto nel cuore del palazzo dove, incatenate a sette pietre votive, sette veggenti, ognuna votata a un pianeta, scrutano in esse il futuro. Preannunciato dalle loro parole, Sebastiano irrompe nella scena, armato di martello. Sua intenzione è aprire una colossale porta di bronzo che cela il cuore della dimora, la misteriosa Camera Magica. Vedendolo, le veggenti sono colte da visioni sparse che preannunciano il suo martirio e il suo trionfo sugli dei pagani, dopodiché, una dopo l'altra, si afflosciano al suolo. Alle invocazioni di Sebastiano risponde, dal capo opposto della porta, la mitologica Erigone, simbolo pagano della costellazione della Vergine, che si dichiara a sua volta prigioniera. Il Santo chiama allora i suoi uomini, divisi tra liberti, catecumeni e schiavi, affinché lo aiutino ad abbattere le porte di bronzo. Si viene così a sapere che Sebastiano ha promesso una cura al morente Prefetto in cambio della concessione di abbattere tutti gli idoli pagani che pullulano per la dimora. Venuti a sapere che l'arciere vuole distruggere la Camera Magica, i liberti iniziano a lamentarsi, rinfacciandogli la devastazione che ha compiuto per l'intero palazzo, provocando la disperazione di donne e bambini, mentre Giulio Andronico è ormai in agonia e suo figlio, Vitale, è in preda all'angoscia. Chiedono a Sebastiano di avere misericordia dell'ultima stanza, contenente i quadranti e le tavole per lo studio dello zodiaco, ma lui è irremovibile. Segue una conversazione con la turba degli schiavi, i quali interrogano il ragazzo sulla nuova religione. In effetti la natura delle loro domande è ancora quella dei pagani che sono stati: Cristo era bello? Quali tributi predilige? Cosa si deve fare affinché sani i malati? All'interrogatorio il Santo risponde con violenza, prima inculcando ai neofiti quanto la morte sia il cardine della vera religione, poi scoppiando in lacrime, in quanto il Messia non era bello, poiché lordato dai peccati dell'umanità e sfigurato dalle percosse dei carnefici. Proprio allora giunge in scena la femmina febbricitante, trattenuta dagli schiavi come una belva, nella quale Sebastiano riconosce la donna che alla Corte dei Gigli ha intinto il lino nel suo palmo insanguinato. In preda a un delirio, lei afferma di recare in seno la Sacra Sindone, che un angelo caduto le avrebbe deposto nel cuore per rimetterla dai suoi peccati, provocandole la febbre perenne. Dopo alcuni tentativi, Sebastiano riesce a convincerla a dischiudere le braccia. L'atto si conclude con la Sacra Sindone che viene rivelata ai neofiti, mentre la donna crolla al suolo esanime e le porte della camera magica si schiudono sull'ennesimo prodigio: la pagana Erigone è trasmutata nella Vergine Maria.

Atto Terzo: Il Concilio dei Falsi Iddii[modifica | modifica wikitesto]

Arrestato dagli uomini di Diocleziano, Sebastiano è condotto al cospetto dell'Imperatore. Instancabile persecutore dei cristiani, Diocleziano nutre comunque un'antica predilezione per il giovane arciere, predilezione che non manca di ambiguità e dopo averlo ammirato, non senza celato scherno, dinnanzi all'intera corte, cerca di convincerlo ad abiurare alla fede cristiana. Ricordandogli quanto sia stato generoso nei suoi confronti, avendolo posto tra i gradi più alti del suo esercito, l'Imperatore cerca di affascinarlo con la moltitudine d'idoli pagani, di cui è instancabile collezionista. La conversazione s'infiamma, tocca l'apice nel momento in cui il giovane Santo insulta il dio Apollo, a cui il sovrano è particolarmente devoto. Subito Diocleziano comanda ai sacerdoti di intonare canti propiziatori per placare il dio, ma Sebastiano li costringe a tacere. Allora l'Imperatore, infiammato, ordina ai carnefici di sgozzarlo, ma subito ritrae l'ordine: la fascinazione che il ragazzo esercita su di lui è grande. Gli fa dare l'arpa votata ad Apollo, affinché lo stesso Santo si umili a cantarne le lodi, ma Sebastiano distrugge l'arpa con un coltello e dichiara di voler danzare. E alla danza che segue alterna parole ispirate, con le quali ambisce a convertire la corte intera. Tuttavia, le cose non vanno come dovrebbero: gli astanti, imbevuti di amore pagano, non riescono a non paragonare il ragazzo al mitico Adone, amante di Venere. E così, la passione di Cristo professata da Sebastiano, diventa nel loro sguardo l'omicidio del cacciatore cipriota. E mentre la danza tocca il vertice, Diocleziano si precipita giù dal suo trono e dichiara di voler proclamare dio il giovane arciere, mettendogli tra le mani una delle vittorie alate che adornano il suo trono. In un'atmosfera che rievoca la tentazione di Cristo nel deserto, Sebastiano sembra dapprima cedere alle profferte del sovrano ma, recuperato il controllo, scaglia al suolo la statuetta e insulta Diocleziano preannunciando la fine del suo impero. In conclusione dell'atto, l'Imperatore ordina ai suoi uomini di distendere il Santo, ormai delirante, sull'arpa spezzata e di rovesciare su di lui tutto ciò che v'è di prezioso nel palazzo, affinché il soffocamento lo uccida. Frattanto, le adoratrici di Adone intonano l'inno funebre del fanciullo pagano.

Atto Quarto: Il Lauro Ferito[modifica | modifica wikitesto]

E' il crepuscolo. Nel bosco sacro di Apollo, Sebastiano è legato seminudo al tronco di un lauro. Sebbene i suoi uomini lo abbiano salvato nel palazzo di Diocleziano, lui ha voluto comunque offrirsi alla condanna a morte. L'Imperatore ha dunque decretato che sia trafitto dalle frecce dei suoi stessi arcieri e pretende come prova dell'uccisione i suoi lunghi capelli. Rimasti soli, gli uomini di Sebastiano, di cui Sanae, il favorito, è il portavoce, supplicano il Santo di sottostare al loro piano: imbarcarlo furtivamente a Ostia e portare a Diocleziano i capelli di una donna. Ma il martire rifiuta la preghiera: "Io muoio di non morire", dice. E mentre la ragione lo abbandona, è preso da due potenti visioni: prima le tre parche romane, che si accingono a tagliare il filo della sua vita; poi l'immagine paleocristiana del buon pastore, che ascende la collina recando un agnello sulle spalle. L'ombra di una croce si allunga sul lauro, finché gli arcieri, via via più disperati, non iniziano a martirizzare il loro amato Capo. La scena del supplizio, sempre più concitata, culmina in un Sebastiano che muore sorridendo, mentre i suoi uomini, presi dall'angoscia, reagiscono piangendo e contorcendosi al suolo. Giungono le adoratrici di Adone per riservare al martire il trattamento funebre e due ultimi prodigi concludono la scena: il corpo del Santo che si distacca dal lauro trapassando le frecce confitte nel tronco; e lo sfavillare improvviso di una stella che interrompe la processione e spezza in gola ai fedeli il canto mortuario. "Le porte del Paradiso sono aperte all'anima di Sebastiano" (D'Annunzio).

Atto Quinto: Il Paradiso[modifica | modifica wikitesto]

Brevissimo, che funge unicamente da epilogo, l'ultimo atto si limita a esporre in canto l'ingesso di Sebastiano nel Regno dei Cieli, accolto festosamente dagli angeli, dai martiri, dagli apostoli e dagli spiriti celesti. Tutto culmina in un'unanime laude a Dio.

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