Elefante da guerra

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Affresco di elefante da guerra. Duomo di Bressanone, XIV secolo
Elefanti alla carica causano terrore e la loro spessa pelle rende difficile ferirli o ucciderli
I "carri armati" del III secolo a.C.: elefanti schierati nelle prime linee delle forze epirote.
Affresco romanico di elefante da guerra. Spagna, XI secolo
L'esercito dell'Impero Khmer usò gli elefanti nella guerra contro il popolo di Cham nel XII secolo
Durante la Prima guerra mondiale, gli elefanti erano utili per trainare carichi pesanti. Nella foto, un elefante al lavoro in un deposito di munizioni a Sheffield

Gli elefanti da guerra erano armi importanti, anche se non largamente usate, nell'antica storia militare. Venivano principalmente utilizzati nelle cariche per scompaginare i ranghi dei nemici.

Gli elefanti da guerra erano esclusivamente animali maschi, scelti perché più veloci, più pesanti e più aggressivi delle femmine.

Storia[modifica | modifica sorgente]

Origini ed antichità[modifica | modifica sorgente]

L'arte di domare gli elefanti nacque nella Valle dell'Indo circa 4.000 anni fa e non si declinò mai in un processo di addomesticamento propriamente detto. Gli animali domestici veri e propri, come il cane o il bove, vennero fatti oggetto di un processo di allevamento selettivo. Gli elefanti invece, probabilmente a causa del loro cattivo carattere, dell'eccessivo costo di un'eventuale allevamento e alla lenta crescita (un pachiderma impiega 15 anni per diventare adulto) vennero, a parte rare eccezioni, catturati selvatici ed in seguito domati e addestrati per molti usi. I primi a essere domati furono gli elefanti asiatici per sfruttarne la potenza in attività agricole. Le prime applicazioni militari degli elefanti datano attorno al 1100 a.C. e menzionate in numerosi inni in sanscrito.

Dall'Estremo Oriente, gli elefanti da guerra raggiunsero l'Impero Persiano dove furono utilizzati in svariate campagne belliche. La Battaglia di Gaugamela (1º ottobre del 331 a.C.) combattuta da Alessandro Magno fu probabilmente il primo confronto di europei con gli elefanti da guerra. I quindici animali posti al centro delle linee persiane crearono una tale impressione sulle truppe macedoni che Alessandro sentì la necessità di compiere un sacrificio al dio della "Paura" (Phobos) la notte precedente la battaglia. Gaugamela fu il più grande successo di Alessandro che vinse probabilmente anche perché, nello schieramento, pose la sua cavalleria lontano dagli elefanti. Nella successiva conquista della Persia, Alessandro perfezionò la sua conoscenza dell'uso di questi animali e ne incorporò parecchi nel suo esercito.

Il successo dell'uso degli elefanti da guerra si allargò a tutto il mondo conosciuto. I successori di Alessandro, i Diadochi usarono centinaia di elefanti da guerra indiani nelle loro guerre. Egizi e Cartaginesi iniziarono a domare gli elefanti africani per gli stessi scopi, mentre i Numidi utilizzarono gli elefanti delle foreste. Gli elefanti africani sono più grandi e, a differenza degli elefanti asiatici, sia i maschi che le femmine possiedono le zanne (arma potente e preziosa in guerra).

Nei secoli successivi il maggior uso degli elefanti da guerra fu contro le legioni di Roma; dalla Battaglia di Heraclea (280 a.C.), alle Guerre macedoniche, gli elefanti terrorizzarono le forze romane che non li conoscevano. La battaglia di Heraclea fu la prima occasione in cui vennero utilizzati tali animali, e fu vinta dai Tarantino-Epiroti proprio grazie all'uso degli elefanti, armi potenti e micidiali per la prima volta affrontate dai Romani. Fu la potenza e la stazza di questi enormi pachidermi a garantire a Pirro la vittoria su Roma. Ma i Romani trovarono il modo di resistere agli elefanti. E Pirro dopo un primo uso con successo nella battaglia di Heraclea, già al secondo scontro (Battaglia d'Ascoli d'Apulia) dovette rendersi conto di non possedere un'arma irresistibile. Anche Annibale che faceva conto sulla forza degli animali proboscidati, portò con sé 37 elefanti da guerra durante la traversata delle Alpi, però gli elefanti, non abituati al freddo, essendo di origine nordafricana, morirono tutti eccetto Surus, il leggendario elefante di Annibale, passato alla storia come il più valoroso elefante di tutte le guerre puniche, che sopravvisse ma morì di malaria poco dopo. Alla sua morte Annibale costruì una città in suo onore.[1] Nella battaglia finale di Zama (202 a.C.) la carica degli elefanti cartaginesi risultò inefficace.

Annibale lanciò la carica degli elefanti ma ormai i Romani avevano imparato come trattare quelle enormi bestie; con trombe acute e alte grida spaventarono i bestioni che, imbizzarriti, si volsero contro la cavalleria numidica dell'ala sinistra cartaginese. Massinissa che era posto di fronte a questa con i suoi cavalieri, approfittò della disorganizzazione per sbaragliare totalmente gli avversari diretti. Qualche elefante che non si era spaventato si avventò contro la fanteria romana. I manipoli degli hastati romani, utilizzando lo spazio libero, semplicemente si fecero da parte lasciando passare i bestioni lasciandoli alla mercé di princepes e velites che colpendoli di fianco e davanti li costrinsero alla fuga. Questi elefanti si avventarono contro l'altra ala della cavalleria cartaginese.

Più di un secolo dopo, nella Battaglia di Tapso (6 febbraio del 46 a.C.), Giulio Cesare armò la sua Legio V (Alaudae - Allodole) con delle assi e comandò ai legionari di colpire le zampe degli elefanti. La legione resistette alla carica e l'elefante ne divenne il simbolo.

Un'arma anti-elefante si trovò nel maiale. Plinio il Vecchio riporta come "gli elefanti vengano spaventati dal più piccolo stridio di un maiale" (VIII, 1.27). Si ricorda inoltre come un assedio di Megara sia stato infranto dopo che i Megaresi avevano imbrattato di olio dei maiali, dato loro fuoco e spinti verso la massa degli elefanti da guerra del nemico. Gli elefanti da guerra si imbizzarrirono per il terrore dei maiali incendiati e stridenti.

Anche lo scrittore romano Vegezio nella sua opera Epitoma rei militaris riporta, in un capitolo del terzo libro, numerosi esempi, attrezzi e stratagemmi da utilizzare contro gli elefanti: Per esempio uccidere i conducenti utilizzando i frombolieri o spaventarli col fuoco. Inoltre gli elefanti si muovono in maniera assai impacciata su un terreno sconnesso o montagnoso.

Medioevo[modifica | modifica sorgente]

Nel Medio Evo gli elefanti furono usati spesso. Carlo Magno usò il suo elefante Abul-Abbas quando partì per combattere i Danesi nell'804. Le Crociate diedero a Federico II, Imperatore del Sacro Romano Impero, l'opportunità di catturare in Terra Santa un animale che più tardi userà nella conquista di Cremona nel 1214.

Fu l'uso di elefanti, ancora da parte di un sultano Indiano che pose quasi fine alle conquiste di Tamerlano. Nel 1398 l'esercito di Tamerlano affrontò in battaglia più di cento elefanti indiani e fu quasi sconfitto per la semplice paura delle sue truppe. Testi storici ci dicono che i Turchi vinsero grazie ad un'ingegnosa strategia, Tamerlano pose del fuoco sulla groppa dei suoi cammelli prima della carica. Il fumo fece correre in avanti i cammelli che spaventarono gli elefanti e questi calpestarono le loro stesse truppe nel tentativo di fuggire. Un altro racconto della campagna (quello di Ahmed ibn Arabshah) asserisce che Tamerlano usò grandi triboli (chiodi a quattro punte) per fermare la carica degli elefanti. Più tardi il comandante timuride utilizzò gli animali contro l'Impero Ottomano. Con l'avvento dell'uso bellico della polvere pirica, nel tardo XV secolo, gli elefanti divennero obsoleti.

Uso tattico[modifica | modifica sorgente]

Sono numerose le situazioni di tipo militare in cui gli elefanti possono essere utilizzati. Essendo animali enormi possono portare carichi pesanti e costituire robusti mezzi di trasporto. In battaglia, gli elefanti da guerra erano generalmente dispiegati al centro della linea dove potevano utilmente prevenire una carica oppure compierne una essi stessi.

Una carica di elefanti può raggiungere i 30 Km/h e contrariamente a una carica di cavalleria non può essere facilmente fermata da una linea di fanteria o di cavalleria. L'efficacia di una carica di elefanti è basata sulla pura forza bruta. Entra nella linea dei nemici sconvolgendola e scompaginandola. Gli uomini che non ne sono calpestati vengono come minimo spinti da parte o costretti ad arretrare. Inoltre, il terrore che un elefante può ispirare in un nemico non abituato a combatterlo (come i romani) può causare la sua fuga al puro inizio della carica. Nemmeno la cavalleria può considerarsi al sicuro perché i cavalli, non abituati all'odore degli elefanti si spaventano facilmente. La spessa pelle dell'elefante lo rende difficile da uccidere o comunque neutralizzare mentre la sua statura e massa forniscono un'eccellente protezione ai trasportati.

Sono inoltre infinite le capacità che fanno dell'elefante da guerra la macchina da combattimento più potente del mondo antico. L'elefante incute terrore alla sua vista e con zanne, zampe, proboscidi egli può schiacciare il nemico, schiantarlo a terra o infilzarlo a morte. Gli elefanti possono inoltre portare sul dorso delle torri che contenevano arcieri capaci di colpire il nemico da lontano. L'elefante inoltre può essere corazzato. Un esempio sono gli elefanti cartaginesi corazzati persino sulla proboscide e sulle orecchie.

Gli elefanti cadono però facilmente nel panico: dopo aver subito piccole ferite oppure quando il loro conducente viene ucciso si possono facilmente imbizzarrire e procurare danni a caso nel tentativo di sfuggire. Una loro fuga nel panico può causare gravi perdite in entrambi i campi. La fanteria romana, una volta resa esperta, in genere cercava di colpirli al tronco, causando un panico immediato facendo retrocedere gli animali fra le loro stesse linee. La loro facile suscettibilità e il loro costo fu la causa del loro progressivo disuso, nel tempo.

Nelle Guerre puniche un elefante da guerra era pesantemente corazzato e portava sul dorso una torre, chiamata howdah, con un equipaggio di tre uomini: arcieri e/o lancieri armati di sarissa (una lancia lunga sei metri). Gli elefanti della foresta, molto più piccoli dei loro cugini Africani o Asiatici, non erano abbastanza forti da reggere una torre e portavano solo due o tre uomini. C'era anche il guidatore, chiamato mahout, usualmente un Numida, che era responsabile del controllo dell'animale. Il mahout era anche fornito di uno scalpello e di un martello per colpire la spina dorsale e uccidere l'animale se impazziva.

Battaglie[modifica | modifica sorgente]

Alcune famose battaglie in cui vennero impiegati gli elefanti da guerra furono:

Uno degli episodi meno noti d'uso di un elefante per operazioni belliche fu quello del pachiderma utilizzato dall'imperatore Federico II durante la conquista della città italiana di Cremona nel 1214.

Curiosità[modifica | modifica sorgente]

Si pensa che la torre del gioco degli scacchi fosse inizialmente rappresentata come una torre sopra un elefante. Anche l'alfiere era, in origine, un elefante. Infatti il termine non si riferisce a un ufficiale incaricato alla bandiera, tal caso è corruzione di ALFìRO (AlFìDO), che si può confrontare con lo spagnolo alfil, il portoghese alfir, e l'antico francese aufil (alterato poi in fou): tutti derivanti forse dal persiano e dall'arabo ﺍﻟﻔﻴﻞ al-fīl, composto dall'articolo determinativo al- e dal sostantivo fīl elefante, perché nel gioco degli scacchi che fu trasmesso agli Arabi dai Persiani, prima di giungere nell'Occidente cristiano, il pezzo rappresentava la figura di questo animale[2]. Gli scacchi cinesi includono infatti come pezzo l'elefante da guerra (象 xiàng).

Cultura di massa[modifica | modifica sorgente]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Plinio il Vecchio, Naturalis Historia, III, 5
  2. ^ Alfiere in Pianigiani, Ottorino (1907), Vocabolario Etimologico della lingua italiana, Roma, Albrighi, Segati & C.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Fonti[modifica | modifica sorgente]

Studi[modifica | modifica sorgente]

  • Anglim, Simon [et al.] (2003), Fighting Techniques of the Ancient World 3.000 BC - 500 AD: equipment, combat skills, and tactics, Thomas Dunne Books.
  • Goldsworthy, Adrian (2007), The Fall of Carthage: the Punic Wars, 265-146 BC, Cassell.
  • Keegan, John (2011), History of Warfare, Random House.
  • Lane Fox, Robin (1981), Alessandro Magno, Torino, Einaudi.
  • Rance, Philip (2003), Elephants in Warfare in Late Antiquity, in ActAntHung n. 43, a. 2003, pp. 355-384.
  • Scullard, Howard Hayes (1974), The Elephant in the Greek and Roman World, New York, Cornell University Press, ISBN 0-8014-093-14.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Altri progetti[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]