Capo Colonna

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Coordinate: 39°01′45.3″N 17°12′18.9″E / 39.02925°N 17.20525°E39.02925; 17.20525

L'ultima colonna del Tempio di Hera Lacinia rimasta eretta.

Capo Colonna è il promontorio che determina il limite occidentale del golfo di Taranto, dove sorgeva il tempio dedicato ad Hera Lacinia. Fino al XVI secolo era chiamato "capo delle Colonne" perché erano rimaste al loro posto molte colonne del tempio di Hera Lacinia. Anticamente il suo nome era Lacinion (Λακίνιον in greco). La sua importanza risiede nella quantità di elementi storici che sono legati a questa punta di terra protesa sullo Ionio. Sfortunatamente venne utilizzato come cava di pietre lavorate per il castello, il porto e i palazzi nobiliari locali fino a che solo una solitaria colonna rimase in vista dei naviganti, eretta fra i ruderi.

Promontorio di confine[modifica | modifica sorgente]

Il faro.
Immagine del golfo di Taranto e della Calabria dal satellite NASA; indicato capo Colonna.

Proprio la caratteristica di limite facilmente identificabile rese il capo Lacinio punto di riferimento per la navigazione e per la definizione di confini. Questo metodo di indicare i limiti della navigazione e le aree di influenza era generalizzato e derivava dal tipo di navigazione "sottocosta" dell'epoca; anche i trattati fra Roma e Cartagine prendevano un promontorio (capo Bello) come limite insuperabile dalle navi Romane.

Con la fondazione di Crotone da parte di coloni greci nel VIII secolo a.C. l'area dell'antico Capo Lacinio, già considerata sacra dalle popolazioni autoctone, viene ulteriormente nobilitata dalla costruzione del famoso tempio dedicato a Hera Lacinia, divinità greca, protettrice delle donne e della fertilità e che viene nella mitologia classica abbinata alla romana Giunone. Queste due principali qualità: la facile riconoscibilità dal mare e la presenza del tempio fecero convergere sul capo Lacinio le pagine della storia.

Un riferimento alla funzione di "pietra di confine" ci viene fatta da Tito Livio quando ci informa che le navi romane, per il trattato stipulato nel 303 a.C. con Taranto non potevano superare il capo Lacinio. La mancata osservazione di questo trattato spinse nel 282 a.C. la città greca ad attaccare i romani e successivamente alle guerre pirriche.

E sempre Tito Livio ci racconta che gli ambasciatori di Filippo V di Macedonia che stavano venendo in Italia per sottoscrivere il trattato con Annibale, avevano preso terra a capo Lacinio per non usare la troppo ovvia e controllata rotta diretta dall'Epiro a Brindisi.

(LA)
« Qui, vitantes portus Brundisinum Tarantinumque, quia custodiis navium romanorum tenebantur ad Laciniae Iunonis templum in terra egressi sunt. Inde per Apuliam petentes Capuam, media in praesidia romana inlati... »
(IT)
« Costoro, evitando il porto di Brindisi e quello di Taranto, perché erano tenuti da presidi navali romani sbarcarono presso il tempio di Giunone Lacinia. Di là si diressero attraverso l'Apulia a Capua, ma incapparono in mezzo a posizioni romane... »
(Tito Livio, Ab Urbe condita libri, XXXIII, 33, Mondadori, Milano, trad.: C. Vitali)

E a capo Lacinio furono nuovamente catturati quando cercarono di ritornare in Macedonia.

(LA)
« Eodem ad Iunonis Laciniae, unbi navem occulta in statione erat, perveniunt. Inde profecti cum altum teneret, conspecti classe romana... »
(IT)
« Giunsero al tempio stesso di Giunone Lacinia, dove attendeva nascosta la nave. Quando, partiti di là furono al largo, li avvistò la flotta romana... »
(Tito Livio, Ab Urbe condita libri, XXXIII, 34, Mondadori, Milano, trad.: C. Vitali)

Al largo di Colonna fu combattuta una battaglia navale nel 982 tra gli Ottone II e i saraceni.

Il tempio di Hera Lacinia[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Area archeologica di Capo Colonna.
Capo Colonna

Il tempio vero e proprio aveva la classica forma dei templi greci: un imponente complesso di 48 colonne in stile dorico alte oltre 8 metri e costituite da 8 rocchi scanalati. Il tetto era di lastre di marmo e tegole in marmo pario. Nulla si sa delle decorazioni che però erano certo presenti come si può dedurre dal ritrovamento di una testa femminile in marmo della Grecia e pochi altri frammenti. La colonna, in stile dorico, fino al 1638 era affiancata da un'altra caduta per un terremoto e poggia sui pochi resti del possente stilobate.

Nelle adiacenze è tracciata una "Via Sacra" di una sessantina di metri e larga oltre 8 metri. Al complesso del tempio appartengono anche almeno tre altri edifici chiamati "Edificio B", "Edificio H", "Edificio K".

Faro di Capo Colonna

Descrizione[modifica | modifica sorgente]

Nel libro XXIV, III di Ab Urbe condita libri leggiamo la pastorale descrizione che Tito Livio fornisce del tempio di Capo Lacinio.

« Un bosco sacro, isolato da una folta foresta e da alti abeti, chiudeva nel mezzo pingui pascoli, ove pasceva senza pastori ogni specie di animali consacrati alla dea, e gli armenti delle rispettive specie la notte rientravano in gruppi separati alle stalle, non mai insidiati né dalle fiere né dagli uomini. Grande era perciò il reddito che si traeva da quel bestiame, e con quello fu eretta e consacrata una colonna di oro massiccio, sì che il tempio era illustre non solo per la santità ma anche per le ricchezze. »
(Tito Livio, Ab Urbe condita libri, XXXIV, 3, Mondadori, Milano, trad.: C. Vitali)

Oltre le funzioni religiose al tempio erano affidate, per tradizione anche quelle di punto di ristoro per i naviganti e i mercanti. Ed era certo questa funzione che muoveva la generosità di chi la utilizzava; il tempio divenne rapidamente famoso e ricco. Inoltre l'egida di sacralità scoraggiava i ladri per cui i viaggiatori e anche le popolazioni locali trovarono utile depositare le loro ricchezze nel tesoro del tempio.
La prassi di utilizzare i templi come banche era, d'altra parte, del tutto normale. Ricordiamo come a Roma le Vestali fossero depositarie dei testamenti e il tempio di Saturno Erario fosse il deposito del tesoro della città.

Non che la sicurezza fosse assoluta. Per esempio, Annibale, quando dovette ritornare richiamato a Cartagine verso la fine della Seconda guerra punica, partì proprio da questo promontorio dopo aver ucciso tutti i cavalli che non poteva trasportare e -si dice- molti uomini che non lo volevano più seguire, fatto appendere alle mura del tempio delle tavole di bronzo che riportavano le sue gesta in territorio italico e saccheggiato il tesoro del tempio stesso per pagarsi il noleggio delle navi.

Il santuario cristiano[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Santuario di Santa Maria di Capo Colonna.

Sul promontorio sorge oggi anche un santuario dedicato alla Madonna di Capocolonna (chiaro accostamento alla dea Hera). Vi si venera un'immagine della Madonna attribuita a San Luca per il colore scuro della pelle del ritratto, simile alle immagini conservate a Bologna e a Częstochowa. Secondo la tradizione l'immagine era stata presa dai pirati Turchi che non essendo riusciti a incendiarla e non riuscendo a far muovere la nave, la buttarono in mare. Trovata sulla spiaggia da un pescatore, fu da lui conservata fino a quando, prossimo a morire, ne rivelò il possesso. Il quadro in stile bizantino viene custodito nella cattedrale di Crotone e una processione notturna sale al santuario di Capo Colonna ogni anno alla terza domenica di maggio per ricordare il miracolo.

Altro[modifica | modifica sorgente]

Torre del XVI secolo

Accanto al santuario sorge anche la torre di Nao, risalente al XVI secolo.

Capo Colonna ogni anno è meta di pellegrinaggio, per la festa della Madonna di Capocolonna. Nel mese di maggio ospita il Concerto dell'Aurora (nell'ambito dell'omonimo festival).

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • P.G. Guzzo, Le città scomparse della Magna Grecia, Roma 1982, pp. 284 ss.
  • E. Greco, Magna Grecia, Bari 1980, pp. 108 s.
  • D. Marino, Cave d'età greca nella chora meridionale della pòlis di Kroton: note topografiche e tipologiche, in Russi A. - Dell’Era A. (a cura di), Vir bonus docendi peritus. Omaggio dell’Università dell’Aquila al prof. Giovanni Garuti, Gervasiana, 6, pp. 17–38, Gerni Editori, 1996, San Severo
  • D. Marino, Boschi sacri e giardini nell’antico Lacinio, in Atti del Convegno Il ritorno di Pitagora – Quaderni di Pitagora n. 3, Comune di Crotone, Castello Fortezza di Crotone, 4-6 settembre 2003, pp. 97–113, Grafica Seriart, 2004, Crotone

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

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