Pirateria

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La tipica bandiera pirata del XVIII secolo con sfondo nero, teschio e tibie incrociate è chiamata Jolly Roger. Prima di un abbordaggio veniva nascosta e al suo posto issata una bandiera di identificazione diversa, sfruttando così l'effetto sorpresa.

La pirateria è l'attività illegale di quei marinai, denominati pirati, che, abbandonando per scelta o per costrizione la precedente vita sui mercantili, abbordano, depredano o affondano le altre navi in alto mare, nei porti, sui fiumi e nelle insenature.

Il sostantivo deriva dal latino ‘pirata, piratae’, che a sua volta deriva dal greco "πειρατής" (peiratès), dal verbo "πειράομαι" (peiráomai) che significa “fare un tentativo, provare un assalto”.

Le aree considerate ad alto rischio perché interessate dalla presenza di pirati sono cambiate nel corso della storia. Tra queste, il Mare Caraibico, la zona dello stretto di Gibilterra, il Madagascar, il Mar Rosso, il Golfo Persico, la costa indiana di Malabar e tutta l'area tra le Filippine, Malesia e Indonesia, dove spadroneggiavano i pirati filippini.

Il Mar Cinese Meridionale ospitava all'inizio del XIX secolo la più numerosa comunità di pirati, si stima circa 40.000, nonché la più temuta per le atrocità di cui si rendevano responsabili.

Immagine stereotipata di un pirata con gli elementi tipici che lo contraddistinguono nelle opere di fantasia: un pappagallo, un uncino, una gamba di legno, una sciabola d'abbordaggio, una feluca, una Jolly Roger, una giacca, dei denti guasti, un ghigno maniacale, degli orecchini, una barba e un occhio bendato.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Origini[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Guerra piratica di Pompeo.
Mappa generale del Bellum piraticum con i relativi comandanti, per area territoriale

Il fenomeno della pirateria è antichissimo. Vi sono esempi di pirati nel mondo antico con gli Shardana o classico tra i Greci e i Romani, quando ad esempio gli Etruschi erano conosciuti con l'epiteto greco Thyrrenoi, (da cui poi deriva Mar Tirreno) e avevano la fama di pirati efferati; all’inizio del primo secolo a.C. il giovane Gaio Giulio Cesare fu preso prigioniero da pirati che veleggiavano nelle acque intorno all’isola di Rodi, con grandi flotte di navi enormi, secondo un famoso aneddoto riferito da autori come Svetonio (nellr Vite dei Cesari, libro I) e Plutarco (nelle Vite parallele). Gneo Pompeo Magno condusse una vera e propria guerra contro i pirati, con il sostegno del Senato romano.I pirati erano, quasi sempre, giustiziati pubblicamente.

Antichità[modifica | modifica wikitesto]

Man mano che le città-stato della Grecia crebbero in potenza, attrezzarono delle navi scorta per difendersi dalle azioni di pirateria.

Il Mar Mediterraneo vide sorgere e consolidarsi alcune fra le più antiche civiltà del mondo ma, nello stesso tempo, le sue acque erano percorse anche da predoni del mare. L'Egeo, un golfo orientale del Mediterraneo e culla della civiltà greca, era un luogo ideale per i pirati, che si nascondevano con facilità tra le migliaia di isole e insenature, dalle quali potevano avvistare e depredare le navi mercantili di passaggio. Le azioni di pirateria erano inoltre rese meno difficoltose dal fatto che le navi mercantili navigavano vicino alla costa e non si avventuravano mai in mare aperto. L'attesa dei pirati, su una rotta battuta da navi cariche di mercanzie, era sempre ricompensata da un bottino favoloso. I pirati attaccavano spesso anche i villaggi e ne catturavano gli abitanti per chiedere un riscatto o per rivenderli come schiavi.

Questa la descrizione che ne fa lo storico Cassio Dione Cocceiano al tempo della guerra piratica di Pompeo del 67 a.C.:

« I pirati non navigavano più a piccoli gruppi, ma in grosse schiere, e avevano i loro comandanti, che accrebbero la loro fama [per le imprese]. Depredavano e saccheggiavano prima di tutto coloro che navigavano, non lasciandoli in pace neppure d'inverno [...]; poi anche coloro che stavano nei porti. E se uno osava sfidarli in mare aperto, di solito era vinto e distrutto. Se poi riusciva a batterli, non era in grado di catturarli, a causa della velocità delle loro navi. Così i pirati tornavano subito indietro a saccheggiare e bruciare non solo villaggi e fattorie, ma intere città, mentre altre le rendevano alleate, tanto da svernarvi e creare basi per nuove operazioni, come si trattasse di un paese amico. »
(Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, XXXVI, 21.1-3.)

Medioevo[modifica | modifica wikitesto]

I pirati più conosciuti nel Medioevo furono i Vichinghi, che dalla Scandinavia attaccarono e depredarono principalmente tra l’ VIII e il XII secolo. Saccheggiarono le coste e gli entroterra di tutta l’Europa occidentale e successivamente le coste del Nord Africa e dell’Italia. La mancanza di poteri centralizzati in tutta Europa nel Medioevo favorì la pirateria in tutto il continente.

I Vichinghi[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Vichinghi.
Vichinghi imbarcati in una miniatura del XII secolo

Navigatori esperti, i guerrieri norreni originari della Scandinavia e della Danimarca pianificavano i loro attacchi in anticipo e di solito riuscivano a sorprendere le loro prede grazie alla velocità e alla mobilità, elementi chiave delle incursioni norvegesi che le rendeva difficili da prevenire.

Il primo attacco registrato da parte dei vichinghi si ha nel 793, testimoniato da Simone di Durham. Esso racconta del saccheggio della chiesa di Lindisfarne, dove sono stati rubati tutti i tesori.[1]Incursioni di questo tipo erano comuni fra i norvegesi. Questi pirati erano provvisti di grandi navi che usavano per scontri in mare oltre che per saccheggiare le città e i monasteri. Tra i tesori più ricercati vi erano le copertine dei codici miniati, crocifissi d'oro e calici d'argento. I monasteri erano preferiti ad altri obbiettivi a causa della loro lontananza dalle città, la vicinanza all'acqua e la non presenza di eserciti o guardie. Potevano essere fatti prigionieri più facilmente.

Nel 795 i pirati nordici fecero irruzione per la prima volta a Iona[2], un'isola a largo della Scozia. Venne attaccata nuovamente nel 802 e 806 dove si riporta l'uccisione di sessantotto fra monaci e laici. Valfridio Strabone, un abate di Reichenu, riporta in un manoscritto contenente molte delle sue opere, racconti dettagliati di un guerriero irlandese aristocratico che donò la sua vita a Dio. Colui era Blathmac e durante un attacco al suo monastero da parte dei pirati nel 825, venne lasciato in vita per ricavare informazioni riguardanti i prossimi obbiettivi da depredare. Al rifiuto di fornire tali informazioni, i pirati lo assassinarono brutalmente.[3]

Le isole britanniche non erano gli unici obiettivi di caccia da parte dei pirati norvegesi. Durante l'impero dei Franchi, il flusso di Vichinghi non cessò di aumentare. Ovunque ci furono cristiani vittime di massacri, incendi, saccheggi e i Vichinghi continuarono nella conquista di tutto il loro percorso, senza trovare resistenza. Presero Bordeaux, Périgueux, Limoges, Angoulême e Tolosa. Le città di Angers, Tours e Orléans vennero annientate e una flotta imponente di navi pirata che risaliva su per la Senna porto la paura in tutta la regione. Rouen fu rasa al suolo; Parigi, Beauvais e Meaux furono prese e ogni città fu assediata.

Entro la fine del IX secolo, i Franchi avevano pagato l'equivalente di dodici tonnellate di argento, grano, bestiame, vino, sidro e cavalli per evitare il saccheggio delle loro città e dei monasteri.

I pirati norvegesi si svilupparono nei primi anni dell'epoca vichinga. Dopo un primo periodo di nomadismo, stabilirono basi stabili sulle coste, insediandosi con le loro famiglie in posti come Jorvik (York), Islanda, Novgorod (Russia) e Normandia. La pirateria mise le basi per l'esplorazione finché la civiltà norvegese raggiunse il Nord America. Famosi per la loro abilità di navigatori e per le lunghe barche, i vichinghi in pochi secoli colonizzarono le coste e i fiumi di gran parte d'Europa, le isole Shetland, Orcadi, Fær Øer, l'Islanda, la Groenlandia e Terranova; si spinsero a sud fino alle coste del Nordafrica e a est fino alla Russia e a Costantinopoli, sia per commerciare sia per compiere saccheggi.

Il loro declino avvenne in coincidenza con la diffusione del Cristianesimo in Scandinavia; a causa della crescita di un forte potere centralizzato e al rinforzarsi delle difese nelle zone costiere dove erano soliti compiere saccheggi, le spedizioni predatorie divennero sempre più rischiose, cessando completamente nell'XI secolo, con l'ascesa di re e grandi famiglie nobili e di un sistema semi feudale.

I vichingi, nell'immaginario moderno, sono associati a falsi miti, tra i quali che fossero molto alti (secondo studi moderni erano solo di media statura), che indossassero elmi con le corna (assai scomodi in battaglia), che vivessero solo per depredare (erano al contrario abili commercianti), usassero i teschi come tazze e fossero selvaggi e sporchi. Il cuore della società vichinga era in realtà basato sulla reciprocità, sia a livello personale e sociale sia a livello politico. Riguardo all'igiene, erano in realtà considerati "eccessivamente puliti" dalle popolazioni britanniche per la loro abitudine di fare almeno un bagno a settimana e usavano pettini e sapone. Ciò non toglie che effettivamente i Vichinghi terrorizzavano chiunque fosse da loro assalito; spesso trucidavano la popolazione locale, depredando tutti i beni e il bestiame, schiavizzavano i bambini e le donne, talvolta arrivando a commettere infanticidio, secondo le loro usanze belliche.

Monumento dei quattro Mori

I Mori[modifica | modifica wikitesto]

Verso la fine del IX secolo, i Mori si erano instaurati lungo le coste della Francia meridionale e l’Italia settentrionale. Nel 846 i Mori saccheggiarono Roma e danneggiarono il Vaticano. Nel 911, il Vescovo di Narbona fu impossibilitato al ritorno in Francia per via del controllo che i Mori esercitavano su tutti i passi delle Alpi[4]. Dall’824 al 916 i pirati Arabi raziarono per l’intero Mediterraneo. Nel XIV° secolo gli assalti dei pirati Mori e Arabi costrinsero il Ducato Veneziano di Creta a chiedere al Gran Duca di tenere costantemente in allerta la sua flotta navale.[5]

I Narentani[modifica | modifica wikitesto]

Dopo le invasioni compiute dagli Slavi. della ex provincia romana della Dalmazia nel V e VI secolo, una tribù chiamata Narentani prese comando, a partire dal VII secolo, sul mare Adriatico. Le loro incursioni aumentarono al punto che viaggiare e commerciare attraverso l’Adriatico non era più sicuro.[6]

I Narentani furono liberi di attaccare e saccheggiare nel periodo in cui la Marina Veneziana era impegnata in campagne militari fuori dai propri mari, ma al momento del suo ritorno nell’Adriatico, i Narentani abbandonarono i loro assalti, e furono costretti a firmare un trattato con i Veneziani ed a riconoscere il Cristianesimo. Negli anni 834-835, rotto il trattato precedentemente stipulato, attaccarono nuovamente ai danni di commercianti Veneziani di ritorno da Benevento. Seguirono quindi, negli anni 839 e 840, dei tentativi di punirli da parte dei militari Veneziani che andarono completamente falliti.

Successivamente gli attacchi ai danni dei Veneziani si fecero più frequenti e videro anche la partecipazione degli Arabi. Nell’anno 846, i Narentani saccheggiarono la laguna di Caorle passando alle porte di Venezia. I Narentani rapirono degli emissari del vescovo di Roma, che facevano ritorno dal Consiglio Ecclesiastico di Costantinopoli. Questo causò delle azioni militari da parte dei Bizantini che riuscirono a sconfiggerli e convertirli al Cristianesimo.Dopo le incursioni da parte degli Arabi, sulla costa adriatica nell’ 872 e il ritiro della Marina Imperiale, i Narentani continuato le loro scorrerie nelle acque Veneziane, provocando nuovi conflitti con gli italiani nell’ 887-888.

I Veneziani inutilmente continuarono a combattere contro di loro nel corso dei secoli X e XI.

Corsari Catalani[modifica | modifica wikitesto]

Il programma di espansione dell'Aragona era incentrato prevalentemente sulle attività marinare di pirateria e di corsa. Molte furono le lamentele da parte di diverse regioni vicine e lontane, attestando così l'efficacia di tali attività.

Nel 1314 due ambasciatori marsigliesi accusarono i pirati Catalani di aver venduto alcuni commercianti e marinai provenzali, dopo averli di beni ed imbarcazioni. Attorno al 1360, sempre da parte dei marsigliesi, si ha notizia dell'invio alla Regina Giovanna di Napoli di ambasciatori per la richiesta di risarcimento di danni conseguenti a razzie catalene, che ammontavano a ben 40.000 fiorini d'oro.[7] I Re Aragonesi non sempre mantenevano un atteggiamento chiaro nei confronti degli alleati, ai quali da un lato promettevano amicizia, mentre permettevano che i propri sudditi si volgessero contro di loro per saccheggi e attacchi ai mercantili. il controllo sul movimento dei porti aragonesi era rigido e veniva precisato da speciali norme che stabilivano le regole e le precauzioni secondo le quali si doveva navigare. L'editto reale del 1354 prevedeva infatti che nessuna imbarcazione potesse salpare dalla spiaggia di Barcellona o da altri porti del Regno, senza una licenza o un lasciapassare e che soltanto le navi armate potessero trasportare merci pregiate.[8]

Una organizzazione così minuziosa dell'attività mercantile sottolinea la volontà di programmare anche il commercio in funzione dei problemi dell'offesa e della difesa e quindi della pirateria e della guerra di corsa.

Lettera di marca del Capitano Kidd

Rappresaglie ufficiali[modifica | modifica wikitesto]

Fu il Re Enrico III D'Inghilterra (1216-1272) ad emettere le prime lettere di marca conosciute.

Ve ne erano di 2 differenti tipi: in tempo di guerra il re emetteva lettere di corsa che autorizzavano i corsari ad attaccare le navi nemiche, ed in periodo di pace i mercanti che avevano perso le navi od il carico per colpa di pirati potevano richiedere una lettera di marca speciale che permetteva loro di attaccare navi appartenenti allo Stato d'origine del pirata, per recuperare le perdite.

La gravità di questo fenomeno è testimoniata da provvedimenti cruenti ed esemplari come per esempio quello preso dal Re Enrico III nei confronti di un pirata di nome William Maurice, condannato per pirateria nel 1241 e conosciuto come la prima persona ad essere stata impiccata e squartata a fronte di una condanna per atti di pirateria[9] 

Imbarco per la terra santa[modifica | modifica wikitesto]

L'Ordine dei Cavalieri di San Giovanni, detti anche Cavalieri del Santo Sepolcro, fu fondato nell'XI secolo durante le Crociate con l'intento di difendere Gerusalemme, in mano ai Cristiani, dagli attacchi delle forze dell'Islam (tra i cui attacchi vi era anche la "Corsa barbaresca" alle coste corrispondenti all'attuale area di Israele); Esiste una miniatura che mostra i crociati che caricano le navi per il viaggio in Terra Santa. I Cavalieri costruirono anche ospedali dove ricoverare i crociati feriti.

I corsari barbareschi[modifica | modifica wikitesto]

Nel Mar Mediterraneo operò quella che divenne la pirateria barbaresca, ossia ad opera dei corsari barbareschi, provenienti delle regioni "barbaresche" (cioè a maggioranza berbera che si affacciano sul Mediterraneo), che cominciarono ad operare dal XIV secolo.

Le scorrerie degli arabi nel Mediterraneo iniziarono con l'occupazione del cantiere navale di Alessandria d'Egitto (642) e la successiva costruzione del cantiere navale di Qayrawan, presso Tunisi (690 circa).[10][11]

Gli Stati barbareschi (Algeri, Tripoli e Tunisi) erano città-Stato musulmane situate sulle coste del Mediterraneo, la cui principale attività era rappresentata dalla guerra marittima di corsa, soprattutto ai tempi delle crociate, guerre religiose che videro scontrarsi, a partire dalla fine dell'XI secolo, cristiani e musulmani.

Fino a circa il 1440, il commercio marittimo sia nel Mare del Nord e nel Mar Baltico era seriamente in pericolo di attacco da parte dei pirati.

Pirateria moderna[modifica | modifica wikitesto]

La vecchia Port Royal, centro della pirateria nei Caraibi nel XVII secolo. Fu distrutta da un terremoto nel 1692.

I musulmani continuarono anche nel Rinascimento a depredare navi, e finirono progressivamente di operare solo nel XIX secolo, partendo comunque sempre e solo dalle coste marocchine, algerine, tunisine o libiche, ma senza essere pirati; ciò è dimostrato dal fatto che i corsari barbareschi non aggredivano navigli musulmani ma rapinavano esclusivamente imbarcazioni cristiane.

Tuttavia la pirateria moderna inizia realmente solo nel XVII secolo nel Mare Caraibico ed in meno di mezzo secolo si estende in tutti i continenti; il Mar delle Antille rimane ad ogni modo il centro della pirateria, sia perché là i pirati riescono a godere di una serie di appoggi e favori sulla terraferma, sia perché le numerose isole presenti sono ricche di cibo e i fondali bassi impediscono inseguimenti da parte delle già lente navi da guerra. Tra le cause dello sviluppo della moderna pirateria vi fu l'azione della Francia e dell'Inghilterra che, per contrastare la Spagna nel Mare dei Caraibi, finanziarono vascelli corsari che saccheggiassero i mercantili spagnoli. Successivamente, sia per il venir meno dell'appoggio anglo-francese, sia per una acquisita abitudine allo stile di vita libero ed indipendente, molti corsari divennero pirati.

Tipico pirata del XVIII secolo

Nel 1717 e 1718 Re Giorgio I di Gran Bretagna offrì il perdono ai pirati nella speranza di indurli ad abbandonare la pirateria, ma il provvedimento si dimostrò di nessuna efficacia. Per rendere i mari più sicuri si organizzò allora una sistematica "caccia ai pirati" da parte di navi corsare, specificamente autorizzate dai governi per combattere i pirati. Infatti, sebbene nel momento della massima espansione, attorno al 1720, i pirati dell'Atlantico non superassero il numero di 4 000, essi furono in grado di porre una pesante minaccia sullo sviluppo capitalistico dei commerci tra Inghilterra e colonie. Ciò fu reso possibile, oltre che dalla oggettiva difficoltà di opporsi alla pirateria, da alcune cause più generali. Con il trattato di Utrecht, la fine della guerra di successione spagnola ed il nuovo equilibrio tra potenze che si venne a creare a partire dal 1714, le marinerie militari di Francia, Spagna e Inghilterra furono molto ridotte e da quel momento fino al 1730 circa vi fu anche una certa diminuzione dei commerci internazionali. La disoccupazione che colpì i marinai, la drastica diminuzione dei salari che ad essa si accompagnò, ed il contemporaneo peggioramento delle condizioni di vita a bordo dei vascelli, spinse un gran numero di marinai verso la pirateria che prometteva loro guadagni più facili e condizioni di vita più umane.

Pirateria contemporanea[modifica | modifica wikitesto]

La pirateria è un fenomeno presente anche nel mondo contemporaneo. I pirati d'oggi hanno armi sofisticate, ma usano le stesse tecniche di abbordaggio. Attaccano navi mercantili disarmate e inoffensive; in alcuni casi uccidono i marinai e s'impossessano del carico, altre volte prendono in ostaggio l'equipaggio e chiedono un riscatto. Si calcola che le perdite annue ammontino tuttora a una cifra compresa tra 13 e 16 miliardi di dollari[12][13], in particolare a causa degli abbordaggi nelle acque degli Oceani Pacifico e Indiano e negli stretti di Malacca e di Singapore, dove transitano annualmente più di 50 000 carghi commerciali. I più pericolosi sono gli indonesiani, che nel 2000 si sono meritati il nome di "feroci pirati" per aver depredato 86 mercanti.

Mentre il problema si presenta saltuariamente anche sulle coste del Mediterraneo e del Sud America, la pirateria nei Caraibi e in America del Nord è stata debellata dalla Guardia costiera degli Stati Uniti. La pirateria si annida nel Golfo di Aden e Corno d'Africa.

Caratteristiche[modifica | modifica wikitesto]

Diversi sono i termini con i quali sono indicati i pirati nel corso del tempo. Tra questi, bucanieri, derivato da Boucan, e filibustieri, derivato dal francese flibustier (in inglese freebooter). Benché spesso accomunati ai pirati, i corsari erano invece combattenti al servizio di un governo che, in cambio di un'autorizzazione a rapinare navi mercantili nemiche (lettera di corsa, da qui corsari), incameravano parte del bottino.

La differenza più evidente fra pirati e corsari era che questi ultimi, se catturati, soggiacevano alle norme previste dal diritto bellico marittimo, venendo imprigionati, al pari di un qualsiasi prigioniero di guerra, mentre i pirati catturati erano sommariamente giustiziati, in genere per impiccagione alla varea (estremità, parte terminale) del pennone di un fuso maggiore, al fine di fornire una tangibile prova della potenza della giustizia umana e fungere al contempo da salutare ammonimento per chi fosse tentato d'intraprendere una simile attività.

Stile di vita[modifica | modifica wikitesto]

Pirati combattono per un tesoro in un dipinto del 1911 tratto da Howard Pyle's Book of Pirates (1921) di Howard Pyle.

Stando al libro sui pirati del capitano Charles Johnson, la vita a bordo di una nave pirata era piena di contrasti. Sulle navi non mancava il lavoro per l'equipaggio impegnato in una costante manutenzione della nave. Le regole che l'equipaggio doveva rispettare erano poche ma molto dure.

Tra queste:

  • Ognuno ha il diritto di voto, a provviste fresche e alla razione di liquore
  • Nessuno deve giocare a carte o a dadi per denaro
  • Le candele devono essere spente alle otto
  • Tenere sempre le proprie armi pronte e pulite
  • Ognuno deve lavare la propria biancheria
  • Donne e fanciulle non possono salire a bordo
  • Chi diserta in battaglia viene punito con la morte o con l'abbandono in mare aperto.

I pirati prendevano le loro decisioni in maniera collettiva. Non esisteva un leader assoluto; il comandante veniva eletto da tutta la ciurma riunita (dall'ultimo mozzo al timoniere) per effettuare le scelte relative alla conduzione della nave. Il bottino veniva diviso in quote uguali assegnando in certi casi due quote al comandante e una e mezzo al capitano.

Ogni comandante aveva un proprio regolamento che modificava in alcuni punti quello base. I pirati, commettendo attività illecite, si riunivano in basi. La base dei pirati più famosa fu un'isola a forma di tartaruga detta appunto la Tortuga, che si trova nei pressi dell'isola di Hispaniola.

Tesori[modifica | modifica wikitesto]

È più leggenda che realtà il fatto che i pirati nascondessero tesori in isole disabitate, anche se non si può escludere che ciò sia avvenuto saltuariamente, in attesa di poterli smerciare senza rischio. I tesori dei pirati più ricercati del mondo sono il tesoro degli Inca e il tesoro sepolto nell'Isola del Cocco (al largo delle costa pacifica costaricana).

Nella cultura di massa[modifica | modifica wikitesto]

Letteratura[modifica | modifica wikitesto]

L'isola del tesoro di Robert Louis Stevenson (frontespizio di un'edizione del 1911)

Il libro più celebre sul tema è sicuramente il romanzo L'isola del tesoro (Treasure Island) del 1881-1883 di Robert Louis Stevenson, che ha avuto numerose trasposizioni filmiche e ha dato origine ai principali stereotipi di questo filone, tra i quali il "tesoro nascosto".

In lingua italiana il successo dei romanzi di Emilio Salgari, pubblicati anch'essi a partire dal 1883, determinò una grande attenzione sia sui pirati della Malesia sia sui corsari delle Antille - i protagonisti dei due suoi cicli più letti - e influenzò notevolmente la successiva filmografia nazionale.

Filmografia[modifica | modifica wikitesto]

Numerose pellicole hanno avuto come protagonisti e antagonisti pirati, corsari e bucanieri, tanto che i "film sui pirati" sono considerati un vero e proprio sottogenere dei film avventurosi di tipo "cappa e spada", che ha goduto, tra gli anni trenta e cinquanta del Novecento, di grande popolarità. Segue un elenco parziale.

Pirati celebri[modifica | modifica wikitesto]

Uomini

Donne

Immaginari[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ anglo saxon chronicle, 793.
  2. ^ BBC history of Vikings.
  3. ^ Valfridio Strabone, Manoscritto poetico contenente le opere dell'abate ed erudito di Reichenau, seconda metà del sec. IX.
  4. ^ Stephen Batchelor, Medieval History for dummies, John Wiley & Sons, 2010, p. 95.
  5. ^ Creta News.
  6. ^ Sonia G. Benson, Laurie Edwards, Elizabeth Shostak, Pirates Through the Ages Reference Library, Jennifer Stock, 2011.
  7. ^ Anna Unali, Marina pirati e corsari Catalani nel Basso Medioevo, Cappelli Editore, 1983, p. 22.
  8. ^ A. De Capmany (a cura di), Ordenanzas navales, p. pp 56,57.
  9. ^ H Thomas Milhorn, Crime: Computer Viruses to Twin Towers, Universal Publishers., 2004, ISBN 1-58112-489-9.
  10. ^ Pietro Martini, Storia delle invasioni degli arabi e delle piraterie dei barbareschi in Sardegna, Fratelli Frilli editori, 2009; prima edizione 1861
  11. ^ Rinaldo Panetta, I Saraceni in Italia, Mursia 1973.
  12. ^ (EN) Foreign Affairs - Terrorism Goes to Sea. URL consultato l'8 dicembre 2007.
  13. ^ (EN) Piracy in Asia: A Growing Barrier to Maritime Trade. URL consultato il 18 dicembre 2007.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Philip Gosse, Storia della pirateria, Bologna, Odoya, 2008, ISBN 978-88-6288-009-1
  • Massimo Carlotto, Cristiani di Allah, Edizioni e/o, 2008, pp. 200, ISBN 978-88-7641-818-1.
  • Fausto Biloslavo e Paolo Quercia, Il Tesoro dei Pirati. Sequestri, Riscatti, Riciclaggio. La dimensione economica della pirateria somala. Ministero della Difesa, Rivista Marittima, marzo 2013
  • Hakim Bey, Le repubbliche dei pirati. Corsari mori e rinnegati europei nel Mediterraneo, ShaKe editore, 2008, pp. 208, ISBN 978-88-88865-49-2.
  • Peter T. Leeson, L'economia secondo i pirati. Il fascino segreto del capitalismo, Garzanti, 2010, pp. 302, ISBN 978-88-11-68173-1.
  • Lorenzo Striuli, L’Insicurezza marittima nel Golfo di Guinea, in Quercia Paolo (a cura di), Mercati insicuri. Il commercio internazionale tra conflitti, pirateria e sanzioni, Aracne, 2014.
  • Gaetano Baldi, Ferdinando Pelliccia e Daniela Russo, Quel maledetto viaggio nel mare dei pirati. Tutto quello che non è stato detto sul sequestro del rimorchiatore italiano Buccaneer, LiberoReporter Ed., 2010, ISBN 9788890534324
  • Gaetano Baldi, Ferdinando Pelliccia e Daniela Russo, Dossier pirateria. Vol. 1: Pirateria somala. Un vorticoso giro d’affari, LiberoReporter Ed., 2011, ISBN 9788890534355
  • Anna Unali, Marinai piratie corsari catalani nel Basso Medioevo, Cappelli Editore, 1983
  • Balletto Laura, Mercanti, pirati e corsari nei mari della Corsica (sec. 13.), Genova, Università di Genova, 1978
  • Cordingly David, Storia della pirateria; traduzione di Adria Tissoni, Milano, A.Mondadori, 2003
  • Sonia G. Benson, Laurie Edwards, Elizabeth Shostak, Pirates Through the Ages Reference Library, 2011

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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