Cosacchi

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I Cosacchi (in russo: казаки[?], kazaki; in ucraino: козаки́, kozaky; forse dalla parola turco-tartara qazaq', nomade o uomo libero) sono un'antica comunità militare, che vive nella steppa dell’Europa dell'Est (Ucraina) e dell'Asia (Siberia e Kazakistan).

Inizialmente con tale termine furono individuate le popolazioni nomadi tartare (mongole) delle steppe della Russia meridionale. Tuttavia, a partire dal XV secolo, il nome fu attribuito a gruppi di slavi (per lo più russi e ucraini) che popolavano i territori che si estendevano lungo il basso corso dei fiumi Don e Dnepr (questi ultimi erano noti come cosacchi dello Zaporož'e); in questo senso, i cosacchi non costituiscono un gruppo etnico in senso proprio. Altre zone di colonizzazione successiva furono la pianura ciscaucasica (bacini dei fiumi Kuban' e Terek), il basso Volga, la steppa del bacino dell'Ural e alcune zone della Siberia orientale nel bacino del fiume Amur.

Il nome cosacco apparirebbe per la prima volta nel 1395, nelle Cronache della Rutenia, ma secondo altri storici solo nel 1444, in un manoscritto russo, per designare soldati mercenari nomadi e liberi (ovverosia non soggetti agli obblighi feudali), che spesso offrivano i loro servigi ai vari principi.

Durante la guerra civile russa (1918-1922) i cosacchi, che inizialmente avevano appoggiato la rivoluzione contro lo Zar, si schierarono in gran parte con le Armate Bianche in opposizione ai bolscevichi, nella seconda guerra mondiale lottarono invece sia per gli Alleati che per l'Asse.

Storia[modifica | modifica sorgente]

Nello zarismo[modifica | modifica sorgente]

I cosacchi furono il frutto del mescolamento di popolazioni nomadi tartare le cui file furono via via ingrossate da parte di avventurieri (ukhodniki), contadini e servi della gleba che contavano di sfuggire nella steppa l'autorità dello stato nonché le dure condizioni di vita imposte loro dalla nobiltà feudale, che, oltre ad amministrare, possedeva territori e ogni cosa gravasse su di essi, ivi inclusi villaggi e uomini. Questa versione viene contestata da parte di alcuni storici, i quali sostengono che i cosacchi discendano dagli antichi sciti, dai kazari, dagli alani o addirittura dai tartari, dai turcomanni, dai circassi o financo dai kirghizi. Tuttavia, secondo il massimo storico cosacco, Anatolij Aleksandrovich Gordeev, la loro origine andrebbe rinvenuta nelle popolazioni russe originariamente deportate come schiave dai tartari e che ben volentieri in seguito accolsero nelle loro fila avventurieri, contadini e servi della gleba russi in fuga.

I cosacchi erano seminomadi e vivevano di caccia, pesca e scorrerie ed erano costantemente in lotta con i tartari che abitavano la stessa area, quantunque non mancassero mescolanze tra le due popolazioni antagoniste. Più tardi i cosacchi svilupparono anche una agricoltura stanziale. I cosacchi erano organizzati in comunità militari e di mestiere rette da un ataman. Tutte le cariche erano di norma elettive e le questioni più rilevanti erano affrontate dall'assemblea della comunità (krug) secondo principi di uguaglianza e autonomia assoluta.

Il loro abbigliamento era costituito da un caftano (una sorta di casacca) o dalla cerkessa (tunica lunga con le cartuccere). Quelli che furono inquadrati nell'esercito indossavano pantaloni blu con una fascia rossa, che indicava la loro esenzione dal pagamento delle imposte. Il loro armamento tradizionale comprendeva il kindjal (pugnale ricurvo), la šaška (sciabola) e la nagaika (frusta). Maneggiavano una lancia molto lunga e la loro preparazione militare prevedeva anche una danza chiamata gopak che eseguivano accovacciati, a braccia conserte. Il loro grido di battaglia era Gu-Rai! che significava "Verso la beatitudine del cielo!" da cui si pensa derivi il grido di battaglia urrà, diffuso nel mondo dai soldati della prima guerra mondiale che l'avrebbero udito al fronte dai cosacchi. A loro furono affidate la raccolta dello iasak (imposta dovuta allo zar) e la difesa delle frontiere. Fedeli al sovrano, erano però spesso in conflitto con i voivoda, rappresentanti locali del potere centrale scelti fra la nobiltà russa i quali spesso si appropriavano dei beni destinati alla comunità. Lo zar Pietro il Grande abolì l'elezione degli ataman, da allora in poi designati dal potere centrale.[1]

I cosacchi, guidati da un ideale di vita avventurosa, caratterizzati da una propria cultura e gelosi della propria autonomia, finirono per svolgere il ruolo di difensori della religione ortodossa e dei confini più remoti dell'impero zarista, in specie contro tartari e turchi, nonché quello di pionieri nella conquista di nuovi territori in nome dello Zar.

Durante la rivoluzione russa del 1905, truppe cosacche furono impiegate con funzioni di polizia nei confronti dei rivoltosi, spesso per sedare tumulti, affrontare e disperdere cortei di rivoluzionari, ecc. Spesso, a causa della loro fama di feroci combattenti, era sufficiente la diffusione della voce che sarebbero intervenuti i cosacchi, perché cortei di dimostranti si sciogliessero spontaneamente.[2]

Nella repubblica russa[modifica | modifica sorgente]

Appoggiarono inizialmente la rivoluzione, schierandosi con la rivoluzione di febbraio, probabilmente per reazione alla mutata politica zarista nei loro confronti, sostenendo la Repubblica Russa, ma nel 1918 passarono in gran parte alle forze antibolsceviche (Armate bianche), allorché videro pesantemente minacciate la loro autonomia e le loro prerogative.

La militanza dei cosacchi, tuttavia, conobbe fasi alterne, ora con i bolscevichi, ora con i bianchi, spesso senza schierarsi, giacché non era infrequente il caso di reparti cosacchi che, non appena si avvicinavano alle loro terre, disertavano portando con sé tutto ciò che nel corso dei combattimenti avevano potuto razziare.[3]

Con la sconfitta delle forze filozariste molti lasciarono i territori sovietici, in quanto oggetto delle misure di "decosacchizzazione", stabilite il 24 gennaio 1919 dal Comitato centrale del partito comunista bolscevico. Queste presero la forma di deportazioni di massa, di fucilazioni indiscriminate e di impiego nei lavori forzati. Si ritiene che circa 100 000 cosacchi si rifugiarono all'estero, ingrossando le file della emigrazione bianca. La politica di "decosacchizzazione" ebbe il suo culmine nel 1925, allorché il plenum del Comitato centrale pose fine alla tutela delle particolarità dei cosacchi e varò misure atte a cancellare quanto restava delle loro tradizioni.

Nella seconda guerra mondiale[modifica | modifica sorgente]

SS cosacche

Durante la seconda guerra mondiale essi combatterono tenacemente contro gli invasori delle truppe dell'Asse. Reparti di cavalleria cosacca attaccavano i carri armati tedeschi sparando sui comandanti che sporgevano dalle torrette, attiravano i carri nemici in zone in cui si sarebbero impantanati o sarebbero finiti nei fiumi gelati ove il ghiaccio non avrebbe retto al loro peso.[4] Tuttavia parte di loro, memori delle politiche di "decosacchizzazione" subite ad opera dei bolscevichi e lusingati dalla prospettiva di riguadagnare la perduta autonomia, passarono nelle file tedesche, parte nella Wehrmacht e parte nelle Waffen-SS con il XV SS-Kosaken Kavallerie Korps. Una parte dei volontari cosacchi furono inquadrati nell’armata del generale A.A. Vlassov. Anche il Regio Esercito italiano arruolò un reparto cosacco, il Gruppo Squadroni Cosacchi "Campello", al comando del maggiore Ranieri di Campello. Con i tedeschi si schierarono gruppi armati che avevano combattuto già contro i bolscevichi, quali i generali Pëtr Nikolaevič Krasnov e Timofej Domanov, ma il nucleo più consistente fu quello affidato dai tedeschi al generale Helmuth von Pannwitz, un ufficiale originario della Slesia, ma buon conoscitore della lingua russa, da cui venne a dipendere la I divisione cosacca, con 10.000 soldati cosacchi e 2.000 ufficiali.[5] Con il deteriorarsi della situazione sul fronte russo, i cosacchi furono ridislocati assieme alle loro famiglie in Carnia e nell'alto Friuli (Operazione Ataman), dove vennero impiegati anche contro le formazioni partigiane italiane e jugoslave.

Nel dopoguerra[modifica | modifica sorgente]

Alla fine del conflitto, arresisi alle truppe britanniche, furono rimpatriati forzatamente o con l'inganno, assieme a mogli e figli, dagli Alleati, in ottemperanza degli accordi presi durante la conferenza di Jalta.[6] Tra essi molti non erano neppure cittadini sovietici, giacché fuoriusciti, come sopra ricordato, negli anni venti. Durante il rimpatrio ebbero luogo diversi episodi di suicidio collettivo. Coloro i quali giunsero a destinazione furono fucilati, impiccati o internati nei gulag, sorte condivisa dai prigionieri di guerra dell'Armata Rossa rimpatriati, giacché Stalin, per questa sola ragione, li considerava traditori (la Duma, il 12 giugno 1992, ha approvato una risoluzione per la riabilitazione dei cosacchi quali vittime dello stalinismo).

Si stima che attualmente i cosacchi siano tra mezzo milione e tre milioni, molti dei quali contadini, mentre altri servono nell'esercito. Pur aspirando all’autonomia, non hanno mai potuto raggiungerla vivendo dispersi in varie zone della Federazione russa.

Cosacchi famosi[modifica | modifica sorgente]

I cosacchi nella letteratura russa[modifica | modifica sorgente]

Nella letteratura russa troviamo testi famosi che hanno per protagonisti i cosacchi:

I cosacchi nella cultura di massa[modifica | modifica sorgente]

Sebbene la loro fama sia legata soprattutto all'Impero Russo, i cosacchi sono stati associati, dopo il 1945, all'espansionismo sovietico. Famosa è a tal proposito l'immagine, usata nella propaganda politica democristiana durante la guerra fredda, secondo la quale in caso di vittoria del Partito Comunista Italiano alle elezioni, l'Italia sarebbe divenuta un paese filo-sovietico e "i cavalli dei cosacchi si sarebbero abbeverati nelle fontane di San Pietro".

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Marco Barberi, I ribelli venuti dalla steppa, Focus Storia, ottobre 2011, n. 60, pp. 22-27
  2. ^ John Hure, Cosacchi, pp. 204-206
  3. ^ John Hure, Cosacchi, p. 209
  4. ^ John Hure, Cosacchi, p. 219
  5. ^ John Hure, Cosacchi, pp. 222-223
  6. ^ John Hure, Cosacchi, p.224
  7. ^ Basato sulla storia di Pugačëv

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • John Hure, Cosacchi, Edizioni Piemme, Casale Monferrato, 1999, ISBN 88-384-4331-9.
  • Bruna Sibille Sizia, La terra impossibile: storia dell'armata cosacca in Friuli, Doretti, Udine, 1956.

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