Appropriazione indebita

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Delitto di
Appropriazione indebita
Fonte Codice penale italiano
Libro II, Titolo XIII, Capo II
Disposizioni art. 646
Competenza tribunale monocratico
Procedibilità
Arresto facoltativo
Fermo non consentito
Pena reclusione fino a 3 anni e multa fino a 1 032 euro

L'appropriazione indebita è una fattispecie di reato riconosciuta - con diverse denominazioni - in numerosi sistemi giuridici contemporanei (embezzlement nella Common law britannica, abus de confiance nel sistema giuridico francese, ecc.) con il comune denominatore di appropriazione di beni di cui si sia già in possesso, a differenza del furto che presuppone anche una presa di possesso del bene alienato. Nell'antichità essa si confondeva nel più generale concetto di "furto". Alcuni casi di appropriazione indebita vengono descritti come furtum nelle leggi delle XII tavole, e tale concezione continua anche nel Digesto. Solo a partire dal tardo medioevo una distinzione tra furtum proprium e furtum improprium (quest'ultimo caratterizzato in genere dal detenere già i beni in proprio possesso) comincia a prevedere una distinzione tra le due fattispecie[1].

Nel diritto penale italiano[modifica | modifica sorgente]

Nel sistema giuridico italiano, l'appropriazione indebita appartiene alla categoria dei "delitti contro il patrimonio". Il reato viene così descritto dall'art. 646 del Codice Penale:

« Chiunque, per procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto, si appropria il denaro o la cosa mobile altrui di cui abbia, a qualsiasi titolo, il possesso, è punito, a querela della persona offesa con la reclusione fino a tre anni e con la multa fino a € 1.032.

Se il fatto è commesso su cose possedute a titolo di deposito necessario, la pena è aumentata. Si procede d'ufficio se ricorre la circostanza indicata nel capoverso precedente o taluna delle circostanze indicate nel n. 11 dell'articolo 61. »

Nasce come specificazione del delitto di furto: se questo garantisce la proprietà attraverso la tutela del possesso, l'appropriazione indebita difende i diritti del proprietario quando una violazione del possesso non vi è stata, perché il bene è già nella sfera possessoria del reo e questo gli permette di far la cosa propria senza sottrarla. Il bene giuridico tutelato, un tempo individuato nel generico diritto di proprietà, è oggi identificato nell'interesse di un soggetto diverso dall'autore del fatto, al rispetto dell'originario vincolo di destinazione della cosa, ove però l'origine del vincolo sembra scaturire da qualsiasi fonte, pubblica o privata.

Presupposti[modifica | modifica sorgente]

Presupposto ovvio per l'integrazione della fattispecie criminosa in esame è dunque il possesso da parte dell'agente, ma secondo la dottrina dominante, il possesso a qualsiasi titolo, così come disciplinato dall'art. 646 c.p., non si identifica con il possesso esercitato animus rem sibi habendi, cioè con l'intenzione di esercitare sulla cosa oggetto dell'appropriazione i poteri riconnessi al diritto di proprietà o altro diritto reale, essendo sufficiente ad attribuire al soggetto la qualità di possessore, la facoltà concessa dal dominus di disporre della cosa al di fuori della sua sfera di sorveglianza (Cass. 17/6/1988 n. 7079). Il possesso viene identificato come un autonomo potere di fatto sulla cosa. Esso può essere fondato su qualsiasi titolo secondo il disposto dell'art. 646 c.p., e cioè su una legge, su un contratto e qualsiasi altra causa. Un titolo per il possesso della cosa deve comunque sussistere, non potendo per esempio esservi appropriazione di un bene di provenienza illecita. Non ha importanza la natura specifica della fonte, ciò che assume rilievo è che non deve trattarsi di un titolo che ne trasferisca anche la proprietà, perché in tal caso non sarebbe ipotizzabile il reato. Secondo l'opinione dominante, è impossibile assumere a parametro la nozione civilistica di possesso, la quale così escluderebbe il reato di appropriazione in diverse figure, come per esempio nel caso dei soggetti qualificabili civilisticamente come detentori. Bisogna quindi determinare una concezione penalistica del possesso, ricomprendente qualsiasi situazione in cui vi sia una relazione materiale con la cosa, tanto che questa rientri nella sfera di signoria del soggetto non proprietario, accompagnata dalla coscienza e volontà di tale relazione materiale.

Condotta[modifica | modifica sorgente]

Appropriarsi significa fare propria la cosa altrui di cui si ha il possesso; esige una connotazione di intenzionalità. Tradizionalmente si scompone il concetto in due momenti: l'espropriazione e l'impossessamento. Solo con quest'ultimo avviene la cosiddetta interversione del possesso.

Oggetto[modifica | modifica sorgente]

Oggetto sono l'altrui denaro o altra cosa mobile. Tra queste rientra ogni cosa avente un valore intrinseco, anche non patrimoniale, ma non le idee.

Pena[modifica | modifica sorgente]

La pena prevista per siffatta violazione è quella della reclusione sino a 3 anni congiunta alla multa fino a 1.032 €, ma se il fatto è commesso su cose detenute a titolo di deposito, la pena viene aumentata; in quest'ultimo caso e quando il reato è aggravato ai sensi del n. 11 dell'art. 61 c.p., la procedibilità è d'ufficio. In tutti gli altri casi il reato è procedibile a querela di parte.

Differenze[modifica | modifica sorgente]

L'appropriazione indebita è un reato disciplinato dall'art. 646 c.p., molto affine al furto, ma differente per il fatto che nel furto il reo si impossessa della cosa altrui (Art. 624 c.p. "...s'impossessa ... sottraendola a chi la detiene"), mentre nel reato in questione la cosa è già nel possesso del reo (Art. 646 c.p. "...di cui abbia, a qualsiasi titolo, il possesso").

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Francesco Antolisei, Manuale di diritto penale. Parte speciale, Milano, Giuffrè, 2008, p. 358, ISBN 88-14-13835-4.

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

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