Massimo (usurpatore)

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Massimo
Siliqua di Massimo, dalla zecca di Barcino
Siliqua di Massimo, dalla zecca di Barcino
Aspirante imperatore romano
In carica 409 - 411 (solo in Hispania, in opposizione a Costantino III e Onorio);
420-2 (potrebbe essere lo stesso Massimo)

Massimo (latino: Maximus; fl. 409-422; ... – ...) è stato un usurpatore (409 - 411) in Hispania. Fu sostenuto dal generale Geronzio, che potrebbe essere stato suo padre.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Quando Costantino III, usurpatore in Gallia contro l'imperatore romano Onorio, ordinò al proprio generale Geronzio, di stanza in Hispania, di rendere il comando, questi gli si ribellò e proclamò Massimo imperatore a Tarragona. Massimo ebbe un certo controllo delle province ispaniche: aprì la zecca di Barcino (moderna Barcellona), che coniò monete in suo nome (ritrovate a Barcellona, Tipasa e Terrassa),[1] e vi sono prove di lavori importanti alle mura della stessa città durante il suo regno.[2]

La lotta per il potere a tre vide coinvolti Geronzio e il suo protetto contro altri due imperatori, Costantino III e il legittimo imperatore Onorio. Geronzio penetrò nel territorio di Costantino, lasciando Massimo in Hispania: in Gallia riuscì, nei primi 18 mesi di lotta, a sconfiggere ripetutamente le truppe di Costantino, ma non riuscì a distruggerle.

Fu Onorio a fare la mossa giusta, inviando il capace generale Flavio Costanzo (il futuro imperatore Costanzo III) contro i due usurpatori: Costanzo riuscì a sconfiggerli, e Massimo, dopo la morte di Geronzio avvenuta nel 411 e a seguito di una sconfitta nei pressi di Arles per mano di Costanzo, abdicò e si ritirò in un monastero.

È noto che un altro Massimo usurpò la porpora in Hispania, tra il 420 e il 422, e che fu catturato da Flavio Castino e giustiziato a Ravenna: non è da escludere che fosse lo stesso Massimo.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ «Maximus», Catalogue of Late Roman Coins in the Dumbarton Oaks Collection and in the Whittemore Collection: From Arcadius and Honorius to the Accession of Anastasius, pp. 219.
  2. ^ Michael Kulikowski, «The Career of the 'Comes Hispaniarum' Asterius», Phoenix, 54 (2000), p. 124.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

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