Maggioriano

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Maggioriano
Maggioriano
Maggioriano raffigurato su una moneta
Augusto dell'Impero romano d'Occidente
In carica 1º aprile 457 – 2 agosto 461
Incoronazione 28 dicembre 457
Predecessore Avito
Successore Libio Severo
Nome completo Giulio Valerio Maggioriano
Nascita 420 circa
Morte Tortona, 7 agosto 461
« [La figura di Maggioriano] presenta la gradita scoperta di un grande ed eroico personaggio, quali talvolta appaiono, nelle epoche degenerate, per vendicare l'onore della specie umana. »
(Edward Gibbon, Storia del declino e della caduta dell'Impero romano, capitolo xxxvi, s.a. 457)

Giulio Valerio Maggioriano [1] (latino: Iulius Valerius Maiorianus; 420 circa – Tortona, 7 agosto 461) è stato un imperatore romano d'Occidente dal 457 al 461.

Comandante militare di un certo successo, salì al trono dopo aver deposto l'imperatore Avito. Il suo regno fu caratterizzato da una politica estera volta a restaurare il controllo romano sulle province perdute – in particolare Gallia, Hispania e Africa – e da una politica interna avente lo scopo di risollevare le finanze imperiali, garantendo al contempo equità e giustizia.

Il suo tentativo fu frustrato dai tradimenti: di alcuni suoi soldati, che causarono la perdita della flotta necessaria a strappare l'Africa ai Vandali, e del suo generale Ricimero, che lo catturò e lo uccise. Fu l'ultimo imperatore capace di tentare di risollevare le sorti dell'Impero romano d'Occidente con le proprie risorse: gli imperatori che gli succedettero fino alla caduta dell'impero nel 476/480 non ebbero il potere effettivo, ma furono strumenti di potere di generali di origine barbarica o imposti e appoggiati da Costantinopoli.

Biografia[modifica | modifica sorgente]

Origini[modifica | modifica sorgente]

Maggioriano proveniva dall'aristocrazia militare: il suo omonimo nonno materno era il magister militum di Teodosio I e, in qualità di comandante delle truppe dell'Illirico, assistette alla elevazione al trono dell'imperatore a Sirmio, nel 379. La figlia del magister militum Maggioriano sposò poi un ufficiale, probabilmente di nome Donnino,[2] che si occupava di finanze nell'amministrazione di Flavio Ezio, magister militum d'Occidente, cui diede un figlio, chiamato Maggioriano in onore del nonno.[3]

Placidia era la figlia dell'imperatore Valentiniano III, il quale intendeva darla in sposa a Maggioriano (450 circa); questo matrimonio avrebbe indebolito la posizione del potente magister militum d'Occidente, Flavio Ezio, il quale allontanò Maggioriano dal proprio stato maggiore e costrinse l'imperatore ad abbandonare i propositi di accogliere nella propria famiglia il giovane ufficiale.

Maggioriano iniziò la carriera militare proprio sotto Ezio,[4] in Gallia, assieme a due barbari che avrebbero successivamente ricoperto posti di rilievo nell'amministrazione imperiale, lo suebo-visigoto Ricimero[5] e il gallo Egidio.[6] Maggioriano si distinse particolarmente per la difesa della città di Turonensis (Tours) e in uno scontro con i Franchi di re Clodione presso un luogo chiamato Vicus Helena[7] (447 o 448), in cui svolse un ruolo di primo piano: mentre Ezio controllava la via d'uscita, Maggioriano combatté personalmente tra i ranghi della cavalleria sotto il suo comando sul vicino ponte.[8]

Intorno al 450, l'imperatore d'Occidente Valentiniano III prese in considerazione la possibilità di dare in sposa la propria figlia minore Placidia proprio a Maggioriano. L'imperatore non aveva figli maschi e sperava quindi che questo giovane comandante avrebbe messo fine alla successione di potenti generali che intendevano controllare l'imperatore (tra cui lo stesso Ezio); Maggioriano avrebbe avuto infatti la capacità di condurre di persona l'esercito romano, e risolvere contemporaneamente il problema della successione. Questo proposito, sebbene indirizzato a prevenire o limitare la conquista del potere da parte di Unerico o Attila, possibili successori di Ezio, cozzava col desiderio del generale di imparentarsi con la famiglia imperiale: Ezio pose quindi fine della carriera militare di Maggioriano allontanandolo dal proprio seguito e costringendolo a ritirarsi nella sua proprietà in campagna.[9] Solo nel 454 Maggioriano tornò alla vita pubblica, quando, dopo aver ucciso Ezio con le proprie mani, Valentiniano III lo chiamò a sedare i malumori delle irrequiete truppe fedeli al magister militum assassinato.[10]

Nel 455 Valentiniano III fu assassinato a sua volta e si aprì la lotta per la successione. Maggioriano vi ebbe il ruolo di candidato di Licinia Eudossia, la vedova dell'imperatore, e del proprio amico Ricimero, che puntava a divenire il nuovo Ezio.[11] Alla fine fu eletto imperatore il senatore Petronio Massimo, che costrinse Eudossia a sposarlo, e che nominò Maggioriano comes domesticorum ("conte dei domestici", cioè comandante della guardia imperiale), forse a parziale compensazione.[12]

Petronio morì in occasione del sacco di Roma (maggio 455) da parte dei Vandali: se Maggioriano ebbe delle velleità di succedergli al trono, queste furono frustrate dall'elezione ad augusto del nobile gallo-romano Avito, che godeva del sostegno delle truppe dei Visigoti. I due uomini forti dell'impero, Maggioriano e Ricimero, sostennero inizialmente il nuovo sovrano, ma quando l'appoggio dei Visigoti svanì, decisero di rovesciare l'imperatore: prima assassinarono Remisto, il magister peditum incaricato da Avito di tenere Ravenna, poi le truppe di Ricimero sconfissero quelle di Avito vicino Piacenza, permettendo a Maggioriano e al comes di costringere l'imperatore a rinunciare alla corona; infine Maggioriano causò la morte di Avito, forse per fame (inizio 457).[13]

Ascesa al trono[modifica | modifica sorgente]

Leone I, imperatore d'Oriente, riconobbe l'elezione di Maggioriano al trono imperiale solo dopo nove mesi, il 28 dicembre 457

Dopo la morte di Avito, Maggioriano non avanzò formalmente la propria candidatura alla porpora imperiale, se ne aveva l'intenzione: formalmente spettava al sovrano d'Oriente, che all'inizio del 457 era Marciano, designare il proprio collega d'Occidente. Marciano non poté nominare un collega, perché morì il 27 gennaio 457; a succedergli fu nominato un generale, Leone I, il quale non scelse il nuovo imperatore d'Occidente, forse allo scopo di regnare da solo.[14] Leone decise, però, di compensare in qualche modo Maggioriano e Ricimero: il primo fu infatti nominato magister militum, il secondo patricius e magister militum (28 febbraio 457).[15]

L'unico evento di rilievo accaduto dopo la nomina a magister fu l'invasione dell'Italia da parte di 900 Alemanni, che dalla Rezia penetrarono fino al Lago Maggiore: qui si scontrarono con il contingente del comes Burcone, inviato dal proprio magister militum Maggioriano, e furono sconfitti.[16] La vittoria fu attribuita a Maggioriano stesso, che fu acclamato augusto il 1º aprile dall'esercito, a sei miglia da Ravenna, in un luogo chiamato ad Columellas.[15] La scelta dell'imperatore tra i candidati Maggioriano e Ricimero era in realtà obbligata, in quanto l'origine barbarica del secondo gli precludeva la porpora imperiale; non di meno Ricimero riteneva di poter esercitare un'enorme influenza sul nuovo augusto, sia in virtù degli antichi legami iniziati quando avevano entrambi servito sotto Flavio Ezio, sia in forza del controllo esercitato sull'esercito in qualità di magister militum.

Sebbene il panegirista Sidonio Apollinare affermi che Maggioriano inizialmente rifiutò l'acclamazione,[17] si ritiene che in realtà fosse stato Leone a non riconoscere il nuovo augusto d'Occidente. Va anche considerato, però, che Maggioriano era per Leone l'unico candidato alla porpora accettabile: da una parte la deposizione di Avito non era certamente stata vista negativamente dalla corte orientale, dall'altra l'unico candidato alternativo, Anicio Olibrio, aveva un indesiderabile legame di parentela con il sovrano vandalo Genserico e non aveva il sostegno dell'esercito come Maggioriano. Ad indizio del ritardo nel riconoscimento di Maggioriano, va segnalato che la sua elevazione al trono avvenne solo il 28 dicembre[18] e che Maggioriano esercitò il proprio primo consolato, assieme a Leone I che lo riconobbe, nel 458: era infatti consuetudine che un nuovo imperatore fosse console per il primo anno iniziato essendo già augusto.[3]

Politica estera[modifica | modifica sorgente]

L'11 gennaio 458, Maggioriano fece leggere il proprio messaggio al Senato romano, in cui esprimeva il manifesto del proprio regno. Dal tenore di questo messaggio si comprende come l'intenzione di Ricimero e del nuovo sovrano fosse di regnare insieme, Maggioriano in qualità di imperatore e Ricimero come magister militum e patricius.[19]

Difesa dell'Italia[modifica | modifica sorgente]

Uno dei primi compiti che il nuovo imperatore si trovò ad affrontare fu quello di consolidare il dominio sull'Italia e riprendere il controllo della Gallia, che gli si era ribellata dopo la morte dell'imperatore gallo-romano Avito; i tentativi di riconquista della Hispania e dell'Africa erano progetti in là nel futuro.

Nell'estate del 458 un gruppo di Vandali, guidato dal cognato di Genserico, sbarcò in Campania alla foce del Liri o del Garigliano, e devastò la regione saccheggiandola: la minaccia fu debellata dall'intervento dell'esercito imperiale, comandato da Maggioriano in persona, che sconfisse i Vandali nei pressi di Sinuessa e li inseguì, mentre erano appesantiti dal bottino, fino alle navi, uccidendone molti tra cui il comandante.[20] Maggioriano capì che doveva prendere l'iniziativa e difendere il cuore del suo impero, l'unico territorio effettivamente in suo possesso, rafforzandone le difese.

Innanzitutto ripristinò una legge di Valentiniano III riguardo alla possibilità di portare le armi; si tratta della Novella Maioriani 8, altrimenti nota come De reddito iure armorum ("Ritorno del diritto di portare armi"), che riprendeva una legge omonima di Valentiniano del 440, la Novella Valentiniani 9, promulgata anche questa dopo un attacco dei Vandali; probabilmente sempre allo stesso periodo risale la legge nota come De aurigis et seditiosis ("Aurighi e sediziosi"), la Novella Maioriani 12, contro i disordini in occasione delle gare di carri: entrambe le leggi non sono pervenute.[3] Come seconda disposizione si curò di rinforzare l'esercito, assoldando un forte contingente di mercenari barbari; tra questi c'erano Gepidi, Ostrogoti, Rugi, Burgundi, Unni, Bastarni, Suebi, Sciti e Alani.[21] Infine riorganizzò due flotte, probabilmente quelle di Miseno e Ravenna, in quanto i Vandali erano forti per mare.[22]

Conquista della Gallia[modifica | modifica sorgente]

L'Impero romano d'Occidente sotto Maggioriano. Si noti come l'Illirico fosse solo nominalmente sotto il dominio dell'imperatore, mentre il potere effettivo era tenuto dal comes Marcellino; anche la Gallia e parte dell'Hispania erano di fatto, all'inizio del regno di Maggioriano, fuori dal controllo dell'imperatore, in quanto occupate dai Visigoti

Si rivolse poi alla Gallia, che aveva rifiutato di riconoscerlo come il successore dell'imperatore gallo-romano Avito: è noto che un'iscrizione del 458 ritrovata in Gallia fu datata col solo consolato di Leone I,[23] che una delegazione della città di Lione, la quale si era lasciata occupare dai Burgundi di re Gundioco alla morte di Avito, si rivolse all'imperatore d'Oriente per avere l'esenzione dalle tasse e che in Gallia vi fu persino un tentativo di usurpazione.[24]

Nel tardo 458 Maggioriano portò il suo esercito, rafforzato dal contingente di barbari, in Gallia:[25] l'imperatore condusse personalmente l'azione, lasciando persino Ricimero in Italia e avvalendosi della collaborazione di Egidio e del magister militiae Nepoziano. L'attacco imperiale scacciò i Visigoti di Teodorico II da Arelate, costringendoli a ritornare nella condizione di foederati e di riconsegnare la diocesi di Spagna, che Teodorico aveva conquistato tre anni prima a nome di Avito; l'imperatore mise il proprio ex-commilitone Egidio a capo della provincia, nominandolo magister militum per Gallias e inviò dei messi in Hispania ad annunciare la propria vittoria sui Visigoti e l'accordo raggiunto con Teodorico.[26]

Con l'aiuto dei suoi nuovi foederati, Maggioriano penetrò poi nella valle del Rodano, conquistandola sia con la forza che con la diplomazia:[27] sconfisse infatti i Burgundi e riprese Lione dopo un assedio, condannando la città a pagare una forte indennità di guerra, mentre i Bagaudi furono convinti a schierarsi con l'impero.[3] L'intenzione di Maggioriano era però quella di riconciliarsi con la Gallia, malgrado la nobiltà gallo-romana avesse preso le parti di Avito: significativo è il fatto che il genero dell'imperatore gallico, il poeta Sidonio Apollinare, ottenesse di poter declamare un panegirico all'imperatore[28] (inizio di gennaio 459), forse grazie all'intercessione del magister epistularum Pietro,[3] ricevendo probabilmente in cambio il titolo di comes spectabilis; sicuramente molto più efficace fu la concessione della esenzione dalle tasse alla città di Lione.[29]

Contro i Vandali[modifica | modifica sorgente]

Il passo successivo fu l'attacco contro i Visigoti, che avevano occupato la Spagna approfittando della confusione seguita al sacco di Roma (455); la Spagna avrebbe poi fornito la base per l'offensiva contro i Vandali, che tenevano la provincia più ricca dell'Impero d'Occidente, quell'Africa che era anche fonte della fornitura di grano per la città di Roma. Lo storico Procopio di Cesarea racconta che Maggioriano, volendo scoprire il grado di preparazione militare dei Vandali, si tinse di nero i capelli biondi per cui era famoso e, fingendosi un ambasciatore, andò personalmente dal re vandalo Genserico in Africa, dove gli furono mostrate le armi dei barbari;[30] al di là della veridicità di questo episodio (non si può non notare che Procopio stesso racconta un episodio simile riguardo allo stesso Genserico e Marciano), è vero che Maggioriano si premurò di curare attentamente la spedizione, raccogliendo informazioni sul nemico e organizzando una flotta di trecento navi con compiti di sostegno alla conquista della Spagna e di invasione dell'Africa.[3]

Fu probabilmente in questa occasione che inviò il comes e patricius Occidentis Marcellino in Sicilia, ad invadere l'isola occupata dai Vandali con un esercito di Unni. Marcellino era il comes rei militaris (governatore) della provincia dell'Illiria, ma di fatto, a partire dalla morte di Flavio Ezio, si era reso indipendente grazie al controllo di un forte esercito, non riconoscendo l'autorità imperiale: Maggioriano era riuscito a convincerlo a riconoscere nuovamente l'autorità dell'imperatore, e persino a collaborare militarmente agli sforzi dell'Impero.[31]

Dopo dei preparativi iniziali durati tutto il 459 sotto il comando di Nepoziano e del comes goto Sunierico e volti contro i Suebi, Maggioriano raccolse dunque l'esercito in Liguria e iniziò l'occupazione della Spagna, passando dall'Aquitania e dalla Novempopulana e provenendo dunque dalla corte di Teodorico a Tolosa (maggio 460). Nel frattempo Genserico, temendo l'invasione romana, cercò di negoziare una pace con Maggioriano, il quale la rifiutò; il re dei Vandali decise allora di distruggere tutte le fonti di approvvigionamento nella Mauretania, in quanto riteneva che quello fosse il luogo dove Maggioriano e il suo esercito sarebbero sbarcati per invadere l'Africa, e fece fare delle incursioni alla propria flotta nelle acque vicine alla zona di sbarco.[27] Intanto Maggioriano stava conquistando la Spagna: mentre Nepoziano e Sunierico sconfiggevano i Suebi a Lucus Augusti e conquistavano Scallabis in Lusitania, l'imperatore passò da Caesaraugusta (Saragozza), dove fece un adventus imperiale formale,[32] e aveva raggiunto la Cartaginense, quando la sua flotta, attraccata a Portus Illicitanus (vicino Elche), fu distrutta per mano di traditori al soldo dei Vandali.[33]

Maggioriano, privato di quella flotta che gli era necessaria per l'invasione, annullò l'attacco ai Vandali e si mise sulla via del ritorno: quando ricevette gli ambasciatori di Genserico, accettò di stipulare la pace, che probabilmente prevedeva il riconoscimento romano dell'occupazione de facto della Mauretania da parte vandala. Sulla via per l'Italia l'imperatore si fermò ad Arelate.[34]

Politica interna[modifica | modifica sorgente]

La politica interna di Maggioriano è meglio nota di quella degli altri imperatori della sua epoca in quanto alcune sue leggi, note come Novellae, furono copiate in un'opera intitolata Breviarium e compilata da giuristi gallo-romani nel 506 per volere del re dei Visigoti Alarico II.[3][35]

  • Novella Maioriani 1, De ortu imperii domini Majoriani Augusti, discorso inaugurale del suo regno rivolto al Senato romano (Ravenna, 11 gennaio 458)
  • Novella Maioriani 2, De indulgentiis reliquorum, sulla remissione dei debiti pregressi (Ravenna, 11 marzo 458)
  • Novella Maioriani 3, De defensoribus civitatum, sulla figura del defensor civitatum (Ravenna, 8 maggio 458)
  • Novella Maioriani 4, De aedificiis pubblicis, sulla conservazione dei monumenti di Roma (Ravenna, 11 luglio 458)
  • Novella Maioriani 5, De bonis caducis sive proscriptorum, sui funzionari che trattengono per sé le tasse raccolte
  • Novella Maioriani 6, De sanctimonialibus vel viduis et de successionibus earum, sulle donne che prendono i voti e le loro eredità (Ravenna, 26 ottobre 458)
  • Novella Maioriani 7, De curialibus et de agnatione vel distractione praediorum et de ceteris negotiis, sui decurioni e sul denaro da accettare per le tasse (Ravenna, 6 novembre 458)
  • Novella Maioriani 8, De reddito iure armorum, sul diritto a portare le armi
  • Novella Maioriani 9, De Adulteriis, conferma che gli adulteri devono essere messi a morte (Gallia, 17 aprile 459)
  • Novella Maioriani 10, di cui rimane solo l'inizio
  • Novella Maioriani 11, De episcopali iudicio et ne quis invitus clericus ordinetur vel de ceteris negotiis, sulle ordinazioni forzate per questioni ereditarie (Arles, 28 marzo 460)
  • Novella Maioriani 12, De aurigis et seditiosis, di cui rimane solo il titolo

Politica fiscale e monetazione[modifica | modifica sorgente]

Tremisse coniato da un sovrano visigoto a nome di Maggioriano: la moneta fu coniata ad Arelate tra il 457 e il 507 dai Visigoti, ma recava l'effigie e il nome dell'imperatore romano, corrotto in iviivs haiorianvs. Queste monete, coniate dai Visigoti ad imitazione delle monete imperiali, contenevano meno oro degli originali; per questo motivo, probabilmente, Maggioriano decretò che gli esattori delle tasse dovessero accettare tutte le monete d'oro al loro valore nominale, tranne quelle galliche, di valore inferiore.[36]

A differenza dei suoi predecessori, Maggioriano comprese che avrebbe potuto governare efficacemente solo con l'appoggio della aristocrazia senatoriale, cui intese restituire un ruolo di rilievo; contemporaneamente, l'imperatore volle anche contenerne gli abusi, in quanto molti senatori erano ormai abituati a coltivare il proprio potere locale a scapito del potere centrale, giungendo persino a non pagare le tasse e a non rimettere allo stato centrale quelle riscosse. Questo atteggiamento danneggiava tutto l'apparato statale, poiché il peso delle tasse ricadeva sui possidenti terrieri di rango inferiore, sui cittadini e sui funzionari locali, come i decurioni, responsabili di rifondere tutte le tasse non esatte, portando ad un fenomeno di abbandono della carica cui aveva già dovuto fare fronte l'imperatore Giuliano (361-363). Del resto, dato l'elevato credito fiscale pregresso, l'imperatore era cosciente del fatto che una politica di rigore nell'esazione delle tasse non avrebbe avuto successo senza un condono che cancellasse gli enormi debiti dell'aristocrazia con l'erario statale.[3]

L'11 marzo 458 fu promulgata la Novella Maioriani 2, intitolata De indulgentiis reliquorum ("Remissione dei debiti pregressi"), una legge con la quale l'imperatore rimise tutti i debiti fiscali maturati fino al 1º gennaio di quell'anno da parte dei proprietari terrieri; la stessa legge toglieva il diritto di esigere le tasse a tutti gli ufficiali pubblici, che avevano dimostrato di tenere per sé la maggior parte delle tasse raccolte, riconsegnandolo ai soli governatori. Anche la successiva Novella Maioriani 5, promulgata il 4 settembre e intitolata De bonis caducis sive proscriptorum ("Le proprietà abbandonate e quelle appartenenti ai proscritti"), aveva lo scopo di riordinare il fisco imperiale, proibendo abusi nella raccolta: ordinava al comes privatae largitionis Ennodio di ammonire i giudici provinciali a non perpetrare frodi ai danni del fisco imperiale trattenendo per sé parte delle tasse esatte.[3]

L'8 maggio 458 fu promulgata la Novella Maioriani 3, De defensoribus civitatum ("I difensori civici"), con la quale l'imperatore intendeva rinvigorire la figura del defensor civitatis, nata per rappresentare gli interessi dei cittadini vessati dall'amministrazione pubblica, specie per quanto riguardava le questioni fiscali: la figura non era caduta in disuso, ma aveva perso di efficacia in quanto tale carica era ricoperta proprio da coloro che vessavano la popolazione. Il 6 novembre dello stesso anno Maggioriano promulgò la Novella Maioriani 7, intitolata "I decurioni e la ricezione in eredità e l'alienazione delle proprietà e altre questioni", con la quale perdonava le passate infrazioni ma impediva ai decurioni di abbandonare il proprio rango sposando schiave o donne imparentate con umili fattori e proibiva loro di alienare i propri terreni.[3]

Maggioriano coniò monete d'oro, argento e bronzo. La monetazione aurea, coniata in grandi quantità, lo raffigura, con poche eccezioni, con un ritratto con elmo, lancia e scudo con chi-rho, girato verso destra; si tratta di una tipologia derivata da una rara emissione di Ravenna di Onorio e utilizzata in quantità solo da Maggioriano, mentre fu abbandonata dai suoi successori. Le prime emissioni di solidi furono probabilmente prodotte a Ravenna, e mostrano al rovescio i ritratti di Maggioriano e Leone I, suggerendo il mutuo riconoscimento dei due imperatori. Le zecche di Ravenna e Milano produssero entrambe, sin dall'inizio del suo regno, sia solidi che tremissi; non sono note emissioni di semissi, in quanto queste erano tradizionalmente coniate a Roma e la zecca dell'Urbe non produsse emissioni auree per Maggioriano, forse in quanto non si recò mai nell'antica capitale imperiale. Nel 458 la produzione di solidi è attestata anche per la zecca di Arelate, a testimoniare la presenza dell'imperatore in Gallia; la produzione fu ripresa poi nel 460, al ritorno dell'imperatore dalla campagna in Spagna. I Visigoti coniarono delle riproduzioni di suoi solidi; il modello furono proprio le monete di Maggioriano coniate ad Arelate: queste erano solo solidi, e quindi le imitazioni visigote usarono i disegni dei solidi anche per i tremissi.[3][37]

La monetazione argentea fu prodotta quasi esclusivamente dalle zecche galliche; si ritiene che sia possibile che queste monete non fossero prodotte affatto da Maggioriano, ma piuttosto fossero coniate da Egidio dopo la morte del suo imperatore, per dimostrare il mancato riconoscimento del suo successore, Libio Severo. Maggioriano produsse grandi quantità di nummi di gran peso, principalmente nelle zecche di Milano e Ravenna, e alcuni contorniati, principalmente a Roma ma probabilmente anche a Ravenna.[3][37]

Politica sociale[modifica | modifica sorgente]

Con l'avvento del cristianesimo, si diffuse tra le famiglie facoltose la pratica di far prendere i voti alle proprie figlie, allo scopo di non disperdere il patrimonio famigliare. Maggioriano considerò questa pratica dannosa per lo Stato: sia perché impediva a giovani donne romane di procreare dei figli, utili all'Impero, sia in quanto riteneva che l'obbligo di prendere il voto di castità spingesse queste ragazze verso unioni illegali. Il 26 ottobre 468 l'imperatore indirizzò al prefetto del pretorio Basilio la Novella Maioriani 6, in cui fissava l'età minima per prendere i voti a 40 anni, età alla quale riteneva che le pulsioni sessuali delle iniziate fossero ormai sopite; concesse inoltre alle donne che erano state obbligate a prendere i voti, ed erano state successivamente diseredate, di avere gli stessi diritti dei propri fratelli e sorelle sull'eredità dei genitori.[38] Sempre allo scopo di risolvere il problema del declino della popolazione romana, specie rispetto alla crescita delle popolazioni barbare stanziate all'interno dei confini imperiali, Maggioriano affrontò il problema delle donne rimaste vedove da giovani e senza figli che non si risposavano a causa dell'influenza del clero religioso, cui destinavano nei testamenti i propri beni: anche alle giovani vedove fu quindi proibito di prendere i voti.[39]

Con lo stesso provvedimento, e distinguendosi in questo dalla politica dell'Impero d'Oriente, Maggioriano ribadì che un matrimonio senza scambi di dote e doni pre-nuziali (la prima dalla famiglia della sposa a quella dello sposo, i secondi nel verso opposto) non era valido; contemporaneamente pose fine alla pratica di richiedere doni pre-nuziali di valore notevolmente superiore alla dote.[40]

Rapporti con l'aristocrazia senatoriale[modifica | modifica sorgente]

Eparchio Avito, predecessore di Maggioriano sul trono imperiale, si alienò il sostegno dell'aristocrazia senatoriale romana appuntando esponenti dell'aristocrazia gallo-romana di cui faceva parte ai principali posti dell'amministrazione imperiale; fu rovesciato proprio da Maggioriano, il quale non ripeté lo stesso errore e ruotò le cariche principali tra gli esponenti di entrambe le aristocrazie.

Maggioriano comprese anche che uno degli errori del suo predecessore Avito era stato quello di fare affidamento sull'aristocrazia senatoriale di una sola parte dell'impero, nel caso di Avito la Gallia, che invece non aveva riconosciuto Maggioriano. Quando dunque riprese militarmente il controllo di questa regione, decise di guadagnarsi il favore dell'aristocrazia senatoriale locale rendendola compartecipe alla gestione del potere assieme a quella italica, che invece lo aveva sostenuto sin dall'inizio. Un indizio di questa politica è data dalla provenienza dei quattro consoli designati da Maggioriano e degli alti funzionari della sua corte: dopo la scelta tradizionale di sé stesso per il primo anno (458) e di colui col quale effettivamente divideva il potere, Ricimero, per il secondo, Maggioriano scelse come console per il 460 il senatore gallico Magno, che aveva già elevato alla prefettura del pretorio delle Gallie nel 458, e per il 461 il senatore di origine italica Severino, che già aveva ricoperto delle cariche sotto Avito; alla prefettura del pretorio d'Italia era stato nominato Cecina Decio Basilio, che aveva dei rapporti con il gallico Sidonio Apollinare, mentre il comes privatae largitionis era Ennodio, imparentato con una famiglia che aveva degli interessi ad Arelate.[41][3]

Una testimonianza del suo atteggiamento verso i senatori è costituita dal messaggio che inviò al Senato al momento della sua elezione a imperatore, in cui prometteva che non avrebbe prestato orecchio ai delatori, molto temuti in quanto causa, talvolta artificiosamente creata dagli imperatori stessi, della caduta di personaggi importanti.[19] Che Maggioriano abbia tenuto fede alla sua promessa è attestato da un episodio riportato da Sidonio Apollinare, in cui al poeta sarebbe stato attribuito un libello anonimo contro alcuni personaggi di rilievo: Maggioriano, invitato a pranzo il poeta, disinnescò con arguzia l'attacco.[42]

Protezione dei monumenti di Roma[modifica | modifica sorgente]

Già a partire dall'inizio del IV secolo i monumenti di Roma e, in genere gli edifici di certo pregio rimasti in stato di abbandono per cause diverse, erano utilizzati in misura crescente come vere e proprie cave per materiali edilizi pregiati, in quanto tale pratica risultava più economica e pratica rispetto all'importazione da luoghi remoti, talora resi difficili o impossibili da raggiungere nelle province (specie a seguito del «regime di quasi autarchia imposto alla penisola dai Vandali»);[43][44] i magistrati romani concedevano, dietro petizione, l'uso di marmi, pietre e mattoni di recupero da demolizione per lavori di costruzione, consentendo così la distruzione degli antichi monumenti. Per far fronte a questo fenomeno[45]Maggioriano promulgò allora una legge (Novella Maioriani 4, promulgata a Ravenna l'11 luglio 459)[46] che riservava all'imperatore o ai senatori la potestà di decidere se vi fossero le condizioni estreme che giustificassero la demolizione di un edificio antico; la pena per i magistrati che si arrogavano il diritto di concedere i permessi era di 50 libbre d'oro, mentre i loro subordinati sarebbero stati frustati e avrebbero avuto entrambe le mani amputate.[47]

Morte[modifica | modifica sorgente]

L'ironia della sorte volle che come il destino del suo predecessore Avito era stato segnato dal tradimento di Ricimero e di Maggioriano e dal congedo della sua guardia germanica dell'imperatore, così il fato di Maggioriano stesso fu deciso dal congedo del suo esercito e dal complotto di Ricimero. Mentre, infatti, l'imperatore era stato impegnato lontano dall'Italia, il patricius et magister militum barbaro aveva coagulato intorno a sé l'opposizione a quello che tempo prima era stato suo commilitone e col quale, appena pochi anni prima, aveva coltivato sogni di potere: la politica di Maggioriano aveva dimostrato infatti che l'imperatore aveva intenzione di intervenire decisamente sulle problematiche che affliggevano l'impero, anche a costo di colpire gli interessi di influenti aristocratici.[3]

Dopo aver passato del tempo ad Arelate, sua base alla fine dell'operazione contro i Vandali in Spagna,[34] Maggioriano congedò i propri mercenari barbari, e, accompagnato da alcune guardie del corpo, si mise in viaggio per Roma, dove intendeva effettuare delle riforme. Ricimero andò incontro a Maggioriano con un contingente e, raggiuntolo nei pressi di Tortona (non molto distante da Piacenza, dove era stato ucciso Avito), lo fece arrestare e deporre (2 agosto).[34] L'imperatore, privato della veste e del diadema, fu picchiato e torturato e poi, dopo cinque giorni, decapitato nei pressi del torrente Staffora, allora Ira (7 agosto 461):[48] aveva circa quarant'anni e aveva regnato per quattro. La città di Tortona ospita, nella chiesa di San Matteo, una costruzione tradizionalmente identificata come il "mausoleo di Maggioriano".[49]

Dopo la morte di Maggioriano, Ricimero decise di mettere sul trono imperiale qualcuno che riteneva in grado di poter manipolare, e scelse il senatore Libio Severo, che non aveva alcuna distinzione: il nuovo imperatore non fu però riconosciuto da nessuno dei collaboratori militari di Maggioriano, né da Egidio in Gallia, né da Marcellino in Sicilia e Illiria, né da Nepoziano in Hispania.[31]

Giudizi su Maggioriano[modifica | modifica sorgente]

Moneta raffigurante Maggioriano

Si afferma talvolta che Maggioriano fu un imperatore voluto dal potente generale barbaro Ricimero il quale, impossibilitato ad avocare a sé il titolo imperiale, avrebbe posto il suo ex-commilitone sul trono, ma avrebbe poi regnato di fatto, o per lo meno che questa fosse la sua intenzione. Sebbene questo punto di vista trovi qualche conferma nella elezione da parte di Ricimero di "imperatori-marionetta", come Libio Severo e Anicio Olibrio, non è verosimile che il magister militum pensasse di fare lo stesso con Maggioriano, il quale era un militare esperto, comandante della guardia imperiale, inserito nell'aristocrazia italica. Più verosimile è che Ricimero si rendesse conto delle difficoltà incontrate in quanto barbaro e ariano e che intendesse dividere il potere con Maggioriano, esercitando la propria influenza in maniera non dissimile da come avevano fatto prima di lui Stilicone ed Ezio.

Sotto un diverso profilo, Maggioriano è considerato un precursore della tutela dei monumenti dell'antica Roma; promulgò infatti un editto con cui arginava perentoriamente il diffuso e crescente malcostume secondo il quale, anche con il consenso delle autorità, si praticava la demolizione di monumenti - da lui viceversa riconosciuti come degne testimonianze del passato - al fine di reimpiegare il materiale di spoglio nelle nuove costruzioni.

In generale, Maggioriano riscosse il favore di molti storici, antichi e moderni. Gaio Sollio Sidonio Apollinare, poeta gallo-romano schieratosi dalla parte di Avito che si trovava a Lione quando questa fu conquistata da Maggioriano, descrive ampiamente l'imperatore nel panegirico e nelle lettere; racconta persino di una cena tenutasi ad Arelate nel 461 e alla quale partecipò alla mensa di Maggioriano, in cui il sovrano si dimostrò istruito, educato e affabile, ignorando le accuse di alcuni delatori contro il poeta. Procopio di Cesarea, storico di Giustiniano I e che quindi scriveva un secolo dopo i fatti, affermò:

« [Maggioriano] superò in ogni virtù tutti coloro che sono stati imperatori dei Romani. [...] Maggioriano non mostrò mai la minima esitazione davanti ad alcuna impresa, meno che mai davanti ai pericoli della guerra. [...] E i Romani, poggiando la propria certezza sul valore di Maggioriano, già avevano buone speranze di recuperare la Libia per l'impero. »
(Procopio di Cesarea, Guerra vandalica, vii.4-13)

Lo storico britannico Edward Gibbon (1737-1794), autore di una monumentale e influente Storia del declino e della caduta dell'Impero romano, si espresse entusiasticamente nei confronti di questo imperatore:

« [La figura di Maggioriano] presenta la gradita scoperta di un grande ed eroico personaggio, quali talvolta appaiono, nelle epoche degenerate, per vendicare l'onore della specie umana. [...] Le leggi di Maggioriano rivelano il desiderio di fornire rimedi ponderati ed efficaci al disordine della vita pubblica; le sue imprese militari gettano l'ultima effusione di gloria sulle declinanti fortune dei Romani. »
(Edward Gibbon, Storia del declino e della caduta dell'Impero romano, capitolo xxxvi, §4, s.a. 457)

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Sono diffuse anche le grafie "Maioriano" e "Maggiorano".
  2. ^ L'identificazione, derivata da un brano di Prisco di Panio, non è universalmente accettata dagli storici (si veda MacGeorge 2002, p. 189, per il riassunto delle argomentazioni a favore dell'identificazione e «Domninus 3», PLRE II, p. 373, per un'opinione contraria).
  3. ^ a b c d e f g h i j k l m n Mathisen 1998.
  4. ^ Sidonio Apollinare, Carmina, vv. 198-200.
  5. ^ Sidonio Apollinare, Carmina, vv. 266-268.
  6. ^ Prisco di Panio, fr. 50.
  7. ^ Il luogo non è stato identificato con certezza, ma si trovava nella Francia settentrionale, probabilmente nei pressi della moderna Arras (Jan Willem Drijvers, Helena Augusta: the mother of Constantine the Great and the legend of her finding of the true cross, Leiden; New York, E.C. Brill, 1992, p. 12. ISBN 90-04-09435-0).
  8. ^ Sidonio Apollinare, Carmina, vv. 207-227.
  9. ^ O'Flynn 1983, pp. 94-95. Sidonio Apollinare afferma che la causa dell'allontanamento di Maggioriano fu la gelosia della moglie di Ezio, che temeva che il giovane generale potesse oscurare il prestigio del marito (Carmina, v. 290-300).
  10. ^ Sidonio Apollinare, Carmina, vv. 305-308.
  11. ^ Sidonio Apollinare, Carmina, vv. 312-314; Giovanni di Antiochia, fr. 201.6.
  12. ^ Esiste la possibilità che Maggioriano abbia ricevuto il titolo di comes domesticorum da Valentiniano III, quando fu richiamato dall'imperatore dopo la morte di Ezio.
  13. ^ Giovanni di Antiochia, fr. 202.
  14. ^ Una situazione simile accadde dopo la morte di Libio Severo, avvenuta nel 465: Leone attese due anni prima di nominare un successore, Antemio.
  15. ^ a b Fasti vindobonenses priores, 583.
  16. ^ Sidonio Apollinare, Carmina,  vv. 373-385.
  17. ^ Sidonio Apollinare, Carmina,  vv. 373-385.
  18. ^ Auctarium Prosperi Hauniensis, s.a. 458.
  19. ^ a b Si tratta della Novella Maioriani 1, intitolata De ortu imperii domini Majoriani Augusti ("Inizio del regno del Signore Maggioriano augusto"), conservata, come le altre Novellae Maioriani, nel Codice teodosiano.
  20. ^ Sidonio Apollinare, Carmina,  vv. 385-440 e André Loyen, Recherches historiques sur les panégyriques de Sidoine Apollinaire, Parigi, Champion, 1942, pp. 76-77 e nota 5, citati in Eliodoro Savino, Campania tardoantica (284-604 d.C.), Bari, Edipuglia, 2005, p. 84. ISBN 88-7228-257-8
  21. ^ Gibbon 1781.
  22. ^ Sidonio Apollinare, Carmina,  vv. 441-442.
  23. ^ CIL XIII, 2363. Tipicamente le iscrizioni venivano datate con l'indicazione dei due consoli in carica per l'anno: il fatto che questa iscrizione, a Lione, portasse il nome di Leone I ma non quello di Maggioriano mostra come solo il primo venisse riconosciuto come imperatore legittimo.
  24. ^ L'usurpazione, raccontata da Conte Marcellino (Lettere, i.11.6), fu centrata attorno ad un certo Marcello: l'ipotesi che si trattasse del comes semi-indipendente di Illirico Marcellino è probabilmente da scartare, in quanto questa cospirazione fu probabilmente volta a restaurare Avito sul trono, o comunque a sostenere la candidatura di un nobile gallo-romano.
  25. ^ Sidonio Apollinare, Carmina,  vv. 474-477.
  26. ^ Idazio, 197, s.a. 459; Gregorio di Tours, Storia dei Franchi, ii.11.
  27. ^ a b Prisco di Panio, fr. 27.
  28. ^ Si tratta del Carmen v.
  29. ^ Sidonio Apollinare, Carmina,  vv. 574-585.
  30. ^ Procopio di Cesarea, vii.4-13. Si tratta probabilmente di una storia appartenente al folklore italico ( MacGeorge 2002, p. 214).
  31. ^ a b Arnold Hugh Martin Jones, The Later Roman Empire, 284-602, Baltimore, JHU Press, 1986, p. 241. ISBN 08-0183-353-1
  32. ^ Roger Collins, Visigothic Spain, 409-711, Oxford; Malden, Blackwell Publishing, 2004, p. 32. ISBN 06-3118-185-7.
  33. ^ Chronica gallica anno 511, 634; Mario di Avenches, s.a. 460; Idazio, 200, s.a. 460.
  34. ^ a b c Chronica gallica anno 511, 633.
  35. ^ Clyde Pharr, The Theodosian code and novels and the Sirmondian constitutions: a translation with commentary, glossary, and bibliography, Union (NJ), Lawbook Exchange, 2001, pp. 551-561. ISBN 15-8477-146-1
  36. ^ Novella Maioriani 7.14 del 6 novembre 458, citata in Mathisen 1998.
  37. ^ a b David L. Vagi, Coinage and history of the Roman Empire, c. 82 B.C.-A.D. 480, Chicago, Fitzroy Dearborn Publishers, 2000, p. 567. ISBN 15-7958-316-4
  38. ^ Novella Maioriani 6.1-3, citata in Grubbs 2002, p. 110.
  39. ^ Novella Maioriani 6.5-8, citata in Grubbs 2002, pp. 232-234.
  40. ^ Novella Maioriani 6.9-103, citata in Grubbs 2002, p. 119.
  41. ^ Questo Ennodio era imparentato con il poeta e vescovo di Pavia Magno Felice Ennodio (474-521).
  42. ^ L'episodio avvenne nel 461 ed è raccontato da Apollinare in una lettera (Lettere, i.11.2-15) ad un amico ( Mathisen 1998).
  43. ^ Così Paolo Delogu, Le invasioni barbariche nel meridione dell'impero: Visigoti, Vandali, Ostrogoti, Atti del convegno svoltosi alla Casa delle culture di Cosenza (24-26 luglio 1998), Soveria Mannelli, Rubettino, 2001, p. 336. ISBN 88-4980-064-9. Nel mondo antico il commercio di marmi pregiati ed altri materiali pesanti da costruzione avveniva in gran parte via mare, non essendo tecnicamente possibile o economicamente conveniente il trasporto via terra, se non nei tratti più brevi possibili dalla cava al porto di imbarco e da quello di sbarco al cantiere di costruzione.
  44. ^ In alcuni periodi, tuttavia, si ha testimonianza di talune importazioni a Roma di materiali lapidei grezzi e semilavorati - quantunque esclusivamente dalla Grecia e dall'Asia Minore - accompagnati da indizi che tali importazioni corrispondessero anche all'avvento di generali in grado di porre sotto scacco i barbari, come Stilicone; si avanza inoltre l'ipotesi che almeno una parte dei materiali d'importazione utilizzati nel periodo, anche accanto a materiali di spoglio, provenissero in realtà da depositi imperiali e privati ove erano rimasti accantonati anche per decine e decine di anni (cfr. Serena Ensoli e Eugenio La Rocca [a cura di], Aurea Roma: dalla città pagana alla città cristiana, catalogo della mostra [Palazzo delle Esposizioni, 22 dicembre 2000 - 20 aprile 2001], Roma, L'Erma di Bretschneider, 2000, pp. 341-350. ISBN 88-8265-126-6).
  45. ^ Il primo intervento legislativo noto a tutela dei monumenti di Roma risale al I secolo. Nel 71 un decreto del Senato, su iniziativa dell'imperatore Tito Flavio Vespasiano, vietava la demolizione di edifici al fine di ricavarne marmi con fini di lucro. È tuttavia con il trasferimento della capitale da Roma e con la crisi dell'impero occidentale che il fenomeno si fa di proporzioni allarmanti, inducendo l'emissione di numerosi provvedimenti di tutela. All'inizio del IV secolo l'imperatore Costanzo proibisce con un editto il saccheggio dei sepolcri, prevedendo la confisca degli edifici nei quali il materiale di spoglio ricavato era reimpiegato. Il nono libro del Codice teodosiano (439), contiene norme volte alla prevenzione ed alla sanzione della spoliazione dei sepolcri al fine di ricavarne materiali da costruzione (cfr. Giuseppe Baldassarre, Ruggero Francescangeli, Dipartimento di Geologia e Geofisica dell'Università di Bari, Marmi antichi - La tutela in duemila anni).
  46. ^ Dal testo della Novella Maioriani: "...Col pretesto che le pietre servono per opere di utilità pubblica si distruggono le solenni scritture (sic) di antichi palazzi e si demoliscono opere grandiose per costruire chissà dove cose mediocri e brutte. Da qui nascono gli abusi per cui persino chi costruisce una casa privata ha l'audacia di portare via dai monumenti pubblici il materiale che gli occorre, col favore dei giudici; e invece dovrebbe essere proprio l'amore dei cittadini a provvedere alle restaurazioni necessarie a che le città conservino il loro splendore. Decretiamo pertanto con una legge che non contempla eccezioni che per quanto riguarda tutti gli edifici eretti dagli antichi per utilità o per ornamento pubblico siano essi templi o monumenti d'altro genere è proibito che essi siano distrutti o deteriorati. Qualunque magistrato che permetta una cosa simile sarà punito con una multa di cinquanta libbre d'oro. A qualunque funzionario subalterno o numerarius che gli presti obbedienza e non si opponga ai suoi ordini sarà invece comminata la pena della fustigazione e del taglio delle mani per aver offeso, invece che protetto, i monumenti antichi..." (cfr. Giuseppe Baldassarre, Ruggero Francescangeli, Dipartimento di Geologia e Geofisica dell'Università di Bari, Marmi antichi - La tutela in duemila anni).
  47. ^ Gibbon 1781.
  48. ^ Giovanni di Antiochia, fr. 203; Conte Marcellinos.a. 461; Fasti vindobonenses priores, n. 588. Procopio di Cesarea (vii.14-15) non cita il ritorno dell'imperatore dalla Spagna e afferma che Maggioriano morì di dissenteria: è possibile che la notizia sia stata messa in giro da Ricimero (Fik Meijer, Emperors Don't Die in Bed, London; New York, Routledge, 2004, p. 155. ISBN 04-1531-201-9).
  49. ^ "Mausoleo di Maiorano (Sec. I a.C.)", Città di Tortona.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

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