Suebi

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Gli Svevi o Suebi (in latino Suēbi o Suevi) furono un popolo germanico proveniente dall'area del Mar Baltico.

Le origini[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Herminones.

Duemila anni fa il Mar Baltico era conosciuto dai Romani come Suebicum mare. In parte a causa della sua scarsa conoscenza con i diversi popoli germanici che interagirono con Roma, lo storico Tacito si è riferito a tutti i Germani dell'Elba con il nome di Herminones o Suebi[1], probabilmente semplificando notevolmente una realtà fatta di tribù non sempre strettamente affini. Gli Svevi migrarono a sud e a ovest, soggiornando per un periodo nell'odierna regione tedesca della Renania, dove il loro nome sopravvive nell'area nota come Svevia. Gli Svevi sotto Ariovisto furono invitati in Gallia dai Sequani, ma subito divennero i loro dominatori e alla fine furono sconfitti da Giulio Cesare nel 58 a.C.

Strettamente collegati agli Alamanni e spesso agendo in accordo con loro, la maggior parte dei Suebi stette sulla riva destra del Reno fino agli inizi del V secolo, quando il grosso della tribù si unì ai Vandali e agli Alani per fare breccia nella frontiera romana a Magonza e da lì invadere la Gallia (una parte dei Suebi, chiamati Suebi del nord, sono menzionati nel 569 sotto il re franco Siegbert I, nell'attuale Sassonia-Anhalt). E Svevi, collegati a Sassoni e Longobardi, sono menzionati anche in Italia per l'anno 573.

Mentre i Vandali e gli Alani si scontravano con i Franchi alleati di Roma per il dominio sulla Gallia, i Suebi di re Ermerico si diressero a sud, attraversando i Pirenei e il paese dei Baschi, penetrarono in Spagna, che era fuori dal controllo imperiale sin dal tempo della ribellione di Geronzio e Massimo nel 409, devastando per due anni le province occidentali e meridionali.
Dopo aver adottato un atteggiamento più pacifico, i conquistatori che erano un piccolo numero, non più di 30.000, ottennero da Roma lo status di foederati, in cambio del giuramento di fedeltà all'imperatore Onorio (410).
Nel 411, l'imperatore assegnò loro delle terre, tramite sorteggio; agli Svevi ed ai Vandali Asdingi toccò la Gallaecia, regione nord-occidentale della penisola iberica, ai Vandali Silingi la Betica ed agli Alani, la popolazione più numerosa, la Lusitania e la Cartaginiensis (con capitale Cartagena).
In contemporanea con la provincia autonoma della Britannia, il reame degli Svevi in Galizia fu il primo di quei sub-regni romani che si formarono dalla disintegrazione dell'Impero Romano d'Occidente e fu il primo ad avere una propria zecca.

Regno svevo di Galizia[modifica | modifica wikitesto]

Penisola iberica, 530-570
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Regno suebo.

Durò dal 410 al 584, con capitale a Bracara Augusta, la moderna città di Braga in Portogallo, che prima era stata la capitale della provincia Romana di Gallaecia.

Consolidamento del regno[modifica | modifica wikitesto]

La pace nella penisola iberica durò solo pochi anni e già nel 416, il re visigoto Walia, arrivato dall'Aquitania si presentò, a nome dell'imperatore d'Occidente, nella penisola con un possente esercito per liberarla dai barbari: attaccò, per primi, i vandali silingi che, dopo diversi scontri, nel 418, furono annientati.
Poi toccò agli Alani, che duramente sconfitti, decisero di fondersi con i vandali asdingi.
Solo il richiamo di Walia salvò gli Svevi e i Vandali dal genocidio ed ebbe come effetto un'effimera espansione del regno svevo: al suo apogeo si estendeva fino a Mérida o Siviglia.

I Vandali Asdingi attaccarono allora gli Svevi costringendoli a ritirarsi verso i monti cantabrici[2] e dopo che Ermerico aveva ottenuto dall'imperatore, Onorio, lo statuto di federato, nel 419, arrivarono le truppe romane di soccorso che costrinsero i vandali nella Betica.
Ben presto i Suebi adottarono la locale lingua romano-ispanica.
Gli Svevi ottennero lo stato di federati nuovamente nel 437 e poi nel 438 e nello stesso anno ratificarono la pace con la locale popolazione romano-ispanica. I Suebi ebbero una propria zecca già durante il regno di Emerico.

Prima espansione del regno[modifica | modifica wikitesto]

Cartina dell'Europa e dell'area mediterranea, dove sono messe in evidenza le popolazioni germaniche all'interno dell'impero romano

Gli Svevi, sotto il comando di Rechila, associato al trono dal padre Emerico, cominciarono ad avanzare nella provincia Betica (l'attuale Andalusia)[3], e nel 439 conquistarono Mérida, sul confine meridionale della Lusitania e nel 441 presero Siviglia e, approfittando delle difficoltà dei Romani, avanzarono e conquistarono oltre alla Betica la provincia Cartaginensis o di Cartagena (attuale Castiglia centro-meridionale) ed iniziarono anche a fare delle incursioni nella provincia Tarragonese.
Lo status di foederati con Roma fu confermato ma nel contempo fu stipulata un'alleanza con una tribù di banditi e mercenari, detti Bagaudi, per poter procedere nelle conquiste e alla morte di Rechila, nel 448, la maggior parte della penisola iberica era nelle mani dei Suebi ed i Romani erano relegati nell'angolo nord-orientale della penisola.

Nello stesso periodo, il regno Svevo fu molto aggressivo nei confronti dei nativi (detti Galaicos) e del Cattolicesimo, in quanto la popolazione era pagana, e favorì il clero di credo ariano, e quello seguace del priscillianesimo[4] contro i vescovi locali, cattolici.

Durante il regno di Rechiaro fu stabilito un buon rapporto coi Goti, che già da qualche anno si erano stabiliti nella provincia Tarragonese, anche tramite il matrimonio con una figlia del re dei Visigoti, Teodorico I e, su pressione di quest'ultimo, nel 449, i Suebi, rinunciando al paganesimo aderirono alla religione ariana.
Quindi il regno dei Suebi fu il primo regno cristiano a battere moneta propria.

Dai Visigoti, gli Svevi ottennero anche l'aiuto militare per proseguire la conquista di quella parte della penisola iberica, che era stata dei Vandali. Poi, con sporadiche incursioni, devastarono la Vasconia e con una politica contro l'impero romano, riuscirono, col benestare del nuovo re dei Visigoti, Torismondo tra il 451 ed il 452 ad occupare parte della valle dell'Ebro e parte della provincia Tarragonese, da cui dovettero ritirarsi, in base ad un trattato stipulato con i Romani.

Nel 456, alleatisi con i Vasconi e con i Vandali di Genserico, che attaccavano le coste calabresi e siciliane, ruppero il trattato con Roma ed invasero i territori della provincia Tarraconense; ma il nuovo re dei Goti, Teodorico II, non solo non li appoggiò, ma li contrastò non vedendo di buon occhio l'espansione del regno svevo; e nella battaglia sul fiume Órbigo gli Svevi furono sconfitti ed il loro re, Rechiaro, fu fatto prigioniero e, nonostante fosse cognato di Teodorico II, fu giustiziato.

Guerra civile sueba (456-463)[modifica | modifica wikitesto]

I Visigoti, allora, approfittando che vi erano diversi pretendenti alla corona, invasero il regno svevo, intervenendo nella guerra di successione. Nel 460 l'esercito visigoto guidato dal comes Sunierico e dal generale romano Nepoziano sconfisse gli Svevi presso Lucus Augusti.

Nel 460, Remismondo, uno dei pretendenti alla corona sveva, si alleò col re dei Visigoti, Teodorico II, che l'aiutò nella guerra civile, in cambio della promessa di riconversione degli Svevi all'arianesimo.
La guerra civile si protrasse per circa altri quattro anni e si concluse solo dopo la morte dei due concorrenti di Remismondo, che avvenne, per entrambi nel 463.

Nel 463 il regno degli Svevi fu sotto un'unica corona e, nel 464, Remismondo, venne ufficialmente riconosciuto come unico re degli Svevi di Gallaecia, anche dai Visigoti e, nel 465, sposò, la figlia di Teodorico II che lo convertì alla religione ariana, e in questa occasione, ci fu la conversione in massa degli Svevi, che in maggior parte erano ancora pagani.

Seconda fase di espansione[modifica | modifica wikitesto]

In quello stesso anno con l'aiuto dei Visigoti si impadronirono di Coimbra e subito dopo di Lisbona e Anona.
Nel 466, occuparono Egitania, e molta parte dellaLusitania; e, nel 467, saccheggiarono ed annessero al regno, Conimbriga.

Il nuovo re dei Visigoti, Eurico, che, nel 466, aveva assassinato il fratello Teodorico II, cambiò politica nei confronti degli Svevi, che da amichevole divenne contraria, portando la guerra (che fu terribile secondo il cronista Idazio, vescovo di Chaves in Galizia) in Lusitania e spinse gli Svevi nei vecchi confini.

Alla morte di Remismondo, nel 469, iniziò un periodo oscuro, in cui le notizie sono molto scarse.
La cronaca di Idazio[5] si interrompe nell'anno 468 e praticamente sino al 550, anno in cui si fa riferimento al re Carriarico, la storia degli Svevi è sconosciuta.

Periodo oscuro (469-550)[modifica | modifica wikitesto]

Conversione al Cattolicesimo[modifica | modifica wikitesto]

Penisola iberica nel 560. In rosso il regno dei Visigoti. In verde il regno degli Svevi. In viola la provincia bizantina di Spagna. In giallo le zone della penisola iberica ancora governate da Ispano-Romani.

Al tempo di Carriarico il regno Svevo si trovava nuovamente in fase di espansione dei confini orientali e meridionali:

Durante il suo regno e, molto probabilmente, anche sotto il regno di Teodemaro, il suo successore, in seguito all'influenza di san Martino, vescovo di Braga, dal 561, il popolo svevo si convertì al cattolicesimo, ponendo così fine alla tensioni seguite alla conversione all'arianesimo di Remismondo.
Pelagio I, papa dal 556 al 561, convocò, il 1º maggio del 561, il Primo concilio di Braga, che si protrasse sino al 563.

Il concilio, con l'approvazione di Giovanni III, papa dal 561 al 574 decise che:

  • le stelle non determinano la sorte degli esseri umani
  • il diavolo non ha, di per sé stesso, alcun potere di produrre cataclismi
  • è vietato il digiuno nel giorno di Natale
  • il suicidio, salvo due eccezioni, è qualificato come un crimine
  • tutto ciò che esiste al mondo, incluso il corpo umano, è buono, in quanto proveniente da Dio (questo soprattutto fu menzionato per combattere il manicheismo dei seguaci di Mani e il priscillianesimo dei seguaci di Priscilliano e gnosticismo);
  • fu infine stilato un elenco dei principali diavoli (da Abigor....a....Satanachia).

Guerra contro i Visigoti[modifica | modifica wikitesto]

Nel 569, il regno svevo fu attaccato da Leovigildo, re ariano dei Visigoti, che con grande rapidità si impadronì di Palencia, Zamora e León, ma non di Astorga che gli oppose una tenace resistenza.

Tra il 571 ed il 572, approfittando che i Visigoti erano in guerra contro i Bizantini nel sud della penisola iberica, gli Svevi espansero i confini del regno occupando le zone di Plasencia, Coria, Las Hurdes e Batuecas.

Nel 572, il re, Miro, convocò il Secondo concilio di Braga, a cui parteciparono dodici vescovi e deliberò sull'etica di comportamento e sui doveri dei vescovi e del clero di Gallaecia.
Nello stesso anno attaccò gli ariani che ancora si trovavano nella parte nord orientale del suo regno, nelle Asturie e nella Cantabria.

Questo attacco diede il preteso al re dei Visigoti, Leovigildo, che era ariano, di attaccare il regno svevo.
Nel 573, Leovigildo, dopo aver conquistato la provincia di Braganza e la valle del fiume Sabor avanzò nella valle del fiume Duero, fondando la città di Villa Gothorum (ora Toro).
Si rivolse, quindi, contro la Cantabria, dove conquistò Astorga, il cui controllo oltre al controllo di Toro gli permise, nel 575 di invadere la Galizia.
Miro, dopo aver perso Ourense e tutto il sud est, con le città di Porto e Braga sotto assedio, si sottomise e chiese la pace (578), ottenendo una breve tregua.

Fine del regno svevo[modifica | modifica wikitesto]

Nel 581, Ermenegildo, figlio del re dei Visigoti, Leovigildo e governatore della provincia gota della Betica, convertitosi al cattolicesimo, si era ribellato al padre, accettando la corona offertagli dai ribelli sivigliani.
Miro, quando, nel 583, seppe che i sostenitori cattolici di Ermenegildo erano asserragliati a Siviglia, assediata dai Visigoti ariani, guidò gli Svevi (cattolici) in loro soccorso; ma, prima di poter giungere a Siviglia gli Svevi furono affrontati da un contingente di Visigoti che li respinse, facendoli rientrare nel loro regno.

La sottomissione ai Visigoti fu confermata dal successore di Miro, re Eborico, che per questo motivo fu deposto e assassinato, nel 584, da Andeca, ultimo sovrano svevo.

Il re dei Visigoti, Leovigildo, prese a pretesto la deposizione e l'assassinio di Eborico per poter intervenire, ancora una volta, nel regno svevo;
invase immediatamente il territorio svevo e, secondo quanto afferma il cronista Isidoro, "con la massima rapidità" li sconfisse con due sole battaglie, a Portucale ed a Bracara.
Battuto e fatto prigioniero Andeca, nel 585, fu deposto, costretto a sottoporsi alla tonsura, e rinchiuso in un monastero a Pax Julia.

Il regno svevo fu assoggettato ed incorporato nel regno visigoto, divenendone una provincia; si fece avanti, allora, un pretendente al trono: Malarico, discendente del re Miro, che radunato un esercito poco consistente fu facilmente battuto dai Visigoti, nel 586, fu fatto prigioniero e, molto probabilmente, chiuso in un monastero.

Dopo quest'ultimo tentativo di ribellione, gli Svevi accettarono di essere governati da un dux (duca) visigoto, pur mantenendo le leggi, gli usi e le altre caratteristiche proprie del loro fiero ed antico regno.

Re svevi di Galizia[modifica | modifica wikitesto]

Regno svevo del nord[modifica | modifica wikitesto]

Non tutti gli Svevi erano giunti nella Spagna occidentale con i Vandali. Alcuni, con Alamanni, Marcomanni e Senoni, si insediarono nella regione attorno ad Augusta, che da essi prese il nome di Svevia.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Publio Cornelio Tacito, Germania, 38
    (LA)
    « Nunc de Suebis dicendum est, quorum non una, ut Chattorum Tencterorumve, gens; maiorem enim Germaniae partem obtinent, propriis adhuc nationibus nominibusque discreti, quamquam in commune Suebi vocentur. Insigne gentis obliquare crinem nodoque substringere: sic Suebi a ceteris Germanis, sic Sueborum ingenui a servis separantur. In aliis gentibus seu cognatione aliqua Sueborum seu, quod saepe accidit, imitatione, rarum et intra iuventae spatium; apud Suebos usque ad canitiem horrentem capillum retro sequuntur. Ac saepe in ipso vertice religatur; principes et ornatiorem habent. Ea cura formae, sed innoxia; neque enim ut ament amenturve, in altitudinem quandam et terrorem adituri bella compti, ut hostium oculis, armantur. »
    (IT)
    « 
    Debbo ora parlare degli Svevi, che non costituiscono un unico popolo come i Catti o i Tencteri; occupano infatti la maggior parte della Germania, per di più distinti in tribù con nomi diversi, pur chiamandosi, nel loro complesso, Svevi. Una caratteristica di questa gente è piegare i capelli da un lato e stringerli in un nodo. Così gli Svevi si differenziano dagli altri Germani; così, fra gli Svevi, i liberi dagli schiavi. Un'usanza del genere si riscontra presso altri popoli - o per parentela cogli Svevi, oppure, come spesso accade, per imitazione - ma è rara e limitata alla giovinezza, mentre gli Svevi tirano in su, fino alla vecchiaia, i loro ispidi capelli e spesso li legano al sommo della testa. I capi li adornano anche. La loro attenzione a farsi belli è tutta qui, ma innocente; non si ornano infatti per amare o farsi amare, bensì per accrescere l'imponenza e incutere timore agli occhi del nemico, quando vanno alla guerra. »
    (
  2. ^ Molto probabilmente, per questo motivo, quando i Vandali, nel 422, si sollevarono, i Suebi non parteciparono alla ribellione
  3. ^ I Vandali Asdingi con i pochi Silingi scampati allo sterminio e gli Alani avevano abbandonato la Betica in cui i Romani li avevano costretti per trasferirsi nel Nordafrica, nel 429.
  4. ^ Questo movimento prende il nome dal vescovo spagnolo Priscilliano, nato ad Avila intorno al 345 e giustiziato con sei seguaci a Treviri nel 385 su ordine dell'imperatore Magno Massimo.
  5. ^ Quel che sappiamo sulla storia della penisola iberica in questo periodo ci è stato tramandato dal Chronicon del vescovo asturiano Idazio Lemico (morto nel 470).

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Ludwig Schmidt e Christian Pfister, "I regni germanici in Gallia", in "Storia del mondo medievale", vol. I, 1999, pp. 275–300
  • Rafael Altamira, "La Spagna sotto i Visigoti", in "Storia del mondo medievale", vol. I, 1999, pp. 743–779 

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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