Ricimero

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Monogramma di Ricimero su una moneta coniata da Libio Severo, uno degli "imperatori-fantoccio" messi sul trono da Ricimero

Ricimero o Recimero[1] (40518 agosto 472) è stato un politico e generale goto dell'Impero romano d'Occidente, effettivo detentore del potere negli anni 460 fino alla sua morte.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Ricimero era un barbaro cristiano ariano, per metà svevo e per metà visigoto, figlio di un principe dei Suebi e della figlia di Vallia, re dei Visigoti. Spese la sua giovinezza alla corte dell'imperatore romano d'occidente Valentiniano III, dove si distinse combattendo al comando di Flavio Ezio, magister militum d'occidente di Valentiniano, avanzando di grado nei tardi anni 450; era amico di Giulio Valerio Maggioriano, un nobile romano anche lui comandante di Ezio.

Alla morte di Ezio prima e di Valentiniano III poi, in Occidente si creò una situazione di potere vacante: l'imperatrice Licinia Eudossia avrebbe preferito conferire la porpora a Maggioriano, cosa che avrebbe posto Ricimero molto vicino al potere, ma il potere andò nelle mani del senatore Petronio Massimo, il quale fu ucciso quando il re dei vandali, Genserico, saccheggiò Roma nel maggio del 455. Avito fu poi fatto imperatore dai Visigoti. Dopo il suo arrivo a Roma, Avito nominò Ricimero comandante del traballante Impero d'occidente (ormai ridotto all'Italia e a parte del sud della Gallia). Egli creò una nuova armata e una nuova flotta, utilizzando mercenari germanici.

Fece abbellire a Roma a sue spese nel 459, anno del suo consolato, la chiesa di Sant'Agata, poi conosciuta come Sant'Agata dei Goti.[2] Questo è l'unico esempio di culto ariano-cristiano della comunità gotica romana arrivato fino ai giorni nostri. Nel 593 fu consacrata al cattolicesimo da papa Gregorio I.

Dopo aver lasciato Roma, Genserico aveva lasciato una potente flotta per bloccare le coste italiche. Nel 456, però, Ricimero affrontò la flotta vandala con le sue navi ed ottenne una vittoria vicino alla Corsica. Poi batté un esercito vandalico anche sulla terraferma, vicino ad Agrigento (Sicilia). Acquistata una grande popolarità in seguito a questi successi militari, ottenne dal Senato il permesso per una spedizione contro l'imperatore Avito, che sconfisse nella sanguinosa battaglia combattuta il 16 ottobre 456 a Piacenza. Avito fu catturato e poco dopo messo a morte. Ricimero ottenne poi il titolo di Patrizio dall'imperatore bizantino Leone I il Trace, il quale confermò l'elevazione al trono del collega di Ricimero, Maggioriano. Ma Maggioriano si rivelò un sovrano capace e sempre più indipendente, diventando, perciò, scomodo. Nel 461 fu però sconfitto da Genserico (forse a seguito di un tradimento) vicino a Valenza (Spagna), proprio mentre cercava di organizzare una spedizione contro di lui. Ricimero lo costrinse allora ad abdicare e ne provocò l'assassinio il 7 agosto di quello stesso anno.

Ricimero pose sul trono il più docile Libio Severo, che però si trovò di fronte alla disapprovazione di Leone di Bisanzio e alla rivalità di Egidio in Gallia. Dopo la morte di Libio nel 465, Ricimero (che forse aveva avvelenato l'imperatore) governò da solo per otto mesi. Alla fine, però, dovette accettare Antemio (scelto da Leone), di cui sposò la figlia Alipia.

Nel 468 comandò un'ampia fetta delle truppe romane nel corso di una spedizione organizzata da Leone contro Genserico. La spedizione, però, fallì; Ricimero fu accusato di aver tramato perché ciò accadesse. Quattro anni dopo Ricimero si spostò a Mediolanum (Milano), a seguito della condanna a morte del suo collaboratore Romano, pronto a muovere guerra contro Antemio. Epifanio, vescovo di Pavia, riuscì ad ottenere una tregua, che, però, durò poco. Nel successivo luglio Ricimero sconfisse Antemio, che fu ucciso. Comunque, meno di due mesi dopo, Ricimero morì di febbre e il titolo di Patrizio fu assunto dal nipote Gundobado.

Nel corso della sua vita Ricimero difese le province dagli attacchi degli ostrogoti e degli alani che secondo la leggenda sconfisse al passo della Presolana in territorio bergamasco (da Presi Alani, per il grande numero di prigionieri fatti) nella Valle di Scalve (scalve dal grande numero di teschi rimasti sul terreno).

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ William Smith, Dictionary of Greek and Roman Biography and Mythology, 1, Boston: Little, Brown and Company, Vol.3 p. 654
  2. ^ H. Dessau, ILS, 1294

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