Pietro Marcellino Felice Liberio

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Pietro Marcellino Felice Liberio (latino: Petrus Marcellinus Felix Liberius; 465 circa – Rimini, dopo il 554) fu un politico e un generale romano, Patrizio praesentalis, Prefetto del pretorio d'Italia, Prefetto del pretorio delle Gallie e Praefectus augustalis d'Egitto, che servì sotto il re Odoacre, i re ostrogoti Teodorico il Grande, Atalarico, Teodato e sotto l'imperatore romano Giustiniano I.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Prefetto del pretorio d'Italia[modifica | modifica wikitesto]

La data precisa della sua nascita è sconosciuta (all'incirca intorno al 465). Imparentato con Rufio Magno Fausto Avieno e dunque con Anicio Probo Fausto, sposò Agrezia, dalla quale ebbe molti figli (tra cui Venanzio) e una figlia.

Iniziò la sua carriera amministrativa sotto il re Odoacre. Quando Teodorico il Grande sconfisse Odoacre, Liberio si rifiutò di collaborare col nuovo sovrano finché il re sconfitto era vivo (Odoacre morì nel 493); in questo modo Liberio si guadagnò il rispetto di Teodorico, che lo nominò subito Prefetto del pretorio d'Italia.

Con la sua amministrazione ottenne le lodi dei suoi contemporanei, tra cui Cassiodoro[1] ed Ennodio.[2] Il suo compito principale fu quello di trasferire un terzo delle terre degli abitanti dell'Italia del nord ai Goti di Teodorico, per permettere loro di stabilirsi, e lo fece in modo che entrambe le parti, Goti e Romani, si ritenessero soddisfatte. La sua politica permise un incremento delle produzioni italiche, cosa che portò anche ad un aumento del gettito fiscale.

Dopo sette anni, nel 500, Teodorico lo nominò patrizio, togliendogli nel contempo la prefettura che affidò a Teodoro. Mantenne però intatte le sue relazioni, ricevendo diverse lettere da Ennodio e una da papa Simmaco riguardo alla scelta del vescovo di Aquileia; in quel periodo, nel 507, suo figlio Venanzio fu nominato console, ricoprendo la carica cerimoniale di comes domesticorum vacans qualche tempo dopo.

Prefetto del pretorio delle Gallie[modifica | modifica wikitesto]

Nel 510/511 divenne Prefetto del pretorio delle Gallie, governando quella parte della Gallia che era rientrata da poco sotto il controllo di Teodorico. La sua presenza è attestata in Gallia all'inizio del 512 (fu seguito in Gallia dalla moglie).

Nel tardo 526 ricevette disposizioni dal nuovo re Atalarico, appena succeduto al nonno Teodorico, di organizzare il giuramento di fedeltà dei funzionari gallici al nuovo sovrano.

Fu il primo firmatario tra i laici degli atti del secondo concilio di Arausio (Orange), datati 3 luglio 529; in quello stesso giorno dedicò una basilica costruita in quella città. Accolse ad Arelate, in qualità di prefetto, il vescovo Apollinare di Valence ed è citato negli atti del concilio di Vaison (5 novembre 539).

Volle, altresì, la costruzione del protocenobio di San Sebastiano, un monastero che si trova nel territorio di Alatri; è pertanto probabile che avesse delle terre nella zona.

In questo periodo fu coinvolto in questioni militari; in una occasione fu gravemente ferito durante un'incursione di Visigoti nei pressi di Arelate.

Nel 533 fu richiamato a corte e gli fu conferito il prestigioso titolo di patricius praesentialis, ma gli fu anche concesso di mantenere la carica di prefetto, e questa combinazione di cariche fu confermata anche dal nuovo re Teodato nel 534; il sovrano gli concesse anche metà delle terre di un certo Marciano.

Praefectus augustalis d'Egitto[modifica | modifica wikitesto]

In quello stesso anno Teodato inviò Liberio e altri senatori, tra cui Opilione, come ambasciatori presso la corte dell'imperatore Giustiniano I, dove avrebbero dovuto difendere il re degli Ostrogoti dalle accuse di maltrattamento di Amalasunta (la madre di Atalarico). Liberio fu ricevuto con tutti gli onori dall'imperatore, e, insieme agli altri senatori ad eccezione di Opilione, fornì una versione dei fatti che andava a svantaggio di Teodato. Decise poi di restare in oriente e non tornare più alla corte ostrogota.

Nel 538/539 fu nominato da Giustiniano praefectus augustalis e inviato ad Alessandria d'Egitto ad indagare sulle accuse di assassinio avanzate contro l'augustale Rodone, il patriarca Paolo e il vir inlustris Arsenio; il primo fu inviato da Liberio a Costantinopoli per essere processato, il secondo fu esiliato e il terzo messo a morte.

Giustiniano fece delle scelte ambigue, e attorno al 542 Liberio dovette contendere la carica di augustale a Giovanni Lassario, il quale dopo alcuni torbidi perse la vita. Liberio fu richiamato allora a Costantinopoli e processato; fu assolto, ma Procopio di Cesarea narra che l'imperatore lo multò in segreto.[3]

Comandante militare nella guerra gotica[modifica | modifica wikitesto]

Nel 549 fu nominato, per due volte, comandante di una forza di spedizione romana in occasione della guerra gotica, ma l'imperatore cambiò idea entrambe le volte e il contingente non partì. L'anno successivo, quando i Goti invasero la Sicilia, Giustiniano fece rapidamente assemblare una flotta e ne affidò il comando a Liberio, il quale passò Cefalonia e penetrò nel porto di Siracusa; non riuscendo ad assediare i Goti presenti in città, si spostò a Palermo, dove fu raggiunto dall'ordine dell'imperatore di tornare a Costantinopoli, in quanto giudicato troppo vecchio e inesperto per il comando affidatogli. Sostituito da Artabane, Liberio tornò allora nella capitale (probabilmente non prima del 551).

Nel 552 fu messo a capo di un contingente romano, inviato in Spagna ad aiutare Atanagildo, ribellatosi contro il re dei Visigoti Agila I; nel maggio del 553 era però tornato a Costantinopoli, dove partecipò alle riunioni con papa Vigilio.

È nominato come vir gloriosissimus nella prammatica sanzione di Giustiniano del 13 agosto 554, con la quale l'imperatore deliberava sull'amministrazione delle terre italiche appena conquistate; Liberio è citato come attivo nella riorganizzazione dell'amministrazione delle nuove province (questo stesso atto gli conferma le terre di Marciano ricevute da Teodato).

Morì poco tempo dopo, all'età di 89 anni, probabilmente mentre era in Italia, e fu sepolto dai suoi figli nella stessa tomba di sua moglie, a Rimini.[4]

Lapide funeriaria[modifica | modifica wikitesto]

La lapide funeraria di Liberio (CIL XI, 382) doveva essere collocata in un gran sepolcro nella cattedrale dedicata a Santa Colomba, ma già ai tempi di Ersilio Tonini era sparita, o per il terremoto o per le spogliazioni dell'epoca napoleonica. L'iscrizione funeraria, riportata da Tonini, era:

(LA)

« Humano generi legem natura creatrix
Hanc dedit ut tumuli membra sepulta tegant
Liberii soboles patri matrique sepulchrum
Triste ministerium mente dedere pia
Hic sunt membra quidem sed famam non tenet urna
Nam durat titulis nescia vita mori
Rexit romuleos fasces currentibus annis
Successu parili gallica iura tenens
Hos non imbelli pretio mercatus honores
Sed pretium maius detulit alma fides
Ausoniae populis gentiles rite cohortes
Disposuit sanxit foedera iura dedit
Cunctis mente pater toto memorabilis Aevo
Ter senis lustris proximus occubuit
O quantum benegesta valent cum membra recedunt
Nescit fama mori lucida vita manet. »

(IT)

« La natura creatrice diede al genere umano questa legge:
che i tumuli ricoprano le membra sepolte.
Per questo i figli di Liberio diedero al padre e alla madre
con animo pio un sepolcro quale triste servizio.
Qui vi sono i corpi ma l’urna non contiene la reputazione,
infatti la vita, inconsapevole di morte, dura coi titoli.
Resse i fasci romulei nel corso degli anni
tenendo il diritto gallico con eguale successo.
Ottenne questi onori col valore in guerra
ma una ricompensa maggiore ottenne la sua fedeltà.
Ai popoli d’Italia distribuì le coorti gentilizie
il padre, degno di eterno ricordo,
e morì vicino ai novant’anni.
O che grande valore hanno le imprese meritevoli quando il corpo sparisce:
rimangono una fama immortale e una vita specchiata. »

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Cassiodoro, Variae, II.16.
  2. ^ Ennodio, Epistulae IX.23.
  3. ^ Procopio, Aneddoti, 29.1-11.
  4. ^ CIL XI, 382.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • "Liberius 3", PLRE II, pp. 677-681.

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]