Lucio Sergio Catilina

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(LA)

« Lucius Catilina, nobili genere natus, fuit magna vi et animi et corporis, sed ingenio malo pravoque. »

(IT)

« Lucio Catilina, nato di stirpe nobile, fu uomo di grande vigore morale e fisico, ma d'indole malvagia e corrotta. »

(Sallustio, De coniuratione Catilinae, 5.)

Lucio Sergio Catilina, in latino: Lucius Sergius Catilina (Roma, 108 a.C.Pistoia, 62 a.C.), è stato un militare e senatore romano, per lo più noto per la congiura che porta il suo nome, un tentativo di sovvertire la Repubblica romana, e in particolare il potere oligarchico del Senato.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Origini familiari[modifica | modifica wikitesto]

Catilina nasce a Roma nel 108 a.C. dal patrizio Lucio Sergio Silo e Belliena. La famiglia nativa, i Sergii, pur di nobili origini, da molti anni non aveva più un ruolo significativo nella vita politica di Roma. L'ultimo dei Sergii ad essere nominato console era stato Gneo Sergio Fidenate Cosso nel 380 aC.[1][2] Virgilio più tardi fece derivare il nome della famiglia da un antenato importante, Sergesto, giunto in Italia insieme a Enea, facendo quindi dei Sergii una delle famiglie originarie nella storia dell'Urbe.[3]

Le conoscenze sulla gioventù di Catilina e sulla sua vita familiare sono piuttosto limitate. Ebbe due mogli: Gratiana, sorella di Marco Mario Gratidiano, nipote di Gaio Mario, e Aurelia Orestilla, figlia di Gneo Aufidio Oreste (console nel 71 a.C.). Dalla prima ebbe un figlio che, secondo Sallustio, uccise in quanto ostacolo alle nozze con Aurelia Orestilla.[4]

Carriera politica[modifica | modifica wikitesto]

Fasi iniziali[modifica | modifica wikitesto]

Nell'89 a.C. il poco più che ventenne Catilina segue il generale Strabone nella guerra marsica contro le popolazioni italiche coalizzate contro Roma, e in questa occasione conosce Cicerone e Pompeo.[5]

Nell'88 a.C. passa agli ordini di Silla, eletto console, e lo segue in Asia nella Prima guerra mitridatica. Nell'84 a.C., quando Silla rientra a Roma per contrastare i suoi nemici politici (i populares) nella Guerra civile romana, Catilina si segnala come uno dei più abili e spietati sostenitori di Silla, uccidendo fra gli altri il cognato Marco Mario Gratidiano, da lui stesso torturato e decapitato; porta la testa a Roma e nel Foro la getta ai piedi di Silla. Negli anni successivi, pur nel mutato clima politico dopo la morte di Silla, Catilina non subisce condanne, ma ottiene anzi i primi successi politici: questore nel 78, legato in Macedonia nel 74, edile nel 70, pretore nel 68 e governatore dell'Africa nel 67.[6]

Coppe di propaganda elettorale di Catilina e Catone.

Al suo ritorno, nel 66 a.C., si candida alla carica di console, ma viene subito perseguito per concussione e abuso di potere, uscendone assolto;[7][8] ancora nel 66 è accusato di una cospirazione con Autronio e un certo Publio Cornelio Silla, anche se i particolari sono poco chiari. Portato in giudizio nel 65 a.C., ricevette l'appoggio di molte persone influenti, anche di categoria consolare[6] come Lucio Manlio Torquato,[9] e lo stesso Cicerone aveva ipotizzato di difenderlo in tribunale.[10] Catilina fu assolto, ma i processi furono sufficienti a mandare a monte la sua elezione a console.

Poiché è ancora sotto processo, Catilina può ricandidarsi a console solo nel 64 a.C. per l'anno successivo, ma il Senato, allarmato dalla sua accresciuta popolarità, gli oppone un brillante e famoso avvocato, Cicerone, un Homo novus. Già nel discorso di candidatura In toga candida, (da cui il termine candidato), Cicerone inizia a costruire l'immagine "nera" di Catilina, insinuando che fosse incestuoso, assassino, degenerato; gli optimates, l'oligarchia senatoria, mobilitano le loro clientele a favore di Cicerone, che vince e viene eletto.

Catilina, tenace, si candiderà nuovamente alle elezioni per il 62 a.C., non prima di essersi guadagnato l'appoggio della plebe romana e degli schiavi con ingegnosa demagogia, frequentando attori e gladiatori, idoli del popolino, e promettendo una ridistribuzione delle terre demaniali e prede di guerra (guadagnandosi così anche l'appoggio dei veterani di Silla, caduti in disgrazia) ed emanando addirittura un editto per la remissione dei debiti (detto Tabulae novae). Quest'ultima proposta allarma la classe senatoria e Cicerone che, nell'orazione Pro Murena, sottolinea in Catilina «...la ferocia, nel suo sguardo il delitto, nelle sue parole la tracotanza, come se avesse già agguantato il consolato».

L'accusa di congiura[modifica | modifica wikitesto]

All'ultimo momento Cicerone presenta in Senato alcune lettere anonime che accusano Catilina di cospirazione contro la Repubblica, radunando uomini in armi attorno a Fiesole, pur non potendo provarlo. Cicerone inoltre sostiene che Catilina abbia fatto offerte a varie tribù in Gallia per assicurarsi alleati, ma la tribù degli Allobrogi avrebbe rifiutato l'offerta e l'avrebbe resa pubblica avvertendo con lettere Cicerone stesso.

Con queste premesse, e con un probabile broglio elettorale, nelle elezioni Catilina viene sconfitto da Murena, personaggio gradito al Senato. La questione dei brogli venne sollevata non da Catilina ma da Servio Sulpicio Rufo, un altro dei non eletti, e da Catone, uomo tutto d'un pezzo e notoriamente ostile a Catilina. Cicerone difende Murena dalle accuse di brogli e attacca Catilina, denunciandone la presunta congiura; Catilina è costretto a una fuga in Etruria, che però definirà "esilio volontario".

Il 5 gennaio del 62 a.C. Catilina e i suoi fedelissimi vengono intercettati dall'esercito romano comandato dal generale Marco Petreio nei pressi dell'odierna Pistoia, nella piana denominata Ager Pisternensis; Catilina, vistosi bloccato il passaggio degli Appennini che conduce alla Gallia cisalpina da Quinto Cecilio Metello Celere, pur consapevole di andare incontro a morte certa, decide di battersi comunque insieme al suo esercito[11]. Prima della fine, Catilina pronuncia quest'ultimo discorso ai suoi pochi ma fedeli seguaci:

(LA)

« Compertum ego habeo, milites, verba virtutem non addere neque ex ignavo strenuum neque fortem ex timido exercitum oratione imperatoris fieri. Quanta cuiusque animo audacia natura aut moribus inest, tanta in bello patere solet. Quem neque gloria neque pericula excitant, nequiquam hortere: timor animi auribus officit. Sed ego vos, quo pauca monerem, advocavi, simul uti causam mei consili aperirem. Scitis equidem, milites, socordia atque ignavia Lentuli quantam ipsi nobisque cladem attulerit quoque modo, dum ex urbe praesidia opperior, in Galliam proficisci nequiverim. Nunc vero quo loco res nostrae sint, iuxta mecum omnes intellegitis. Exercitus hostium duo, unus ab urbe, alter a Gallia obstant; diutius in his locis esse, si maxume animus ferat, frumenti atque aliarum rerum egestas prohibet; quocumque ire placet, ferro iter aperiundum est. Quapropter uos moneo, uti forte atqueparato animo sitis et, quom proelium inibitis, memineritis uos diuitias decus gloriam, praeterea libertatem atque patriam in dextris uostris portare. Si uincimus, omnia nobis tuta erunt: commeatus abunde, municipia atque coloniae patebunt: si metu cesserimus, eadem illa aduorsa fient, neque locus neque amicus quisquam teget quem arma non texerint. Praeterea, milites, non eadem nobis et illis necessitudo inpendet: nos pro patria, pro libertate, pro uita certamus; illis superuacaneum est pugnare pro potentia paucorum. Quo audacius adgredimini, memores pristinae uirtutis. Licuit uobis cum summa turpitudine in exilio aetatem agere, potuistis nonnulli Romae amissis bonis alienas opes expectare: quia illa foeda atque intoleranda uiris uidebantur, haec sequi decreuistis. Si haec relinquere uoltis, audacia opus est: nemo nisi uictor pace bellum mutauit. Semper in proelio iis maxumum est periculum, qui maxume timent: audacia pro muro habetur. Cum vos considero, milites, et cum facta vostra aestumo, magna me spes victoriae tenet. Animus, aetas, virtus vostra me hortantur, praeterea necessitudo, quae etiam timidos fortis facit. Nam multitudo hostium ne circumvenire queat, prohibent angustiae loci. Quod si virtuti vostrae fortuna inviderit, cavete inulti animam amittatis neu capiti potius sicuti pecora trucidemini quam virorum more pugnantes cruentam atque luctuosam victoriam hostibus relinquatis! »

(IT)

« So assolutamente, o soldati, che le parole non aggiungono valore e che un esercito non diventa coraggioso da vile né forte da pavido per un discorso del generale. Quanto è grande il coraggio nell'animo di ciascuno per indole o per educazione, tanto grande è solito manifestarsi in guerra. Colui che né la gloria né i pericoli incitano, lo potresti esortare invano: il timore dell'animo tappa le orecchie. Ma io vi ho convocato per ammonirvi riguardo a poche cose e contemporaneamente per esporvi il motivo del mio piano. Invero certamente sapete, o soldati, qual grave danno abbiano portato a noi la viltà e l'indolenza di Lentulo, e anche a lui stesso, e per quale modo mentre aspettavo rinforzi dalla città, non sono potuto partire per la Gallia. Ora dunque a quale punto sia la nostra situazione, voi tutti lo capite insieme a me. Due eserciti nemici ci sbarrano la strada, uno dalla città e uno dalla Gallia; rimanere più a lungo in questi luoghi, anche se il nostro animo lo desidera moltissimo, lo impedisce la mancanza di frumento e di altre cose. Dovunque ci piaccia andare, bisogna aprirsi la strada con le armi. Perciò vi esorto a essere forti e pronti e, quando entrerete in combattimento, a ricordare che voi portate nelle vostre mani destre ricchezze, onore, gloria, senza contare la libertà e la patria. Se vinceremo, non correremo più alcun pericolo; ci saranno vettovaglie in abbondanza, municipi e colonie spalancheranno le porte. Se, causa la paura, ci saremo ritirati, quei medesimi diventeranno ostili, nessun amico, nessun luogo potrà proteggere chi le armi non siano riuscite a proteggere. Inoltre, soldati, non è il medesimo bisogno a incombere su di noi e su di loro: noi combattiamo per la patria, per la libertà, per la vita; per loro è superfluo combattere per il potere di pochi. Perciò, attaccate con maggior audacia, memori dell'antico valore! Vi sarebbe stato concesso passare la vita in esilio con il massimo disonore: alcuni di voi avrebbero potuto bramare a Roma, dopo aver perso le proprie, le ricchezze di altri. Poiché quelle azioni sembravano turpi ed intollerabili agli uomini, avete deciso di seguire queste. Se volete abbandonare questa situazione, c’è bisogno di coraggio; nessuno, se non da vincitore, ha mai cambiato in pace una guerra. In guerra il massimo pericolo è quello di coloro che di più hanno paura; il coraggio è considerato come un muro. Quando vi guardo, o soldati, e quando considero le vostre azioni, mi prende una grande speranza di vittoria. L'animo, l'età, il valore vostri mi incoraggiano, e la necessità, inoltre, che rende coraggiosi anche i pavidi. E infatti l'inaccessibilità del luogo impedisce che la moltitudine dei nemici possa circondarci. Se la fortuna si sarà opposta al vostro valore, non fatevi ammazzare invendicati, e neppure, una volta catturati, non fatevi trucidare come bestie piuttosto che lasciare ai nemici una vittoria cruenta e luttuosa combattendo alla maniera degli eroi! »

(Sallustio, De coniuratione Catilinae, 58.)

Dopo la saguinosa battaglia di Pistoia, Catilina muore insieme ai suoi 20'000 soldati e i suoi resti vengono gettati in un fiume, mentre la testa viene riportata a Roma da Antonio, uno dei congiurati di Catilina che si era finto malato per non combattere contro il suo superiore e soprattutto per non rischiare che quest'ultimo ne rivelasse la partecipazione alla congiura (proprio per questo motivo preferì lasciare il comando delle truppe romane a Marco Petreio)[11].

Cicerone, l'anti-Catilina[modifica | modifica wikitesto]

« [Rivolgendosi ai congiurati] Se io non avessi sperimentato la vostra determinazione e la vostra fedeltà, invano si sarebbe presentata a noi questa occasione favorevole; inutile sarebbe la nostra grande aspettativa di potere, né io cercherei, attraverso uomini codardi e falsi, l'incertezza al posto della certezza. Ma siccome io conosco la vostra fortezza e la vostra fedeltà nei miei confronti in molti e ardui cimenti, proprio per questo il mio animo mi consente di intraprendere questa impresa davvero grande e gloriosa, anche perché ho constatato che condividete con me i possibili vantaggi ma anche i pericoli. Infatti una vera amicizia si basa sugli scopi e interessi comuni. »
(L. Sergio Catilina, citato in De Catilinae coniuratione di Sallustio)

La maggior parte delle informazioni su Catilina ci è giunta tramite Cicerone, suo acerrimo nemico politico. La posizione di Cicerone si riassume bene nell' incipit della prima delle orazioni Catilinarie, pronunciata al Senato l'8 novembre del 63 a.C., in presenza dello stesso Catilina, quando Cicerone esordisce con: Quousque tandem, Catilina, abutere patientia nostra? ("fino a quando, Catilina, abuserai della nostra pazienza?")

La nota congiura di Catilina, che ha come fonte principale l'impianto accusatorio di Cicerone, è uno degli eventi più famosi degli ultimi turbolenti decenni della Repubblica Romana. Dalle fonti non risultano chiari gli obiettivi dei cospiratori; secondo quanto riferito da Cicerone, sarebbero stati previsti un incendio doloso e altri danni materiali, oltre che l'assassinio di personaggi politici (in particolare Cicerone stesso). La congiura si sarebbe sviluppata attraverso incontri segreti - l'ultimo sarebbe avvenuto nella casa del senatore Leca il 6-7 novembre del 63 a.C., alla vigilia della prima Catilinaria - ma una certa Fulvia, amante di uno dei congiurati (Quinto Curio), avrebbe informato direttamente Cicerone di quel che stava accadendo. Quella sera stessa due congiurati (Cornelio e Vargunteio) si sarebbero presentati a casa di Cicerone e, con il pretesto di salutarlo, avrebbero tentato di ucciderlo. Ma grazie a Fulvia, Cicerone sarebbe scampato agli assassini. Cicerone non risparmiò mezzi ed effetti speciali per mettere in cattiva luce Catilina. In attesa dell'esito della denuncia per brogli contro Murena (che avrebbe potuto assegnare regolarmente la carica di console a Catilina, che non aveva dunque motivo per mosse disperate), Cicerone si presentò al Campo Marzio circondato da una scorta e «...vestendo quella mia ampia e vistosa corazza [sotto la toga], non perché essa mi proteggesse dai colpi, che io sapevo essere suo costume [di Catilina] sferrare non al fianco o al ventre ma al capo o al collo, bensì per richiamare l'attenzione di tutti gli onesti».

Il console Cicerone, cioè, dopo aver difeso il neo-console Murena dall'accusa di brogli (e allo scopo di evitare l'assegnazione della carica al candidato dell'opposizione Catilina, senza che nessuno contestasse tale conflitto d'interessi), ostentava un comportamento per indurre «gli onesti» a vedere in Catilina un uomo pericoloso, capace di uccidere il suo rivale. A seguito di ciò ottenne l'emanazione del senatusconsultum ultimum, che dava ai consoli in carica, tra cui Cicerone stesso, poteri di vita e di morte. In virtù di tale delibera Cetego e Lentulo, i catilinari che non erano scappati con il loro capo (secondo l'accusa, rimasti a Roma avrebbero tentato comunque di far sollevare la plebe e la tribù degli Allobrogi), furono condannati alla pena capitale. Portati con i loro seguaci nel carcere Mamertino furono strangolati uno a uno. Come cittadini romani sarebbe stato loro diritto appellarsi al popolo (provocatio ad populum, la richiesta di grazia sulla quale erano chiamati a pronunciarsi i comizi elettivi delle tribù romane) e in ogni caso avrebbero avuto diritto a poter scegliere l'esilio al posto della morte, anche se questo avrebbe comportato la confisca di tutti i loro beni. Il vulnus così inferto alla Costituzione romana fu rimproverato a Cicerone da Gaio Giulio Cesare durante la seduta del Senato e alcuni anni dopo, su iniziativa del tribuno della plebe Publio Clodio Pulcro, Cicerone verrà punito con l'esilio per l'uccisione illegittima di cittadini romani.

Vi è da considerare che il senato aveva già dichiarato nemici della Repubblica i congiurati e aveva dato pieni poteri al console Cicerone, per cui l'esecuzione dei congiurati era, o può essere considerata, esecuzione di nemici, non di cittadini.

Lo storico Sallustio ha scritto un resoconto sull'intera questione circa 20 anni dopo, dal titolo De Catilinae coniuratione, senza però discostarsi significativamente dalle descrizioni di Cicerone (le differenze storiche sono per lo più sulla cronologia, forse errori involontari di Sallustio, più probabilmente usati per scagionare Cesare dal sospetto di aver partecipato per un periodo alla congiura).

Il progetto politico di Catilina[modifica | modifica wikitesto]

Joseph-Marie Vien, La congiura di Catilina.
« Non è più degno morire da valorosi, piuttosto che trascorrere passivamente e con vergogna un'esistenza misera e senza onori, soggetti allo scherno e all'alterigia? »
(L. Sergio Catilina, citato in De Catilinae coniuratione di Sallustio)

Nell'orazione Pro Murena del 63 a.C. Cicerone contesterà a Catilina un'affermazione che ne rivela il progetto politico: «La Repubblica ha due corpi: uno fragile, con una testa malferma; l'altro vigoroso, ma senza testa affatto; non gli mancherà, finché vivo».

Nell'analisi politica di Catilina la Repubblica Romana vive una separazione gravissima della società dalle istituzioni. Il corpo fragile rappresenta il corpo elettorale romano, spaccato in cricche, clientele e bande (nell'88 a.C. tutti gli italici avevano avuto la cittadinanza romana, ma per votare occorrevano tempo e risorse per recarsi a Roma, da qui la degenerazione clientelare); la testa malferma rappresentava invece il Senato, abituato al potere ereditario, colluso con i grandi proprietari terrieri, composto per lo più dall'ottusa classe del patriziato.

Il corpo vigoroso ma senza testa simboleggiava la massa di contribuenti, tartassati e umiliati dal disordine politico (per ripagare i propri reduci, Silla aveva ordinato larghe confische ai piccoli possidenti), senza vera rappresentanza politica, per la quale Catilina si propone come "testa" pensante, al tempo stesso rendendosi conto della pericolosità dell'andare contro l'oligarchia dominante. Tra l'altro Catilina, tempo prima di organizzare la congiura contro l'oligarchia senatoria, si era fatto molti alleati e amici non solo tra i contribuenti e i piccoli proprietari terrieri, ma anche tra esponenti della classe degli equites. Insieme agli equites Catilina era riuscito a ingraziarsi anche molti senatori, spinti dal malcontento provocato dalla politica senatoria dell'epoca e di Pompeo, così come anche dalla difficile situazione economica di allora. A testimonianza della popolarità di Catilina fra i ceti sociali più bassi riportiamo due brani di Sallustio da De Catilinae coniuratione:

« Nel frattempo Manlio in Etruria istigava la plebe, desiderosa di cambiamenti allo stesso tempo per la miseria e per il risentimento dell'ingiustizia subita, poiché, durante la dittatura di Silla, aveva perso i campi e tutti i suoi beni; inoltre istigava i ladri di qualsiasi genere, di cui in quella regione c'era grande abbondanza, e alcuni coloni Sillani, ai quali, per dissolutezza e lussuria, non era rimasto nulla di ciò che avevano rubato. »
(Sallustio, De Catilinae coniuratione, 28.)
« E non era sconvolta solo la mente di coloro che erano i complici della congiura, bensì l'intera plebe, desiderosa di cambiamenti, approvava i propositi di Catilina. Così sembrava facesse ciò secondo il suo costume abituale. Infatti in uno Stato i poveri invidiano sempre i ricchi ed esaltano i malvagi; odiano le cose antiche, desiderano vivamente le novità; a causa dell'avversione alla loro situazione aspirano a sovvertire ogni cosa; si nutrono di tafferugli e di disordini, visto che la povertà rende facilmente senza perdite. »
(Sallustio, De Catilinae coniuratione.)

Diversi anni dopo la morte di Catilina, nell'orazione Pro Caelio del 56 a.C. (Celio era stato amico di Catilina), Cicerone ammetterà che Catilina aveva raccolto attorno a sé «anche persone forti e buone», offriva «qualche stimolo all'attività e all'impegno», e che in certi momenti era sembrato a Cicerone perfino «un buon cittadino, appassionato ammiratore degli uomini migliori, amico sicuro e leale». Catilina, ammetterà ancora Cicerone, «era gaio, spavaldo, attorniato da uno stuolo di giovani»; per di più, «vi erano in quest'uomo caratteristiche singolari: la capacità di legare a sé l'animo di molti con l'amicizia, conservarseli con l'ossequio, far parte a tutti di ciò che aveva, prestar servigi a chiunque con il denaro, con le aderenze, con l'opera...».[12]

Catilina presenta dunque i tratti dell'uomo politico di successo, capace di ottenere consensi, ma malvisto dall'oligarchia degli optimates del Senato.

Nella cultura di massa[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Tito Livio, Ab Urbe condita, VI, 3, 27, nomina 6 tribuni consolari per quell'anno. L. et P. Valeriis, Lucio per la quinta volta, Publio per la terza, C. Sergio per la terza volta, Licinio Menenio per la seconda, e poi P. Papirio e Ser. Cornelio Maluginense
  2. ^ Sallustio, De coniuratione Catilinae V.1.
  3. ^
    (LA)

    « Sergestusque, domus tenet a quo Sergia nomen »

    (IT)

    « E Sergesto, dal quale prese il nome la gens Sergia »

    (Virgilio, Eneide, VI, 288)
  4. ^ Gaio Sallustio Crispo, XV in De Catilinae coniuratione.
  5. ^ Cicerone, Pro Caelio XII
  6. ^ a b Cicerone, Pro Caelio Perseus:text:1999.02.0010:text= Cael.:chapter=4 IV
  7. ^ Sallust, Bellum Catilinae XVIII.3
  8. ^ Asconius 85-87, 89C
  9. ^ Cicero, Pro Sulla LXXXI
  10. ^ Cicerone, Epistulae Ad Atticam I.2
  11. ^ a b Storia romana, Cassio Dione
  12. ^ Cicerone, Pro Caelio, 10-14.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Membri della Congiura di Catilina (lista non completa)[modifica | modifica wikitesto]

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