Catilinarie

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Busto di Cicerone in una biblioteca di Parigi

Le Catilinarie (in latino Orationes in Catilinam) sono quattro discorsi tenuti da Cicerone contro Catilina. Vengono collocati idealmente tra la composizione delle Verrinae (70 a.C.) e delle Filippiche (44-43 a.C.).

Le quattro orazioni deliberative furono pronunciate tra il novembre e il dicembre del 63 a.C. in seguito alla scoperta e alla repressione della congiura che voleva minare gli ordinamenti repubblicani, che faceva capo a Catilina.

Cicerone e Catilina[modifica | modifica wikitesto]

Cicerone e Catilina si conoscevano già da tempo. Entrambi, infatti, avevano militato in giovinezza nell'esercito di Gneo Pompeo Strabone, perdendosi di vista fino al 64 a.C. anno in cui entrambi erano in lizza per il consolato.

In quell'occasione, al momento del discorso dei candidati, Cicerone denunciò violentemente Catilina per aver complottato l'anno precedente e per i comportamenti amorali tenuti nei confronti della cognata Fabia. Gli uditori, tra cui Antonio Ibrida, molto colpiti dalle affermazioni di Cicerone, lo elessero con la maggioranza dei voti.

Catilina si ricandidò anche l'anno successivo, ma tuttavia vennero eletti Decimo Giunio Silano e Lucio Licinio Murena. Nuovamente sconfitto, cominciò a tramare una congiura contro l'ordinamento repubblicano, presto sventata da Cicerone, che ne denunciò l'esistenza al Senato.

Orationes[modifica | modifica wikitesto]

Oratio I in Catilinam[modifica | modifica wikitesto]

(LA)
« Quo usque tandem abutere, Catilina, patientia nostra? »
(IT)
« Fino a quando, Catilina, abuserai della nostra pazienza? »
(Marco Tullio Cicerone, prima Catilinaria)

Quest'orazione venne pronunciata in Senato, riunito nel Tempio di Giove Statore sul Palatino, alla presenza di Catilina stesso, l'8 novembre. Cicerone espone pienamente i progetti di cui è venuto a conoscenza, la complicità che ha instaurato con Caio Manlio, di stanza in Etruria presso l'accampamento catilinario di Fiesole, che, dopo aver sollevato disordini nella città toscana, stava organizzando l'assalto armato a Roma. Il suo coinvolgimento in incendi e massacri, che fortunatamente erano già stati sventati. Lo scopo dell'orazione è dividere Catilina dal Senato. Catilina viene così costretto alla fuga.

L’orazione ha inizio con una serie di interrogative con cui Cicerone, rivolgendosi direttamente a Catilina, lo accusa per la sua “sfrenata audacia” nel tramare contro lo Stato. Il ritmo del discorso incalzante e concitato, l’abile impiego di anafore[non chiaro] (nihil, quid, …), la studiata contrapposizione tra la bontà dei senatori (concursus bonorum omnium) e la malvagità (furor) dell’accusato, garantiscono incisività e pathos.

Nel secondo paragrafo, dopo la celebre esclamazione O tempora, o mores!, Cicerone tenta di convincere il Senato della necessità di condannare a morte Catilina: « Ad mortem te, Catilina, duci iussu consulis iam pridem oportebat. » (la tua condanna a morte, o Catilina, avrebbe dovuto essere ordinata da lungo tempo dal Console).

Oratio II[modifica | modifica wikitesto]

Cicerone pronuncia in Senato la prima Catilinaria - Cicerone denuncia Catilina, 1880, affresco di Cesare Maccari; Roma, Palazzo Madama, Sala Maccari.

La seconda orazione viene pronunciata di fronte al popolo riunito, il 9 novembre, all'indomani della fuga di Catilina. Catilina è finalmente partito da Roma, ecco cosa afferma davanti al pubblico riunito il nove novembre Cicerone. La sua sete di potere e le sue violente azioni abbandonano la città. Cicerone è entusiasta della sua vittoria, dicendo addirittura che Catilina era stato vinto del tutto. Il terrore sarà assente nella città. Ora tutto sarà più semplice per l’intera città e i rivoltosi saranno facilmente sconfitti. Il suo tono è esaltante, ma ha molto rammarico in sé, poiché avrebbe desiderato la sua morte, magari davanti ai suoi occhi. A ciò aggiunge la descrizione delle categorie di cui è formato l’esercito di Catilina. Il primo gruppo è formato dagli uomini più rispettabili, ricchi e delusi dallo stato; la seconda di coloro che, se pur ricolmi di debiti, mirano al potere e s'illudono di acquisirlo; la terza è formata da uomini ormai anziani, ma attivi su ogni fronte. La quarta è varia, composta da gente ormai rovinata e sollevata da lontani sogni di potere; la quinta da assassini, sicari. L’ultima comprende tutti gli uomini più fidati di Catilina: loro sono la feccia della società, secondo Cicerone, e scomparso Catilina, scompariranno presto anche loro.

Oratio III[modifica | modifica wikitesto]

La terza orazione si svolge il 3 dicembre di fronte al pubblico e in quest’occasione Cicerone descrive in che modo furono catturati tutti i complici di Catilina. Infatti essi non avevano lasciato Roma e Cicerone si adoperò per fermare ognuno dei nefandi. A testimonianza della loro colpevolezza delle lettere che descrivevano ogni infame gesto. Ognuno confessò, nessuno o pochi si ritirarono dalle pene. A Cicerone vengono rivolti i massimi ringraziamenti per il coraggio dimostrato e intelligenza con la quale affrontò la minaccia. Cicerone, tuttavia, non si prende alcun merito, ma considera gli dei fautori del suo grandioso successo, come lo definisce lo stesso autore: per Cicerone sono gli dei gloriosi ad aver compiuto l’impresa e devono essere lodati e pregati. Cicerone non chiede alcun premio, ma solo l’immortale ricordo della giornata vittoriosa, perché non potrebbe esistere premio migliore.

Oratio IV[modifica | modifica wikitesto]

Il 5 dicembre Cicerone si esprime in Senato sulle sorti degli arrestati. Pur non pronunciandosi espressamente a favore della pena di morte, richiama al giudizio i senatori, affinché votino per il bene della patria. Conclude dicendosi pronto ad assumersi tutta la responsabilità: così i Catilinari vennero giustiziati.

Pubblicazione[modifica | modifica wikitesto]

Le Catilinarie vennero scritte e pubblicate tre anni più tardi a cura di Tito Pomponio Attico. Viene spontaneo immaginare che il testo redatto a tre anni di distanza subì le dovute modifiche.

Le orazioni vennero pubblicate una prima volta nel 60 a.C. da Attico in un corpus di 12 orazioni ciceroniane, e un'altra volta per opera di Tirone in una raccolta di tutti i suoi discorsi.

Fu questa edizione quella tramandata dai copisti nei secoli successivi.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]