O tempora, o mores!

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O tempora, o mores!, locuzione latina, è una frase di Cicerone, dal quarto libro della sua seconda orazione contro Verre (capitolo 25) e dalla Prima Orazione contro Catilina. Si traduce letteralmente come Che tempi...! Che costumi...![1]

Nel suo discorso di apertura contro Catilina, Cicerone deplora la perfidia e la corruzione dei suoi tempi. Cicerone è frustrato dal fatto che, nonostante tutte le prove compilate contro Catilina, che stava cospirando per rovesciare il governo romano e assassinare Cicerone stesso, e nonostante il fatto che il Senato avesse dato il Senatus consultum ultimum, Catilina non era ancora stato giustiziato. Cicerone continua descrivendo i vari episodi della storia romana in cui dei consoli hanno ucciso dei cospiratori con prove minori, a volte - nel caso dell'ex console Lucio Opimio, uccisore di Gaio Gracco (uno dei fratelli Gracchi) - sulla base del solo "quasdam seditionum suspiciones", sospetto di insurrezione (sezione 2, Linea 3).

Questa frase è ora usata, anche ma non solo nella lingua italiana, per criticare usi e costumi del presente, per lo più in tono ironico o sarcastico.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Cicerone, In L. Catilinam orationes, I, 2; Actionis in C. Verrem secundae, IV, 55. Marziale, IX, 70.

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