Senatus consultum ultimum

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Il Senatus consultum ultimum (cioè "Ultimo decreto del Senato"), o anche Senatus consultum de re publica defendenda (cioè "Decreto del Senato per la difesa dello stato") è un termine[1] utilizzato per descrivere un decreto senatorio (il Senatus consultum) emesso come extrema ratio in caso di emergenza che fu tipico dell'ultima fase della Repubblica. Si trattava di una delibera del senato della antica Roma repubblicana con cui, dai tempi dei Gracchi, la fazione aristocratica aveva di fatto emendato la costituzione romana, introducendovi una clausola di stato di emergenza («videant consules ne quid res publica detrimenti capiat»).

Questo decreto rimpiazzava di fatto la figura e le funzioni del dittatore, conferendo ai magistrati investiti dell'imperium, o a un importante capo militare, poteri semi-dittatoriali con cui riportare l'ordine e difendere lo Stato. Tra i poteri era compreso anche quello di uccidere coloro contro cui il decreto era stato emesso (cosa che, invece, poteva di norma avvenire solo dopo un voto dell'assemblea dei cittadini).

Usualmente il decreto deliberava che consules darent operam ne quid detrimenti respublica caperet, oppure con formule analoghe come Caveant consules (o Videant consules) ne quid detrimenti res publica capiat "i consoli stiano attenti affinché lo stato non subisca alcun danno".

Conseguenze costituzionali del consultum[modifica | modifica sorgente]

La principale criticità del ricorso a questo decreto soggiaceva nella sua semplicità: non si poneva, infatti, alcun limite all'autorità dei consoli, che, pertanto, avevano il diritto di privare i cittadini delle garanzie di cui godevano normalmente.

Ad esempio, nel 63 a.C., Marco Tullio Cicerone poté, in base all'autorità conferitagli dal consultum ultimum, procedere all'esecuzione extra-giudiziale di alcuni uomini sospettati di complicità nella congiura di Catilina; tra questi, fu giustiziato anche l'ex console Publio Cornelio Lentulo Sura. Normalmente, solo un'assemblea dei comizi centuriati avrebbe potuto condannare un uomo all'interno della città di Roma.

Cicerone ritenne e sostenne di fronte al senato che, data la straordinaria gravità della crisi, il consultum gli avesse concesso tale facoltà in quelle determinate circostanze. Gaio Giulio Cesare ed altri obiettarono che il consultum non poteva scavalcare le leggi fondamentali dello Stato romano, e che in sostanza con esso dovesse intendersi che i consoli dovevano fare tutto il possibile per risolvere l'emergenza, ma sempre all'interno del sistema di leggi vigenti. La questione non fu mai definita una volta per tutte, sebbene Cicerone sia stato esiliato nel 58 usando a pretesto queste esecuzioni (ma la condanna all'esilio venne per iniziativa di uno dei suoi nemici politici, Publio Clodio Pulcro, e pertanto probabilmente non può essere considerata un provvedimento totalmente pertinente alla questione).

Il consultum fu attuato nella prima metà del II secolo a.C. per regolamentare i misteri bacchici a Roma, durante la scalata al potere del più giovane dei Gracchi, Gaio, nel 121 a.C., quindi in occasione della marcia su Roma di Lepido nel 77 a.C., della congiura di Catilina nel 63, e infine quando Cesare attraversò il Rubicone nel 49 a.C. Con l'avvento del principato, il senato non ebbe più motivo né facoltà per attuare ulteriormente questo decreto.

All'epoca di Gaio Sempronio Gracco[modifica | modifica sorgente]

Con l'introduzione dei comizi tributi (rappresentanti del popolo) e con l'assegnazione delle province, l'opera rivoluzionaria di Gaio Gracco poteva dirsi compiuta. La riforma più ardita, fu la concessione della cittadinanza romana ai latini e di quella latina agli italici, che egli propose nel maggio del 122 a.C. Ciò segnò la sua rovina.

L'opposizione al suo disegno di legge trovò concordi il Senato, la maggior parte dei cavalieri e pressoché tutta la plebe, egoisticamente gelosa dei propri privilegi. I nobili gli gettarono contro il collega Marco Livio Druso e il triumviro Gaio Papirio Carbone.

Gaio perse molta della sua popolarità e non fu rieletto al tribunato. Inoltre, nel giorno in cui si presentò in Campidoglio per difendere davanti all'assemblea del popolo la sua legge, scoppiò un grave tumulto tra le parti avverse. Il Senato proclamò allora il Senatus Consultum Ultimum, mentre Gaio si ritirava con i suoi fedeli sull'Aventino, dove fu attaccato dalle truppe del console Lucio Opimio. Sopraffatto, fuggì al di là del Tevere, dove, secondo la tradizione più accreditata, si fece uccidere da un servo nel bosco delle Furie. Con lui morirono anche circa tremila cittadini, vittime di una feroce repressione.

Casi di utilizzo di cui sia giunta notizia[modifica | modifica sorgente]

In totale, dei senatus consulta ultima di cui ci sia giunta notizia, 14 sono ritenuti di certa storicità, uno è dibattuto nell'ambito specialistico e due sono considerati non storici.

Questi sono i 14 senatus consulta ultima di certa storicità:

Plutarco parla di un senatus consultum ultimum per il 133 a.C. contro Tiberio Gracco[6], che non tutti i ricercatori ritengono storico. In questa circostanza si racconta che, alla ricerca di sostegno nella lotta per reprimere i moti sociali dei Gracchi, la fazione aristocratica nel 132 a.C. si rivolse al Senato chiedendo contro Tiberio Sempronio Gracco l'emanazione di una delibera che investisse i consoli dei poteri dittatoriali (cioè quelli propri del dittatore, che a tempo limitato in occasioni di guerre in atto poteva accedere al pomerio civico di Roma con l'esercito in armi); ma il giurista P. Mucio Scevola si oppose alla sua approvazione, eccependone l'estraneità ai "mores" su cui era costruito l'ordinamento costituzionale romano. Il Senato si limitò quindi a conferire ai consoli l’incarico di instaurare contro i partigiani di Tiberio, dichiarati "hostes populi Romani", tribunali straordinari le cui sentenze di morte avrebbero potuto eseguirsi senza diritto del condannato alla provocatio ad populum.

Solo nei confronti di Gaio Sempronio Gracco si hanno, invece, evidenze storiche di una prima approvazione della delibera in questione, che conferiva ai consoli il potere di assumere determinazioni straordinarie (anche a sacrificio delle libertà dei cittadini) "rei publicae servandae" (per la salvezza della repubblica). Ciò avvenne per sopravanzare la forza legale della Lex de capite cive, con cui Gaio Sempronio Gracco aveva inteso impedire che in futuro vi fossero nuovi attentati alla provocatio ad populum.

Sono, infine, ritenuti totalmente frutto di invenzione i senatus consulta ultima nominati da Tito Livio per gli anni 464 e 384 a.C.

Evoluzione dell'istituto e rapporto con la provocatio ad populum[7][modifica | modifica sorgente]

Del medesimo potere si valse Silla per scacciare Mario e proscriverne i seguaci, nonché Cicerone per sventare la congiura di Catilina: in questo secondo caso si ebbe, nei confronti dei catilinari reclusi al carcere mamertino, un primo caso di saldatura della delibera di poteri dittatoriali ai consoli e del potere di eseguire immediatamente le condanne così inflitte.

Nuovamente emesso contro Cesare nel 49 a.C., il senatusconsultum ultimum fu così definitivamente denominato dalla sua vittima [8]: era la "ultima" misura possibile per salvare la repubblica: ma dal suo sempre più frequente ripetersi, scaturì invece l'instabilità del sistema delle garanzie che l'antico patto repubblicano tra le classi aveva costituito, ed alla fine gettò le basi delle guerre sociali, della dittatura di Cesare e del principato di Augusto.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Cesare, Bellum Civile, I, 5.
  2. ^ Plut. C. Gracchus 14.1-2.
  3. ^ De viris illustribus 73.10.
  4. ^ Plut. Cicerone 22.
  5. ^ H. H. Scullard, From the Gracchi to Nero: A History of Rome 133 BC to AD 68, Taylor & Francis, 2010, p. 95 [1]
  6. ^ Plut. Ti. Gracchus 19.3.
  7. ^ Carlo Venturini, Per una riconsiderazione della "provocatio ad populum" (a proposito della "lex Valeria" del 300 a.C.) in Rivista storica dell'antichità, (2005), 35.
  8. ^ Gaio Giulio Cesare, De bello civili (I,5,3).

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • L. Fezzi, Il tribuno Clodio, Roma-Bari, Laterza 2008

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]