Cesaricidio

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Vincenzo Camuccini: La morte di Cesare. Olio su tela, (1798).

Il termine cesaricidio indica l'assassinio di Gaio Giulio Cesare, avvenuto il 15 marzo del 44 a.C. (le Idi di marzo), ad opera di un gruppo di circa sessanta senatori i quali si consideravano custodi e difensori della tradizione e dell'ordinamento repubblicani e che, per loro cultura e formazione, erano contrari a ogni forma di potere personale. Perciò, temendo che Cesare volesse farsi re di Roma (concetto impensabile per i Romani), decisero che era giunto il momento di eliminare il dittatore. Alcuni di loro furono comunque spinti a compiere questo gesto da motivi meno nobili, come il rancore, l'invidia e le delusioni per mancati riconoscimenti e compensi.

Contesto storico[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Primo triumvirato, Conquista della Gallia e Guerra civile tra Cesare e Pompeo.

Console nel 59 a.C., Gaio Giulio Cesare guidò vittoriosamente come proconsole le legioni romane tra il 58 e il 50 a.C., durante le campagne in Gallia. L'alleanza politica con Gneo Pompeo Magno e Marco Licinio Crasso, denominata primo triumvirato, garantiva la situazione dell'Urbe, e doveva permettere a Cesare di portare a compimento la sua campagna senza le interferenze degli esponenti della fazione degli ottimati, suoi avversari. Dopo la morte di Crasso nel 53 a.C. a Carre, tuttavia, l'accordo tra Cesare e Pompeo si andò progressivamente incrinando: il secondo si fece interprete delle tendenze conservatrici del senato osteggiando l'operato cesariano nelle Gallie e tentando di sottrarre allo stesso Cesare il comando delle legioni assegnategli in precedenza.

Nonostante i tentativi di mediazione formulati da ambo le parti, risultò impossibile giungere ad una soluzione di compromesso, e il 10 gennaio del 49 a.C. Cesare attraversò in armi il fiume Rubicone, che delimitava il confine all'interno del quale non era consentito che un generale marciasse in armi. L'atto di Cesare ebbe dunque l'effetto di una reale dichiarazione di guerra contro la Repubblica: gli ottimati si strinsero attorno a Pompeo che lasciò l'Italia per trasferire le sue forze nella penisola balcanica. Cesare, assicuratosi il controllo di Roma e sconfitte in seguito le forze pompeiane in Spagna, raggiunse il rivale sulle coste dell'attuale Albania, dove fu sconfitto a Dyrrhachium; i due eserciti si scontrarono poi nuovamente, nell'agosto del 48 a.C., presso Farsalo, in Tessaglia, dove Cesare ottenne la decisiva vittoria sul rivale. Pompeo fuggì allora verso l'Egitto, dove fu ucciso dai sicari del re Tolomeo XIII.

Lanciatosi all'inseguimento del nemico sconfitto, Cesare giunse in Egitto poco dopo l'assassinio di Pompeo; in qualità di rappresentante di Roma, dove era stato nominato nuovamente console, pose sul trono Cleopatra VII, scatenando la guerra alessandrina, che lo tenne occupato per alcuni mesi. Dopo aver posto fine ai disordini in Egitto grazie all'arrivo di un esercito inviato in suo soccorso, Cesare sconfisse a Zela le forze del re del Ponto Farnace II, e intraprese poi una difficile campagna in Africa contro gli ottimati, riorganizzatisi sotto la guida di Marco Porcio Catone. Vinti i nemici nella battaglia di Tapso, poté tornare a Roma dove, celebrati quattro trionfi per le sue campagne vittoriose, diede inizio a una profonda riforma della Repubblica, che riorganizzò sotto il suo sostanziale controllo, pur limitandosi ad esercitare il proprio potere secondo le forme costituzionali del consolato e della dittatura.

La congiura[modifica | modifica wikitesto]

Le prime avvisaglie[modifica | modifica wikitesto]

Negli ultimi mesi del 46 a.C. Cesare partì per la Spagna,[1] dove affrontò gli eserciti della fazione pompeiana strettisi attorno ai figli di Pompeo Magno, Gneo e Sesto, e guidati da Tito Labieno, che aveva militato in Gallia sotto lo stesso Cesare come luogotenente; i due schieramenti si affrontarono il 17 marzo del 45 a.C. nella decisiva battaglia di Munda, che sancì la vittoria della fazione cesariana.[1]

La definitiva sconfitta della fazione pompeiana procurò a Cesare le antipatie di buona parte dei sostenitori della Repubblica, che temevano l'instaurazione di un regime a carattere monarchico, che sarebbe risultato inviso a tutti i Romani. Notevoli malcontenti, tuttavia, si generarono anche all'interno dello stesso partito cesariano: alcuni dei più fidati collaboratori di Cesare, tra cui Marco Antonio e Gaio Trebonio, erano stati esclusi dalla campagna spagnola o posti in secondo piano durante le azioni belliche, e covavano dunque un certo risentimento nei confronti del loro stesso leader, cui erano stati fino ad allora profondamente devoti.[2] Le tendenze al potere autoritario di Cesare, il protrarsi delle guerre civili, le pressioni dei gruppi anticesariani interni al senato e le rivalità esistenti tra gli stessi componenti dell'ambiente cesariano crearono una situazione favorevole allo sviluppo di progetti di congiura che dovevano risolversi con l'uccisione del dittatore;[2] alcune scelte dello stesso Cesare, d'altro canto, quali le aperture verso personaggi che non gli si erano mai mostrati benevoli, apparivano alquanto discutibili agli occhi dei suoi collaboratori, e non facevano che alimentarne il risentimento.[2] Trebonio, ad esempio, convinto repubblicano che si era in passato opposto alla politica popolare del tribuno della plebe Publio Clodio Pulcro per poi passare alla fazione cesariana,[3] era stato messo da parte, dopo aver avuto un importante ruolo nell'assedio di Marsiglia,[4] per aver fallito nel tentativo di sconfiggere Gneo Pompeo il Giovane in Betica prima dell'arrivo di Cesare.[5] Incoraggiato probabilmente dal "sistema di potere che Cesare tentava di costruire fuoriuscendo con molte incertezze e soluzioni dalla vecchia legalità repubblicana",[5] Trebonio aderì, nell'estate del 45 a.C.,[6] mentre Cesare era ancora impegnato a completare il processo di pacificazione della Spagna, ad un progetto di congiura che mirava ad eliminare il generale vittorioso, probabilmente nato all'interno dello stesso ambiente cesariano e dunque non direttamente riconducibile alla congiura che sarebbe stata portata a compimento alle Idi di marzo del 44 a.C.[2]

Le Idi di marzo[modifica | modifica wikitesto]

La morte di Cesare di Jean-Léon Gérôme (1859)

Le Idi di marzo (latino: Idus Martii) è il nome del 15 marzo nel calendario romano. Il termine idi era utilizzato per il 15º giorno dei mesi di marzo, maggio, luglio e ottobre, e per il 13º degli altri mesi.[7][8]. Le idi di marzo erano un giorno festivo dedicato al dio della guerra, Marte.

Spesso il termine idi di marzo viene utilizzato per indicare la data dell'assassinio di Giulio Cesare, avvenuto il 15 marzo del 44 a.C. ad opera di Decimo Giunio Bruto, Marco Giunio Bruto, Gaio Cassio Longino e altri cospiratori.

La data (15 marzo) è famosa perché Gaio Giulio Cesare venne assassinato alle Idi di marzo del 44 a.C. Svetonio racconta che dopo il delitto:

(LA)

« Curiam, in qua occisus est obstrui placuit Idusque Martias Parricidium nominari, ac ne umquam eo die senatus ageretur. »

(IT)

« Si decise di murare la Curia in cui fu ucciso, di chiamare Parricidio le Idi di marzo e che mai in quel giorno il Senato tenesse seduta. »

(Svetonio, Vite dei Cesari, I, 88., Newton Compton, Roma, 1995. tradd.: Casorati, Medici, Pagan, Valerio)

Secondo Plutarco, Cesare era stato avvisato del pericolo ma non aveva preso in considerazione tali avvertimenti:

« Cosa ancor più straordinaria, molti dicono che un certo veggente lo preavvisò di un grande pericolo che lo minacciava alle idi di marzo, e che quando giunse quel giorno, mentre si recava al Senato, egli chiamò il veggente e disse, ridendo, "Le idi di marzo sono arrivate"; al che egli rispose, soavemente, "Sì; ma non sono ancora passate" »
(Plutarco)

La congiura sembrava del resto facile, perché Cesare, considerandosi ormai intoccabile dopo la vittoria nella guerra civile contro Pompeo e dopo che il Senato aveva giurato di proteggerlo, aveva congedato i duemila ispanici della sua guardia personale. I cesaricidi veri e propri non furono più d'una ventina, tutti pretori o senatori, tranne un consolare, mentre gli aderenti alla congiura ed i fiancheggiatori furono in numero variabile tra una sessantina ed un'ottantina, divisi in due schiere: i repubblicani che non si rassegnavano al cambio epocale che si stava instaurando nella reggenza dello stato ed i cesariani delusi dal comportamento del dittatore. Tra i repubblicani, quasi tutti furono graziati da Cesare, Ligario addirittura due volte. Tra i cesariani, molti furono validi collaboratori e veterani delle campagne militari di Cesare, che agirono soprattutto per rancori personali in virtù delle posizioni non apicali loro assegnate nella riforma dello stato. Nella seduta senatoria del 15 marzo del 44 a.C., i congiurati pugnalarono ventitré volte Cesare, che, secondo la tradizione storiografica, morì ai piedi della statua del suo vecchio nemico, Pompeo Magno. Tra i cesaricidi si annoverano Casca (il primo a colpirlo al collo), Decimo Giunio Bruto (legato di Cesare in Gallia, ufficiale della flotta nella guerra contro i Veneti), Marco Giunio Bruto (figlio di Servilia Cepione, amante di Cesare) e Gaio Cassio Longino (che era riuscito a sopravvivere alla disfatta di Carre ed era poi divenuto uno degli ufficiali di Pompeo a Farsalo).

L'eliminazione di Cesare non servì però ad arrestare il processo ormai irreversibile della fine della Repubblica. La morte del dittatore innescò infatti una serie di eventi che portarono all'emergere di Ottaviano, figlio adottivo ed erede di Cesare. Nelle successive elezioni consolari furono eletti due nipoti di Cesare: Ottaviano e Quinto Pedio che propose la lex Pedia che condannava all'esilio tutti i Cesaricidi, che invece avevano chiamato loro stessi liberatores. Proprio Ottaviano, dopo aver combattuto la guerra civile contro Marco Antonio (che era stato stretto collaboratore del defunto dittatore), pose fine alla Repubblica e instaurò il Principato. Gran parte dei cesaricidi morì di morte violenta già l'anno successivo la congiura, nel 43 a.C., nelle lotte intestine che videro prevalere i cesariani sui repubblicani. Nel 30 a.C. non risultava più in vita alcun cesaricida.

Il medico Antistione fu incaricato di eseguire l'esame autoptico sul cadavere di Cesare, allo scopo di accertare la causa di morte. Detto esame era previsto dalla Lex Aquilia, la quale stabiliva non bastasse la morte del ferito per dichiarare mortale una ferita, ma dovesse essere provato dai medici che la sua morte era derivata esclusivamente da quella ferita. Dall'esame risultò che una sola delle 18 ferite era da considerarsi mortale, la seconda, per ordine temporale.[9]

Bruto - Denario Diritto// BRVT IMP L PLAET CEST, testa di Bruto dx.; Rovescio:- EID MAR, pileo tra due pugnali. Cr 508/3, Syd 1301.
Da Eckhel.

Nelle lotte di potere che seguirono la morte di Cesare, i cesaricidi perirono uno dopo l'altro, in una scia di vendette e di sangue che si concluse solo il 42 a.C., quando, nella battaglia di Filippi, Bruto[10] e il cognato e amico Cassio furono sconfitti da Antonio ed Ottaviano, che in questo frangente erano alleati. Dopo la disfatta, Bruto e Cassio si tolsero la vita. Dante Alighieri, nella sua Commedia, li inserirà nella parte più profonda dell'Inferno, la Giudecca, tra le fauci dello stesso Lucifero, assieme a Giuda Iscariota. Essi sono infatti considerati traditori dell'impero.

I cesaricidi[modifica | modifica wikitesto]

(nome latino)

La fine dei congiurati[modifica | modifica wikitesto]

I congiurati morirono tutti di morte violenta tra il 43 a.C. ed il 30 a.C.. Morirono uccisi in battaglia, suicidandosi o venendo assassinati. Di seguito un breve elenco dei più rappresentativi cesaricidi e della fine che fecero:

  • Caio Cassio Longino suicida nella battaglia di Filippi 42 a.C.
  • Marco Giunio Bruto suicida nella battaglia Filippi 42 a.C.
  • Decimo Bruto Albino ucciso in Gallia per ordine di Marco Antonio 43 a.C.
  • Caio Servilio Casca Longo ucciso nella battaglia Filippi 42 a.C.
  • Publio Servilio Casca Longo ucciso nella battaglia di Filippi 42 a.C.
  • Caio Trebonio ucciso in Asia per ordine di Publio Cornelio Dolabella 43 a.C.
  • Lucio Tullio Cimbro ucciso nella battaglia di Filippi 42 a.C.
  • Sesto Nasone, fine ignota (probabilmente assassinato).
  • Quinto Ligario, fine ignota (probabilmente assassinato).
  • Minucio Basilio, assassinato nel 43 a.C.
  • Rubrio Ruga, fine ignota (probabilmente assassinato).
  • Ponzio Aquila, ucciso nella battaglia di Modena 43 a.C.
  • Marco Spurio, fine ignota (probabilmente assassinato).
  • I fratelli Cecilio Buciliano, fine ignota (probabilmente assassinati).
  • Antistio Labeone fine ignota (probabilmente assassinato).
  • Cassio Parmense ucciso per ordine di Cesare Ottaviano ad Atene (catturato dopo Azio, 31 a.C.).
  • Petronio ucciso ad Efeso per ordine di Marco Antonio nel 41 a.C.
  • Turullio ucciso per ordine di Ottaviano dopo Azio nel 31 a.C.
  • Servio Sulpicio Galba, fine ignota (probabilmente assassinato).

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b Canfora, p. 471.
  2. ^ a b c d Canfora, p. 294.
  3. ^ Canfora, p. 295.
  4. ^ Cesare, De bello civili, II, 1-16.
  5. ^ a b Canfora, p. 296.
  6. ^ Canfora, p. 293.
  7. ^ Idi: Definizione e significato di Idi – Dizionario italiano – Corriere.it
  8. ^ Ides - Definition and More from the Free Merriam-Webster Dictionary
  9. ^ Francesco Pucinotti, Lezioni di medicina legale, Mancini-Cortesi, Macerata, 1835, vol. 1º, pag. 15
  10. ^ L'ipotesi diffusa che Bruto fosse figlio di Cesare è scarsamente sostenibile, anche se la madre di Bruto, Servilia Cepione era l'amante di Cesare, poiché tra i due vi erano solo quindici anni di differenza
  11. ^ Appiano, Guerre civili, II.16.113
  12. ^ a b c d e f Appiano, Guerre civili, II.16.113
  13. ^ Appiano, Guerre civili II.16.117
  14. ^ Appiano, Guerre civili V.1.7
  15. ^ Velleio Patercolo, II.86.3
  16. ^ Appiano, Guerre civili, II.16.113, 117
  17. ^ Cassio Dione, LI.8.2

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Roberto Cristofoli, Dopo Cesare. La scena politica romana all'indomani del cesaricidio, Edizioni Scientifiche Italiane, 2002
  • Michael Parenti, The Assassination of Julius Caesar: A People's History of Ancient Rome, The New Press, 2003. ISBN 1-56584-797-0.
  • Tommaso Gazzolo, Montequieu eversivo: il cesaricidio è un'"azione divina", in montesquieu.it

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