Secondo triumvirato

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Secondo triumvirato è il nome che gli storici danno all'alleanza stipulata tra Ottaviano Augusto, Marco Antonio e Marco Emilio Lepido. Questa alleanza durò fino al 33 a.C., per dieci anni, poi non venne rinnovata.[1]

A differenza del primo triumvirato, che era solo un accordo privato, il Secondo Triumvirato fu una organizzazione ufficiale, anche se extra costituzionale, che ricevette l'imperium maius.

Contesto storico[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Idi di Marzo e Guerra civile romana (44-31 a.C.).
La morte di Cesare, di Jean-Léon Gérôme

La morte di Cesare aprì una fase di grave instabilità interna alla res publica romana. Le ragioni per cui fu ordita la congiura contro Cesare sono da ricercare nei poteri quasi monarchici che questi aveva accumulato dopo la vittoria su Pompeo. Gli assassini, definiti dagli storici cesaricidi, furono mossi da una atavica avversione contro ogni forma di potere di tipo personale e assoluto, in nome delle tradizioni e delle libertà repubblicane. Il limite dell'azione dei congiurati fu la mancanza di un disegno politico preciso e coerente, tant'è vero che fu facile per i seguaci del dittatore porre fine al loro disegno e a costringerli alla fuga.
La scena politica fu presto egemonizzata da Marco Antonio; il quale fu un fedele e abile generale di Cesare, ne seguì le sorti per tutto il conflitto e nel 44, anno della congiura, ricopriva la carica consolare come suo collega. Presto si rivelarono le sue vere intenzioni: prendersi l'eredità politica di Cesare e ripercorrerne le orme. Ciò fu visto come un pericolo dal Senato, per questo fu emesso un senatoconsulto ultimo dove il futuro triumviro fu dichiarato nemico pubblico e contro di lui furono levati due eserciti, guidati dai consoli del 43 Irzio e Pansa. Lo scontro avvenne nell'aprile dello stesso anno presso Modena dove Decimo Bruto si era asserragliato con le sue forze (pare su suggerimento di Ottavio). Antonio ebbe la peggio e fu costretto a fuggire in Gallia dove fu accolto e protetto da Lepido, il quale aveva fatto una leva in Spagna Citeriore e nella Gallia Narbonese.
Il Senato usò anche un'altra arma contro il giovane generale: il figlio adottivo di Cesare, ossia Gaio Ottavio Turino. Questi al momento della congiura si trovava ad Apollonia per studio e in attesa del prozio per seguirlo nella spedizione partica. Tornato a Roma si fece apprezzare per le sue doti politiche e mostrò una freddezza e una sicurezza che gli procurarono numerose simpatie, tra queste anche quelle di Cicerone. Del pericolo rappresentato da Ottavio se ne rese conto lo stesso Antonio, anche perché questi sapeva che il giovane sarebbe stato un suo formidabile e pericoloso avversario, anche in virtù del fatto che era il figlio adottivo ed erede universale di Cesare. Per questo non mancò di dileggiarlo e di impedire la ratifica legale della sua adozione.

Abile e spregiudicato, il giovane figlio adottivo di Cesare seppe approfittare della situazione per imporsi sulla scena politica e non essendo rientrati i due consoli del 43 a.C. si candidò al consolato per l'anno successivo. Al diniego del senato (adotto per la sua giovane età), il futuro imperatore rispose marciando su Roma con le sue legioni (costituite da veterani cesariani e a lui fedeli in quanto figlio del dittatore).

Eletto dai comizi, il nuovo console come primo atto revocò l'amnistia per i cesaricidi e istituì un tribunale per giudicare le loro colpe. Poi dopo aver fatto riconoscere la sua adozione (avvenuta nel 45) e mutato il nome in Gaio Giulio Cesare Ottaviano, decise di riappacificarsi con Lepido ed Antonio[2].

La lex Titia[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Lex Titia.
Aureo romano ritraente l'effigi di Marco Antonio (sinistra) e Ottaviano (destra) emesso nel 41 a.C. per celebrare il secondo triumvirato. Si noti l'iscrizione 'III VIR R P C' (Triumviri Rei Publicae Constituendae Consulari Potestate) su entrambi i lati.

L'incontro tra i tre maggiori eredi di Cesare fu organizzato da Lepido su un'isoletta del fiume Reno, presso l'allora colonia romana di Bononia, odierna Bologna. Il patto, valido per un quinquennio, fu legalizzato ed ebbe validità istituzionale con la Lex Titia del 27 novembre 43 a.C. Ufficialmente i membri furono conosciuti come Triumviri Rei Publicae Constituendae Consulari Potestate (Triumviri per la Costituzione della Repubblica con Potere Consolare, abbreviato come "III VIR RPC"). Svetonio racconta di un episodio curioso accaduto proprio in questa circostanza:

« Quando le armate dei triumviri si raccolsero a Bologna un'aquila che si era appollaiata sul tetto della tenda di Ottaviano, uccise e fece cadere a terra due corvi che l'avevano aggredita a destra e a sinistra. Tutto l'esercito ebbe il presagio che un giorno fra i tre triumviri ci sarebbe stata discordia, quella che poi accadde, e ne anticipò l'esito. »
(SvetonioAugustus, 96.)

L'accordo fu lo sviluppo naturale a cui portava la situazione creatasi dopo la morte di Cesare. Antonio e Ottaviano erano i principali eredi politici del dittatore ucciso l'anno prima; essi si ritrovarono nella comune opposizione agli ottimati -intenzionati ad abolire le riforme cesariane- e nella volontà di dare la caccia ai cesaricidi (i quali, intanto, con Bruto e Cassio, stavano organizzando imponenti forze in Oriente). Intanto Sesto Pompeo, figlio dell'avversario di Cesare, con le forze pompeiane superstiti e una potente flotta, teneva sotto controllo Sicilia, Sardegna e Corsica, e la usava per razziare le coste dell'Italia meridionale seminando il terrore.

L'accordo era necessario soprattutto per Ottaviano, il quale voleva evitare di trovarsi fra due fuochi, da una parte Antonio con 17 legioni (comprese quelle dategli da Lepido, suo partigiano) e dall'altra le già ricordate forze dei cesaricidi in Oriente. Dall'incontro ne uscì una spartizione delle provincie, inizialmente a lui sfavorevole: ad Antonio sarebbe spettato il proconsolato nella Gallia Cisalpina e Comata, a Lepido la Gallia Narbonense e le Spagne, ad Ottaviano l'Africa, la Sicilia, la Sardegna e la Corsica.

Per reperire i fondi necessari per la campagna in Oriente e per vendicare la morte di Cesare, i tre redassero le "liste di proscrizione" degli avversari da eliminare ed incamerarne così i beni. A Roma e in Italia si scatenò quindi una caccia all'uomo senza eguali e in molti casi più feroce e indiscriminata di quella operata dopo la vittoria di Silla su Gaio Mario.
Molte furono le vittime illustri: ben 300 senatori caddero sotto i colpi degli assassini e 2000 cavalieri ne seguirono la sorte. Tra di essi ci fu anche Cicerone, al quale Antonio non aveva perdonato le orazioni contro di lui raccolte nelle Filippiche. Ottaviano, pur essendo stato protetto ed incoraggiato dal grande intellettuale latino, non fece nulla per salvargli la vita.
Altra barbarie decisa dai triumviri fu l'uso di appendere ai rostri del foro le teste dei nemici uccisi e di dare una ricompensa proporzionale a chi la portava: 25.000 denari agli uomini liberi, 10.000 agli schiavi con l'aggiunta della manomissione e della cittadinanza [3].

I tre triumviri[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Marco Antonio, Ottaviano Augusto e Marco Emilio Lepido.
Ritratto di Marco Antonio

I tre protagonisti del patto avevano personalità molto diverse e, come si è visto, strinsero l'accordo per convenienza personale, piuttosto che per una sincera identità di vedute.

Marco Antonio era desideroso di raccogliere e proseguire l'opera già cominciata da Cesare: riforma in senso monarchico dello stato ed espansione ad Oriente dell'impero. Dopo aver dato pubblica lettura del testamento del dittatore, seppe usare per i suoi fini le ire popolari contro i cesaricidi, diventando così leader indiscusso del partito cesariano. Il suo consolato del 44 fu caratterizzato da politiche demagogiche e da una legislazione confusa. Percepì ben presto il pericolo rappresentato dal giovane Ottavio, sia in quanto erede universale di Cesare, sia perché era ben visto dagli ottimati. Costretto dopo Modena ob torto collo a condividere con il futuro rivale la scena politica, scatenò, come si è visto, sanguinose rappresaglie contro i propri nemici politici[4].

Ottaviano, figlio adottivo di Cesare, fu astuto e abile allo stesso tempo nello sfruttare la confusione creatasi dalle lotte fra i diversi partiti. Fu visto inizialmente, nonostante la pericolosa parentela, come paladino degli ottimati da contrapporre ad Antonio. Non a caso in occasione della battaglia di Modena accompagnò come propraetor i consoli con milizie a lui fedeli. Ben presto, però, fece pentire l'aristocrazia della scelta fatta e mostrò di voler vendicare il padre adottivo e raccoglierne l'eredità politica.
Seppe raggiungere subito in maniera spregiudicata la massima magistratura della Res publica con un vero e proprio colpo di Stato e, come vedremo, una volta entrato in contrasto con Antonio, si presentò come campione del mos majorum tanto caro all'aristocrazia senatoria e della conservazione e tutela dei valori della repubblica e delle sue istituzioni. Non fu solo bravo nel sapersi muovere nell'agone politico, ma si circondò di valenti uomini, come quel Marco Vipsanio Agrippa abile generale che gli regalò i suoi successi militari più importanti.
Marco Emilio Lepido, sostenitore di Cesare e poi di Antonio subito dopo le idi di marzo, fu invece presto un comprimario, una spalla degli altri due colleghi e in molti casi poco affidabile. Di fronte al crescere della personalità e dell'importanza degli altri triumviri, egli fu sempre più relegato ai margini della scena politica. Dopo Filippi, che come vedremo fu la vittoria definitiva sui cesaricidi, ottenne solo l'Africa. Chiamato a sostenere Ottaviano contro Sesto Pompeo in Sicilia (36 a.C.), fu un alleato poco fedele e giunse alla fine col patteggiare per il figlio di Pompeo Magno. Abbandonato dai soldati, dovette arrendersi e chiedere perdono a Ottaviano (ormai padrone dell'Occidente). Per punizione fu costretto a rinunciare alle otto legioni giunte in Sicilia al seguito di Sesto Pompeo che aveva preso al comando, le magistrature affidategli (mantenendo solo quella di pontifex maximus, titolo puramente onorifico) e ritirarsi a vita privata a Circei fino alla morte (ca. 12 a.C.)[5].

Lo scontro con i cesaricidi e Sesto Pompeo[modifica | modifica wikitesto]

Il patto permise ai tre di prendere il controllo politico dell'Italia e di tutto l'Occidente, dopo le proscrizioni molti ottimati si rifugiarono o presso i cesaricidi, che stavano organizzando una grossa spedizione contro i triumviri, o presso Sesto Pompeo. La sconfitta dei nemici comuni a Filippi e Nauloco consegnò l'intero impero in mano ad Ottaviano e Antonio.

Battaglia di Filippi[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Battaglia di Filippi.

Avendo dimostrato di non avere un piano politico ben preciso dopo l'eliminazione di Cesare, i congiurati presi di sorpresa dalla reazione dei cesariani fuggirono dall'Italia. Ciò fu dovuto anche dall'atteggiamento minaccioso assunto dai veterani del dittatore appena ucciso. Essi erano ansiosi di ricevere il compenso (ossia l'assegnazione di un appezzamento da coltivare) per i loro servigi.
A complicare la situazione per i cesaricidi, contribuì anche la lettura del testamento di Cesare fatta fare in pubblico da Marco Antonio alle sue grandiose esequie: 300 sesterzi a testa per i veterani, più le varie disposizioni in loro favore e delle classi popolari quando questi governò lo stato.
Marco Giunio Bruto e Cassio Longino si rifugiarono in Macedonia, dove arruolarono un'imponente armata, 19 legioni (ca. 80.000 uomini), pronta a passare l'Adriatico.
Decimo Bruto, invece, si rifugiò in Gallia Cisalpina, assegnatagli come provincia da governare. Dopo Modena vista la situazione peggiorare di giorno in giorno per lui, sia per la diserzione in massa dei suoi legionari in favore d'Ottaviano, sia perché ormai si trovava isolato dagli altri cesaricidi, Bruto decise di muoversi verso la Macedonia, ma fu ucciso da un gallo fedele ad Antonio.

Intanto Antonio e Ottaviano, mentre si accordavano e si spartivano le zone d'influenza in Occidente con Lepido e senza preoccuparsi del blocco navale di Sesto Pompeo, trasferirono anch'essi 19 legioni in Grecia. Lo scontro fra i due eserciti avvenne a Filippi nell'ottobre 42 a.C. sulla via Egnazia.

La prima fase della battaglia di Filippi

La battaglia si svolse in due fasi distinte: la prima (3 ottobre) vide vincitore Antonio su Cassio, che fu accerchiato e sbaragliato. Mentre Bruto ottenne un brillante successo sulle forze di Ottaviano. Messo in fuga il nemico e conquistate tre insegne militari (segno di vittoria), si attardò nel suo accampamento in cerca di prede. Cassio non vedendo il compagno e credutolo morto, si tolse la vita. Bruto pianse sul corpo di Cassio, chiamandolo "l'ultimo dei romani" ma impedì una cerimonia pubblica innanzi a tutto l'esercito per non abbatterne il morale. Intanto, la flotta che Antonio chiese a Cleopatra di inviargli per i rifornimenti e la conquista del porto presidiato dai nemici, si ritirò a causa di un forte temporale.
Alcune fonti alternative ritengono che fu l'esitazione di Bruto a fare di una vittoria una disfatta. I suoi uomini infatti non inseguirono quelli di Ottaviano, che ebbero tutto il tempo di riformarsi. Così, nell'epoca in cui Ottaviano prenderà il nome di Augusto diventando il primo imperatore della storia di Roma, era un detto alquanto diffuso: «Finisci la battaglia una volta che l'hai cominciata!».

La seconda fase della battaglia di Filippi

Il secondo scontro si svolse tre settimane dopo il primo; impazienti di dare battaglia e non avendo alcuna stima del proprio comandante, i legionari di Bruto lo spinsero a dare battaglia ai due triumviri, i quali intanto avevano schierato le proprie forze ed avevano cominciato a provocare gli avversari con urla ed insulti. Dopo che si furono posizionati, uno dei migliori ufficiali di Bruto si arrense, e questi decise di iniziare lo scontro.
Antonio, durante la battaglia, dopo aver diviso l'esercito in tre parti: ala sinistra, ala destra e centro, fece in modo che la propria ala destra procedesse verso destra, quindi, poiché l’ala sinistra del nemico doveva per forza procedere verso sinistra affinché il proprio esercito non fosse circondato, il centro dello schieramento di Bruto dovette allargarsi e indebolirsi per occupare lo spazio lasciato dallo spostamento dei propri commilitoni. Si venne comunque a creare anche uno spazio fra il centro di Bruto e la sua ala sinistra, sfruttato dai cavalieri avversari che vi entrarono spingendo il centro verso l'ala sinistra del proprio schieramento mentre la fanteria lo spingeva in avanti. Il centro quindi effettuò una torsione di 90 gradi tale da avere un fronte rivolto verso l'ala sinistra di Bruto. Sul fronte di questa divisione c’era la fanteria di Antonio, sul fianco sinistro la cavalleria e sul lato destro la fanteria che si occupava nel contempo del fianco destro nemico, che gli era stato affidato all'inizio della battaglia ed al quale il centro di Bruto si era accavallato durante la torsione. Questa fu la parte principale della tattica di Antonio in questa battaglia. Infine, l'attacco di Bruto fu respinto, il suo esercito mandato in rotta. I soldati di Ottaviano raggiunsero le porte dell'accampamento nemico prima che egli potesse chiudervisi dentro. Bruto riuscì a ritirarsi sulle colline circostanti con l'equivalente di sole quattro legioni. Vedendosi sconfitto, si suicidò.

Il successo che arrise ai cesariani è da imputare al fatto che il nemico presentasse un esercito troppo eterogeneo e poco amalgamato, a differenza di quello dei triumviri più omogeneo e compatto. Inoltre Antonio fu un abile stratega e seppe manovrare i propri veterani addestrati e consci delle prede e delle ricchezze che si schiudevano loro nell'opulento Oriente; cosa che invece non si può dire di quelli militanti nell'altra parte, spesso ignari del motivo per cui si combatteva, cosa che favorì molte diserzioni[6][7][8].

La sconfitta degli ultimi pompeiani[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Sesto Pompeo.
Denario di Sesto Pompeo battuto in occasione della sua vittoria sulla flotta di Augusto. Al dritto la Colonna Reggina con la statua di Nettuno/Poseidone, al rovescio Scilla, che ha battuto Augusto.

Le rappresaglie e le vendette dei cesariani, come già detto, furono crudeli e sanguinarie; molti proscritti fuggirono in Sicilia, in mano a Sesto Pompeo, seguiti a ruota da molti possidenti espropriati dei propri fondi, schiavi sbandati e da veterani pompeiani ancora in circolazione nell'impero. Intanto, la scena politica fu egemonizzata da Antonio e Ottaviano, i quali si spartirono il territorio dello stato in zone d'influenza: la soprintendenza dell'Oriente e la Gallia Narbonese al primo, le Spagne e la cura dell'Italia (pur formalmente indivisa fra i triumviri) a Ottaviano, il quale ben presto ebbe il controllo di tutto l'Occidente.
Lepido, invece, fu relegato al ruolo di comprimario affidandogli l'Africa e mantenendo la carica di pontifex maximus. Questa sua messa da parte fu dovuta anche al suo atteggiamento ambiguo tenuto nelle ultime vicende.

Antonio, intenzionato a vendicare, come era nei progetti di Cesare prima di morire, lo smacco subito da Crasso nella battaglia di Carre contro i Parti, rimase a lungo in Oriente, estorcendo e vessando le città e le provincie ree d'aver appoggiato Bruto e Cassio. In questa parte dell'impero visse una "vita inimitabile" di divinità in terra assieme alla bella ed affascinante amante Cleopatra.
Ottaviano, invece, si ritrovò a dover gestire la parte più difficile del dopo Filippi: sistemare e distribuire le terre promesse in Italia ai quasi 180.000 veterani del partito cesariano. Scelse diciotto città punibili per la loro infedeltà al triumvirato (tra queste sono da ricordare, da nord a sud, Trieste, Rimini, Cremona, Pisa, Lucca, Fermo, Benevento, Lucera, Vibo Valentia), confiscò i terreni degli abitanti e li distribuì ai suoi. L'operazione fu condotta in maniera indiscriminata e furono espropriate anche tenute di piccoli e medi proprietari che nulla centrarono con il partito pompeiano o quello dei cesaricidi. Tra questi è da ricordare la spoliazione delle proprietà della famiglia di Virgilio a Mantova, città fedele ai triumviri, ma colpita perché l'agro della vicina Cremona, infedele, non bastava per sistemare i nuovi coloni.
A causa di questi provvedimenti si creò un forte malcontento contro il giovane triumviro, fomentato anche da Lucio Antonio, fratello di Marco, e dalla cognata Fulvia, interessati a rendere difficile la situazione per Ottaviano. Ad aggravare il momento concorse anche il blocco navale dell'Italia meridionale operato dalla flotta di Sesto Pompeo, che rendeva difficili i rifornimenti annonari a Roma.
Per questi motivi scoppiarono nell'Urbe disordini, causati anche dalla crisi finanziaria che colpì i ceti minuti; in tutta Italia l'insoddisfazione per gli espropri fu usato da Lucio Antonio e Fulvia per scendere in armi, disponendo delle legioni di Antonio, e marciare contro Ottaviano. Questi fu pronto e grazie al suo valente generale, Marco Vipsanio Agrippa, represse e sconfisse i congiurati presso Perugia (inverno 41-40 a.C.).
Antonio, richiamato in Occidente dalle vicende italiane, si presentò a Brindisi con una potente flotta. Qui grazie all'intercessione del suo generale Asinio Pollione, di Mecenate e di Agrippa fu evitato uno scontro fratricida, non voluto perfino dagli stessi legionari, riluttanti a combattere contro i compagni di molte battaglie. Fu, per questo, raggiunto un accordo fra i due contendenti che ribadiva la situazione di fatto: ad uno l'Oriente, all'altro l'Occidente. In Italia, tenuta in posizione neutra tra i due contendenti, essi ebbero licenza d'arruolare un egual numero di forze.

Un ulteriore accordo fu raggiunto dai tre anche con Lucio Domizio Enobarbo, valente generale pompeiano e trisavolo di Nerone, e Sesto Pompeo. Sembrò quindi esser stata raggiunta la pace e la concordia nella Repubblica, tant'è che l'evento fu celebrato da Virgilio nella IV ecloga, dove si preannunciava una nuova era di pace con la nascita di un puer (che i commentatori medievali cristiani interpretarono come una premonizione dell'avvento di Cristo), ossia del figlio di Pollione, amico d'Antonio e promotore dell'intesa.
Ben presto però la situazione degenerò, Sesto Pompeo si sentì defraudato delle promesse fattegli da Antonio e riniziò ad infestare le coste italiane. Ottaviano rispose cingendo con la sua flotta lo stretto di Messina ma quando le sue forze cercarono di sbarcare furono duramente sconfitte.
Nel 37 i due triumviri s'incontrarono a Taranto e Antonio, lasciando ad Ottaviano 120 navi in rinforzo alle sue 300 unità, permise a questi di affrontare Pompeo davanti a Nauloco, di vincerlo e costringerlo alla fuga in Oriente. Messina in questa circostanza fu duramente saccheggiata. Lepido, ancora una volta, tenne un atteggiamento equivoco, si rivoltò alla fine contro Ottaviano e questi, dopo la vittoria, lo punì togliendogli l'Africa: rimasto con la sola carica di pontefice massimo, fu confinato a Circei, dove trascorse il resto dei suoi giorni[9]

Lo scontro tra i triumviri[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi battaglia di Azio.
Rappresentazione della battaglia di Azio in un quadro di Lorenzo A. Castro del 1672.

L'eliminazione degli ultimi pompeiani riunitisi attorno alla figura di Sesto Pompeo e la marginalizzazione di Lepido furono gli ultimi episodi della lunga contesa politica che precedette lo scontro tra Antonio e Ottaviano. Come si è visto i due rivaleggiarono ben presto nel contendersi l'eredità politica di Cesare. Solo i buoni uffici di Lepido e le circostanze spinsero i due a tralasciare gli odi reciproci e di giungere ad un'alleanza politica vantaggiosa per entrambi.
Dopo l'incontro di Taranto del 37 l'impero fu diviso tra i due triumviri: ad Ottaviano toccò la soprintendenza sull'Occidente, mentre ad Antonio il ricco e appetito Oriente. Sempre nella città pugliese i due futuri rivali decisero che gli eccezionali poteri triumvirali riconosciuti con la lex Titia avrebbero dovuto cessare nel 32 e l'anno dopo avrebbero ricoperto il consolato come colleghi, ma tale patto non fu rispettato poiché si consumò la definitiva rottura fra di loro. Infatti, ben presto, tra di loro cominciò ad esserci una lotta per conquistare l'egemonia del potere usando ogni mezzo, compresa la diffamazione dell'avversario. Un esempio è la tentata incriminazione d'Ottaviano nel 32 da parte del console Sosio, partigiano di Antonio. Il futuro imperatore, però, prontamente reagì alle accuse e fece circondare la curia dai suoi legionari; trovatosi in difficoltà il console con il collega Gneo Domizio (anch'egli del partito d'Antonio) fuggì in Oriente.
Contemporaneamente anche Ottaviano usò ogni mezzo per mettere in cattiva luce l'avversario: rese pubblico il suo testamento dove questi chiedeva d'esser seppellito in Egitto, cosa inaccettabile per l'aristocrazia senatoria tradizionalista; la quale- in una seduta del senato- lo dichiarò decaduto da ogni potere. In questo caso il figlio di Cesare sfruttò contro l'ex alleato il suo abbandono dei costumi tradizionali, la "vita inimitabile" da sovrano tolemaico che questi conduceva in Egitto e la sua presunta intenzione di voler fare d'Alessandria la nuova capitale dell'impero. Nel testamento vi era però anche una verità per lui scomoda: dall'unione tra Cesare e Cleopatra era nato un figlio, Cesarione, il quale avrebbe avuto tutti i diritti per esigere l'eredità del padre e frustrare la propaganda d'Ottaviano, presentatosi come vero e unico successore del grande condottiero.
Si venne così a creare una contrapposizione dicotomica tra i due ex triumviri, i quali impersonavano due topoi diffusi ad arte dalla propaganda di Ottaviano: l'Occidente austero e tradizionalista contrapposto all'Oriente molle e corrotto. A dire il vero, se Ottaviano fosse stato un vero seguace del pensiero di Cesare avrebbe fatto come Antonio, poiché il grande condottiero voleva che la civiltà romano-italica si inquadrasse all'interno di quella -sicuramente superiore- orientale-ellenistica[10]. Ma come si è potuto notare, il futuro imperatore fu un uomo politico acuto e bravo nel capire e assecondare gli umori della popolazione romana; la quale era attaccata ai valori del mos maiorum e tale discorso è valido non solo per l'aristocrazia senatoria ma anche per i ceti popolari.
Ormai prossimi allo scontro i due, pur non esercitando più i poteri triumvirali, si fecero giurare fedeltà dagli alleati della res publica: l'uno da quelli occidentali, l'altro da quelli orientali. Ottaviano, tra l'altro, ricevette il consenso quasi unanime del Senato (la minoranza che non glielo diede si rifugiò ad Alessandria). Inoltre a questi erano rivolte le speranze per un definitiva pacificazione dello stato dopo anni di turbolenze e guerre civili fratricide.

Mappa della battaglia di Azio.


Non facile fu per Ottaviano il reperimento delle risorse per gli arruolamenti, ma alla fine riuscì a schierare ca. 80.000 uomini e ca. 400 navi di non grandi dimensioni; Antonio, invece, poté contare su 120.000 fanti e ca. 500 unità di grande stazza. I due schieramenti si trovarono l'uno di fronte all'altro il 2 settembre del 31 a.C. ad Azio, un promontorio all'ingresso del golfo di Ambracia (odierna Arta) in Epiro. Non si sa per quale motivo Antonio abbia preferito lo scontro sul mare piuttosto che attaccar battaglia con le sue forze terrestri; forse egli non aveva molta fiducia nella sua eterogenea fanteria (dubbio che è forse da attribuire anche a Pompeo quando si scontrò con Cesare a Farsalo).
Il successo arrise alle forze di Ottaviano ben guidate dal suo fedele generale Agrippa; la fuga precipitosa e forse troppo prematura di Antonio e di Cleopatra, che lo seguì in battaglia, accelerò la vittoria del suo nemico. Alla vittoria navale fece seguito quella di terra, quando l'esercito si arrese al figlio di Cesare dopo aver atteso invano il proprio comandate. In questo caso ci fu un gigantesco passaggio di forze dall'uno all'altro campo, fatto consueto dopo gli scontri d'annientamento dell'avversario che avvenivano un tempo. Ciò è da ascrivere anche alla capacità dei singoli condottieri di lusingare e convincere (anche con promesse di maggiori benefici) i soldati dell'avversario: così fece a suo tempo Cesare con i pompeiani arresigli, così fece anche Ottaviano.
Dopo Azio il futuro princeps attraversò la Grecia sostando nelle più importanti città; quando giunse ad Alessandria Antonio si era già tolto la vita assieme all'amata Cleopatra. L'Egitto divenne una proprietà personale del vincitore e tale rimase anche in epoca imperiale, mentre il suo governo fu affidato ad un procuratore di rango equestre.
Dopo essersi trattenuto in Oriente ed aver risistemato la sua organizzazione interna, ormai unico padrone di Roma, Ottaviano rientrò nella capitale e vi celebrò ben tre trionfi: uno sui Pannoni, uno sui Dalmati e l'altro per le vittorie in mare e la conquista dell'Egitto. Ovviamente non celebrò il successo su Antonio e gli altri suoi avversari, poiché questi erano comunque cittadini romani e il trionfo era riservato solo per la vittoria sugli altri popoli.[11]

Le conseguenze della vittoria di Ottaviano: la nascita del principato[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi augusto (titolo), principato (storia romana) e Impero romano.
Statua di Ottaviano con indosso la lorica, la tipica corazza dei comandanti romani, rinvenuta nella villa della moglie Livia a Prima Porta, vicino a Roma e ora custodita ai Musei Vaticani.

L'alba del I secolo a.C. vide la res publica ormai incapace a gestire con le sue obsolete istituzioni l'enorme impero creato in secoli di guerre. Quella di questo secolo fu una storia travagliata e caratterizzata dall'affermarsi di elementi e tendenze che portarono alla fine del regime repubblicano e la nascita di un nuovo sistema politico. Il cambiamento forse non fu inevitabile, ma sicuramente a ciò contribuì l'abilità e la prudenza dimostrata da Ottaviano. Egli con calma e astutamente svuotò di ogni valore reale le vecchie magistrature pur presentandosi come campione della tradizione repubblicana e del mos maiorum.
Nel 31 a.C. e negli anni successivi egli guidò lo stato ricoprendo regolarmente e senza soluzione di continuità la carica di console e di triumviro (anche se, dopo il secondo quinquennio di proroga, egli avrebbe dovuto lasciare gli enormi poteri riconosciuti da tale carica). Sintomo del cambiamento di regime e dell'accentramento nelle sue mani di ogni leva di comando fu il riconoscimento fattogli già prima di Azio, nel 36 a.C., della sacrosanctitas, ossia l'inviolabilità del suo corpo sotto pena la morte, tipica dei tribuni della plebe. Sei anni dopo si vide riconosciuto un altro aspetto importante della tribunicia potestas: lo ius auxilii (ossia la possibilità di dare aiuto nei confronti di un uomo della plebe e di dargli eventualmente anche asilo nella propria abitazione). Con questo egli diventava patrono di tutta la plebe e rendeva la sua abitazione inviolabile da parte di chiunque, compresa la forza pubblica. Altro onore a lui tributato fu il giuramento di fedeltà a lui fatto da parte di tutta l'Italia nel 32 prima dello scontro con Antonio.
Nel 28, dopo il suo rientro dall'Oriente, il popolo lo salutò come princeps, qualifica prestigiosa che si precisò poi in princeps senatus, ossia colui che aveva il diritto a parlare per primo in Senato. Dato che il suo parere -viste le forze militari di cui poteva disporre Ottaviano- era indiscutibile e determinante, la funzione dell'assise come fulcro del potere politico fu fortemente limitata. Inoltre, egli ottenne il titolo d'imperator, da portare in perpetuo.

L'Ara Pacis fu fatta edificare da Augusto per celebrare la pace, da cui il nome, riportata nei confini dell'impero dopo le sue vittoriose campagne militari in Spagna e in Gallia.


Fu quindi un misto dei poteri regali propri del consolato, del proconsolato e del triumvirato; delle prerogative dei tribuni e di altri onori e riconoscimenti che gli davano un'autorità morale e di prestigio a fare di lui un primus su tutti quanti. Egli, dal punto di vista propagandistico, si presentò anche come pacificatore dello stato; difatti, dopo Azio egli fece chiudere il tempio di Giano a Roma, antico gesto simbolico per segnare la fine di un conflitto e l'inizio di un periodo di pace.
Le trasformazioni apportate furono ovviamente precedute da una attenta consultazione dei più fidati consiglieri; c'era chi, come Mecenate, voleva l'instaurazione di una monarchia pura e chi invece, come Agrippa, un ritorno alla repubblica. Ottaviano attento conoscitore degli animi e memore degli errori commessi dal suo grande padre adottivo, optò per una via mediana: accentrare i poteri nelle sue mani, facendosi al contempo garante e tutore della res publica e del regolare funzionamento delle sue istituzioni.
Atto finale della sua egemonia politica fu, nel 27 a.C., il riconoscimento fattogli dal Senato in due sedute del titolo di augustus, ossia uomo degno di venerazione e di onore, che sancì la sua posizione sacra che si fondava sul consensus universorum di senato e popolo romano. In tale occasione, egli, non senza voler fare una messa in scena, volle rimettere tutti i poteri attribuitigli tenendo solo quelli di console; però dopo una fittizia insistenza dei senatori, non solo gli furono riconfermati ma gli si attribuì anche l'imperium proconsulare -inizialmente della durata di dieci anni, poi a vita- affinché pacificasse le frontiere ed era valido anche per Roma e l'Italia (tradizionalmente fuori dalla competenza dei proconsoli)..
Dopo tale data Ottaviano si fece chiamare ed è ricordato come Augusto. Altro attributo e nuovo onore concessogli fu l'assegnazione della tribunicia potestas nella sua totalità (23 a.C.) e rinnovatagli annualmente a vita.
Rinunciò, invece, ad altri poteri, forse perché non necessari o per non suscitare l'astio dei nostalgici della repubblica, come la dittatura -considerata da lui contra more maiorum, messa fuori legge da Antonio e anche perché tale carica gli ricordava l'esperienza fatta da Cesare-; quella di curator legum et morum; la censoria potestas; il consolato unico a vita. Accettò al contrario la carica di pontifex maximus (12 a.C.), ricoperta fino alla morte da Lepido dopo esser stato messo da parte da lui. Infine nel 2 a.C. gli fu anche dato il titolo di pater patriae.

La vittoria di Ottaviano Augusto ad Azio non fu quindi solo la fine di un periodo turbolento e sanguinoso della storia romana, ma rappresentò il giro di boa della storia complessiva dello stato romano. Il regime nato dai cambiamenti di fine I secolo a.C. è chiamato comunemente impero, invece la storiografia preferisce usare il termine principato (ovviamente derivato dal titolo dato ad Augusto ed ereditato dai suoi successori) per il primo periodo, a rimarcare il carattere non ancora monarchico-assoluto del nuovo corso. Quando, lentamente nel tempo, l'aspetto autocratico e dispotico del potere imperiale prevalse si usa il termine dominato, soprattutto da Diocleziano (284-305) in poi. Comunque, ciò che più importa per il quadro storico generale è che da Augusto in poi saranno singoli uomini, con l'esercizio dei loro enormi poteri e la loro personalità, a caratterizzare la vita politica, militare e sociale dello stato romano e non più una oligarchia chiusa e legata alle proprie tradizioni morali e politiche e riunita in un organo collegiale quale fu il Senato di Roma[12].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ SvetonioAugustus, 27.
  2. ^ AA.VV. La storia, vol. 3 Roma: dalle origini ad Augusto, La biblioteca di Repubblica, Roma, 2004, pp. 402-404
  3. ^ AA.VV. La storia, op. cit., p. 405
  4. ^ Ibidem, p. 402
  5. ^ Ibidem, p. 403
  6. ^ AA.VV. La storia, op. cit., p.406
  7. ^ YouTube
  8. ^ YouTube
  9. ^ AA.VV., La storia, op. cit., pp. 406-410
  10. ^ ibidem, p. 411
  11. ^ ibidem, pp. 411-413
  12. ^ ibidem, pp. 495-502

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Fonti primarie
Fonti storiografiche moderne

AA.VV. La storia, vol. 3, Roma: dalle origini ad Augusto, 2004, Roma, La biblioteca di Repubblica.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]