Battaglia di Filippi

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Coordinate: 41°00′47″N 24°17′11″E / 41.013056°N 24.286389°E41.013056; 24.286389

Battaglia di Filippi
parte delle guerre civili romane
La piana e l'acropoli di Filippi
La piana e l'acropoli di Filippi
Data 3 ottobre e 23 ottobre 42 a.C.
Luogo Filippi
Causa Assassinio di Cesare
Esito Decisiva vittoria dei triumviri
Modifiche territoriali Province orientali
Schieramenti
Comandanti
Effettivi
oltre 100.000 uomini, di cui 33.000 cavalieri circa 100.000 uomini, di cui 17.000 cavalieri
Perdite
? Resa dell'intera armata
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La battaglia di Filippi oppose il secondo triumvirato, composto da Ottaviano, Antonio e Lepido, alle forze (dette repubblicane) di Bruto e Cassio (due dei principali cospiratori ed assassini di Cesare).

La battaglia si svolse nell'ottobre del 42 a.C. nei pressi di Filippi, cittadina della provincia di Macedonia, posta lungo la Via Egnatia, alle pendici del monte Pangeo. Due furono le fasi dello scontro, iniziate rispettivamente il 3 e il 23 ottobre. La battaglia fu vinta dai membri del secondo triumvirato, soprattutto per merito di Antonio. Ottaviano non era un grande uomo di guerra e rimase in disparte. Lepido era invece rimasto in Occidente per occuparsi della situazione in Italia. Gli sconfitti Bruto e Cassio furono indotti al suicidio.

Dopo la battaglia, Antonio continuò con una parte delle legioni la pacificazione della parte Orientale della Repubblica romana che si era alleata con Bruto e Cassio, mentre Ottaviano si occupò di trovare le terre ai legionari che smobilitavano dall'esercito dopo la battaglia; i legionari chiedevano delle terre che Ottaviano espropriò a ricchi latifondisti terrieri.

Preludio[modifica | modifica wikitesto]

La posizione geografica di dove si svolse la battaglia

Dopo l'assassinio di Cesare, Bruto e Cassio - coloro i quali avevano organizzato la congiura - avevano lasciato il suolo italico e avevano preso il controllo delle province orientali, a partire dalla Grecia e dalla Macedonia fino alla Siria. A Roma i protagonisti della scena politica (Antonio, Ottaviano e Lepido) avevano incontrato in un primo momento l'ostilità del senato nei confronti del loro strapotere. Infine, però, un accordo fu raggiunto sia fra i tre uomini, che diedero vita al secondo triumvirato, sia fra i triumviri e il senato stesso. Così, Marco Antonio, Lepido ed Ottaviano - postisi a capo delle legioni fedeli a Roma - poterono volgere il proprio sguardo ad est, dove li aspettava lo scontro con i cesaricidi. Il loro obiettivo non era solo quello di vendicare la morte del dittatore, ma anche di reimpossessarsi delle province orientali che si erano di fatto autonomizzate dal potere di Roma.

Fu stabilito che Lepido restasse in Italia, mentre Ottaviano ed Antonio a capo dell'esercito romano, si dirigevano alla volta della Grecia settentrionale. Traghettate senza eccessivi problemi le forze militari (28 legioni) dalla Puglia all'Epiro, i due triumviri mandarono in avanscoperta 8 legioni, guidate da Gaio Norbano Flacco e da Decidio Saxa, lungo la via Egnatia, con il compito di scoprire dove fosse raccolto l'esercito di Bruto e Cassio. Superata la città di Filippi, Norbano e Decidio decisero di aspettare il nemico e collocarono le proprie forze presso uno stretto passo montano di grande importanza strategica. Antonio li seguiva con il grosso dell'esercito, mentre Ottaviano era stato costretto a rimanere a Durazzo a causa delle sue precarie condizioni di salute che lo avrebbero accompagnato per l'intera campagna militare. La situazione per i triumviri, inizialmente favorevole, peggiorava via via a favore dei nemici, in quanto le comunicazioni con l'Italia andavano sempre più riducendosi a causa della potente flotta, guidata da Gneo Domizio Enobarbo (trisavolo di Nerone e alleato di Bruto e Cassio), che bloccava i rifornimenti dalla penisola.

I Cesaricidi non avevano intenzione di accettare lo scontro armato. Piuttosto, avevano pianificato di attestarsi su una buona posizione difensiva e sfruttare poi il grande vantaggio sui mari per tagliare le linee di rifornimento all'esercito avversario. Essi avevano speso i mesi precedenti a fomentare i cuori dei Greci contro i nemici e avevano a propria disposizione tutte le legioni dislocate nella parte orientale della Repubblica più le leve reclutate in loco. Con forze numericamente superiori, Bruto e Cassio fecero allontanare le legioni di Norbano e Decidio dallo strategico passo; le truppe romane dovettero ripiegare ad ovest di Filippi. Bruto e Cassio quindi, ottennero un'ottima posizione difensiva, essendosi dispiegati lungo l'importante via Egnatia, a circa 3.5 km ad ovest di Filippi, sui due terreni rialzati che la fiancheggiano. A sud erano difesi da un vasto terreno paludoso, difficoltoso da attraversare per l'esercito dei triumviri; a nord erano difesi da alcuni impervi colli. Inoltre ebbero tutto il tempo per fortificare i propri castrum con bastioni e fossati. Bruto pose il proprio accampamento a nord della via, Cassio a sud. Antonio e Ottaviano arrivarono qualche tempo dopo. Ottaviano collocò il suo campo a nord, in corrispondenza di quello di Bruto, Antonio a sud, in corrispondenza di quello di Cassio.

Battaglie[modifica | modifica wikitesto]

Forze in campo[modifica | modifica wikitesto]

Itinerario degli eserciti

I due triumviri disponevano di diciannove legioni (le altre nove erano state lasciate indietro). Le fonti riportano il nome di una sola di esse (la III legione), ma si può risalire facilmente ad alcune delle altre presenti nello scontro: la VI, la VII, la VIII, la X Equestris, la XII, la XXVI, la XXVIII, la XXIX e la XXX, più, ovviamente, la III. Appiano ci dice che quasi tutte queste legioni erano a ranghi completi. L'esercito di Ottaviano e Antonio poteva contare su una cospicua cavalleria, composta da circa 13.000 cavalieri per Ottaviano e 20.000 per Antonio.

L'armata dei Cesaricidi contava diciassette legioni (otto con Bruto, nove con Cassio; le altre due si trovavano con la flotta). Di queste legioni, solo due erano complete; le altre erano per lo più a ranghi ridotti. Tuttavia, le truppe erano rinforzate da alcune leve dei regni orientali alleati. Appiano riporta un totale di uomini, per Bruto e Cassio, di circa 80.000 fanti romani e di 17.000 cavalieri alleati, di cui 5.000 erano arcieri a cavallo. L'esercito dei Cesaricidi contava anche alcune legioni lasciate in Oriente da parte di Cesare e che erano state fedeli al dittatore (si trattava, si crede, della XXVII, della XXXVI, della XXXVII, della XXXI e della XXXIII legione). Erano, quindi, dei corpi costituiti da veterani. Ma era proprio questo ciò che preoccupava Bruto e Cassio: benché la XXXVI legione avesse militato con Pompeo e fosse stata inglobata fra quelle di Cesare solo dopo la battaglia di Farsalo, le altre erano sicuramente fedeli al vecchio condottiero e, quindi, non erano del tutto fidate. Si ricordi che Ottaviano era stato nominato da Cesare suo erede e che, addirittura, il nome con cui lo chiamarono i suoi contemporanei non fu, appunto, Ottaviano, ma Gaio Giulio Cesare. Cassio tentò di rafforzare la lealtà dei suoi uomini con alcuni infiammati discorsi ("Non dobbiamo permettere che qualcuno dica che egli stesso fu soldato di Cesare; perché noi non siamo stati soldati suoi, ma della nostra nazione"). In più tentò di portare le simpatie dei suoi uomini dalla propria parte versando ad ogni legionario una cifra di circa 1500 denari, di 7000 per ogni centurione.

Benché nessuna delle fonti antiche riporti l'effettivo numero dei due eserciti, gli storici moderni ritengono che essi fossero quasi pari numericamente (con una leggera preponderanza, di qualche migliaio di uomini, delle forze dei triumviri ): dunque, dovevano esservi 100.000 uomini circa per parte.

Prima battaglia di Filippi[modifica | modifica wikitesto]

Antonio offrì occasioni di battaglia più volte, ma i Cesaricidi non vollero abbandonare le proprie posizioni, quindi Antonio attaccò Cassio da Ovest provando a superare la palizzata eretta dal nemico e facendo costruire in segreto in 10 giorni una strada attraverso la palude. Il 3 ottobre del 42 a.C. divise quindi in due gruppi la cavalleria che avrebbe attraversato il passaggio nella palude: un gruppo doveva prendere alle spalle la fanteria nemica, il secondo attaccare l’accampamento di Cassio. Cassio subì una terribile sconfitta. A nord, intanto, le forze di Bruto, provocate da quelle dei triumviri, attaccarono Ottaviano senza attendere la parola d’ordine “Libertà”, quindi di sorpresa; i nemici, impauriti furono facilmente sbaragliati. Tuttavia l’esercito di Bruto non inseguì i fuggitivi, perché avido delle ricchezze che offriva loro l’accampamento. In questo attacco tre insegne delle legioni furono prese nel campo di Ottaviano, un chiaro segno di sconfitta. Ma lui non fu trovato nella sua tenda: racconta egli stesso nelle sue Res gestae divi Augusti oltre allo stesso Svetonio, che era stato messo in guardia da quel giorno da un sogno. Fu infatti un bene perché quando i nemici si impadronirono del suo accampamento, corsero in massa verso la sua tenda ed il suo letto, nella speranza che dormisse e lo crivellarono di colpi, facendolo a pezzi.[1] Plinio riferisce che Ottaviano si nascose nelle paludi.[2][3]

La battaglia sembrava finita con un pareggio: 9.000 morti accertati per Cassio, 18.000 fra morti e feriti per Ottaviano. Tuttavia, poiché Cassio, miglior generale rispetto a Bruto, salito su una collina dopo la propria disfatta per vedere cosa fosse successo al compagno, non vedendolo e credendolo messo in fuga, si tolse la vita per mano di Pindaro, suo uomo di fiducia. Bruto pianse sul corpo di Cassio, chiamandolo "L'ultimo dei romani" ma impedì una cerimonia pubblica innanzi a tutto l'esercito per non abbatterne il morale. Intanto, la flotta che Antonio aveva chiesto a Cleopatra di inviargli per i rifornimenti e la conquista del porto presidiato dai nemici, si ritirò a causa di un forte temporale. Ciò successe mentre nel porto la flotta di Antonio e Ottaviano venne sconfitta dai nemici.[2][3]

Alcune fonti alternative ritengono che fu l'esitazione di Bruto a fare di una vittoria una disfatta. I suoi uomini infatti non inseguirono quelli di Ottaviano, che ebbero tutto il tempo di riorganizzarsi. Così, nell'epoca in cui Ottaviano prenderà il nome di Augusto diventando il primo imperatore della storia di Roma, era un detto alquanto diffuso: «Finisci la battaglia una volta che l'hai cominciata!».

Seconda battaglia di Filippi[modifica | modifica wikitesto]

Bruto non era molto rispettato dai propri soldati e questi volevano subito la battaglia. Bruto invece confidava nella posizione favorevole e nello sfinimento dei nemici, rimasti quasi senza risorse e colpiti dalla carestia. Ottaviano ed Antonio, favorevoli alla battaglia, ordinarono ai soldati di schierarsi e lanciare insulti ai soldati di Bruto. Intanto questi inviarono una legione verso sud per cercare rifornimenti. Sia Bruto che Antonio ed Ottaviano diedero compensi (o li promisero) ai soldati: il primo promise 1.000 denarii per ogni legionario per trattenere i soldati dall'attaccare coloro che li insultavano, i secondi promisero ulteriori 10.000 denarii per ogni legionario e 25.000 per ogni centurione per alzare il morale dei militari sfiniti. Nonostante tutti i suoi sforzi, gli ufficiali di Bruto erano stanchi di aspettare: temevano, come del resto faceva il loro generale, che gli uomini fossero indotti a disertare da una così lunga attesa. Plutarco ci informa anche che nulla si era saputo nel campo del Cesaricida riguardo all'affondamento della flotta dei triumviri. Perciò, quando alcuni degli alleati e dei mercenari cominciarono ad abbandonare il campo, Bruto decise di dare battaglia. Era il pomeriggio del 23 ottobre. Egli si trovò a dire: «Sembra che io porti avanti la guerra come Pompeo il grande, non più comandando i miei uomini ma essendone comandato». Bruto, non riuscendo più a trattenerli, affrontò i nemici in battaglia. Dopo che si furono schierati, uno dei migliori ufficiali di Bruto si arrese, e questi decide di iniziare lo scontro.[3]

Antonio, durante la battaglia, dopo aver diviso l'esercito in tre parti: ala sinistra, ala destra e centro, fece in modo che la propria ala destra procedesse verso destra, quindi, poiché l’ala sinistra del nemico doveva per forza procedere verso sinistra affinché il proprio esercito non fosse circondato, il centro dello schieramento di Bruto dovette allargarsi e indebolirsi per occupare lo spazio lasciato dallo spostamento della propria ala sinistra. Si venne comunque a creare anche uno spazio fra il centro di Bruto e la sua ala sinistra, sfruttato dai cavalieri romani che vi entrarono spingendo il centro nemico verso la sinistra romana mentre la fanteria nemica lo spingeva in avanti. Il centro quindi effettuò una conversione di 90 gradi tale da avere un fronte rivolto verso l'ala sinistra di Bruto. Sul fronte di questa divisione c’era la fanteria di Antonio, sul fianco sinistro la cavalleria e sul lato destro la fanteria che si occupava nel contempo del fianco destro nemico, che le era stato affidato all'inizio della battaglia ed al quale il centro di Bruto si era accavallato durante la torsione.[3] Questa fu la parte principale della tattica di Antonio in questa battaglia. Infine, l'attacco di Bruto fu respinto, il suo esercito messo in rotta. I soldati di Ottaviano raggiunsero le porte dell'accampamento nemico prima che egli potesse chiudervisi dentro. Bruto riuscì a ritirarsi sulle colline circostanti con l'equivalente di sole quattro legioni. Vedendosi sconfitto, si suicidò.

Dopo la battaglia[modifica | modifica wikitesto]

Plutarco scrive che Antonio coprì il corpo di Bruto con un mantello purpureo in segno di rispetto. Erano, infatti, stati amici e Bruto aveva aderito alla congiura per uccidere Cesare soltanto a patto che Antonio fosse lasciato in vita. Molti altri aristocratici persero la vita nella battaglia: fra i più grandi spiccano il figlio dell'oratore Quinto Ortensio Ortalo e il figlio di Marco Porcio Catone Uticense. Alcuni nobili trattarono dopo la sconfitta con i vincitori, ma nessuno volle farlo col giovane Ottaviano. I sopravvissuti dell'esercito di Bruto e Cassio furono inglobati in quello dei triumviri. Antonio rimase presso Filippi con alcuni soldati che vi fondarono, poi, una colonia; Ottaviano tornò a Roma col compito di trovare terre per i veterani. Alcuni terreni nel cremonese e nel mantovano (territori accusati di aver favorito Bruto e Cassio) furono espropriati e consegnati ai veterani di guerra al posto di denaro, per una grave crisi economica, come ricompensa dei servigi resi allo stato. Uno di questi terreni apparteneva alla famiglia di Virgilio, che cercherà in tutti i modi di riprendersi la proprietà.

Leggende e citazioni[modifica | modifica wikitesto]

È celeberrimo il passo di Plutarco in cui si dice che Bruto ricevesse in sogno la visione di un fantasma, secondo alcuni lo spettro di Cesare stesso. Quando il Cesaricida chiede all'ombra:

« Chi sei tu? Da dove vieni? »

Essa gli risponde:

« Sono il tuo cattivo demone. Bruto, ci rivedremo a Filippi. »

Bruto risponde, a sua volta:

« Ti vedrò! »

Rivide il fantasma la vigilia della battaglia di Filippi. Si tratta anche di una delle più famose scene del Giulio Cesare di Shakespeare. Plutarco riporta anche le ultime parole di Bruto, tratte da un'antica tragedia greca:

« Oh, sciagurata virtù! Tu non eri altro che un nome ma io ti ho adorata davvero, come se fossi vera; ma ora, sembra che tu non sia mai stata altro che una schiava della sorte. »

Svetonio aggiunge che, a Filippi, un Tessalo predisse ad Ottaviano la vittoria, poiché gli era apparso il fantasma del divino Cesare, in una strada solitaria.[4]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ SvetonioAugustus, 91.
  2. ^ a b Ulisse - Antonio e Cleopatra parte 2.
  3. ^ a b c d Ulisse - Antonio e Cleopatra parte 3.
  4. ^ SvetonioAugustus, 96.

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