Battaglia di Azio

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Coordinate: 38°56′04″N 20°44′19″E / 38.934444°N 20.738611°E38.934444; 20.738611

Battaglia di Azio
La battaglia di Azio (Lorenzo A. Castro, 1672).
La battaglia di Azio (Lorenzo A. Castro, 1672).
Data 2 settembre 31 a.C.
Luogo Azio
Esito Decisiva vittoria di Ottaviano[1]
Schieramenti
Comandanti
Effettivi
Marina militare romana, circa 400 navi e 80.000 soldati. Circa 480 navi, di cui 300 egizie della flotta tolemaica e 84.000 soldati.
Perdite
35 navi e 2500 uomini. 400 navi distrutte o conquistate dai romani
5000 uomini morti in battaglia e resa di tutto il resto dell'esercito
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La battaglia di Azio (2 settembre 31 a.C.) fu una battaglia navale che concluse la guerra civile tra Ottaviano e Marco Antonio;[1] quest'ultimo era alleato al regno tolemaico d'Egitto.

La battaglia segna il tramonto definitivo della repubblica romana, già da tempo in crisi, in quanto spianò la strada che condusse, nel 27 a.C., al conferimento a Ottaviano del titolo di Augusto, e la fine dell'ultimo grande regno ellenistico, con la trasformazione dell'Egitto in provincia romana.

Il confronto di Azio è passato alla storia anche per una decisiva innovazione nello stile delle battaglie navali introdotta da Marco Vipsanio Agrippa, ammiraglio di Ottaviano, detta «arpagone». In pratica si trattava di una trave munita all'estremità di un gancio di ferro che veniva lanciata sulla nave avversaria tramite una catapulta e quindi recuperato per ottenere così l'abbordaggio e permettere l'arrembaggio.

L'importanza di questa innovazione nello scontro di Azio è stata molto probabilmente sopravvalutata, ma di certo l'arpagone segnò un progresso notevole rispetto al "corvo" che Gaio Duilio aveva inventato nel corso della prima delle Guerre Puniche, offrendo un'alternativa all'affondamento delle navi avversarie speronandole col «rostro».

Contesto storico[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Guerra civile romana (44-31 a.C.).

Dopo aver conquistato l'Armenia nel 34 a.C. con l'aiuto dell'esercito di Cleopatra, regina d'Egitto e sua amante, Marco Antonio celebrò il trionfo nella capitale egiziana, Alessandria.

In quella occasione il condottiero nominò Cleopatra e il figlio Cesarione (il cui padre era Cesare) reggenti di Cipro e divise la parte orientale dei domini di Roma, che gli era stata affidata con gli accordi del secondo triumvirato, fra i tre figli avuti da Cleopatra, con quella che è nota come la «donazione di Alessandria».

Casus belli[modifica | modifica sorgente]

Poiché il senato non vide di buon occhio il trionfo celebrato ad Alessandria e tantomeno la spartizione ai figli di terre che appartenevano a Roma e non ad Antonio, Ottaviano decise di forzare la mano ai senatori e, dopo aver corrotto alcuni funzionari, si impossessò del testamento del rivale e lo lesse pubblicamente all'assemblea scatenandone la prevista reazione.

Il senato e il popolo di Roma proclamarono Marco Antonio «nemico della patria» e, decisi ad evitare che si parlasse di guerra civile, dichiararono guerra a Cleopatra e all'Egitto. Alla fine di settembre del 32 a.C. Antonio e Cleopatra trasferirono il loro quartier generale a Patrasso, minacciando direttamente la penisola italiana. La scelta era ottima perché il golfo su cui sorge la città era protetto, in direzione dell'Italia, dalle isole di Leuca e Cefalonia.

Poiché la minaccia di Antonio era reale, Ottaviano iniziò ad organizzare il proprio esercito a Taranto e Brindisi, ma fu rallentato dalla ribellione di Sesto Pompeo, figlio di quel Pompeo nemico di Cesare, che si era impadronito della Sicilia e minacciava i rifornimenti di grano diretti alla capitale. Antonio approfittò del vantaggio per consolidare la sua posizione e occupò tutti i punti strategici importanti. La catena iniziava a sud da Cirene nel Nordafrica, da cui partivano i rifornimenti di grano e viveri, passava per Metone sulla punta sud del Peloponneso, che controllava le rotte del rifornimento, arrivava a Patrasso, il quartier generale, e proseguiva a nord verso Azio, davanti al golfo d'Ambracia e con l'isola di Leuca a vista d'occhio, per finire poi sull'isola di Corfù.

Antonio e Cleopatra: denario[2]
Marcus Antonius - Celopatra 32 BC 90020163.jpg
CLEOPATRAE REGINAE REGVM FILIORVM REGVM, testa con diadema a destra. ANTONI ARMENIA DEVICTA, testa verso destra e sullo sfondo una tiara armena.
21 mm, 3.45 g, coniato nel 32 a.C.

Questa disposizione strategica mostra chiaramente che l'intenzione di Antonio era quella di attendere il nemico su posizione di forza invece di muovere direttamente all'attacco. Ottaviano, da parte sua, non era un gran condottiero ma, da ottimo politico, sapeva circondarsi di eccellenti collaboratori fra i quali spiccava per abilità l'ammiraglio Marco Vipsanio Agrippa, che come stratega non aveva niente da invidiare ai migliori condottieri romani.

Mentre Antonio trascorreva l'inverno a Patrasso, Agrippa preparava le contromisure. I primi giorni di marzo del 31 a.C. l'ammiraglio romano mosse la flotta da Brindisi e attraversò il mar Ionio non in direzione del nemico, che lo attendeva davanti a Leuca, ma verso sud per conquistare la guarnigione di Metone. Colti di sorpresa i militari di Antonio si arresero immediatamente e tutto il quadro strategico ne fu sconvolto. Persa Metone i rifornimenti a Patrasso non poterono più giungere via nave ma solo per via terra, molto più lunga e dispendiosa. Gli esperti di strategia militare contemporanea sono abbastanza d'accordo nell'affermare che a questo punto la guerra poteva considerarsi già decisa a favore di Ottaviano.

Da Metone Agrippa iniziò ad attaccare una dopo l'altra le postazioni di Antonio, che non era in grado di difenderle tutte contemporaneamente: dall'Italia le truppe di Ottaviano sbarcarono in Epiro e attaccarono Corfù, mentre da Metone Agrippa minacciava direttamente Patrasso costringendo Antonio e Cleopatra a spostare il loro quartier generale ad Azio. Infine Agrippa conquistò anche l'isola di Leuca e si ricongiunse con l'esercito proprio sul lembo di penisola opposto ad Azio. Ottaviano era in posizione di forza e poteva attendere, Antonio e Cleopatra erano costretti a combattere e vincere.

Nonostante le pressioni dei propri generali e la sua superiorità in campo terrestre, Antonio si fece convincere da Cleopatra a combattere una battaglia navale perché l'ambiziosa regina, che non aveva fornito grandi quantitativi di soldati ma molte navi, voleva essere partecipe della vittoria. La flotta di Antonio era di poco superiore per numero e per buona parte formata da navi grosse e lente, mentre quelle di Ottaviano erano molto più manovrabili. A maggio inoltre scoppiò un'epidemia di malaria che uccise molti soldati nelle file di Antonio e il mancato arrivo dei rifornimenti causò parecchi tradimenti. Per evitare che gli equipaggi ammutinati consegnassero le navi al rivale, Antonio ne fece bruciare cinquanta, le meno adatte al combattimento, riducendo la sua flotta a 170 unità. Alla fine di agosto Antonio fece preparare le navi con le vele spiegate, quindi più pesanti e più facilmente incendiabili dal nemico. Forse preparava la fuga, che venne ritardata da una tempesta. La mattina del 2 settembre il mare è liscio ed Antonio fa uscire la flotta dal golfo di Ambracia. Inizia la battaglia vera e propria.

Forze in campo[modifica | modifica sorgente]

Sembra che nella sola battaglia di Azio furono messe in campo ben 50 delle 60 legioni circa totali (forse solo con loro vexillationes):

Antonio era inoltre appoggiato da ingenti forze navali e terrestri egiziane di Cleopatra d'Egitto: 300 navi da guerra e circa 10.000 soldati.

La battaglia[modifica | modifica sorgente]

Mappa della battaglia di Azio.

Svetonio racconta di un curioso episodio occorso ad Ottaviano prima della battaglia decisiva:

« Ad Azio, prossimo a scendere sul campo di battaglia, si fece incontro ad Ottaviano un uomo con un asino: l'uomo si chiamava Eutiche, l'animale Nicone. Dopo la vittoria fece innalzare ad entrambi una statua di bronzo, nel tempio che fece costruire sul luogo dove aveva posto i suoi accampamenti. »
(SvetonioAugustus, 96.)

Lo schieramento delle imbarcazioni per la battaglia navale prevedeva all'epoca che le flotte si ponessero una di fronte all'altra a formare due semicerchi concentrici, divise in tre gruppi. A differenza degli scontri terrestri però il gruppo centrale degli schieramenti era più debole, per consentire alle navi strette in mezzo alle ali di manovrare meglio senza disturbarsi reciprocamente.

Il lato nord dello schieramento di Ottaviano era comandato da Vipsanio Agrippa, che aveva di fronte Gellio Publicola, al centro Lucio Arrunzio fronteggiava Ottavio mentre a sud Lurio fronteggiava Gaio Sosio. La nave di Antonio si trovava con Publicola, quella di Ottaviano con Lurio mentre la «Antonias», la nave ammiraglia di Cleopatra con la regina a bordo, si trovava alle spalle di Ottavio insieme ad altre 26 navi egizie, forse nel tentativo di riprodurre in mare lo stratagemma adottato da Cesare nella battaglia di Farsalo.

Le due flotte si fronteggiano, vicine ed immobili, fino a mezzogiorno quando all'improvviso Sosio muove le sue navi verso sud in direzione dell'isola di Leuca e si scontra con Lurio dando inizio alla battaglia. I motivi del movimento improvviso di Sosio sono sconosciuti: qualcuno sostiene che era concordato, altri invece ritengono che volesse abbandonare Antonio al proprio destino[senza fonte]. Comunque sia l'azione di Sosio incanala la battaglia secondo i piani di Agrippa: attendere l'avversario e arretrare lentamente in mare aperto per sfruttare gli spazi con le proprie navi, molto più agili da manovrare.

Lurio inizia piano piano a retrocedere e lo stesso fa Agrippa dal lato opposto, mentre Arrunzio resta fermo al centro davanti ad Ottavio. Poiché il nemico non accenna ad aprirsi Agrippa decide di prendere un rischio e fa muovere bruscamente le navi verso il largo; Publicola cade nel trabocchetto e lo segue, allontanando le sue navi sia l'una dall'altra che dal centro dello schieramento. Ottavio, per tenere unita la formazione, è costretto a spostarsi a nord e viene chiuso da Arrunzio. Questo spostamento crea un varco in mezzo che potrebbe essere sfruttato dalle navi di Cleopatra, ma la regina decide inspiegabilmente di utilizzarlo per fuggire. Antonio vede la sua amante in fuga e non si preoccupa più della battaglia ma solo di inseguirla, lasciando flotta ed uomini al loro destino.

Inizialmente gli uomini di Antonio non si accorgono di essere stati abbandonati dal proprio comandante e si battono valorosamente (Velleio Patercolo scriverà: «i soldati si comportarono come il migliore dei comandanti e il comandante come il più vile dei soldati»; Patercolo, II.85.5), ma la battaglia è da considerarsi perduta. Una flotta composta da navi troppo lente e meno agili, con troppa distanza fra una nave e l'altra, non può sopportare anche l'inferiorità numerica che con la fuga delle navi egizie è diventata notevole. Le navi romane hanno gioco facile nello sfuggire ai tentativi di speronamento col rostro, poi iniziano ad attaccare le imbarcazioni avversarie una ad una e, trasferendo sulle navi avversarie i soldati mediante l'arpagone, vi combattono corpo a corpo ed infine ne incendiano le vele, affondandole.

Verso sera gli uomini di Ottaviano hanno già affondato 40 navi avversarie e ucciso 5000 soldati mentre le cento navi superstiti fuggono alla rinfusa verso il golfo di Ambracia. Per Ottaviano è un gioco da ragazzi chiudere il golfo con la propria flotta ed attendere la resa, che avverrà il giorno dopo.

Conseguenze[modifica | modifica sorgente]

Augusto: denario[5]
AUGUSTUS RIC I 267-2370391.jpg
Testa di Augusto verso destra; La rappresentazione di un arco di trionfo con quadriga e la scritta IMP CAESAR, eretto per la
Argento, 20 mm, 3.47 gr, 1 h; zecca di Roma? coniato nel 30-29 a.C.
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Impero romano, Età augustea e Arco di Augusto (Foro Romano).

La resa della flotta di Antonio e Cleopatra fu favorita dalla voce circolata fra i soldati che Ottaviano prometteva «salva la vita e terre in Italia» a chi avesse consegnato le armi. In effetti i vinti furono graziati e vennero fatti sbarcare in Italia dove in realtà vennero abbandonati a se stessi e infine si rivoltarono. Ottaviano inviò il fedele Agrippa a stroncare la rivolta e rimase ad Azio ad organizzare l'inseguimento di Antonio, ma dall'Italia gli riferirono che per sedare i tumulti erano necessari i rinforzi e la sua presenza. Sbarcato a Brindisi si aspettava di dover ancora combattere mentre venne invece accolto da una delegazione di senatori che lo informarono della vittoria contro i rivoltosi e della nomina a console per il quarto anno consecutivo. Poté quindi partire a caccia del rivale.

La vicenda di Antonio e Cleopatra ebbe invece risvolti grotteschi quando Antonio raggiunse la regina in mare aperto e venne da questa ignorato (Plutarco, Antonio, 67). Nella sostanza si può dire che il condottiero romano non recuperò più dalla delusione e dall'umiliazione subite. Nell'agosto del 30 a.C. Ottaviano invase l'Egitto e Antonio gli si fece incontro alle porte di Alessandria ma il suo esercito, messo in piedi in fretta e furia, fuggì all'apparire dei romani. Questa ultima umiliazione spinse Marco Antonio al suicidio.

Quando Ottaviano entrò vincitore ad Alessandria, senza praticamente combattere, la regina Cleopatra tentò di sedurlo, come già aveva fatto con Cesare prima e con Antonio poi. Ottaviano non cedette. La regina capì chiaramente il suo destino: sfilare per le strade di Roma come un trofeo di guerra. Allora si uccise, secondo la leggenda facendosi mordere da un aspide al seno.

Queste vicende, oltre a suscitare emozione profondissima nella cittadinanza romana, ispirarono opere poetiche, come la famosa ode I, 37 di Quinto Orazio Flacco e il Carmen de bello actiaco di Cornelio Severo.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ a b c d e f SvetonioAugustus, 17.
  2. ^ Babelon (Antonia) 95. Crawford 543/2. CRI 345. Sydenham 1210.
  3. ^ J.R.González, Historia de las legiones Romanas, p.720.
  4. ^ J.R.González, Historia de las legiones Romanas, p.721.
  5. ^ Roman Imperial Coinage, Augustus, I, 267; CRI 422; RSC 123.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Fonti primarie
Fonti storiografiche moderne
  • Giovanni Brizzi, Storia di Roma. 1.Dalle origini ad Azio, Bologna, Pàtron, 1997.
  • Francois Chamoux, Marco Antonio, Ed. Rusconi, Milano 1988.
  • Mario Attilio Levi, Augusto e il suo tempo, Ed. Rusconi, Milano 1994.
  • (EN) Philip Matyszak, Chronicle of the roman republic: the rulers of ancient Rome from Romulus to Augustus, Londra & New York, Thames and Hudson, 2003. ISBN 0-500-05121-6.
  • Theodor Mommsen, Storia di Roma antica, Firenze, Sansoni, 1972.
  • André Piganiol, Le conquiste dei Romani, Milano, Il Saggiatore, 1989. ISBN 88-04-32321-3.
  • Howard H. Scullard, Storia del mondo romano, Milano, Rizzoli, 1992. ISBN 88-17-11903-2.

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