Tu quoque, Brute, fili mi!

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Tu quoque, Brute, fili mi! (lett.: Anche tu, Bruto, figlio mio!) è un'espressione latina attribuita a Giulio Cesare.

Si narra che queste siano state le ultime parole da lui pronunciate, quando, in punto di morte (Idi di marzo del 44 a.C.), subendo le coltellate dei congiurati, riconobbe fra i volti dei suoi assassini quello di Marco Giunio Bruto.

Svetonio afferma che Giulio Cesare pronunciò questa frase in greco: "και συ τεκνον;" (anche tu, figlio?) (De Vita Caesarum Liber I Divus Iulius, LXXXII)

Occorre sottolineare che il termine filius non è da prendersi alla lettera. Bruto infatti non era figlio naturale di Cesare, né risulta che da lui fosse stato adottato.

Curiosità [modifica]

La frase rappresenta anche un buon trucco mnemonico per ricordare alcune regole della grammatica latina:

  1. la congiunzione quoque è sempre posposta;
  2. nella seconda declinazione i vocativi dei nomi propri terminanti al nominativo in -ǐus e i due nomi comuni filĭus e genĭus al vocativo singolare escono in , anziché in -ie (quindi, Vergilĭus, voc. sing. Vergilī; filĭus, voc. sing. filī; genĭus, voc. sing. genī); i nomi in -īus, invece, seguono la regola generale: Darīus, voc. sing. Darīe;
  3. l'aggettivo possessivo meus, a, um al vocativo singolare maschile fa mi.

In alcuni testi arabi si narra che : appena accorto del tradimento di Bruto, Cesare ha smesso di difendersi sussurrando: "...anche tu Bruto! Non vale più vivere...".

Voci correlate [modifica]