Tu quoque, Brute, fili mi!

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La morte di Giulio Cesare in una vignetta dell'illustratore inglese ottocentesco John Leech.

Tu quoque, Brute, fili mi! ("Anche tu, Bruto, figlio mio!") è un'espressione latina attribuita a Giulio Cesare.

Si narra che queste siano state le ultime parole da lui pronunciate in punto di morte (Idi di marzo del 44 a.C.), mentre veniva trafitto dai congiurati, riconoscendo fra i suoi assassini il volto di Marco Giunio Bruto.

Storia[modifica | modifica sorgente]

Svetonio racconta che Cesare morì sotto i colpi di ventitré pugnalate, avvolgendosi compostamente la tunica addosso ed "emettendo un solo gemito al primo colpo, senza una parola". Poi aggiunge: "alcuni però hanno raccontato che, a Bruto che gli si avventava contro, egli disse: «καὶ σύ, τέκνον;»"[1] (kai sü, teknon? = "anche tu, figlio?"). Cassio Dione, che scrive in greco, riporta le stesse parole[2]. Da qui poi nasce la traduzione più poetica (ma anche la più conosciuta): Tu quoque, Brute, fili mi! ("Anche tu Bruto, figlio mio?").

Nell'opera Giulio Cesare di William Shakespeare, il dittatore così rivolge le sue ultime parole famose a Bruto, con un inserto in latino nel testo originale in inglese: "Et tu, Brute? Then fall, Caesar." ("Anche tu, Bruto? Cadi, allora, Cesare.")[3]

La tradizione attribuisce a Bruto, dopo il cesaricidio, la pronuncia della frase "Sic semper tyrannis!" ("Così sempre ai tiranni!").

Occorre sottolineare che qui il termine filius non è da prendere alla lettera, ma nel significato più generico di persona cara o amata come un figlio. Bruto infatti non era figlio naturale di Cesare,[4] né risulta che da lui fosse stato adottato. Gli studiosi comunque, considerando che Cesare non nutriva particolare fiducia in Marco Giunio Bruto (per cui risulterebbe strano lo stupore di un tradimento), affermano che la frase sarebbe stata rivolta a un "Bruto" diverso e avanzano il nome di Decimo Giunio Bruto Albino, che pure ebbe un ruolo determinante nella congiura ma che, a differenza dell'altro, era amato e protetto da Cesare.

In alcuni testi arabi si narra che, non appena accortosi del tradimento di Bruto, Cesare abbia smesso di difendersi sussurrando: "...anche tu Bruto! Non vale più vivere...".[senza fonte]

Grammatica[modifica | modifica sorgente]

La celebre frase rappresenta anche un buon trucco mnemonico per ricordare alcune regole della grammatica latina:

  1. la congiunzione quoque è sempre posposta;
  2. nella seconda declinazione i nomi propri terminanti al nominativo in -ǐus e i due nomi comuni filĭus e genĭus al vocativo singolare escono in , anziché in -ie (quindi, Vergilĭus al vocativo singolare fa Vergilī; filĭus fa filī; genĭus, genī); i nomi in -īus, invece, seguono la regola generale (Darīus fa Darīe);
  3. l'aggettivo possessivo meus, a, um al vocativo singolare maschile fa mi.

Uso corrente[modifica | modifica sorgente]

L'intera espressione o, più spesso, la sola forma abbreviata tu quoque? ("anche tu?") sono oggi utilizzate nel significato originario di amara sorpresa per la fiducia mal riposta nello scoprire il tradimento di ideali e impegni solenni, o il venir meno a vincoli di riconoscenza, amicizia e parentela, oppure semplici comportamenti scorretti in persone ritenute fino ad allora immuni a tali comportamenti.[5]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ ...uno modo ad primum ictum gemitu sine voce edito; etsi tradiderunt quidam Marco Bruto irruenti dixisse "καὶ σύ, τέκνον;". De Vita Caesarum, Liber I, Divus Iulius, LXXXII.
  2. ^ Historia Romana, 44, 19.
  3. ^ Julius Caesar, atto III.
  4. ^ Tuttavia la madre di Bruto, Servilia Cepione, era una donna affascinante e politicamente potente, la cui relazione con Cesare era nota a tutti e di antica data, per cui Cesare aveva qualche fondato motivo per ritenere che Bruto potesse essere suo figlio. Dell'argomento parlano Plutarco (Bruto 5), Appiano (Le guerre civili 2, 112, 468) e Svetonio (Vita di Cesare 50, 2).
  5. ^ Tu Quoque, Brute, Fili Mi? in Treccani.it - Vocabolario Treccani on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 15 marzo 2011. URL consultato il 16 luglio 2014.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]