Tu quoque, Brute, fili mi!

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Se riscontri problemi nella visualizzazione dei caratteri, clicca qui.

Tu quoque, Brute, fili mi! (lett.: Anche tu, Bruto, figlio mio!) è un'espressione latina attribuita a Giulio Cesare.

Si narra che queste siano state le ultime parole da lui pronunciate, quando, in punto di morte (Idi di marzo del 44 a.C.), subendo le coltellate dei congiurati, riconobbe fra i volti dei suoi assassini quello di Marco Giunio Bruto.

Svetonio racconta che Cesare morì sotto i colpi di ventitré pugnalate, avvolgendosi compostamente la tunica addosso ed "emettendo un solo gemito al primo colpo, senza una parola". Poi aggiunge che "alcuni però hanno raccontato che, a Bruto che gli si avventava contro, egli disse: "καὶ σύ, τέκνον;"[1] (kai su, teknon? = "anche tu, figlio?"); anche Cassio Dione, che scrive in greco, riporta le stesse parole[2]. Da qui poi nasce la traduzione più poetica (ma la più conosciuta): Tu quoque, Brute, fili mi! ("Anche tu Bruto, figlio mio?").

Nell'opera Giulio Cesare di William Shakespeare, il dittatore così rivolge le sue ultime parole famose a Bruto, con un inserto in latino nel testo originale in inglese: "Et tu, Brute? Then fall, Caesar." ("Anche tu, Bruto? Cadi, allora, Cesare")[3].

La tradizione attribuisce a Bruto, dopo il cesaricidio, la pronuncia della frase "Sic semper tyrannis!" ("Così sempre ai tiranni!").

Occorre sottolineare che il termine filius non è da prendersi alla lettera. Bruto infatti non era figlio naturale di Cesare, né risulta che da lui fosse stato adottato. Gli studiosi affermano che questa frase possa essere rivolta da Cesare a due possibili personaggi: il primo è Marco Bruto, suo figlio, di cui non nutriva molta fiducia (per cui risulterebbe strano lo stupore di un tradimento). Il secondo è Decimo Bruto Albino, che prese parte anche lui alla congiura e che, a differenza del primo era amato e protetto da Cesare.

Curiosità[modifica | modifica sorgente]

La frase rappresenta anche un buon trucco mnemonico per ricordare alcune regole della grammatica latina:

  1. la congiunzione quoque è sempre posposta;
  2. nella seconda declinazione i nomi propri terminanti al nominativo in -ǐus e i due nomi comuni filĭus e genĭus al vocativo singolare escono in , anziché in -ie (quindi, Vergilĭus, voc. sing. Vergilī; filĭus, voc. sing. filī; genĭus, voc. sing. genī); i nomi in -īus, invece, seguono la regola generale: Darīus, voc. sing. Darīe;
  3. l'aggettivo possessivo meus, a, um al vocativo singolare maschile fa mi.

In alcuni testi arabi si narra che, non appena accortosi del tradimento di Bruto, Cesare abbia smesso di difendersi sussurrando: "...anche tu Bruto! Non vale più vivere...".[senza fonte]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ ...uno modo ad primum ictum gemitu sine voce edito; etsi tradiderunt quidam Marco Bruto irruenti dixisse "καὶ σύ, τέκνον;": De Vita Caesarum, Liber I, Divus Iulius, LXXXII.
  2. ^ Historia Romana, 44, 19.
  3. ^ Julius Caesar, act III.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]