Quousque tandem abutere, Catilina, patientia nostra?

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Roma: Cicerone denuncia Catilina, affresco di Cesare Maccari a Palazzo Madama che raffigura Cicerone contro Catilina

La locuzione latina Quousque tandem abutere, Catilina, patientia nostra?, tradotta letteralmente, significa Fino a quando dunque, Catilina, abuserai della nostra pazienza? (Cicerone, 1 Catilinaria). Prosegue con le parole "Quamdiu etiam furor iste tuus nos eludet? Quem ad finem sese effrenata iactabit audacia?" che, tradotte, significano Quanto a lungo ancora codesta tua follia si prenderà gioco di noi? Fino a che punto si spingerà [la tua] sfrenata audacia?".

Queste violente parole costituiscono il celeberrimo incipit ex abrupto della prima delle orazioni Catilinarie, pronunciata da Marco Tullio Cicerone, di fronte al Senato romano riunito nel tempio di Giove Statore opportunamente protetto dai legionari romani, l'8 novembre del 63 a.C. per denunciare Catilina, il quale si presentò in Senato nonostante, proprio quella mattina, alcuni suoi complici avessero tentato di uccidere Cicerone.

Cicerone, avvertito in tempo del complotto, non permise agli emissari di Catilina di entrare nella sua casa quando giunsero per salutarlo; questi ultimi, vedendosi scoperti, abbandonarono l'impresa. Cicerone quindi, come detto, quella mattina stessa denunciò l'accaduto in Senato.

L'espressione appartiene anche al linguaggio comune: viene usata, anche in forma abbreviata e sospesa (Quousque tandem...) con l'intenzione di accusare il suo destinatario di abusare della pazienza, dell'indulgenza, o della buona educazione di chi la proferisce, o del gruppo di cui si fa portavoce.

Nel suo romanzo Conspirata, Robert Harris presenta il discorso, attraverso le parole del segretario del console Tirone, come frutto non di un'elaborata preparazione retorica, ma della sola emotività di Cicerone, secondo il catoniano principio del rem tene, verba sequentur.

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