De oratore

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Sull'oratore
Titolo originale De oratore
Altri titoli L'oratore
M. Tullii Ciceronis De oratore liber.jpg
Pagina del De oratore, illustrata con miniatura (British Museum)
Autore Marco Tullio Cicerone
1ª ed. originale tra il 55 e il 54 a.C.
Genere dialogo
Sottogenere retorico
Lingua originale latino

De oratore (in italiano L'oratore) è un'opera di genere retorico scritta da Marco Tullio Cicerone tra il 55 e il 54 a.C. Il testo, facente parte della cosiddetta "trilogia retorica" assieme a Brutus e all'Orator, è strutturato in tre libri sotto forma di dialogo platonico ed ha come partecipanti Lucio Licinio Crasso, Marco Antonio, Aurelio Cotta, Sulpicio Rufo, Mucio Scevola, Quinto Lutazio Catulo e Giulio Cesare Strabone. L'ambientazione è nel 91 a.C. presso la villa di campagna a Tuscolo. Nel dialogo Cicerone analizza profondamente gli aspetti della retorica e dell'oratoria: inventio (invenzione di un'orazione), dispositio (disposizione degli argomenti), elocutio (il linguaggio arricchito), memoria (capacità di ricordare) e actio (pronunciazione dell'orazione). Soprattutto per il politico, l'actio era la parte più importante dell'orazione perché tutte le abilità dell'oratore perfetto venivano messe al vivo proprio davanti al senato in tribunale.

Contenuto[modifica | modifica sorgente]

Cicerone che pronuncia una sua orazione in pubblico

I principali interlocutori del gruppo di oratori nella villa sono Crasso (interpretato dallo stesso Cicerone) e Antonio.

I libro: Licinio Crasso sostiene che un buon oratore debba avere prima di tutto una eccellente preparazione culturale, politica e filosofica, abbracciando non solo le teorie dei costumi di Roma, ma anche degli altri luoghi in particolare la Grecia e anche alcune filosofie dell'Oriente. In secondo luogo l'oratore durante un processo doveva dimostrare grande capacità di parlatore e amplificatore sia per sé stesso, sia per il l'imputato da difendere o da accusare. Ovvero egli cambiando i toni della voce a seconda della situazione e muovendo mani, braccia e muscoli della faccia in un un'unica armonia per conquistarsi il consenso del popolo e soprattutto per suscitare nella gente forti emozioni che lo spingano ad essere approvato ed ascoltato, riesce a diventare un buon oratore.
Trattando tali argomenti Cicerone fa anche numerose citazioni di celebri oratori i quali usavano tecniche particolari e curiose adottate da loro stessi per gestire meglio le loro orazioni, come Demostene o l'attore romano Taurisco. Infatti Crasso consiglia ai giovani studenti di oratorio di prendere molte lezioni di dizione e di arte proprio dagli attori teatrali per aver maggiore perspicacia durante i processi.
Marco Antonio quando è il suo turno di parlare si limita a sostenere che un bravo oratore, anziché perdere tempo nella ricerca di parole complesse e ben elaborate e di argomenti troppo contorti, dovrebbe semplicemente, certo avere una discreta preparazione filosofica e politica, ma soprattutto affidarsi alla sua capacità di improvvisare discorsi e alle proprie doti naturali, specialmente se accadesse durante un processo di venire contestato o interrotto. Infatti Marco Antonio soleva improvvisare all'ultimo momento i suoi discorsi in pubblico, sebbene li studiasse a memoria prima della presentazione.

II libro: Sempre Marco Antonio continua a parlare. Egli analizza le prime tre forme principali per la creazione di un'orazione: inventio, dispositio, memoria. Secondo lui queste sono le forme più importanti dell'orazione perché così chiunque avrebbe la capacità di diventare politico (sebbene mediocre) cosicché gli studenti potessero avere più fiducia in loro stessi, senza perdersi in continue ricerche difficili e ampollose, e soprattutto usare molto le loro idee per creare le orazioni, senza basarsi su precise tecniche. Infatti Antonio scegliendo il più semplice studia solo l'"esoscheletro" per l'invenzione di un'orazione, senza analizzare le altre due parti fondamentali dell'oratoria: lelocutio e soprattutto lactio, trattate da Crasso nell'ultimo libro.

III libro: Lucio Licinio Crasso risponde definitivamente alle teorie ristrette e poco ben elaborate da Antonio. Un buon oratore per essere appunto perfetto e con uno stile assai ricercato per le sue opere deve osservare assolutamente tutti i canoni dell'oratoria e non limitarsi a studiare le parti più semplici. Un oratore potrebbe anche fermarsi e limitarsi ad apprender tali cose, ma se vuole spingersi oltre per dare giovamento sia a sé stesso, sia alla civiltà di Roma, facendo in modo di essere ricordato nel futuro, deve imparare a riconoscere anche questi due ultimi e soprattutto più importanti canoni della retorica. L' "elocutio" garantisce ad un oratore di distinguersi profondamente dagli altri per lo stile e il linguaggio più elaborato e ricercato in un'orazione (infatti Cicerone si distinse per la scrittura delle Verrine e delle Catilinarie). Seconda cosa che non ha analizzato in particolare Antonio è l' "actio" ovvero il momento in cui un oratore deve presentarsi al pubblico e pronunciare il suo discorso dopo averlo imparato a memoria, senza mai fermarsi. Oltre a ciò l'oratore deve fare uno sforzo ancora maggiore, che alla fine lo porta alla gloria, ossia cercare di apparire più credibile gesticolando e muovendo al massimo i muscoli del corpo, delle braccia e del capo in base agli argomenti che si stanno trattando. Al contrario delle teorie di Antonio, un oratore viene subito bollato dal pubblico come mediocre se non rispetta nemmeno uno di questi due canoni e se inoltre pronuncia la sua orazione con uno stile povero e scarno avvalendosi inoltre dell'improvvisazione.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • E. Rawson, L'aristocrazia ciceroniana e le sue proprietà, in M.I. Finley (a cura di). La proprietà a Roma, Bari, Laterza, 1980.
  • D. L. Stockton, Cicerone. Biografia politica, Milano, Rusconi Libri, 1984. ISBN 8818180029
  • Wilfried Stroh, Cicerone, Bologna, Il Mulino, 2010. ISBN 9788815137661
  • Giusto Traina, Marco Antonio, Laterza, 2003. ISBN 8842067377
  • S. C. Utcenko, Cicerone e il suo tempo, Editori Riuniti, 1975. ISBN 883590854X
  • J. Vogt, La repubblica romana, Bari, Laterza, 1975.