Regno di Palmira

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Regno di Palmira
Regno di Palmira - Localizzazione
Dati amministrativi
Lingue parlate
Capitale Palmira
Politica
Forma di governo monarchia
Nascita 268/269 con Zenobia-Vaballato
Causa morte di Odenato
Fine 272 d.C. con Zenobia-Vaballato
Causa Battaglia di Emesa
Territorio e popolazione
Bacino geografico limes orientale ed Egitto
Territorio originale Palmira e circondario
Evoluzione storica
Preceduto da Impero romano
(Gallieno)
Succeduto da Impero romano
(Aureliano)

Il regno di Palmira, con capitale Palmira (l'attuale Tadmor in Siria), fu uno dei territori periferici dell'Impero romano che giunse a costituirsi come un vero e proprio Stato secessionista, in seguito alle rivolte militari che caratterizzarono la crisi del III secolo.

La città di Palmira, oasi lungo la via carovaniera che metteva in contatto l'oriente partico con i porti del Mediterraneo, aveva sviluppato la propria fortuna commerciale sulla neutralità tra i due imperi, spesso in lotta tra loro.

L'oasi di Palmira era abitata da ricchi commercianti, già nel I secolo d.C., tanto da spingere Marco Antonio a farvi un'incursione con la cavalleria, che si concluse con un nulla di fatto.

Storia[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Campagne sasanidi di Odenato e Campagne orientali di Aureliano.

Durante il regno di Valeriano il principe di Palmira, Settimio Odenato, appartenente ad una famiglia che aveva ottenuto la cittadinanza romana sotto Settimio Severo, dopo un fallito tentativo di alleanza col sovrano del regno dei Sasanidi, Sapore I, figlio di Ardashir I[1], si era avvicinato al proprio imperatore, Valeriano, che, nel 258 l'aveva riconosciuto vir consularis.

Dopo la sconfitta, nel 260, nella battaglia di Edessa dove l'imperatore era stato catturato e fatto prigioniero da Sapore I, Odenato intervenne e inseguì sino a Ctesifonte l'esercito sasanide che, sconfitto dal generale Callisto, si stava ritirando. Durante tale azione, Odenato riuscì a procurare notevoli perdite al nemico e l'impresa fu apprezzata dall'imperatore Gallieno, che, dopo che Odenato, durante la ribellione dei Macriani, aveva sconfitto ed ucciso, nel 261, il generale Callisto gli conferì diversi titoli onorifici oltre quello più importante di dux romanorum, che in pratica riconosceva un'autorità regale del principe di Palmira su tutta l'area della provincia di Siria.

Odenato ordinò una forte leva in Siria per ripristinare gli organici dell'esercito romano e, appena completata la leva, nel 262, riprese la guerra contro i Parti, riconquistando alcune fortezze in Mesopotamia, oltre a Carre e Nisibis in Cappadocia, sconfisse l'esercito sasanide e assediò Sapore I nella sua capitale, Ctesifonte e mentre Gallieno fu riconosciuto persicus maximus, Odenato ricevette il titolo di corrector totius Orientis, con giurisdizione sulle province romane orientali. Fu anche per merito delle vittorie di Odenato che i Parti, negli anni successivi, non effettuarono altre incursioni.

In seguito, a Odenato fu riconosciuto il titolo di re dei re, che lo contrapponeva al Gran re di Persia, Sapore I. I confini del regno di Odenato, in quegli anni, erano a nord i monti del Tauro e a sud il golfo Arabico e comprendeva la Cilicia, la Siria, la Mesopotamia e l'Arabia.

Nel 267, in una campagna alla quale partecipò anche il figlio maggiore, Hairan, Odenato marciò contro la Persia, arrivando a Ctesifonte, ma qui dovette arrestarsi per dirigersi in Cappadocia, che era stata invasa dai Goti. Odenato arrivò fino ad Eraclea pontica, sul Mar Nero, ma troppo tardi.

Tornato a Palmira, pochi mesi dopo, in quello stesso anno o forse all'inizio del 268 Odenato fu assassinato, ad Emesa, assieme al figlio Hairan (o Erode o Erodiano)[2] e ad un suo fedele collaboratore, il governatore militare di Palmira, Settimio Vorode. Furono assassinati da Maconio[3], cugino o nipote (a seconda delle fonti) di Odenato.

Poco dopo la morte del re dei re, sua moglie Zenobia prese il potere, in nome del figlio minorenne, Vaballato[4], col sogno e l'ambizione non solo di mantenersi autonoma da Roma, ma di creare un impero d'Oriente da affiancare all'impero di Roma.

Busto funerario femminile proveniente da Palmira (seconda metà del II secolo)

Gallieno avrebbe voluto regolare i conti con Zenobia, ma fu impedito a recarsi in Oriente sia dall'invasione dei Goti iniziata nel 267 che dalla grande invasione degli Eruli, del 268. La "Vita Gallieni" riporta che l'imperatore inviò contro Palmira un suo generale, Aurelio Eracliano, nominato dux della spedizione volta a riprendere il controllo della frontiera con la Persia dopo la morte di Odenato nel 267, ma costui fu sconfitto dai Palmireni della regina Zenobia e di suo figlio Vaballato.[5] Secondo alcune interpretazioni alternative, questa spedizione non avvenne sotto Gallieno ma sotto il suo successore Claudio il Gotico,[6] o potrebbe non essere avvenuta affatto.[7]. Comunque alla luce di questi avvenimenti si rafforzò la convinzione che il regno di Palmira avesse la missione di governare l'Oriente e Zenobia, reggente al posto del figlio Vaballato, solo dopo la morte dell'imperatore, Claudio, avvenuta nel 270, guidò la ribellione contro l'autorità imperiale. Per i primi anni Zenobia si limitò a conservare e rafforzare il regno lasciatole da suo marito (la Cilicia, la Siria, la Mesopotamia e l'Arabia), mantenendo buoni rapporti con Roma.

Attuando una politica espansionistica a partire dalla fine del 269, politica che divenne molto aggressiva nel 270, dopo la morte per peste dell'imperatore Claudio, Zenobia riuscì ad estendere il potere del suo regno conquistando la Bitinia e l'Egitto.

Nel 270 divenne imperatore Aureliano che inizialmente riconobbe a Vaballato i titoli di vir clarissimus rex e imperator dux Romanorum, tanto che nel regno di Palmira si batterono monete con da un lato l'effigie di Vaballato, imperator dux Romanorum e dall'altro dell'imperatore, Aureliano.

Ma nel 271, risolti i problemi che aveva in Italia, Aureliano decise di tamponare tutte le falle del sistema difensivo romano, restaurando l'integrità dello stato sui vecchi confini[8], cominciando dal regno di Palmira. Le province, Bitinia ed Egitto, conquistate pochi mesi prima da Zenobia, furono riconquistate, quasi senza colpo ferire, e l'avanzata di Aureliano continuò senza incontrare resistenza. Le truppe di Palmira, al comando del generale Zabdas, che erano composte dai resti di almeno due legioni romane, gli arcieri palmireni e la cavalleria pesante (i clibanarii simili al catafratto persiano), erano state radunate ad Antiochia; allora si mossero incontro all'imperatore, che fu intercettato sulle rive dell'Oronte, dove avvenne la Battaglia di Immae, in cui Aureliano che, in passato, era stato comandante di cavalleria, al primo attacco dei climbanarii, ordinò alla sua cavalleria leggera di arretrare e farsi inseguire sino a quando i cavalli del nemico, appesantiti dalla propria corazza e da quella del cavaliere, furono esausti; allora la cavalleria di Aureliano si arrestò e mise in fuga i clibanarii, mentre la sua fanteria, attraversato l'Oronte, attaccò sul fianco le truppe di Zabdas che così subirono una sconfitta completa.

Zabdas si ritirò ad Antiochia, dove, mentendo, si vantò di aver fatto prigioniero Aureliano. Poi Zenobia e Zabdas, dopo aver lasciato una piccola guarnigione nel presidio fortificato di Dafne, di notte, si ritirarono da Antiochia dirigendosi a Emesa, per poter raccogliere un secondo esercito per fermare Aureliano.

Aureliano, ben accolto dagli abitanti di Antiochia, attaccò e conquistò Dafne, per poi proseguire celermente[9] verso Emesa, dove nella piana antistante la città avvenne lo scontro decisivo, (Battaglia di Emesa) nella quale, con una tattica simile a quella della battaglia di Immae, Aureliano, che aveva ricevuto i rinforzi di truppe mesopotamiche, siriane, fenicie e palestinesi, riportò una grande vittoria[10] contro un esercito, valutato intorno alle 70.000 unità. Zenobia, aiutata nella fuga dai nomadi del deserto che attaccarono Aureliano[11] si ritirò a Palmira, preparandosi a sostenere un assedio, sperando nell'arrivo degli aiuti persiani.

Aureliano, dopo essere stato ferito, ebbe un momento di esitazione e propose a Zenobia un resa molto moderata, che la regina poco saggiamente rifiutò e respinse con linguaggio poco diplomatico, costringendo l'imperatore a impegnarsi con risolutezza cosicché le tribù del deserto vennero sottomesse o con le armi o col denaro (alcune tribù ebbero il lucroso compito di approvvigionare l'esercito imperiale). Allora Zenobia ed il figlio, Vaballato, cercando la protezione dei sasanidi, fuggirono a dorso di dromedario, ma furono catturati[12] dalla cavalleria leggera romana, mentre tentavano di attraversare l'Eufrate.

Il regno di Palmira, nel 272, fu sottomesso e l'anno dopo Aureliano riconquistò anche il cosiddetto Impero delle Gallie. L'oasi e la città di Palmira, dopo la resa ad Aureliano, non subirono alcuna violenza, ma l'anno dopo (273), a seguito di una ribellione, Palmira fu saccheggiata[13], i suoi tesori furono portati via e le mura furono abbattute; la città, abbandonata, tornò a essere un piccolo villaggio e divenne una base militare per le legioni romane.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Sapore I era il figlio di Ardashir I, il primo sovrano sasanide ad essere asceso al trono nel regno dei Parti.
  2. ^ Secondo Andreas Alföldi, Hairan era figlio di primo letto, mentre Erodiano era il figlio maggiore di Zenobia.
  3. ^ Maconio, che non riuscì a succedere allo zio (o cugino) perché fu assassinato subito dopo. Maconio forse era stato sobillato dall'imperatore Gallieno, con la promessa di metterlo al posto di Odenato, ma molto più probabilmente da Zenobia, che voleva che ad Odenato succedesse uno dei suoi figli e non Hairan, che era figlio della prima moglie del marito.
  4. ^ Secondo Andreas Alföldi, Zenobia fu reggente per conto prima di Erodiano, il figlio maggiore, e poi di Vaballato, il minore.
  5. ^ Historia Augusta, Vita di Gallieno, 13.4-5.
  6. ^ Potter.
  7. ^ Watson, Alaric, Aurelian and the Third Century, Routledge, 1999, ISBN 0-415-07248-4, pp. 41-42.
  8. ^ Aureliano nel suo breve regno (solo cinque anni, dal 270 fino al 275) riuscì a restaurare l'integrità dell'impero
  9. ^ Aureliano temeva un intervento dell'esercito persiano in aiuto di Zenobia.
  10. ^ In questa battaglia si misero in evidenza le truppe palestinesi, armate di clava, che assalirono i clibanarii, le cui corazze resistevano alle armi da taglio, ma nulla potevano contro le clave.
  11. ^ Aureliano, in uno scontro contro i nomadi del deserto fu anche ferito sotto le mura di Palmira.
  12. ^ Zenobia e Vaballato, dopo la cattura furono inviati a Roma ma, secondo quanto testimoniato dallo storico bizantino Zosimo, il figlio morì durante il viaggio. Zenobia, legata con catene d'oro, venne esibita come trofeo durante le celebrazioni per il trionfo di Aureliano, del 274. Poi, secondo alcune fonti, le fu consentito di ritirarsi a vita privata in una villa di Tivoli lasciandola libera di partecipare alla vita mondana, mentre secondo Zosimo morì di malattia o addirittura si lasciò morire di fame.
  13. ^ Il tempio di Baal fu saccheggiato per vendetta dalla Legio III Cyrenaica che, in questo modo, vendicò il saccheggio del proprio tempio a Bosra da parte dell'esercito di Palmira, nel 270.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Franz Cumont, Le province confinarie d'Oriente, in Cambridge University - Storia del mondo antico, vol. IX, Garzanti, Milano, ult. ediz. 1988, pp. 231–259.
  • Arthur Christensen, La Persia sasanide, in Cambridge University - Storia del mondo antico, vol. IX, Garzanti, Milano, ult. ediz. 1988, pp. 429–449.
  • Andreas Alföldi, Le invasioni delle popolazioni stanziali, dal Reno al Mar Nero, in Cambridge University - Storia del mondo antico, vol. IX, Garzanti, Milano, ult. ediz. 1988, pp. 450–477.
  • Andreas Alföldi, La crisi dell'impero (249-270 d.C.), in Cambridge University - Storia del mondo antico, vol. IX, Garzanti, Milano, ult. ediz. 1988, pp. 478–550.
  • Harold Mattingly, La ripresa dell'impero, in Cambridge University - Storia del mondo antico, vol. IX, Garzanti, Milano, ult. ediz. 1988, pp. 599–655.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]