Battaglia delle Isole Egadi

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Battaglia delle Isole Egadi
Il tempio di Giuturna a Largo di Torre Argentina (Roma), costruito da Gaio Lutazio Catulo per celebrare la vittoria delle Egadi
Il tempio di Giuturna a Largo di Torre Argentina (Roma), costruito da Gaio Lutazio Catulo per celebrare la vittoria delle Egadi
Data 10 marzo 241 a.C.
Luogo Isole Egadi
Esito Decisiva vittoria romana
Schieramenti
Comandanti
Effettivi
200 navi circa 250 navi circa
Perdite
30 navi affondate 50 navi affondate,
70 navi catturate,
10.000 uomini catturati
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La battaglia delle Isole Egadi fu la battaglia navale conclusiva della prima guerra romano-punica. Cartagine dopo oltre vent'anni di scontri navali e terrestri, avendo subito alle isole Egadi una sconfitta pesante in termini di uomini e soprattutto di navi, con le finanze esauste, dovette chiedere la pace a Roma.

Situazione[modifica | modifica wikitesto]

Dopo ventiquattro anni di lutti, battaglie, guerriglia, assedi e naufragi, la prima guerra romano-punica aveva reso insopportabili le condizioni psicologiche e finanziarie delle due città-stato. Roma cominciava ad avere qualche problema nel chiedere rinforzi ai socii e aveva dovuto sostenere tante spese per le battaglie navali e i naufragi che l'erario non era in grado di allestire nessuna flotta degna di questo nome; per cinque anni dalla sconfitta di Trapani e dall'immane successivo "naufragio di Camarina" aveva dovuto, per necessità o per scelta, cessare di rinforzare la flotta limitandola alle sole navi onerarie e gestire la difesa marittima con qualche superstite nave da guerra.

Cartagine, anche se sul mare restava dominatrice, si era dissanguata nella gestione della flotta, i commerci erano rallentati. Infatti i marinai, contrariamente alle truppe di terra che erano in genere mercenarie, provenivano dalle forze dei cittadini-mercanti. E i mercanti, se non possono coltivare i loro mercati, finiscono per passare la mano alla concorrenza. I commerci di Cartagine languivano e non potevano generare la ricchezza necessaria a pagare le sempre più necessarie truppe mercenarie. Era una pericolosa spirale economico-militare che rischiava di avvitarsi su sé stessa.

Roma, per la terza volta, decise di tornare sul mare e cercare di chiudere la partita.

« L'impresa fu, essenzialmente, una lotta per la vita. Nell'erario, infatti, non c'erano più risorse per sostenere quanto si erano proposti. »
(Polibio, Storie, I, 59, 6,)

Roma, contrariamente a Cartagine, ebbe la fortuna di avere una classe politica dilaniata all'interno ma compatta contro le minacce esterne. Una sottoscrizione di cittadini (forse forzosa) finanziò una nuova flotta di duecento quinquiremi complete di equipaggio. I finanziatori non fecero della beneficenza: alla fine della guerra sarebbero stati risarciti rivalendosi sul bottino. Se l'esito fosse stato negativo, però, i patrimoni personali sarebbero stati pesantemente intaccati.

A capo della flotta fu posto Gaio Lutazio Catulo che, all'inizio dell'estate del 242 a.C., prese il mare in direzione della Sicilia. Questa volta i Cartaginesi di Trapani furono colti di sorpresa; non immaginavano che Roma fosse in grado di spremere una tale flotta dalle esauste casse statali. Catulo, visto che tutta la flotta cartaginese era rientrata in patria, rinforzò le truppe che procedevano all'Assedio di Lilibeo e occupò tranquillamente il porto di Trapani e il territorio attorno alla città ponendola sotto assedio.

Senza fermarsi a queste operazioni terrestri, ben sapendo che la vittoria di Roma sarebbe dovuta essere ottenuta sul mare, manteneva gli equipaggi allenati con esercitazioni e manovre.

A Cartagine, quando si seppe di questa inusitata spedizione romana, caricarono le navi di grano e altri aiuti per sostenere le truppe di Amilcare Barca che si battevano alle falde del Monte Erice. Al comando della flotta fu posto Annone (non è certo se fosse il nemico politico di Amilcare). Il Tierarca portò la flotta ad ancorarsi all'isola chiamata "Sacra" (una delle Isole Egadi, oggi Marèttimo) in attesa di scaricare i rifornimenti alle forze terrestri. Avrebbe così ottenuto, inoltre, di alleggerire e rendere più manovrabili le navi per le battaglie navali e di poter caricare Amilcare e i suoi migliori uomini come forze navali o truppe da sbarco contro gli assedianti.

Lutazio Catulo seppe dell'arrivo di Annone e preparò la contromossa. Imbarcò i migliori uomini a disposizione e portò la flotta fino all'isola di Egussa (Favignana). Era il 9 marzo del 241 a.C.

La battaglia[modifica | modifica wikitesto]

Il mattino del giorno successivo, il 10 marzo, Catulo vide che la flotta cartaginese avrebbe avuto un forte vento da ovest a favore e che questo avrebbe reso più difficile far salpare la flotta romana. Dapprima incerto, riflettendo si rese conto che se avesse attaccato subito avrebbe avuto di fronte degli scafi ancora carichi e quindi più lenti e che questi avrebbero avuto a bordo solo forze di marina. Se avesse permesso lo scarico delle merci e l'imbarco degli uomini di Amilcare la situazione anche col vento in poppa non sarebbe stata altrettanto favorevole.

La flotta romana si distese su una sola linea come per formare un muro contro le navi cartaginesi che veleggiavano verso la costa del Monte Erice. I Cartaginesi accettarono la battaglia; ammainarono le vele per avere maggiore mobilità e attaccarono i romani.

« Poiché i preparativi per gli uni e per gli altri venivano regolati in modo opposto rispetto allo scontro navale svoltosi presso Drepana, anche l'esito della battaglia, com'è naturale, risultò opposto per gli uni e per gli altri. »
(Polibio, Storie, I, 61, 2)

Infatti i romani avevano cambiato stile di combattimento. Per prima cosa avevano cambiato la maniera di costruire le navi copiandole, pare, da quella -velocissima- presa con Annibale Rodio durante l'Assedio di Lilibeo. Inoltre le navi romane erano alleggerite al massimo, gli equipaggi erano stati tenuti in addestramento ed erano supportati da

« soldati di marina scelti, più duri ad arrendersi delle truppe di terra. »
(Polibio, Storie, I, 61, 3)

Anche per i Cartaginesi la situazione era opposta. Le navi erano cariche di materiale e derrate e quindi lente nella manovra, praticamente inservibili per la battaglia. Secondo Polibio, inoltre

« gli equipaggi erano completamente privi di addestramento ed erano imbarcati per l'occasione, e i soldati di marina erano appena arruolati e sperimentavano per la prima volta ogni sofferenza e rischio. »
(Polibio, Storie, I, 61, 4)

In realtà questo atteggiamento cartaginese è credibile se si considera che a Cartagine si riteneva che i Romani, a seguito della serie di sconfitte e di naufragi, fossero incapaci di governare le navi.

Il risultato fu micidiale. Inferiori nella manovra e nel combattimento ravvicinato, i cartaginesi videro rapidamente affondare cinquanta navi e altre settanta furono catturate complete di equipaggio. Un fortunato volgersi del vento permise alle superstiti, alzate nuovamente le vele, di sganciarsi e ritornare all'Isola Sacra.

Dopo la battaglia[modifica | modifica wikitesto]

Lutazio Catulo tornò a Lilibeo e si trovò alle prese con il problema di gestire tanto bottino. Settanta navi e circa diecimila uomini erano caduti nelle sue mani. Catulo, comunque rinnovò l'assedio di Lilibeo e riuscì ad espugnare la città.

I Cartaginesi misero la condotta della guerra nelle mani di Amilcare che dapprima resistette ma in seguito, tagliato fuori da ogni possibilità di rifornimento con la caduta di Lilibeo e in condizioni operative disperate, mandò ambasciatori a Catulo per trattare la cessazione delle ostilità. Il console romano, saggiamente, rendendosi conto che anche Roma era sfinita da ventiquattro anni di guerra continua,

« pose fine alla contesa, dopo che furono redatti i seguenti patti: "Ci sia amicizia fra Cartaginesi e Romani a queste condizioni, se anche il popolo dei Romani dà il suo consenso. I Cartaginesi si ritirino da tutta la Sicilia e non facciano la guerra a Gerone né impugnino le armi contro i Siracusani né contro gli alleati dei Siracusani. I Cartaginesi restituiscano ai Romani senza riscatto i prigionieri. I Cartaginesi versino ai Romani in vent'anni duemiladuecento talenti euboici d'argento". »
(Polibio, Storie, I, 61, 4)

Il popolo romano, poi, per tramite di una commissione di dieci uomini, rese un po' più gravose le condizioni. Ma la Prima guerra romano-punica era terminata.

Per celebrare la sua vittoria Gaio Lutazio Catulo eresse un tempio a Giuturna presso il Campo Marzio nell'area oggi nota come Largo di Torre Argentina

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Polibio, Storie, Milano, Bur, 2001, traduzione di M. Mari. ISBN 88-17-12703-5.
  • E. Acquaro, Cartagine: un impero sul Mediterraneo, Roma, Newton Compton, 1978, ISBN 88-403-0099-6.
  • W. Ameling, Karthago: Studien zu Militar, Staat und Gesellschaft, Munchen, Beck, 1993.
  • B. Combet Farnoux, Les guerres puniques, Parigi, 1960
  • B. Fourure, Cartagine: la capitale fenicia del Mediterraneo, Milano, Jaca Book, 1993, ISBN 88-16-57075-X.
  • W. Huss, Cartagine, Bologna, il Mulino, 1999, ISBN 88-15-07205-5.
  • S.I. Kovaliov, Storia di Roma, Roma, Editori Riuniti, 1982, ISBN 88-359-2419-7.
  • J. Michelet, Storia di Roma, Rimini, Rusconi, 2002. ISBN 88-8129-477-X
  • H.H. Scullard, Carthage and Rome, Cambridge, 1989.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]