Marcantonio Colonna

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Corona real abierta.svg
Marcantonio Colonna
Ritratto del Duca Marcantonio Colonna Eseguito da Scipione Pulzone
Ritratto del Duca Marcantonio Colonna Eseguito da Scipione Pulzone
Principe di Paliano Duca di Tagliacozzo
Vicerè di Sicilia Vicerè d’ Abruzzo
Stemma
In carica 1557 –
1º agosto 1584
1500
Predecessore Ascanio I Colonna
Erede Fabrizio I Colonna
Successore Fabrizio I Colonna
Nome completo Marcantonio II Colonna di Paliano
Trattamento Don
Onorificenze Duca di Paliano
Altri titoli
Nascita Lanuvio, 26 febbraio 1535
Morte Medinaceli, 1º agosto 1584
Sepoltura chiesa di Sant' Andrea di Paliano
Luogo di sepoltura Paliano
Dinastia Colonna
Padre Ascanio I Colonna
Madre Giovanna d’ Aragona
Consorte Felice Orsini
Figli
Religione Cattolicesimo
Motto Mole sua stat
Marcantonio Colonna
Ritratto del Duca Marcantonio Colonna nelle Vesti di Aristocratico Spagnolo Con Il Collare dell’Ordine del Toson d'oro
Ritratto del Duca Marcantonio Colonna nelle Vesti di Aristocratico Spagnolo Con Il Collare dell’Ordine del Toson d'oro
=26 febbraio 1535 - 1º agosto 1584
Nato a Lanuvio
Morto a Medinaceli
Cause della morte Naturale o secondo alcune voci, Pugnalato per la vendetta di un Marito tradito
Luogo di sepoltura Paliano
Etnia Italiana
Religione Cattolicesimo
Dati militari
Paese servito

bandiera Stato Pontificio

Bandera de España 1701-1760.svg Regno di Spagna
Forza armata Cavalleria Esercito Marina
Arma Galea
Corpo Flotta pontificia
Unità flotta alleata
Anni di servizio 15531557
Grado

comandante della cavalleria spagnola

Ammiraglio
Ferite
  • Ferita grave ad una Mano che la rese storpia
  • Ginocchio
Battaglie

battaglia di Scannagallo

Battaglia di Lepanto
Comandante di

Don Giovanni d’ Austria Sebastiano Venier

Agostino Barbarigo
Decorazioni

Collare dell' Ordine del Toson d'oro

Collare dell' Ordine dello Speron d'Oro
Altro lavoro Vicerè Duca

[senza fonte]

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Marcantonio Colonna (Lanuvio, 26 febbraio 1535Medinaceli, 1º agosto 1584) è stato un ammiraglio italiano e Viceré di Sicilia e d’Abruzzo.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Nacque a Lanuvio (cittadina chiamata in quel tempo Civita Lavinia) da Ascanio Colonna, secondo duca di Paliano e conte di Tagliacozzo (fratello della poetessa Vittoria Colonna) e da Giovanna d'Aragona, nipote del re Ferdinando I di Napoli; non ebbe buoni rapporti con i genitori il quale ne fu sempre fortemente in contrasto. E il litigio fra i genitori, culminato poco dopo la sua nascita nella definitiva separazione, influì negativamente sui suoi rapporti con il padre. Nel dicembre del 1552 infatti quest'ultimo, che aveva visto fallire un ulteriore tentativo di riavere con sé la moglie, diseredò il Figlio, unico figlio maschio rimastogli. Nell'atto, che fu poi annullato da un breve di Giulio III del 6 novembre 1554, il padre lo accusò non solo di disobbedienza e di ribellione, ma anche di minacce e calunnie. In effetti l'inimicizia del Figlio. verso il genitore fu confermata poco più di tre anni dopo da un dipendente di Ascanio, che accusò il Marcantonio e la madre di aver tentato anche con la tortura di fargli confermare gravissime accuse contro il padrone, delle quali questi era, a suo dire, innocente. Nel giudicare il comportamento di Marcantonio. verso il padre - e alcuni contemporanei lo fecero in modo negativo - c'è da tener presente comunque che la fama di Ascanio I Colonna non fu quella di un uomo mite. Il C. tuttavia aveva obbedito alla volontà del genitore dando l'anello, il 29 febbraio 1552 , a Felice Orsini; le nozze erano state celebrate il 12 maggio.

La Carriera Militare[modifica | modifica wikitesto]

Quando Carlo V all'inizio del 1553 inviò un esercito al comando del viceré di Napoli contro Siena, Marcantonio Colonna si pose al servizio degli Imperiali. Allorché costoro posero fine alla campagna, abbandonando l'assedio di Montalcino e si diressero verso il Regno, contro il quale si temeva un attacco turco, Marcantonio, transitando per il Lazio, si impadronì con la forza dello Stato del padre, che non fece resistenza e si rifugiò nei suoi feudi in Abruzzo, dove poco dopo fu arrestato ad opera del viceré per sospetto di tradimento. Marcantonio cominciò quindi ad amministrare i feudi, che gli appartenevano di fatto se non di diritto, continuando però a usare i metodi di brutale sfruttamento del genitore, come ebbero a sostenere gli abitanti di Nettuno qualche anno dopo in una supplica, in cui chiedevano al pontefice di liberarli da tali angherie. L'anno successivo Marcantonio fece parte del contingente di truppe napoletane inviate a collaborare con quelle fiorentine di Cosimo de' Medici, che aveva ripreso le ostilità contro Siena. Il 2 agosto partecipò alla battaglia di Scannagallo, Marciano, al comando di uno squadrone di trecento uomini d'arme. Dopo la vittoria Marcantonio Colonna fu lasciato a capo dell'esercito, mentre Giangiacomo de' Medici, marchese di Marignano, si recava a Firenze con altri capitani a ricevere le ricompense per il conseguito successo. Marcantonio non rimase in campo fino alla caduta di Siena; nel novembre infatti, quando un breve di Giulio III ratificava la sua occupazione degli Stati del padre, egli era a Marino.

i Burrascosi Rapporti Con Papa Paolo IV[modifica | modifica wikitesto]

Eletto al soglio pontificio Papa Paolo IV, di cui furono subito palesi le tendenze filofrancesi, nel luglio 1555 Marcantonio Colonna partecipò alla riunione indetta dal cardinale di Santa Fiora tra gli aderenti al partito filoimperiale. In essa il giovane Marcantonio si disse pronto a provocare una sollevazione contro il pontefice, ma nell'agosto, quando quest'ultimo fece arrestare Camillo Colonna e il cardinale di Santa Fiora, il C., cui intanto Filippo II aveva concesso il comando delle genti d'arme prima comandate dal padre e il possesso di Tagliacozzo, fuggì tempestivamente da Roma, rifugiandosi a Paliano, ove si fortificò. Nell'Urbe rimasero la madre, la moglie e due sorelle, alle quali il papa proibì di lasciare Roma e la loro casa. Inoltre furono emessi monitori contro Marcantonio , che poi, considerato ribelle, fu colpito dalla sentenza di confisca dei beni. Egli si rese conto allora di non poter tenere testa alle truppe pontificie da solo e si decise ad abbandonare Paliano. Giacque qualche tempo ammalato a Gaeta, quindi si portò a Napoli. Qui sì recò a visitare il padre prigioniero e lo pregò, senza che questi vi accondiscendesse, di revocare il testamento, come invece finì per fare, il 21 marzo 1557, poco prima di morire. Alla fine dell'anno la madre e le altre colonnesi riuscirono a fuggire da Roma, provocando le ire del papa, che intanto si era stretto in un trattato di alleanza con la Francia. Il 1556 si apriva sotto cattivi auspici per Marcantonio Colonna. Fuggiasco, aveva perduto le terre usurpate al padre ed era violentemente avversato da Papa Paolo IV, il quale il 7 gennaio a un intervento dell'ambasciatore cesareo, che intercedeva per lui, aveva risposto molto duramente. Il 4 maggio la bolla di scomunica e di privazione dei beni contro il Duca Marcantonio Colonna. e il padre precedeva di pochi giorni l'investitura dello Stato di Paliano, eretto a ducato, in favore di Giovanni Carafa.

Le Manovre Offensive di Marcantonio Colonna Contro Papa Paolo IV[modifica | modifica wikitesto]

Nel luglio Marcantonio Colonna, che il mese prima era stato a Venezia e forse alla corte dell'imperatore, era in Abruzzo, prima di portarsi a Napoli, ove fervevano i preparativi per la guerra ormai imminente contro Papa Paolo IV. Il 21 agosto il duca d'Alba gli conferiva il grado di generale degli uomini d'arme, con il quale egli seguì l'esercito napoletano, che il 5 settembre passò il confine dello Stato della Chiesa. Gli Spagnoli occuparono Pontecorvo, Ceprano, Alatri, quindi Frosinone, Anagni, Ferentino, Terracina; giunsero fino a Tivoli. Tutte le terre colonnesi si dettero all'esercito invasore al grido di "Colonna". Quando gli Spagnoli si accinsero alla conquista di Ostia, che cadde il 18 novembre, Marcantonio ebbe l'incarico di far costruire un ponte di barche. Il 29 novembre il Pontifice, dicendosi disposto a cedere Paliano in cambio di Siena, ottennero una tregua di quaranta giorni. L'avanzata in Italia del duca di Guisa capovolse però la situazione e quando nell'aprile del 1557 egli ruppe le ostilità nel Regno dalla parte dell'Abruzzo, si riaccese la lotta anche nella Campagna romana, dove era rimasto Marcantonio come capitano generale, con quattromila fanti e sei pezzi di artiglieria. Gli venne incontro con tremila fanti italiani, due compagnie di tedeschi e sette cannoni Giulio Orsini, che Marcantonio sconfisse ad Acuto. Egli ottenne poi un'altra vittoria fra Valmontone e Segni, che fu saccheggiata dalle sue truppe. Si era nell'agosto e Marcantonio, raggiunto dal viceré, si portò verso Roma, cercando di sorprenderne i difensori, ma la sorpresa mancò. La pace di Cave, nel settembre, fu poco favorevole a Marcantonio, cui non venivano condonate le pene. Gli accordi contenevano un capitolo segreto, secondo cui Paliano, dopo che fosse stato adeguatamente indennizzato Giovanni Carafa, doveva essere concessa a una persona indicata dal re e gradita al pontefice. Nei due anni successivi Marcantonio si recò due volte alla corte dì Filippo II. Una prima volta subito dopo la pace di Cave, mentre vi si trovava anche Carlo Carafa (cardinale), che in cambio di Paliano cercava di ottenere da Filippo II. molto più dei 20.000 ducati di pensione per lui e del ducato di Rossano per il fratello, offerti dal re. Del resto il papa, sempre decisamente avverso a Marcantonio, intendeva che Paliano rimanesse libera e al nipote fosse dato il ducato di Bari. La presenza a corte di Marcantonio Colonna non riuscì né nel primo, né nel secondo viaggio a far risolvere l'intricata questione. Tre giorni dopo la morte di Papa Paolo IV 18 Agosto 1559 Marcantonio, che nell'aprile era stato compreso da Filippo II nella Pace di Cateau-Cambrésis, giunse a Roma. Il 22 Agosto , accolto con manifestazioni di simpatia, si presentò ai cardinali e si dichiarò pronto a obbedire al Sacro Collegio e al futuro Pontefice. Durante il lungo conclave Filippo II informò i porporati, con una lettera dell'ottobre, che era sua opinione che Paliano dovesse tornare a Marcantonio Colonna, per di più senza alcun compenso per i Carafa. Papa Pio IV in un primo momento non accolse l'ingiunzione del sovrano e Marcantonio ritornò in possesso di tutto lo Stato e dei palazzi di Roma, ma non di Paliano. Mentre la posizione dei nipoti del papa defunto si veniva facendo sempre più precaria, Giovanni Carafa, che si era rifugiato a Gallese, intentò un processo contro Marcantonio, che egli accusava di aver tentato di avvelenarlo; ma questi erano gli ultimi tentativi per nuocergli. La stella di Marcantonio. stava infatti risalendo rapidamente. Nello stesso anno Filippo II lo insigniva dell' Ordine del Toson d'oro e nel maggio del 1560 lo creava connestabile del Regno di Napoli; il 3 febbraio 1561 Papa Pio IV gli conferiva l'Ordine dello Speron d'oro; il 25 maggio diveniva luogotenente del Regno di Napoli. La completa reintegrazione di Marcantonio Colonna, il cui primogenito Fabrizio Colonna aveva sposato il 4 maggio 1562 Anna Borromeo, nipote del papa e sorella del cardinale Carlo Borromeo, avvenne con la restituzione di Paliano, il 17 luglio. Per intercessione di Filippo II e dati anche i buoni rapporti che si erano instaurati con il pontefice, questi anziché diroccarla, gli concesse la cittadina fortificata, completa dell'artiglieria e delle munizioni. Lo stato finanziario della famiglia era però tutt'altro che florido, anche se Papa Pio IV aveva favorito Marcantonio, rinunciando alle clausole fidecommissarie su Paliano. Marcantonio fu così costretto a vendere Nemi ai Piccolomini, Civita Lavinia e Ardea a Giuliano Cesarini, Caprinica, Pisciano, Ciciliano e [[San Vito a Domenico Massimo, mentre perdurava una lite con la sorella Vittoria, che avanzava pretese su alcuni beni in Abruzzo. Nell'estate 1564 Marcantonio soggiornò a lungo a Madrid, alla corte di Filippo II, che il 1° agosto lo nominò consigliere di Stato del Regno di Napoli.

i Buoni Rapporti Con Papa Pio V[modifica | modifica wikitesto]

I rapporti di Marcantonio con Papa Pio V furono ottimi; il papa nell'ottobre del 1567 pensava di inviarlo in aiuto del re di Francia contro gli ugonotti e a sua volta Marcantonio preparò un progetto per istituire un corpo di milizia nello Stato pontificio. Il 30 marzo 1569 Papa Pio V eresse Paliano a principato. Il 21 marzo di quello stesso anno Marcantonio aveva intrapreso un altro viaggio in Spagna, dove rimase per parecchi mesi. La lunga inattività pubblica cominciava evidentemente a pesare al Principe, che aveva desiderato essere impiegato dal sovrano nella guerra dei Paesi Bassi e aspirava a divenire governatore di Milano. Caduto ammalato nel luglio, durante il soggiorno a Madrid, Marcantonio ripartì verso l'Italia il 27 ottobre senza avere nulla ottenuto. Il 5 marzo 1570 presenziò all'incoronazione granducale di Cosimo de' Medici e prese parte alla cerimonia porgendo la corona al papa.

i Preparativi della Battaglia di Lepanto[modifica | modifica wikitesto]

Intanto il papa si stava adoperando per promuovere una lega contro i Turchi, i quali già dall'anno precedente avevano chiaramente dimostrato di voler rimuovere l'ostacolo che Cipro rappresentava alla loro espansione militare. Pur non riuscendo per il 1570 a costituirla, egli ottenne che Filippo Il desse ordine alla sua flotta di concentrarsi in Sicilia per unirsi eventualmente alle forze navali veneziane e pontificie. Il pontefice, a cui Venezia offrì di fornire gli scafi di dodici galere da armare, scelse Marcantonio Colonna quale capitano generale della sua armata. Nel breve dell'11 giugno sono genericamente indicati dal papa i motivi della nomina nella sua nobiltà, nel valore, prudenza, fede, nella sua pratica di cose militari; non è menzionata l'esperienza nell'arte marinara, che non poteva considerarsi molto vasta, limitandosi al possesso e all'amministrazione per un breve periodo di alcune galere, vendutegli dal cardinale Borromeo, che parteciparono all'impresa del Pignone e che egli rivendette al granduca Cosimo de' Medici. Probabilmente influirono sulla scelta un innegabile prestigio personale e forse l'essere egli, come gran connestabile del Regno di Napoli, suddito del re di Spagna, e dunque gradito a Filippo II, anche se invece qualche critica a questa nomina fu subito espressa dai ministri spagnoli in Italia. Il medesimo 11 giugno il Principe Marcantonio Colonna prestò giuramento nella cappella papale e ricevette dal pontefice il bastone del comando e lo stendardo della Lega Santa (1571), che sarebbe poi stato donato da Marcantonio alla cattedrale di Gaeta. Prima di partire da Roma Marcantonio creò suo luogotenente Pompeo Colonna, duca di Zagarolo, e nominò i capitani delle galere; quindi, ricevuti 10.000 scudi dal camerlengo, si mise in viaggio il 16 giugno alla volta di Ancona ove giunse il 19 Giugno

La Partenza per la Battaglia di Lepanto[modifica | modifica wikitesto]

Nel porto pontificio Marcantonio trovò solo otto galere anziché dodici, per cui si recò di persona a Venezia e ottenne le altre quattro, anche se tutt'altro che in ottimo stato. Comunque all'inizio di agosto Marcantonio aveva in punto, armate e approvvigionate, le galere pontificie. Nella stessa epoca giungeva a Madrid un messo, che fece al sovrano da parte di Marcantonio una relazione minuziosa di quant'egli aveva operato e anche del numero, della consistenza e dello stato dell'armata veneziana. Mentre quest'ultima, composta di centotrentasette galere, al comando di Girolamo Zane, si concentrava a Corfù, Filippo II il 9 agosto dette a Gianandrea Doria, capitano delle forze spagnole, l'ordine di partire, con le sue quarantanove galere, per il Levante. Il 6 dello stesso mese il C. era giunto a Otranto e qui decise di attendere il Doria, che vi arrivò il 20. Si vide subito quale sarebbe stata la nota dominante della spedizione, quando, giunto a Otranto, il Doria rimase all'ancora fuori del porto, senza curarsi di presentarsi a quello che si considerava il suo comandante. Marcantonio Colonna effettivamente si considerava il comandante in capo della spedizione; così mostravano di credere i Veneziani; inoltre Filippo II in una lettera, che Marcantonio aveva trovato in porto giungendo a Otranto, asseriva che il capitano spagnolo avrebbe dovuto prestargli obbedienza. Il Doria tuttavia lo contestò sempre e Marcantonio d'altra parte non seppe imporre la sua autorità al recalcitrante genovese. Doti che invece possedeva Marcantonio erano quelle della pazienza e della prudenza, che lo indussero, dopo un tentativo di attirare il Doria sulla sua galera, a recarsi egli stesso a visitarlo sulla capitana spagnola. Le due flotte giunsero nel porto di Suda, a Creta, dove le attendeva quella veneziana, l'ultimo giorno d'agosto. L'impreparazione dei Veneziani, confermata al Doria da una rivista tenuta l'11 settembre, la sua determinazione di non mettere a repentaglio la flotta affidatagli se non con la sicurezza della vittoria, la sua decisione di non rimanere in quelle acque oltre il 30 settembre rendevano il capitano spagnolo molto cauto su ogni iniziativa, nonostante il comprensibile desiderio dei Veneziani di affrettarsi in aiuto di Cipro, investita dall'attacco turco già dal 1° luglio. Si aggiunga poi che il Doria, quale che fosse la reputazione di gentiluomo e di militare di Marcantonio, non ne stimava affatto le capacità marinare. Non fu che il 17 settembre che l'armata congiunta salpò verso Cipro. Erano fermi per una tempesta a 150 miglia circa dall'isola, quando, il 21, giunse la notizia della caduta di Nicosia e questo, anziché indurli ad affrettarsi, ché ancora resisteva Famagosta, li fece desistere dall'impresa. Decisero di portarsi a danneggiare Valona e Durazzo, il che avrebbe forse indotto i Turchi ad abbandonare l'assedio di Famagosta. Si volsero allora verso Scarpanto e si rifugiarono lì, mentre erano sopraggiunte violente tempeste. Il maltempo e la temuta avanzata stagione indussero il Doria allora a chiedere licenza di tornare in Italia.

La Riunione dei Capitani[modifica | modifica wikitesto]

Era il 26 settembre quando i tre comandanti si riunirono sulla capitana veneziana. Non volendo Gianandrea partire senza licenza né volendo lo Zane concederla, si rimise la cosa al Colonna. E qui si ripresentò il problema della non riconosciuta autorità del C. su tutte e tre le flotte. La discussione divenne penosa quando il C., per dimostrare di avere ricevuto dal re questa autorità, fece portare le carte che lo provavano; invano, tuttavia, perché il Doria sostenne di possederne altre che lo smentivano. Sdegnosamente, ma in effetti rendendo palese la sua sconfitta, il C. lasciò libero il Doria di fare ciò che voleva e questi infatti salpò cinque giorni dopo. Il C. e i Veneziani rimasero insieme fino a Creta prima, ove giunsero ai primi di ottobre e poi fino a Corfù, dove si separarono. La spedizione era conclusa, senza alcun risultato, né pratico né di prestigio. Il 28 ottobre il C. fece vela per Ancona, ma il viaggio, pure piuttosto breve, fu disastroso. Egli fu obbligato a sostare a Casopo, a Cattaro, ove un fulmine incendiò la capitana, a Ragusa, raggiungendo infine nel dicembre il porto marchigiano soltanto con quattro galere. Immediatamente il C. inviò a Roma Pompeo Colonna a fare relazione al papa di quanto era occorso e del comportamento del comandante spagnolo. Il pontefice non considerò affatto imputabile al C. il fallimento dell'impresa e giudicò invece il Doria responsabile di ogni risultato negativo. Anche Filippo II, presso il quale si recò subito dopo lo stesso Pompeo, mostrò di ritenere scagionato il C. da ogni appunto che gli si potesse muovere. Intanto nell'Urbe le trattative diplomatiche per giungere alla costituzione della lega continuavano. Stabilito che capo della futura spedizione in Levante doveva essere don Giovanni d'Austria, una delle questioni che si dibattevano era quella della luogotenenza. Nel marzo 1571 fu risolta anch'essa e si decise che in assenza di don Giovanni sarebbe subentrato nel comando il Colonna. Erano stati concordati tutti i capitoli, quando si ebbe una battuta d'arresto e gli ambasciatori veneziani abbandonarono Roma. Pio V allora, vista vana l'opera del nunzio a Venezia, vi inviò il C., che partì il 6 aprile. Questi non aveva un compito facile, perché otto mesi di trattativa avevano messo in risalto le divergenze esistenti fra i Veneziani e gli Spagnoli. Inoltre nella città lagunare continuava a sussistere, oltre che un partito della guerra, uno che invece, voleva l'accordo con la Porta; si aggiungevano poi diffidenze ed effettive difficoltà per la suddivisione e l'anticipo della spesa. Ciononostante la missione del C. ebbe pieno successo. Egli, usando il prestigio di cui godeva a Venezia, la sua eloquenza e la sua abilità, rimuovendo alcuni ostacoli e dando così efficacemente man forte ai partigiani della guerra, riuscì a fare approvare dal Senato i capitoli già trattati. Si era ormai nel maggio. Il giorno 20 fu sottoscritta la lega di Roma, e il 25 pubblicata. Quale comandante della flotta pontificia il C. si accinse ad assolvere ai suoi compiti. Confermò suo luogotenente Pompeo Colonna e assegnò le altre cariche; provvide quindi ad armare le dodici galere, che il papa aveva noleggiato dal granduca di Toscana.

Dipinto Raffiguarante la Vittoria di Lepanto

Il Combattimento[modifica | modifica wikitesto]

il combattimento, che prese nome da Lepanto, iniziò dall'ala sinistra, ma il punto focale di esso fu costituito dallo scontro fra i due schieramenti di centro, ove si affrontarono le due ammiraglie; intorno, o meglio agganciate a loro, quella del C. e altre cristiane e turche. Qui si decisero, positivamente per le forze della lega, le sorti dello scontro. L'ala sinistra nel frattempo aveva avuto ragione di quella destra turca; in soccorso dell'altra ala cristiana si portarono alcune galere del centro, fra cui quella del C., e il successo fu completo. La battaglia era durata fino al tramonto. Allora i combattenti cristiani si ritirarono a Platea. Nell'annunciare la clamorosa vittoria al papa il C. prometteva l'invio di Pompeo Colonna, che doveva narrare al pontefice ogni particolare. In questa e in altre lettere che partecipavano il felice esito del combattimento, il C. si profondeva in ringraziamenti a Dio, che aveva protetto la sua armata, faceva grandi elogi di don Giovanni, che aveva guidato con maestria e valore la flotta, ma non dimenticava di sottolineare la sua positiva partecipazione alla vittoria. La mattina dopo la battaglia il comandante supremo tornò a ispezionare lo specchio d'acqua dove si era combattuto e volle essere accompagnato dal C. e da altri gentiluomini. Si discusse quindi dei progetti immediati. Alcuni, fra cui il C., avrebbero voluto che in qualche modo si sfruttasse ancora il successo, ma prevalse il parere di disarmare, visto lo stato dell'armata, la carenza dei viveri, l'avanzare della stagione. Con altri il C. fu incaricato di censire e dividere il bottino; a lui, per la parte pontificia, toccarono diciannove galere, due galeotte, diciannove cannoni e milleduecento prigionieri. A Corfù gli alleati si separarono e don Giovanni e il C. si diressero a Messina, ove giunsero il 1° novembre. Da Napoli, lasciando che il naviglio proseguisse verso Civitavecchia, il C. si avviò a Roma, dove fu pregato di non entrare, poiché l'eccita-zione e la gioia dei cittadini esigevano che egli lo facesse in modo solenne. Si fermò allora a Marino, non senza recarsi segretamente a Roma per parlare con il papa. In un primo momento si sarebbe voluto far entrare il C. come un antico imperatore romano, coronato di alloro, su un cocchio dorato. Pio V, che aveva dapprima incoraggiato senza riserve questi festeggiamenti, che erano non solo il trionfo di un uomo, ma anche l'esaltazione della sua tenace politica contro il Turco, poi li moderò e il 22 novembre il Popolo romano deliberò i particolari dello svolgersi della cerimonia. Mentre il C. faceva qualche tentativo per esimersi, cominciarono alacri preparativi; le critiche però non mancarono, da parte di alcuni nobili romani, gelosi della preminenza accordata a un loro pari. E da parte degli Spagnoli, per tanti onori tributati a colui che era stato solo il luogotenente del capo della spedizione.

Il Ritorno Trionfante[modifica | modifica wikitesto]

L'ingresso avvenne il 4 dicembre da porta S. Sebastiano. Il C., indossando un cappello e un mantello di velluto nero con le insegne dell'Ordine del Toson d'oro, su un cavallo bianco donatogli dal papa, avanzò fino all'arco di Costantino; passando poi sotto quelli di Tito e di Settimio Severo, giunse in Campidoglio, arrivando quindi in Vaticano. Lungo tutto il percorso trofei, fregi, scritte. Il corteo contava più di cinquemila persone, tutte in livree rutilanti di colori o in ricchi abiti. Tutte le cariche cittadine erano rappresentate; precedevano il C. centosettanta prigionieri turchi, anch'essi in livrea. Colpi di cannone, scariche di archibugi, musiche. Mancavano soltanto, ed era significativo, moltissimi nobili romani e le famiglie dei cardinali. Alla fine il C. fu ricevuto dal pontefice. Per il giorno 13 fu organizzata un'altra solenne processione, che condusse il C. nella chiesa dell'Aracoeli, dove si resero pubbliche grazie a Dio e dove M. A. Muret recitò un'orazione in onore del C., che fu subito data alle stampe (M. A. Mureti Oratio mandatu S.P.Q.R. habita in reditu ad Urbem M. A. Columnae post Turcas navali proelio victos, Romae s. d.). Il C., come aveva fatto a S. Pietro, offrì una colonna rostrata d'argento. Subito dopo il C. fu ammesso dal papa a partecipare ai lavori della commissione deputata. Agli affari della lega e nel gennaio dell'anno successivo era già all'opera per preparare la nuova spedizione. Nel marzo infatti, secondo le convenzioni sottoscritte il 10 febbraio, le flotte pontificia e spagnola si sarebbero dovute trovare a Messina per poi riunirsi a Corfù con quella veneziana.


Onorificenze[modifica | modifica wikitesto]

Cavaliere dell'Ordine del Toson d'Oro - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere dell'Ordine del Toson d'Oro
Cavaliere dell'Ordine dello Speron d'Oro (Stato Pontificio) - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere dell'Ordine dello Speron d'Oro (Stato Pontificio)

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Predecessore Principe di Paliano Successore Flag of the Papal States (pre 1808).svg
Titolo Inesistente 1535 - 1558 Fabrizio III Colonna, II principe di Paliano
Predecessore Duca di Paliano Successore Flag of the Papal States (pre 1808).svg
Ascanio I Colonna 1535 - 1558 Fabrizio I Colonna, IV Duca di Paliano
Predecessore Duca di Tagliacozzo Successore Flag of the Papal States (pre 1808).svg
Titolo Inesistente 1535 - 1558 Fabrizio I Colonna, II Duca di Tagliacozzo
Predecessore Marchese di Cave Successore Flag of the Papal States (pre 1808).svg
Titolo Inesistente 1535 - 1558 Fabrizio I Colonna, I Marchese di Cave

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