Mitridate VI del Ponto

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Mitridate VI Eupatore o Dionisio
Mitridate VI Eupatore o Dionisio
Mitridate raffigurato in una statua romana del I secolo.
Re del Ponto
In carica 111 a.C.63 a.C.
pari a 57 anni[1]
Predecessore Mitridate V
Successore Farnace II del Ponto[2]
Altri titoli in greco: Μιθριδάτης, dal persiano "concesso da Mitra"
Nascita 132 a.C.[1]
Morte Panticapeo, 63 a.C.[2]
all'età di 68-69 anni[1]
Padre Mitridate V
Madre Laodice
Consorte Stratonice
Figli figli: Farnace (figlio prediletto),[3] Ariarate,[4] Macare, Sifare[5], Artaferne,[6][7] Dario,[6][7] Serse,[6][7] Osatre,[6][7], Ciro,[7]
figlie: Cleopatra,[6] Eupatra,[6][7] Osabari,[7] Mitridate († in 63 a.C.) e Nissa († in 63 a.C.).[2]

Mitridate VI, noto anche come Mitridate il Grande e Mitridate Eupatore Dioniso[8] (greco: Μιθριδάτης, Mitridates, dal persiano "concesso da Mitra"; 132 a.C.[1] – 63 a.C.[1]), fu re del Ponto dal 111 a.C. alla sua morte. È ricordato come uno dei più formidabili avversari della Repubblica Romana, che costrinse a ben tre guerre mitridatiche, impegnando tre dei più grandi generali romani, Lucio Cornelio Silla, Lucio Licinio Lucullo e Gneo Pompeo Magno. Di lui Velleio Patercolo dice:

« Mitridate, re del Ponto, uomo che non può passare sotto silenzio e che occorre ricordare con una certa lode, fortissimo in guerra, di grandissimo valore, molto fortunato ma sempre per il suo coraggio, vero comandante nelle sue decisioni, vero soldato nel fare le cose, altro Annibale per il suo odio contro i Romani, occupò l'Asia e vi fece massacrare tutti i cittadini romani. »
(Velleio Patercolo, Historiae Romanae ad M. Vinicium libri duo, II, 18.1.)
« [...] quattro anni furono sufficienti per sconfiggere Pirro, quattordici per Annibale, mentre Mitridate resistette per quarant'anni,[9] fino a quando, battuto in tre grandi guerre, fu sconfitto dall'astuzia di Silla, dal valore di Lucullo e dalla grandezza di Pompeo»
(Floro, Compendio di Tito Livio, I, 40.2.)

Si dice anche che fosse il sedicesimo discendente di Dario il Grande di Persia[1] e l'ottavo da quando Mitridate I aveva abbandonato la Macedonia e aveva fondato il regno del Ponto.[1]

Di lui Appiano di Alessandria ricorda che era:

« Egli era sanguinario e crudele verso tutti, aveva ucciso sua madre, suo fratello, tre figli[10] e tre figlie. Aveva una grossa corporatura, come la sua armatura, che ha inviato a Nemea e a Delfi, dimostrando di essere così forte da stare in groppa ad un cavallo e scagliare un giavellotto all'ultimo, riuscendo a cavalcare per 180 km in un giorno, cambiando cavalli ad intervalli. Aveva l'abitudine di guidare un carro con sedici cavalli per volta. Aveva imparato il greco, tanto da venire a conoscenza della religione della Grecia, fu anche appassionato di musica. Era astemio e soprattutto infaticabile lavoratore che cedette solo per piacere alle donne. »
(Appiano di Alessandria, Guerre mitridatiche, 112.)

Inizio del regno[modifica | modifica sorgente]

Moneta d'argento raffigurante il profilo di Mitridate VI

Mitridate VI era figlio di Mitridate V (150-120 a.C.), che morì quand'egli era ancora ragazzo, ucciso in una congiura. All'epoca, Mitridate era dodicenne e, per prudenza, si riparò sui monti. Per i sei anni successivi, il potere supremo fu esercitato da sua madre, la regina Laodice. Quando però egli tornò, fece imprigionare la madre nel 111 a.C. ed eliminare molti dei suoi fratelli, temendo che volessero usurpargli il trono. Sposò quindi sua sorella Laodice e associò al trono suo fratello Mitridate Cresto finché nello stesso anno non fece assassinare anche questo.

Mitridate nutriva serie ambizioni di rendere il suo regno la potenza egemone del Mar Nero e dell'Anatolia. Dopo aver conquistato la Colchide, il re del Ponto si scontrò contro Palaco, re scitico, per il predominio sulla steppa pontica. I regni della Crimea, ossia il Chersoneso Taurico e il regno dei Cimmeri, rinunciarono immediatamente alla propria indipendenza in cambio della promessa di Mitridate di difenderli contro gli Sciti, loro antichissimi nemici. Dopo vari tentativi falliti di invadere la Crimea, gli Sciti e i Roxolani dovettero subire numerose perdite ad opera del generale pontico Diofanto e accettarono Mitridate, seppure con qualche riserva, come loro signore.

Il giovane re volse allora il suo interesse verso l'Anatolia, dove la potenza romana era in crescita. Egli partecipò alla spartizione della Paflagonia e della Galazia col re di Bitinia Nicomede III. Divenne subito chiaro a Mitridate che Nicomede stava stabilendo un'alleanza anti-pontica con la crescente repubblica romana. Quando dunque Mitridate si scontrò con Nicomede per il controllo della Cappadocia e lo sconfisse in una serie di battaglie, il secondo fu costretto a richiedere apertamente l'aiuto di Roma. I Romani interferirono due volte nel conflitto in aiuto a Nicomede (92 a.C. e 95 a.C.), rendendo inevitabile la guerra tra Roma e il Ponto.

Guerre mitridatiche[modifica | modifica sorgente]

Il primo anno di guerra (89 a.C.) con l'avanzata delle truppe mitridatiche (fino ad occupare l'intero regno di Bitinia) e le sconfitte dell'alleanza romana: la prima presso il fiume Amnia, la seconda a Protophachium.
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Guerre mitridatiche.

Il nuovo sovrano di Bitinia, Nicomede IV, era un fantoccio manovrato dai Romani. Mitridate ordì una congiura per rovesciarlo, ma i suoi tentativi fallirono e Nicomede, istigato dai suoi consiglieri romani, dichiarò guerra al Ponto. Mitridate invase e marciò sull'intera Bitinia, guidando le sue truppe verso la Propontide. Egli, da fine politico, si mostrò come il campione della causa greca, l'unico che potesse riuscire a sottrarre gli Elleni dal giogo romano. Non possiamo sapere se e quanto sentisse vera questa causa, e quanto invece non fosse mosso da semplice ambizione. Ad ogni modo, le città greche defezionarono in favore di Mitridate e lo accolsero come un liberatore sulla terraferma, mentre in mare la flotta pontica poneva sotto assedio i romani a Rodi.

Allora Tigrane II, re dell'Armenia, stabilì un'alleanza col Ponto, che fu rinsaldata dal matrimonio fra Tigrane stesso e la figlia di Mitridate, Cleopatra. I due sovrani si sarebbero supportati a vicenda nella incipiente guerra contro Roma.

Dopo aver conquistato l'Anatolia occidentale, Mitridate ordinò l'uccisione dei romani che si trovavano là. L'episodio, che è passato alla storia col nome di vespri asiatici, causò a Roma, secondo gli storici antichi (benché il dato sia certamente esagerato) ottantamila vittime. Durante la Prima guerra mitridatica, Lucio Cornelio Silla (tra l'88 a.C. e l'84 a.C.) riuscì a cacciare Mitridate dalla Grecia, ma dovette ritornare immediatamente a Roma. Dunque Mitridate era sconfitto ma non definitivamente battuto. Effettivamente se la cavò a buon mercato: nonostante le proteste dei suoi legionari, Silla impose solo il rientro nei confini del Ponto prima che scoppiasse la guerra (cosa contraria all'abitudine romana, che invece richiedeva al nemico di cedere ampi territori) e impose un forte indennizzo. Una pace fu firmata tra Roma e Ponto, ma si trattava solo di una momentanea tregua.

Mitridate recuperò le forze e quando Roma tentò di annettere la Bitinia (per disposizione testamentaria di Nicomede), egli invase il piccolo regno con un'armata più grande. Iniziò così la Seconda guerra mitridatica che durò dall'83 a.C. all'82 a.C. Lucio Licinio Lucullo fu mandato contro di lui e ottenne qualche successo, benché un ammutinamento lo costringesse a perdere il comando della spedizione. Finalmente, con la Terza guerra mitridatica (75 a.C.-65 a.C.), Gneo Pompeo Magno sconfisse il sovrano pontico.

Dopo la sconfitta, Mitridate si rifugiò in Crimea dove tentò di formare un altro esercito per avere la rivincita sui romani, ma fallì. Nel 63 a.C., ritiratosi nella cittadella di Panticapeo,[11] dove mise a morte il figlio minore, Sifare, figlio di Stratonice,[5] non volendo darsi per vinto, tanto più che Pompeo si era fermato in Siria,[12] concepì il disegno strategico, mai realizzato, di dirigersi con un esercito in Italia, passando prima attraverso la Scizia e poi seguendo il Danubio superiore.[12]

« Mitridate era un uomo portato alle grandi imprese, e avendo già provato molte sconfitte, ma anche molte vittorie, credeva che non vi fosse nulla che egli non potesse fare. Se anche l'impresa [di raggiungere l'Italia] fosse fallita, preferiva andare in rovina insieme al suo regno, insieme alla sua dignità, piuttosto che vivere senza questa, dimenticato da tutti. »
(Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, XXXVII, 11.2.)

Più tardi marciò verso nord con una schiera esigua di uomini. In Colchide requisì una flotta e andò da Mancare, il suo figlio più grande. Quando giunse da lui, scoprì tuttavia che ne era stato tradito. Così Mancare si suicidò e Mitridate prese il comando del regno cimmerico. Mitridate ordinò di reclutare molti Sciiti per riconquistare il suo regno, ma suo figlio Farnace II guidò una ribellione contro il padre. Questa sedizione fu fomentata dagli esuli romani che Mitridate aveva preso per farne il nucleo del suo esercito.

Morte[modifica | modifica sorgente]

Nel 63 a.C., dopo che Pompeo aveva condotto una serie di guerre vittoriose, sia contro gli arabi Nabatei, sia contro i Giudei, sia in Cilicia, sia in Siria, ponendo sotto il dominio romano molti dei territori ad est dell'Eufrate (compresa la regione della Coele, della Phoenicia, Palestina, Idumea e Iturea),[13] Mitridate completava il suo percorso attorno al Ponto Eusino e occupava la città di Panticapaeum. Poco dopo mise a morte il più giovane dei suoi figli, Sifare, a causa di un litigio con la madre del ragazzo, la quale voleva proteggerlo, poiché aveva barattato con lo stesso Pompeo i tesori di Mitridate in cambio della salvezza del figlio.[5]

Il sovrano del Ponto decise, poi, di inviare degli ambasciatori a Pompeo, che si trovava ancora in Siria e non immaginava dove fosse il re. Mitridate prometteva dei regali ai Romani, qualora gli fosse permesso di tornare nel regno paterno. Pompeo allora chiese che fosse lo stesso re a recarsi di persona dal proconsole romano a farne richiesta, come in precedenza aveva fatto Tigrane. Mitridate rispose che avrebbe inviato al suo posto, figli ed amici. E mentre rispondeva in questo modo, continuava ad arruolare ed armare un nuovo esercito, persino con schiavi e liberti, producendo nuove armi, proiettili e le macchine d'assedio, e riscuotendo tributi anche con la forza. Sembra anche che soffrisse di ulcera.[5]

Quando si riprese dalla malattia, ora che era stato arruolato un grande esercito (stimato in 60 coorti di 6.000 armati ciascuna, compresa una grande moltitudine di altre truppe, oltre a navi e fortezze catturate dai suoi generali mentre lui era malato), ne inviò una parte fino a Phanagoria, al fine di impossessarsi dello stretto compreso tra questa città e Panticapaeum, mentre Pompeo si trovava ancora in Siria.[6] Appiano racconta che nella città erano presenti sei dei suoi figli, che furono tutti catturati. La presa della città però condusse altre città circostanti a ribellarsi anch'esse all'ex-sovrano del Ponto: Chersonesus, Theodosia, Nymphaeum ed altre ancora. Mitridate, osservando queste continue defezioni, avendo anche sospetti sulla fedeltà del suo stesso esercito, considerando che aveva imposto una leva obbligatoria e tassazioni elevate, e avendo compreso che i soldati hanno scarsa fiducia nel comandante sfortunato, decise di dare in sposa alcune delle sue figlie ad alcuni principi alleati tra gli Sciti, chiedendo loro di inviagli nuovi rinforzi il più presto possibile. Ma la sfortuna volle che i 500 soldati che accompagnavano le figlie, decisero di uccidere tutti i dignitari, eunuchi compresi, e di condurre le giovani donne da Pompeo.[6]

Dopo questi fatti, sebbene fosse stato privato di numerose fortezze, del suo stesso regno, di un esercito adeguato per la guerra che avrebbe voluto condurre, dell'aiuto degli Sciti, ancora covava la speranza di condurre una nuova guerra contro Roma, grazie alla possibile alleanza con i Galli, con i quali aveva instaurato già da tempo rapporti di amicizia. Con loro desiderava invadere l'Italia, sperando poi, che molte delle popolazioni italiche, si alleassero a lui in odio ai Romani, come era accaduto durante la seconda guerra punica ad Annibale, dopo che i Romani avevano mosso guerra contro di lui in Spagna. Sapeva, inoltre, che quasi tutta l'Italia si era ribellata ai Romani in due occasioni negli ultimi trent'anni: al tempo della guerra sociale del 90-88 a.C. e nella recente guerra servile del gladiatore Spartaco, degli anni 73-71 a.C.[14] L'idea però non piacque ai suoi soldati, per la grandezza dell'operazione e per la distanza da compiere della spedizione, reputando che Mitridate fosse:

« [...] in uno stato ormai di disperazione totale, e volesse porre fine alla sua vita in modo coraggioso e regale, piuttosto che nell'ozio. Questo fu il motivo per cui [i suoi soldati] lo tollerarono e rimasero in silenzio, poiché non c'era nulla da dire contro di lui o di spregevole anche nella sua sventura. »
(Appiano di Alessandria, Guerre mitridatiche, 109.)

Frattanto Farnace, il figlio prediletto, che Mitridate aveva designato come suo successore, preoccupato per la spedizione paterna in Italia che gli avrebbe definitivamente negato il perdono da parte dei Romani (con un possibile ritorno sul trono del Ponto), formò una congiura contro il padre, che però fu scoperta.[3] Tutti i congiurati furono messi a morte, tranne il figlio che invece fu perdonato. Ma quest'ultimo temendo la collera paterna, cominciò a spargere la voce di quali sventure avrebbero incontrato, nel caso in cui avessero seguito il padre nella sua folle impresa di raggiungere il suolo italico. Molti cominciarono a disertare, temendo l'ennesimo fallimento, compresa la flotta che serviva per il trasporto iniziale. Mitridate, avendo intuito che qualcosa era cambiato, inviò alcuni messaggeri per essere informato su quanto stava accadendo, ricevendo la formale richiesta di lasciare definitivamente il regno in mano al giovane figlio, Farnace, tanto più che aveva commesso numerosi ed orribili omicidi a danno dei suoi stessi figli, dei suoi stessi amici e generali.[3]

Mitridate, allora, fuori di sé per la collera, temendo inoltre di essere consegnato ai Romani, prima tentò di uccidersi con del veleno, a cui risultò però immune, e subito dopo si diede la morte grazie ad un generale dei Galli di nome Bituito, che lo aiutò a trafiggersi con la spada. Questa fu la fine del re del Ponto, che combatté Roma per quasi trent'anni.[2]

« Mitridate poi prese del veleno che portava sempre con lui, accanto alla spada, e lo mescè. Quindi due delle sue figlie, ancora fanciulle (si chiamavano Mitridate e Nyssa), che erano state promesse ai re d'Egitto e di Cipro e che erano cresciute assieme, gli chiesero di lasciar prender loro il veleno per prime, ed insistettero fortemente e gli vietarono di berlo finché non ne avessero preso e ingoiato un po'. L'intruglio ebbe effetto su di loro immediatamente; ma su Mitridate non ne sortì alcuno, benché egli camminasse rapidamente tutt'attorno per accelerare la sua azione venefica. Questo accadeva perché il re aveva assuefatto se stesso ad altri veleni coll'assumerne sempre, al fine di proteggersi da eventuali attentatori.[...]

Avendo quindi visto nei pressi un certo Bituito, un ufficiale dei Galli, gli disse: "Ho avuto un gran profitto dalla tua arma, usata contro i miei nemici. Ora, ricaverò da essa un vantaggio più grande che mai se mi ucciderai e se salverai, dal pericolo di essere condotto in un trionfo Romano, uno che è sempre stato autocrate per così tanti anni nonché signore di un così grande regno, ma che ora non puo' morire per mezzo del veleno perché, come un folle, ha fortificato se stesso contro il veleno di altri. Benché io mi sia prevenuto contro tutti i veleni che uomo possa ingerire col cibo, non mi sono mai prevenuto contro l'insidia domestica, che è sempre stata la più pericolosa per i re: il tradimento dell'esercito, dei figli, degli amici." Bituito, però, che era stato supplicato, rese al sovrano quel favore che lui desiderava. »

(Appiano, Storia romana, XVI, §111)

D'altra parte, Cassio Dione ricorda la sua morte come un assassinio:

« Mitridate, dopo aver tentato di togliere di mezzo assieme a lui, col veleno, prima le sue mogli e poi i figli rimasti, aveva mandato giù il contenuto della fialetta; però, né in quei termini né per la spada, era stato in grado di perire con le sue stesse mani. Il veleno, infatti, era sì letale, ma non prevalse su di lui (dal momento che egli aveva plasmato la sua costituzione per resistergli, prendendo ogni giorno l'antidoto ad esso in grandi dosi); e il colpo di spada non fu portato con forza, se si tiene conto della debolezza della sua mano, causata dall'età e dalle attuali sventure nonché risultato del veleno, qualsiasi cosa esso fosse. Quando, perciò, fallì nel tentativo di togliersi la vita con le sue sole forze, ed essa sembrò attardarsi oltre il momento giusto, quelli che lui aveva mandato contro suo figlio gli si lanciarono addosso e ne affrettarono il trapasso con le lame delle spade e le punte delle lance.

Tuttavia Mitridate, che aveva sperimentato nella vita le cose più varie e notevoli, non ebbe comunque una fine ordinaria a quella sua esistenza. Poiché desiderava morire, anche se non di sua sponte; e benché fosse smanioso di suicidarsi, non poté riuscirvi; ma in parte per mezzo del veleno ed in parte per mezzo della spada, egli si suicidò e contemporaneamente fu ammazzato dai suoi nemici. »

(Cassio Dione, Storia romana, XXXVII.13)

L'immunità di Mitridate al veleno è ricordata anche da Marziale.[15] Su ordine di Pompeo, il corpo del re fu seppellito coi suoi antenati presso Sinope. Nonostante morisse a Panticapeo, in Crimea è la cittadina di Eupatoria che ricorda il suo nome.

Fama postuma[modifica | modifica sorgente]

Tra tutte le vicende e gli aneddoti che riguardano questo sovrano, al giorno d'oggi sopravvive soprattutto il ricordo di due sue caratteristiche, riportate dagli storici antichi: la sua assuefazione ai veleni e la sua poliglottia.

Resistenza ai veleni

La resistenza ai veleni che Mitridate si sarebbe procurata assumendo di ciascuno dosi crescenti fino a divenirne immune ha dato luogo in italiano ai termini mitridatizzazione, mitridatismo, mitridatizzare, tutti relativi ad un processo di immunizzazione con questo procedimento.

Poliglossia

Mitridate VI era anche noto come esempio di memoria prodigiosa e di poliglossia. Secondo quanto riportato da Plinio il Vecchio e da altri autori dell'antichità, era in grado di parlare oltre venti lingue: "Mitridate, che regnò su ventidue nazioni, amministrava le loro leggi in altrettante lingue (...) senza bisogno di interprete".[16].

Per questa sua fama di poliglotta, il nome di Mitridate fu associato per antonomasia alla conoscenze di molte lingue, e l'erudito svizzero Conrad von Gesner (1516-1565) intitolò Mithridates de differentiis linguarum un libro del 1555 in cui raccoglieva dati su circa 130 lingue, illustrandole con 22 versioni del Pater Noster in lingue diverse. Sulla scia di quest'opera, lo studioso tedesco Johann Christoph Adelung (1732-1806), precursore della linguistica comparativa, diede il titolo di Mithridates alla sua massima opera, in 4 volumi, che conteneva informazioni su un numero vastissimo di lingue, e la traduzione del Pater Noster in quasi cinquecento di esse[17].

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ a b c d e f g Appiano di Alessandria, Guerre mitridatiche, 112.
  2. ^ a b c d Appiano di Alessandria, Guerre mitridatiche, 111.
  3. ^ a b c Appiano di Alessandria, Guerre mitridatiche, 110.
  4. ^ Plutarco, Vita di Pompeo, 37.1.
  5. ^ a b c d Appiano di Alessandria, Guerre mitridatiche, 107.
  6. ^ a b c d e f g h Appiano di Alessandria, Guerre mitridatiche, 108.
  7. ^ a b c d e f g Appiano di Alessandria, Guerre mitridatiche, 117.
  8. ^ Appiano di Alessandria, Guerre mitridatiche, 113.
  9. ^ Qui Floro considera un periodo di guerre dal 102 a.C., per gli incidenti in Cappadocia, al 63 a.C. anno della morte del sovrano pontico.
  10. ^ Sembra che il figlio Ariarate IX di Cappadocia fu ucciso da Miridate con il veleno (Plutarco, Vita di Pompeo, 37.1).
  11. ^ Livio, Periochae ab Urbe condita libri, 101.6.
  12. ^ a b Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, XXXVII, 11.1.
  13. ^ Appiano di Alessandria, Guerre mitridatiche, 106.
  14. ^ Appiano di Alessandria, Guerre mitridatiche, 109.
  15. ^ Epigrammaton libri, V, 76.
  16. ^ La citazione è da Plinio il Vecchio, Naturalis historia, VII.4; analogamente Valerio Massimo, Factorum et dictorum memorabilium libri IX, 8.7.ext.16 e Aulo Gellio, Noctes Atticae xvii.17.
  17. ^ Il titolo completo era: Mithridates oder allgemeine Sprachenkunde. Mit dem Vater Unser als Sprachprobe in bey nahe fünfhundert Sprachen und Mundarten, Berlin, Vossische Buchhandlung, 1806-1809-1812-1817 (gli ultimi tre volumi pubblicati postumi a cura di Johann Severin Vater).

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Fonti primarie
Fonti storiografiche moderne
  • Jean De Maleissye, Storia dei veleni. Da Socrate ai giorni nostri, Bologna, Odoya, 2008 ISBN 978-88-6288-019-0.
  • Luca Fezzi, Il tribuno Clodio, Roma-Bari, Edizioni Laterza, 2008 ISBN 88-420-8715-7.
  • Giuseppe Antonelli, Mitridate, il nemico mortale di Roma, Roma, Newton & Compton, 1992.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Altri progetti[modifica | modifica sorgente]

Predecessore Re del Ponto Successore
Mitridate V 120-63 a.C. Farnace II

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