Lettera a Tito
| Lettera a Tito | ||
|---|---|---|
| Vignetta ottocentesca per la Lettera a Tito | ||
| Datazione | seconda metà del I secolo-prima metà del II secolo | |
| Attribuzione | Paolo di Tarso (tradizionale) pseudoepigrafa (accademica) | |
| Destinatari | Tito | |
La lettera a Tito è uno dei testi del Nuovo Testamento, attribuita a Paolo di Tarso e rivolta al suo discepolo Tito. Oggi la maggioranza degli studiosi ritiene comunque che questa lettera non sia opera diretta di Paolo, ma sia piuttosto riconducibile a una tradizione a lui successiva[1].
Tito era un greco, compagno e collaboratore di Paolo (Galati 2,1-3, Seconda lettera ai Corinzi 8,23), che nella lettera appare come il responsabile della comunità cristiana di Creta. Il soggetto dell'epistola è la sana dottrina e le buone opere che ne conseguono.
Indice |
Sintesi del contenuto [modifica]
Nella lettera Paolo si rivolge a Tito, con cui aveva già collaborato a Corinto, per fornire indicazioni sull'organizzazione delle prime comunità cristiane. In particolare, l'apostolo si sofferma sul ruolo dei presbiteri, che vengono presentati a un livello pari a quello dei vescovi, indicando le qualità necessarie per coprire questo ruolo. Segue una riflessione sui falsi maestri e sulla necessità di controbattere le loro affermazioni, e una descrizione dei doveri di diverse categorie di cristiani.
L'autore propone quindi un brano dedicato all'incarnazione di Gesù come strumento di salvezza nel quale si manifesta la misericordia di Dio e si realizza la vita eterna.
La lettera si conclude con un breve saluto e alcune notizie e raccomandazioni finali per Tito.
Dibattito sull'autenticità [modifica]
| Per approfondire, vedi Lettere pastorali. |
Dalla fine del XVIII secolo si è solito raggruppare questo scritto, insieme alle due lettere a Timoteo, nelle cosiddette lettere pastorali. Queste presentano diversità di stile e vocabolario rispetto alle altre opere paoline, per cui in ambito accademico è da tempo aperto un dibattito sulla loro autenticità. La maggioranza degli studiosi tende oggi ad attribuire questi scritti a una tradizione paolina successiva (pseudoepigrafia), mentre altri sono comunque propensi a considerarle opera diretta dell'apostolo[2].
Note [modifica]
- ^ Un approfondimento su questa posizione è disponibile nel paragrafo "The modern paradigm (The majority interpretation)", in Philip H. Towner, "The letters to Timothy and Titus", 2006.
- ^ Per approfondimenti sulle particolarità delle lettere pastorali cfr. AA.VV., "Introduzione" in "Le lettere di Paolo", EDB, 2008. Sulla posizione pseudoepigrafica cfr. ad es. Gerd Theissen, "Il Nuovo Testamento", Carocci, 2003.
Voci correlate [modifica]
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