Pena di morte in Italia

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1leftarrow.pngVoce principale: Pena di morte.

La pena di morte in Italia è stata usata in vari modi e in varie epoche dai tempi dell'Antica Roma fino al 1948.

Storia[modifica | modifica sorgente]

Stati preunitari[modifica | modifica sorgente]

Regno Lombardo-Veneto[modifica | modifica sorgente]

La pena di morte era prevista nell'ordinamento del Regno Lombardo-Veneto (1815-1866). Angelo Messedaglia, il quale insisteva sulla mitezza del sistema penale austriaco rispetto agli altri paesi europei, annotava che solo poche condanne erano effettivamente eseguite negli anni tra il 1856 e il 1864.[1]

Toscana[modifica | modifica sorgente]

Roma 1868: Esecuzione di Monti e Tognetti

Il Granducato di Toscana, in data 30 novembre 1786, sotto il regno di Pietro Leopoldo Asburgo Lorena, fu il primo Paese civile al mondo ad aver abolito la tortura e la pena capitale, benché poi venne reintrodotta nel 1790. Tale data è festa regionale in Toscana.

Repubblica Romana[modifica | modifica sorgente]

La Repubblica Romana bandì la pena capitale nel 1849, preceduta da San Marino nel 1848.[senza fonte]

Stato Pontificio[modifica | modifica sorgente]

L'ultima esecuzione capitale nello Stato Pontificio avvenne nel 1870 a Palestrina, poco prima della "breccia di Porta Pia[2].

Vaticano[modifica | modifica sorgente]

La pena di morte, applicata in pratica un'ultima volta nel 1870, restò formalmente in vigore per circa un secolo nel nuovo stato di Città del Vaticano, in cui si dispose una prima eliminazione della pena nel 1969; Giovanni Paolo II dispose infine che sparisse per sempre dalle leggi nel 2001.

Unità d'Italia[modifica | modifica sorgente]

Al momento dell'unificazione italiana nel 1861, le legislazioni di tutti gli stati preunitari (compreso il Regno di Sardegna) prevedevano la pena di morte ad eccezione del Granducato di Toscana. In attesa dell'approvazione di un codice penale unitario, il codice penale del Regno di Sardegna venne esteso a tutta l'Italia con l'eccezione della Toscana[3].

Nel 1889 la pena di morte venne abolita in tutto il Regno d'Italia con l'approvazione, quasi all'unanimità da parte di entrambe le Camere, del nuovo codice penale, durante il ministero di Giuseppe Zanardelli. Tuttavia, la pena di morte era stata di fatto abolita fin dal 1877, anno dell'amnistia generale di Umberto I di Savoia (Decreto di amnistia del 18 gennaio 1878). La pena capitale restò però ancora in vigore nel codice penale militare e in quelli coloniali.

Ventennio fascista[modifica | modifica sorgente]

Nel 1926 venne reintrodotta da Mussolini per punire coloro che avessero attentato alla vita o alla libertà della famiglia reale o del capo del governo e per vari reati contro lo stato. Nel 1928 viene giustiziato attraverso la fucilazione Michele Della Maggiora, un bracciante toscano di orientamento comunista, per aver ucciso due fascisti.[4] Il Codice Rocco, entrato in vigore il 1º luglio 1931, aumentò il numero dei reati contro lo stato punibili con la morte e reintrodusse la pena di morte per alcuni gravi reati comuni.

Dopo la caduta del fascismo, il d.l.l. 10 agosto 1944, n. 224 abolì la pena di morte per tutti i reati previsti dal codice penale del 1931. Essa fu però mantenuta in vigore in base al d.l.l. 27 luglio 1944 n. 159 per i reati fascisti e di collaborazione con i nazisti ed i fascisti.

Dal secondo dopoguerra ad oggi[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Strage di Villarbasse.

Nell'immediato secondo dopoguerra italiano, la pena di morte rimase in vigore; dopo la fine del conflitto il d.l.l. 10 maggio 1945 n. 234 (poi modificato dal decreto legislativo del Capo provvisorio dello Stato 2 agosto 1946, n. 64) ammise nuovamente la pena di morte come misura temporanea ed eccezionale anche per gravi reati come rapina, estorsione, sequestro di persona a scopo di rapina o di estorsione, costituzione o organizzazione di banda armata. Il decreto aveva efficacia fino ad un anno dopo la cessazione dello stato di guerra. A norma del decreto legislativo del Capo provvisorio dello Stato 11 aprile 1947, n. 192, tali disposizioni continuavano ad avere efficacia fino al 15 aprile 1948; la costituzione repubblicana, che abrogava la pena di morte per tutti i reati commessi in tempo di pace, però era già entrata in vigore il 1 gennaio 1948.

L'ultima condanna a morte per crimini comuni venne irrogata agli autori della strage di Villarbasse atto commesso a scopo di rapina avvenuta nell'autunno del 1945.[5] L'allora capo dello Stato Enrico De Nicola respinse la grazia e il 4 marzo 1947 alle 7:45, venne eseguita l'ultima fucilazione, per reati comuni, in Italia alle Basse di Stura a Torino. I nomi dei condannati erano: Francesco La Barbera, Giovanni Puleo, Giovanni D'Ignoti.

L'ultima esecuzione invece, fu eseguita il giorno seguente, 5 marzo 1947 circa alle 5 del mattino presso Forte Bastia, alle porte di La Spezia. I condannati erano l'ex agente delle S.S. italiane Aurelio Gallo, di Udine; l'ex-questore repubblichino di La Spezia, Emilio Battisti, di Trento, e l'ex maresciallo della Guardia Nazionale Repubblicana Aldo Morelli, tutti condannati a morte nel maggio 1946, dalla Corte di Assise locale, per collaborazionismo, sevizie e responsabili della deportazione nel campi di sterminio di migliaia di persone.[6] L'esecuzione fu sofferta, poiché il plotone di esecuzione dovette far fuoco una seconda volta in quanto la prima scarica uccise solo il maresciallo Morelli, l'ex questore restò ferito ma cosciente e il Gallo illeso.[senza fonte]

Disciplina attuale[modifica | modifica sorgente]

La Costituzione italiana, approvata dall'Assemblea Costituente il 22 dicembre 1947 ed entrata in vigore il 1º gennaio 1948, abolì definitivamente la pena di morte per tutti i reati comuni e militari commessi in tempo di pace. La misura venne attuata con i decreti legislativi 22 gennaio 1948, n. 21 (Disposizioni di coordinamento in conseguenza dell'abolizione della pena di morte) e n. 22 (Ammissibilità del ricorso per cassazione proposto dai condannati alla pena di morte).

Secondo la normativa previgente la pena di morte era eseguita tramite fucilazione all'interno di uno stabilimento penitenziario e non era ammesso pubblico. Il Ministro della Giustizia poteva stabilire sia che l'esecuzione fosse pubblica, sia che fosse effettuata in altro luogo. La normativa sui trapianti (legge 1º aprile 1999, n. 91) vieta l'importazione di organi o tessuti da Stati in cui la legislazione consente la vendita e il prelievo forzato da cittadini condannati a morte. La pena di morte rimase nel Codice penale militare di guerra fino alla promulgazione della legge 13 ottobre 1994, n. 589, che l'abolì sostituendola con la massima pena prevista dal codice penale, che è attualmente l'ergastolo.

L'Italia ha poi ratificato il protocollo n. 13 alla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, relativo all'abolizione della pena di morte in qualsiasi circostanza, fatto a Vilnius il 3 maggio 2002.[7] La legge costituzionale 2 ottobre 2007, n. 1 ("Modifica all'articolo 27 della Costituzione, concernente l'abolizione della pena di morte"), modificando l'art. 27 della Costituzione della Repubblica Italiana ha eliminato le residue disposizioni in tema (eliminando l'ultimo residuo di previsione da parte di leggi militari di guerra), sancendo per via costituzionale la non applicabilità.[8] La pena di morte, contemplata nell'art. 17 e nell'art. 21 del codice penale italiano[9] è oggi da ritenersi abrogata nelle parti in questione.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Angelo Messedaglia, Le statistiche criminali dell'Impero Austriaco nel quadriennio 1856-59: con particolare riguardo al Lombardo-Veneto e col confronto dei dati posteriori fino al 1864 inclusivamente, pp. 142-145
  2. ^ Oreste Grossi, I boia di Roma, Newton, 1997
  3. ^ L'abolizione della pena di morte nel Regno d'Italia
  4. ^ Della Maggiora
  5. ^ Vittorio Messori e Giovanni Cazzullo, Il Mistero di Torino, Milano, Mondadori, 2005, ISBN 88-04-52070-1, p. 185
  6. ^ dall'archivio storico del quotidiano La Stampa, edizione del 6 marzo 1947
  7. ^ L 179/2008
  8. ^ Legge costituzionale n.1 del 02/10/2007
  9. ^ L'art. 21 del Codice penale (da ritenersi abrogato) recitava: La pena di morte si esegue, mediante fucilazione, nell'interno di uno stabilimento penitenziario, ovvero in un altro luogo indicato dal Ministro della Giustizia. L'esecuzione non è pubblica, salvo che il Ministro della Giustizia disponga altrimenti.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]