Dei delitti e delle pene

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Dei delitti e delle pene è un saggio scritto dall'illuminista milanese Cesare Beccaria tra il 1763 ed il 1764.

Frontespizio della prima edizione dell'opera

In questo breve trattato Beccaria si pone con spirito illuminista delle domande circa le pene allora in uso. Nel 1766 il libro viene incluso nell'indice dei libri proibiti a causa della sua distinzione tra reato e peccato. Il milanese affermava che il reato è un danno alla società, a differenza del peccato, che non essendolo, può essere giudicabile e condannabile solo da Dio. L'ambito in cui il diritto può intervenire legittimamente non attiene dunque alla coscienza morale del singolo. Per Beccaria, inoltre non è «l'intenzione», ma «l'estensione» della pena ad esercitare un ruolo preventivo dei reati.

L'inglese Robert Peel affermò che la certezza della pena è un valore altrettanto fondamentale, e prevalente sulla gravità della punizione.

Il risultato dei suoi ragionamenti mostra l'inutilità delle pene che venivano usate rispetto allo scopo perseguito: una pena di grande intensità può essere presto dimenticato ed il delinquente può essere in grado di godere dei frutti del suo misfatto. Al contrario, una pena duratura impedirebbe a chi compie un crimine di godere dei frutti del suo reato e, benché non sia intensa, si ricorderebbe più facilmente. Beccaria propone quindi la detenzione in carcere per i colpevoli.

Tra le tesi che egli avanza contro la pena capitale vi è il fatto che lo Stato, per punire un delitto, ne compierebbe uno a sua volta, mentre il diritto di questo Stato, che altro non è che la somma dei diritti dei cittadini, non può avere tale potere, infatti nessuna persona - dice Beccaria - darebbe il permesso ad altri di ucciderla.

La pena di morte diviene quindi uno spettacolo per alcuni, ed un motivo di compassione e sdegno per altri[1], che vedono l'inadeguatezza della pena.

La diffusione della religione tra gli strati più bassi della popolazione, faceva sì che i più miseri non temessero questa pena se avevano la possibilità di risultare utili alla loro famiglia grazie al reato.

Da "Della pena di morte": Allora la religione si affaccia alla mente dello scellerato, che abusa di tutto, e presentandogli un facile pentimento ed una quasi certezza di eterna felicità, diminuisce di molto l'orrore di quell'ultima tragedia[2].

Il fine delle pene non deve quindi essere afflittivo o vendicativo ma rieducativo, in perfetto spirito illuminista.

L'opera, stampata per la prima volta a Livorno da Marco Coltellini, incontrò un notevole successo ed ebbe vasta eco in tutt'Europa. Fu apprezzata nella Milano illuminista, fu vista come il prodotto dell'attività innovatrice in Francia, e messa subito in pratica dalla zarina Caterina II di Russia.

Alcuni studiosi ritengono che l'opera sia stata scritta da Pietro Verri e pubblicata anonima a Livorno (per paura di attirare sull'autore i fulmini del governo austriaco), a nome di Beccaria. Non esistono tuttavia prove di ciò e anche lo stile appare diverso. Lo stesso Verri si ispirò al libro per scrivere le Osservazioni sulla tortura.

Sull'onda del successo di questa proposta di riforma giudiziaria, la pena di morte fu abolita per la prima volta nel Granducato di Toscana.

Di questo trattato Voltaire scriverà un commento.[3]

[modifica] Note

  1. ^ Dei delitti e delle pene, Cap. XXVIII
  2. ^ Dei delitti e delle pene, Cap. XXVIII
  3. ^ Commentaire sur le traité des délits et des peines, 1766

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