Ashoka

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Aśoka Moriya il Grande (dal sanscrito "senza sofferenza", devanagari अशोक), spesso traslitterato in Ashoka (Pataliputra, 304 a.C.Pataliputra, 232 a.C.) fu sovrano dell'impero Maurya.

Dopo diverse conquiste militari regnò su un territorio comprendente gran parte del subcontinente indiano, l'odierno Afghanistan, parte della Persia (odierno Iran), Bengala (oggi diviso tra India e Bangladesh) e Assam. Nelle iscrizioni pervenuteci si riferisce generalmente a sé stesso con il suo titolo imperiale in pracrito Devanampiya Piyadassi (देवानांप्रिय प्रियदर्शी, in sanscrito Devānāmpriya Priyadarśi), cioè "amato dagli dei" e "dallo sguardo gentile".

Noto per essersi convertito al Buddhismo e averne sostenuto l'adozione e la diffusione, la sua storia ci è pervenuta attraverso le cronache del II secolo Aśokavadana ("storie di Aśoka") e Divyavadana ("gesta divine"), oltre a due cronache pāli dello Sri Lanka, Dipavamsa e Mahavamsa; tutte le fonti sono però di estrazione buddhista, e quindi accolte con sospetto da alcuni storiografi. Qualcuno ha infatti proposto la tesi che la conversione di Aśoka non si fosse in realtà mai verificata, e che avesse appoggiato il Buddhismo per la sua capacità di amalgamare le profonde differenze religiose che laceravano il suo impero. Tesi che però si scontra con il carattere profondamente pio di tutti i famosi editti di Aśoka, i documenti epigrafici cui il sovrano affidò la sua missione sia legislatrice che moralizzatrice dei popoli a lui sottomessi.

Storia e leggenda[modifica | modifica wikitesto]

Scena del "dono di polvere", Gandhara, II secolo.

Secondo una tradizione buddhista descritta nell'Aśokavadana, la nascita di Aśoka sarebbe stata predetta da Gautama Buddha, nella storia nota come "il dono di polvere". Secondo questa profezia, nella sua precedente vita Aśoka si chiamava Jaya, e da bambino, mentre giocava nel fango, vide passare il Buddha; colto dal desiderio di offrirgli del cibo, gettò nella sua ciotola la polvere con cui stava giocando. Comprendendo l'animo puro che aveva motivato il gesto, il Buddha predisse il suo destino:

« Cento anni dopo la mia morte ci sarà un imperatore di nome Aśoka a Pataliputra. Egli regnerà uno dei quattro continenti e adornerà il Jambudvipa con mie reliquie costruendo ottantaquattromila stupa per il benessere della gente. Egli farà sì che li onorino dei e uomini. La sua fama sarà vastissima. Il suo dono meritorio fu solo questo: Jaya gettò una manciata di polvere nella ciotola del Tathāgata »
(Aśokavadana[1])

Aśoka si reincarnò quindi come figlio di Dharma, una delle spose dell'imperatore Maurya Bindusāra; Dharma non era di sangue reale, ma era stata ugualmente accettata nell'harem perché suo padre, un povero brahmino, aveva predetto che suo figlio sarebbe diventato un grande re[1]. Oltre ad essere figlio della sposa di rango più basso, Aśoka era anche il più giovane dei principi, se si esclude l'altro figlio di Dharma, Vitthaśoka; ciò nonostante, il giovane principe guadagnò il rispetto dei fratellastri per le sue doti nelle discipline militari e accademiche, anche se Susima, il principe ereditario, non si dimostrava da meno né come guerriero né come amministratore.

Quando raggiunse la maggiore età, Aśoka fu messo a capo di diversi reggimenti dell'esercito Maurya, e i fratellastri cominciarono a temere la sua sempre maggiore popolarità; su loro consiglio Bindusāra lo inviò nella città di Takṣaśilā, di popolazione greco-battriana e già insorta precedentemente in un paio di occasioni. Grazie alla sua popolarità, Aśoka fu in grado di entrare in città senza scontri, e quando una rivolta si presentò non esitò a sopprimerla con l'esercito. Approfittando della sua lontananza, però, i fratellastri convinsero Bindusāra che il giovane principe complottasse contro di lui, e Aśoka fu esiliato.

Aśoka trascorse due anni in esilio, nella regione di Kalinga, dove sposò una donna di nome Kaurwaki, sembra appartenente a una famiglia di pescatori; fu richiamato dal padre quando si rivoltò la città di Ujjain, contro la quale si batté riportandone delle ferite. Fu curato da dei monaci buddhisti e da una donna di nome Devi, appartenente a una famiglia di mercanti, che sposò (aveva forse già sposato anche Asandhimitra, che però non lasciò mai Pataliputra).

Quando Bindusāra si ammalò e fu chiaro che non si sarebbe ripreso, un gruppo di ministri ostili a Susima convinse Aśoka a prendere la corona, e il giovane principe attaccò Pataliputra uccidendo tutti i suoi fratellastri; le cronache buddhiste insistono molto sulle atrocità da lui commesse, probabilmente per sottolineare i meriti del Buddhismo dopo la sua conversione. Avendo eliminato ogni opposizione, comunque, Aśoka reclamò per sé il titolo di imperatore di Maurya.

Conquiste[modifica | modifica wikitesto]

Massima estensione dell'Impero Maurya durante il regno di Aśoka.

La prima fase del regno di Aśoka fu in qualche modo illegittima, perché non fu incoronato che dopo quattro anni (alcuni datano l'incoronazione al 268 a.C.); il suo governo fu aggressivo e brutale, e questo periodo lo vide impegnato in innumerevoli battaglie sulle frontiere, grazie alle quali in otto anni annesse al suo impero la gran parte del subcontinente indiano.

La sanguinosa guerra di Kalinga (odierna Orissa), scoppiata intorno al 264 a.C., segnerà un punto di svolta; il pretesto non è chiaro, ma alcune fonti sostengono che uno dei fratellastri di Aśoka si fosse rifugiato a Kalinga come già Aśoka durante il suo esilio, e Kalinga si sarebbe rifiutata di consegnarlo al nuovo imperatore. In realtà, però, le tensioni tra i due regni erano sempre state forti, e l'impero Maurya aveva più volte tentato la sua conquista; il piccolo stato di Kalinga era infatti una terra ricca e fertile, e dai suoi porti passavano tutti i traffici tra Sri Lanka, Birmania e Malesia, nei cui territori sorgevano sue colonie. Il regno di Kalinga ebbe inizialmente la meglio, riuscendo ad avere ragione del generale Maurya; deciso a portare a termine l'impresa, Aśoka scese in campo con tutto il suo esercito. Lo scontro fu violento; morirono circa 10.000 soldati dei Maurya e 100.000 tra soldati e civili dei Kalinga, e la terra e i fiumi si sarebbero tinti di rosso vermiglio.

Secondo le leggende buddhiste, il giorno seguente la vittoria il giovane imperatore, camminando tra i cadaveri, sentì il peso delle sue colpe, e anche dopo essere tornato a Pataliputra non riuscì più a dormire, perseguitato dalle memorie del conflitto; a questo si aggiunse che la regina Devi, inorridita dal conflitto, aveva lasciato il palazzo con i suoi due figli, Mahindra e Sanghamitra, che in seguito diventeranno monaci e porteranno il Buddhismo in Sri Lanka. In ogni caso, i ritrovamenti archeologici (editti di Aśoka) confermano che le atrocità del conflitto abbiano giocato un ruolo fondamentale nella sua decisione di appoggiare la fede (di scuola Vibhajjavāda), rinnegare la violenza (Ahimsā) e diffondere il Dhamma (Dhamma-Vijaya).

Politica[modifica | modifica wikitesto]

La dharmachakra a 24 raggi, rappresentazione della Ruota del Dharma introdotta da Aśoka e divenuta simbolo di unità dell'India, della cui bandiera nazionale fa oggi parte.

Aśoka divenne un fervente sostenitore del Buddhismo, ma il suo esplicito sostegno alla fede non si tradusse mai in una politica discriminatoria nei confronti delle altre religioni; secondo alcuni storici moderni la scelta di abbracciare la fede buddhista fu motivata dalla capacità di questa di convivere e anzi fare proprie le caratteristiche delle altre tradizioni religiose diffuse nel subcontinente, costituendo un amalgama che poteva risolvere le tensioni già forti in un impero così esteso. Le leggi che Aśoka introdusse rappresentavano una vera rivoluzione culturale; fu proibita la caccia e anche il ferimento di animali, si favorì il vegetarismo, si ridusse la gravità delle pene (soprattutto corporee), furono costruiti ospedali per uomini e animali, università, ostelli gratuiti per i pellegrini, sistemi di irrigazione e traffico fluviale, e nuove strade. Le leggi non discriminavano i cittadini per casta, fede o schieramento politico; i principi morali del Dharma che queste cercavano di attuare erano non-violenza, tolleranza di tutte le opinioni, obbedienza ai genitori e rispetto per tutti i maestri religiosi, generosità verso gli amici, trattamento umano dei servitori, e così via. In generale, le leggi introducevano nuove restrizioni, ma non rinnegavano alcuno dei principi morali preesistenti delle varie religioni che componevano l'impero.

In politica estera, dopo la prima fase imperialista, cercò di sostituire l'aggressione militare con gli accordi politici, creando stati satelliti e riducendo la necessità di sorvegliare le frontiere.

L'editto forse più avanzato, inerente alla tolleranza religiosa, è il dodicesimo su pietra, che recita: Sua Maestà il re santo e grazioso rispetta tutte le confessioni religiose, ma desidera che gli adepti di ciascuna di esse si astengano dal denigrarsi a vicenda. Tutte le confessioni religiose vanno rispettate per una ragione o per l'altra. Chi disprezza l'altrui credo, abbassa il proprio credendo d'esaltarlo.[2]

Sostegno del Buddhismo[modifica | modifica wikitesto]

Editto in greco e lingua aramaica, in cui Aśoka incita il Regno greco-bactriano ad adottare il Dharma.

Aśoka diede il suo sostegno formale al Buddhismo, e cercò di concretizzarlo organizzando l'invio di missionari nei paesi confinanti, soprattutto in quelli di cultura ellenistica. Prima di far questo, però, sentì la necessità di fare ordine tra le scuole di pensiero buddhiste, assicurandosi così che i missionari predicassero il vero Dharma; a questo scopo convocò nella capitale Pataliputra il terzo Concilio buddhista. Il Concilio cercò di formalizzare il corpus delle scritture buddhiste, giungendo ad una formulazione probabilmente simile al Canone pali dell'attuale scuola Theravāda, escludendo da questo le tesi, considerate se non eretiche quantomeno estranee all'insegnamento originale del Gautama, delle scuole Sarvāstivāda e Dharmaguptaka[senza fonte]; i missionari furono incaricati di predicare quanto deciso dal Concilio, e vennero inviati negli amichevoli regni ellenistici. Le cronache relative a questi missionari sono state tramandate dagli editti di Aśoka:

« La conquista del Dharma è stata vinta qui, sui confini, e anche a seicento yojana (5.400-9.600 km) di distanza, dove regna il re greco Antioco, e oltre, dove regnano i quattro re di nome Tolomeo, Antigono, Magante e Alessandro, così come nel Sud, tra i Chola, i Pandya, e fino a Tamraparni (Sri Lanka). »
(XIII editto, S. Dhammika)

Da notare che i nomi dei sovrani implicano che i missionari si siano spinti fino a Egitto e Grecia; ancora nel II secolo lo scrittore cristiano Clemente Alessandrino accenna alla presenza di una comunità buddhista ad Alessandria d'Egitto. Inoltre, secondo le cronache pāli, alcuni degli emissari di Aśoka erano monaci buddhisti greci, evidenziando l'esistenza di intensi rapporti tra le due culture:

« Quando il thera (anziano, saggio) Moggaliputta, illuminatore della religione del Conquistatore (Aśoka), pose fine al [terzo] concilio [...] mandò avanti dei thera, uno qui e uno lì: [...] e verso Aparantaka (i "Paesi occidentali", cioè Gujarat e Sindh) mandò lo yona (greco) di nome Dhammarakkhita »
(Mahavamsa XII)

Il motivo di tanta affinità con i regni ellenistici può essere forse ritrovata in una possibile origine parzialmente greca di Aśoka stesso: nel 303 a.C. infatti Seleuco I aveva condotto una alleanza matrimoniale con Chandragupta Maurya, suo nonno.

« Egli (Seleuco) attraversò l'Indo e condusse guerra contro Sandrocotto (Chandragupta), re degli indiani, che abitavano le sponde del fiume, finché non giunsero ad un accordo gli uni con gli altri, e stipularono una relazione matrimoniale »
(Appiano di Alessandria, Storia romana, Guerre siriane 55)

Poiché non si ha notizia di una regina indiana nel regno seleucide, e d'altra parte l'alleanza matrimoniale era molto più semplice nell'altro verso, grazie alle consuetudini poligamiche indiane, gli storici credono che Chandragupta o Bindusāra, nonno e padre di Aśoka, abbiano sposato una greca, ed è quindi possibile che Aśoka fosse a sua volta di origine greca.

Presenza nella cultura di massa[modifica | modifica wikitesto]

L'emblema dell'India. Alla base del capitello si nota la Dharmachakra, simbolo di Aśoka.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b (EN) Pradip Bhattacharya, The Unknown Ashoka, The Boloji.Net Editorial Group Network, 23-04-2002, pp. 2. URL consultato il 2009-04-08.
  2. ^ Trad. di Carlo Formichi in "Apologia del Buddhismo", 1925

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Giovanni Pugliese Carratelli (a cura di), Gli editti di Aśoka, Adelphi Edizioni, Milano, 2003
  • Michelguglielmo Torri, Storia dell'India, Editori Laterza, Bari, 2000
  • (EN) Donald Swearer, Buddhism and Society in Southeast Asia, Anima Books, Chambersburg, Pennsylvania, 1981 ISBN 0-89012-023-4
  • (EN) Romila Thapar, Aśoka and the decline of the Mauryas, Oxford University Press, 1961 ISBN 0-19-564445-X
  • (EN) K. A. Nilakanta Sastri, Age of the Nandas and Mauryas, Motilal Banarsidass, Delhi, 1952 ISBN 0-89684-167-7
  • (EN) G. M. Bongard-Levin, Mauryan India, Stosius Inc/Advent Books Division, 1986 ISBN 0-86590-826-5
  • (EN) Balkrishna Govind Gokhale, Asoka Maurya, Irvington Pub, 1966 ISBN 0-8290-1735-6
  • (EN) Gian Chand Chauhan, Origin and Growth of Feudalism in Early India: From the Mauryas to AD 650, Munshiram Manoharlal, 2004 ISBN 81-215-1028-7

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