Arditi

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Arditi
Foto Fiume.jpg
D'Annunzio e i suoi Arditi a Fiume
Descrizione generale
Attiva 29 luglio 1917 - gennaio 1920
Nazione bandiera Regno d'Italia
Servizio Regio Esercito
Tipo Reparti speciali
Guarnigione/QG Sdricca di Manzano (UD)

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Gli arditi furono una specialità dell'arma di fanteria del Regio Esercito italiano durante la prima guerra mondiale.

La specialità, sciolta dopo il conflitto, fu brevemente ricostituita durante la seconda guerra mondiale con l'attivazione del 10º Reggimento arditi (15 settembre 1942 - settembre 1943). Le sue tradizioni furono ereditate a partire dal 1975 dal 9º Battaglione d'Assalto Paracadutisti "Col Moschin" (poi Reggimento dal 1995).

Storia[modifica | modifica sorgente]

Esperimenti anticipatori[modifica | modifica sorgente]

Un'idea anticipatrice dell'Ardito può essere fatta lontanamente risalire al 1914, quando in ogni reggimento del Regio Esercito venne creato un gruppo di esploratori addestrati ad agire dietro le linee nemiche.[1] I primi nuclei di Arditi nacquero e si addestrarono a Manzano (Udine), in località Sdricca, dove tuttora si celebra una commemorazione ed una rievocazione l'ultima domenica di luglio.

La vulgata popolare vuole riconoscere come antesignani degli Arditi anche i componenti delle cosiddette "Compagnie della morte", pattuglie speciali di fanteria o del genio adibite al taglio o al brillamento dei reticolati nemici, facilmente riconoscibili per l'uso di corazze ed elmetti principalmente del tipo "Farina".[2] L'impiego della bombarda in questo ruolo rese del tutto inutili i sacrifici dei componenti queste unità.

In seguito, gli Arditi divennero un corpo speciale d'assalto. Il loro compito non era più quello di aprire la strada alla fanteria verso le linee nemiche, ma la totale conquista di queste ultime. Per fare ciò, venivano scelti i soldati più temerari, che ricevevano un addestramento molto realistico, con l'uso di granate e munizionamento reale, e con lo studio delle tecniche d'assalto e del combattimento corpo a corpo.

Operativamente, gli Arditi agivano in piccole unità d'assalto, i cui membri erano dotati di petardi "Thévenot", granate e pugnali, utilizzati in assalti alle trincee nemiche. Le trincee venivano tenute occupate fino all'arrivo dei rincalzi di fanteria. Il tasso di perdite era estremamente elevato.

Nel dopoguerra si volle sostenere che l'idea dell'Ardito fosse stata una creazione del capitano Cristoforo Baseggio che nell'ottobre 1915 venne posto al comando di una unità denominata "Compagnia volontari esploratori", che operava in Valsugana. Questa circostanza venne a più riprese e veementemente contestata dai vertici dell'associazione arditi e dai maggiori memorialisti.[3]. L'unità contava 13 ufficiali e 400 soldati di truppa scelti su base volontaria e provenienti da vari reparti del settore della 15ª Divisione. Il reparto fu completamente distrutto nell'attacco al Monte Osvaldo nell'aprile del 1916.

Nel 1916 il Comando Supremo decise di premiare con la qualifica di militare ardito chi si fosse distinto per decisione e coraggio, con l'espresso divieto di creare unità speciali[4]. Il distintivo, da portarsi al braccio sinistro, era il monogramma reale VE, ed era pensato esclusivamente come premio e come indicazione del soldato da portare ad esempio. Questa fu tuttavia la genesi nell'immaginario del vocabolo "Ardito".

La Grande Guerra e la nascita[modifica | modifica sorgente]

Nel 1917 a seguito di proposte e studi da parte di giovani ufficiali stanchi della stasi e dell'inutile massacro della vita di trincea, si arrivò alla sperimentazione di un'unità appositamente costituita presso la 48ª Divisione dell'VIII Corpo d'armata, comandata dal capitano Giuseppe Bassi e il suo sergente Longoni Giuseppe. Giuseppe Bassi fu inoltre autore di una innovativa nota sull'impiego delle pistole mitragliatrici Fiat Mod. 15 /OVP - Officine Villar Perosa.[5]

Va fatto presente che già nel marzo 1917 il Comando Supremo aveva inviato una circolare informativa circa la costituzione presso l'esercito austroungarico di unità speciali.[6]

A seguito di valutazione positiva si decise di istituzionalizzare la nascita della nuova specialità[7], ma dissidi sull'equipaggiamento e sull'addestramento fecero slittare l'inizio dell'attività al 29 luglio 1917, quando lo stesso re Vittorio Emanuele sancì la nascita dei reparti d'assalto.

I neonati reparti d'assalto si svilupparono quindi come corpo a sé stante, con una propria uniforme ed un addestramento differenziato e superiore a quello dei normali soldati, da impiegarsi a livello di compagnia o di intero battaglione. L'esercito tedesco, mediamente molto meglio addestrato, era stato però il primo ad adottare il concetto di truppa di élite con le Stoßtruppen. La sede della scuola d'addestramento venne fissata a Sdricca di Manzano (Udine) ed il comando affidato allo stesso maggiore Bassi. In seguito alla scuola di Sdricca (e alle altre create all'uopo) vennero brevettati anche gli arditi reggimentali (niente a che vedere con i "militari arditi" del 1916), la cui istituzione fu poi ufficializzata nel 1918 con apposita circolare.[8]

I primi reparti vennero creati nella 2ª Armata, e al momento di Caporetto risultavano costituiti 27 reparti (o più probabilmente 23), anche se quelli effettivamente impiegabili in combattimento furono molti di meno. Quelli dipendenti dalla 2ª e dalla 3ª armata erano alle dipendenze del comando d'armata, mentre gli altri erano alle dipendenze dei comandi di corpo d'armata, soprattutto nel caso delle fiamme verdi e degli altri reparti operanti in ambiente alpino. Solo i reparti della 2ª Armata erano già stati utilizzati ampiamente e provati in azione (almeno 3 battaglioni su 6 avevano operato come unità organiche, mentre gli altri probabilmente solo come compagnie); mentre quelli della 3ª (probabilmente 3 battaglioni) erano ad un livello elevato di preparazione fisica e tecnica, gli altri invece si trovavano ancora in addestramento; talvolta anzi i reparti alpini erano stati addestrati secondo standard inferiori a quelli della 2ª e 3ª Armata, che disponevano di un campo d'addestramento apposito, ed un comando unico per le truppe ardite; si può dire che ancora nel tardo 1917 la specialità non era ancora stata ben compresa dagli alti comandi al di fuori di queste due armate[9].

I primi sei reparti della 2ª Armata combatterono la battaglia di Udine e protessero la ritirata sui ponti di Vidor e della Priula, rimanendo sulle posizioni per consentire alle ultime unità regolari di passare il Piave.

Nell'inverno del 1917 vennero sciolti, ricostituiti e riaddestrati arrivando a 22 reparti operativi, per diventare al maggio 1918 di nuovo 27 (più un reparto di marcia per ogni armata), assegnati ai corpi d'armata. Un Reparto d'Assalto era composto (inizialmente e teoricamente) da 735 uomini.

Dopo il disastro di Caporetto, gli Arditi caddero per qualche tempo in disgrazia e furono riorganizzati pesantemente; il colonnello Bassi perse a sua volta prestigio ed invece di sopraintendere all'organizzazione degli Arditi quale ispettore fu inviato a comandare un normale reggimento di linea[10]. In particolare la riorganizzazione prevedeva la normalizzazione dei reparti (portati a 21, e numerati da I a XIII, XVI, XVII, e da XIX a XXIV) con l'invio di ufficiali più conservatori e dediti alla cura della disciplina. L'organizzazione fu portata da 4 a 3 compagnie, di 150 uomini ciascuna, cui erano associati 3 sezioni autonome di mitragliatrici (Fiat Mod. 14), 6 sezioni autonome di pistole mitragliatrici (mitragliatrici leggere Villar Perosa), 6 sezioni autonome di lanciafiamme, per un totale di 600 uomini circa; le mitragliatrici e le pistole mitragliatrici furono tolte alle compagnie e raccolte in sezioni (contrariamente all'intuizione di Bassi e di Capello), anche se poi queste sezioni per lo più venivano, nella pratica, riassegnate alle compagnie. Inoltre, per snellire i reparti, furono eliminati, almeno temporaneamente i due cannoni da 37 o i due obici da 65/17 che Capello aveva aggiunto ai reparti Arditi della 2ª Armata.

Anche la divisa si normalizzò, sembra per carenza di materiali, per tornare all'originale verso la metà del 1918, un reparto la volta. L'addestramento centralizzato nel campo di Sdricca, fortemente consigliato da Bassi, fu sostituito con campi d'addestramento specifici per ogni corpo d'armata, anche se il modello d'addestramento fu presto adeguato a quello originale (in questa riorganizzazione si decise di dotare ogni corpo d'armata di un reparto arditi, momentaneamente rinunciando alla creazione di grossi reparti d'assalto, previsti da Capello e riorganizzati alla fine del 1918). Dopo un momento di incomprensione, i nuovi ufficiali furono molto colpiti dalla forma mentis e dalle pratiche d'addestramento degli arditi, giungendo nuovamente a raggiungere l'eccellenza grazie alla formazione di nuove reclute che riempivano i vuoti causati dalla ritirata. In particolare, si distinsero gli arditi del IX Battaglione (comandante l'allora maggiore e futuro maresciallo d'Italia Giovanni Messe) e quelli del V, ora XXVII (comandante maggiore Feruglia), entrambi inizialmente tra i peggiori della specialità e portati ai massimi livelli dai rispettivi comandanti, che curarono notevolmente la preparazione atletica e il realismo delle esercitazioni, oltre a congedare alcuni elementi indisciplinati e troppo provati[11].

Nel 1918 si volle nuovamente riorganizzare la specialità, che rimaneva poco compresa dagli alti comandi, ma che si era molto distinta. I battaglioni dedicati al corpo d'armata presero la denominazione del corpo stesso e ne condivisero la numerazione (da 1º a 23º, sia in numeri romani che in numeri arabi), cui si aggiungevano altri battaglioni, inizialmente il XXX (dato come rinforzo al I Corpo d'armata) e il LII (abbinato alla 52ª Divisione alpina, che aveva compiti autonomi); cui si aggiungevano 7 battaglioni "di marcia" destinati alla riserva centrale e all'addestramento dei complementi, più tre battaglioni autonomi aggregati ai reparti italiani operanti fuori dal fronte italiano (uno in Francia, uno in Albania e uno in Macedonia). Successivamente si cercò di costruire (riprendendo la decisione di Capello del '17) delle grandi unità composte eminentemente di arditi, la 1ª e la 2ª Divisione d'assalto, con 6 battaglioni ciascuna (più artiglieria, servizi e battaglioni di Bersaglieri), anche se fu molto difficile mantenere l'organico previsto e molti battaglioni furono spostati dai corpi d'armata alle divisioni e viceversa, per un totale di 39-40 battaglioni addestrati, circa, alcuni dei quali in seguito ai combattimenti venivano sciolti e riorganizzati o utilizzati, divisi per compagnie, per rinforzare altri reparti con una singola[12].

Verso la fine della guerra gli Arditi chiedevano sempre più insistentemente la sostituzione delle pistole mitragliatrici Villar Perosa Mod. 1915 in dotazione con Beretta MAB 18 (ovvero "vere" pistole mitragliatrici manuali e non ibridi tra la pistola mitragliatrice e la mitragliatrice leggera) e di mitragliatrici leggere "vere" sulla falsariga del BAR americano e della Lewis inglese, o anche dalla Madsen danese (in uso presso l'esercito russo). Alcuni Lewis Gun furono effettivamente acquistati, ma passati per lo più al corpo mitraglieri. In verità le mitragliatrici italiane di entrambe le guerre mondiali furono insufficienti numericamente e spesso tecnicamente alla bisogna; gli arditi, facendo di necessità virtù, finirono con il magnificare, presso l'opinione pubblica e le alte gerarchie militari, tattiche obsolete come il corpo a corpo con il pugnale o l'attacco con la baionetta, malgrado sin dall'inizio avessero compreso la necessità di poter disporre di un considerevole fuoco anche mentre il reparto era in movimento. Decenni dopo, il fascismo farà della baionetta la sua arma "feticcio" e della volontà e del coraggio spavaldo la sua cifra tattica, con gravi conseguenze per l'esercito italiano.

Il tenente Carlo Sabatini e i suoi Arditi del V reparto d'assalto appena decorati dopo l'azione sul Monte Corno del 13 maggio 1918

Nel giugno del 1918 venne costituita una Divisione d'assalto con nove reparti al comando del maggior generale Ottavio Zoppi, divenuta poi Corpo d'armata d'assalto con dodici reparti su due divisioni. Al Corpo d'armata d'assalto vennero assegnati anche sei battaglioni bersaglieri e due battaglioni bersaglieri ciclisti, nonché supporti tattici e logistici adeguati. I reparti prelevati dai corpi d'armata per costituire le divisioni vennero ricostituiti tanto che a fine guerra si contavano i dodici reparti d'assalto (più due di marcia) inquadrati nel Corpo d'armata d'assalto, e venticinque reparti indipendenti assegnati alle armate[13]

Gli arditi furono tra gli artefici dello sfondamento della linea del Piave che permise nel novembre del 1918 la vittoria finale sugli eserciti austroungarici.

Pochi mesi dopo il termine della guerra, con la smobilitazione dell'esercito, si decise lo scioglimento dei reparti d'assalto, sia motivi di riorganizzazione che di politica interna al Regio Esercito. Queste motivazioni furono riassunte dal generale Francesco Saverio Grazioli, uno dei padri degli arditi:

« Cessata la guerra, cessata l'occasione di menar le mani, di dar prova della loro audacia, di far bottino, di farsi belli delle loro imprese, la loro natura scapigliata ed esuberante o si perderà , ed allora diventeranno ordinaria fanteria che non giustificherebbe le forme esterne e l'appellativo ufficiale loro proprio, ovvero persisterà , ed allora sarà estremamente difficile a chicchessia di contenerla, di evitare deplorevoli infrazioni disciplinari e forse reati, che offuscherebbero la loro stessa gloriosa fama andatasi formando con la guerra. »
("Promemoria sulla sorte possibile delle truppe d'assalto", 18 novembre 1918.)

Tra gennaio e febbraio 1919 il Comando Supremo sciolse il Corpo d'armata d'assalto, la 2ª Divisione d'assalto e tutti i reparti non indivisionati. Nel marzo 1919 solo la 1ª Divisione d'assalto era ancora operativa e venne inviata nella Libia italiana per operazioni di polizia coloniale insieme ad altre due divisioni ordinarie. Con l'inizio del biennio rosso, il Ministro della Guerra Caviglia decise di ricostituire temporaneamente alcuni reparti di Arditi da impiegare in operazioni di ordine pubblico particolarmente impegnative. Lo scioglimento definitivo venne alla fine del 1920 con il nuovo ordinamento Bonomi.

Durante il fascismo[modifica | modifica sorgente]

Fra le due guerre gli arditi si riunirono nell'Associazione Nazionale Arditi d'Italia (ANAI), fondata dal capitano Mario Carli, poi tra i membri del cosiddetto "fascismo delle origini", lo stesso che scrisse assieme a Marinetti l'articolo Arditi non gendarmi[14]. La maggioranza degli arditi aderì al movimento fascista, anche se l'adesione non fu unanime, come risulta dall'esperienza degli Arditi del Popolo (frangia secessionista romana dell'ANAI, schierata politicamente sulle posizioni del socialismo massimalista)[15]. Venne fondata la FNAI (Federazione Nazionale Arditi D'Italia) il 23 ottobre 1922 da Mussolini che aveva sciolto l'ANAI considerata poco affidabile per il fascismo e nella FNAI confluirono un gran numero di Arditi.[16] Nel 1937 Mussolini donò a Roma la Torre dei Conti presso Via dei Fori Imperiali (allora via dell'impero) alla FNAI che lì rimase fino al 1943. Nel 1938 nella torre fu allestito un mausoleo dove ci sono tuttora conservate le spoglie del generale degli arditi Alessandro Parisi morto quell'anno in un incidente stradale e presidente della federazione dal 1932[17].

L'impresa di Fiume[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Impresa di Fiume.

Gli arditi parteciparono attivamente all'impresa fiumana sotto la guida dell'ispiratore del colpo di mano che portò alla presa di Fiume, Gabriele d'Annunzio. Una volta occupata la città, venne instaurata la "Repubblica del Carnaro" e D'Annunzio rivendicò apertamente l'italianità della città di Fiume. Venne promulgata, come carta costituzionale del nuovo Stato, la Carta del Carnaro. Tra i principali ispiratori del contenuto della Carta vi fu il sindacalista rivoluzionario Alceste De Ambris, anche lui con passato di Ardito. Il 25 dicembre 1920 (il cosiddetto Natale di Sangue) le truppe regolari dell'esercito italiano guidate dal generale Caviglia posero termine alla fugace esperienza della Repubblica del Carnaro dopo brevi scontri. Il Presidente del Consiglio Giolitti aveva ordinato l'operazione perché temeva i possibili risvolti internazionali negativi che sarebbero potuti scaturire dal prosieguo dell'impresa fiumana, nonché il fatto che il consolidarsi dello Stato dannunziano avrebbe potuto comportare gravi conseguenze per il regime liberale italiano.

Si noti inoltre che il generale Capello, ispiratore e fondatore del corpo, fu emarginato prima e incarcerato poi dal fascismo (che lo considerava connivente con l'attentato Zamboni a Mussolini), e dall'esercito (che, correttamente, lo considerava uno dei massimi responsabili del disastro di Caporetto, avendo disposto le sue truppe in maniera offensiva e non difensiva). Come lui molti altri "padri" dell'Arditismo, che non erano confluiti nel fascismo, furono emarginati, a vantaggio di figure, magari meno importanti, ma di sicura fede fascista o aderenti al fascismo pre marcia. Si noti inoltre che l'esercito italiano abolì il corpo nel 1920, abolizione che fu mantenuta dal fascismo mussoliniano, prodigo di riconoscimenti ed onori all'arditismo ma poco propenso a reinserire un corpo scelto irrequieto, indisciplinato (e costoso) nell'esercito.

Gli Arditi del Popolo[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Arditi del Popolo e Formazioni di difesa proletaria.

La sezione romana dell'associazione Arditi d'Italia dette vita, in contrapposizione al forte ma non ancora consolidato movimento dello squadrismo fascista, agli Arditi del Popolo, gruppo paramilitare con connotazioni antifasciste che ebbe adesioni fra anarchici, comunisti, socialisti. I comunisti ne costituivano l'ala maggioritaria, erano presenti anche componenti repubblicane come ad esempio Vincenzo Baldazzi che fu uno dei capi, e talvolta, come nella difesa di Parma, anche militanti del partito popolare, come il consigliere Corazza ucciso a Parma dai fascisti negli scontri.

Nacquero nell'estate del 1921 per opera di Argo Secondari, ex tenente delle "Fiamme nere" (arditi che provenivano dalla fanteria) di tendenza anarchica. La consistenza certa di queste formazioni paramilitari fu di 20.000 uomini iscritti, per un totale di circa 50.000 uomini con simpatizzanti e partecipanti alle azioni, tra i quali reduci di guerra, alcuni di loro su posizioni neutrali o antifasciste.

L'evento forse di maggior risonanza fu la difesa di Parma dallo squadrismo fascista nel 1922: circa 10.000 squadristi fascisti, prima al comando di Roberto Farinacci, poi di Italo Balbo, dovettero rinunciare a "conquistare" la città dopo 5 giorni di scontri contro un consistente gruppo di socialisti, anarchici e comunisti, comandati dai capi degli Arditi del Popolo (350 arditi del popolo presero parte allo scontro contro i fascisti) Antonio Cieri e Guido Picelli. I morti tra i fascisti furono 39, tra coloro che resistettero cinque.

Caratteristiche[modifica | modifica sorgente]

Organizzazione[modifica | modifica sorgente]

Addestramento[modifica | modifica sorgente]

Cippo degli Arditi

I soldati di preferenza erano arruolati su base volontaria, ma col progredire del numero dei reparti iniziarono ad essere designati dai propri comandi tra i soldati più esperti e coraggiosi delle compagnie di linea, possibilmente scegliendoli tra i militari già decorati al valore (secondo la proporzione di un soldato ogni compagnia di fanteria, e di due per le compagnie di Alpini e Bersaglieri). Dopo un accertamento dell'idoneità militare come Arditi mediante prove di forza, destrezza e sangue freddo, venivano addestrati all'uso delle armi in dotazione, alle tattiche innovative di assalto, alla lotta corpo a corpo con o senza armi, il tutto supportato da una continua preparazione atletica. Contrariamente alla leggenda, diffusa dagli stessi arditi, non erano ammessi nel corpo i pregiudicati, anche se chi era stato colpito da provvedimenti disciplinari o dalla giustizia militare (che è cosa ben diversa dalla giustizia civile) poteva fare domanda per entrare nel corpo in cambio di una riduzione della pena.

In particolare venivano impartite lezioni per il lancio delle bombe a mano, per il tiro col fucile, per l'utilizzo del lanciafiamme e della mitragliatrice. L'addestramento era particolarmente intensivo e realistico, e furono diversi gli Arditi deceduti durante le esercitazioni o l'addestramento di base (soprattutto colpiti da schegge di bomba a mano, perché la loro procedura operativa prevedeva un lancio molto corto dell'ordigno, subito seguito da un assalto diretto). L'elevato addestramento, lo spirito di corpo e lo sprezzo del pericolo, ma anche i vantaggi di cui godevano, fecero degli Arditi il corpo più temuto dagli eserciti avversari, ma crearono anche un clima di diffidenza e di invidia da parte di ufficiali appartenenti ad altri reparti. Alcuni militari di truppa portavano nei loro riguardi stima e rispetto, per la capacità di risolvere sul campo di battaglia situazioni tatticamente impossibili per i reparti di linea, altri invidia e odio, perché gli Arditi erano ben armati ed addestrati, mentre loro no, godevano di licenze frequenti e buon rancio, mentre loro no, tra un assalto e l'altro erano inviati nelle retrovie, o addirittura in città, mentre loro rimanevano molto a lungo in linea senza essere rilevati nemmeno dopo lunghi combattimenti, e infine perché erano sottomessi ad una disciplina poco formale e meno rigida. Inoltre spesso molti soldati trovavano fastidioso che queste truppe, molto meglio armate ed addestrate, conquistassero con "facilità", o almeno con velocità, (prendendosene il merito) posizioni attorno alle quali avevano combattuto con scarsa fortuna per mesi, indebolendole con inutili e sanguinosi attacchi frontali; il merito della conquista andava quindi agli arditi, creando uno dualismo in seno all'esercito, tra reparti di linea e reparti offensivi[18].

Uniforme[modifica | modifica sorgente]

A differenza del resto dell'Esercito che indossava la giubba con bavero chiuso, gli Arditi avevano in dotazione una giubba a bavero aperto, più comoda e pratica, sotto la quale veniva portata una camicia bianca con cravatta nera o, più spesso in zona di operazioni, un maglione grigioverde.

Al bavero della giubba erano cucite le mostrine: fiamme nere a due punte. Gli Arditi provenienti dai Bersaglieri e dagli Alpini conservavano le mostrine delle specialità d'origine, rispettivamente fiamme cremisi e fiamme verdi. Con il termine "Fiamme Nere" erano indicati gli stessi Arditi, così come per "Fiamme Cremisi" (o "Fiamme Rosse") si intendevano i Bersaglieri e per "Fiamme Verdi" gli Alpini. La "Fiamma Nera", oltre ad essere la mostrina, era anche l'insegna, in genere un gagliardetto nero, che precedeva il Reparto nell'assalto.

Il copricapo caratteristico degli Arditi era il fez nero con fiocco nero. Gli Arditi provenienti dai Bersaglieri e dagli Alpini conservavano i loro tradizionali copricapo: fez rosso con fiocco blu per i primi, cappello alpino per i secondi. In operazioni veniva spesso portato l'elmetto metallico.

Un simbolo ricorrente degli Arditi, che compariva sul gagliardetto di reparto, ma anche ricamato sulle giubbe o sotto forma di spilla metallica, era il teschio, talvolta con pugnale in bocca oppure sovrapposto a due tibie incrociate.

Molti degli elementi distintivi degli Arditi furono in seguito ripresi dalle prime formazioni fasciste, tipicamente il fez nero, il teschio con il pugnale tra i denti, ma anche dalle formazioni degli Arditi del Popolo (teschio ma con pugnale ed occhi rossi) e da varie squadre di difesa antifascista, come la camicia nera col teschio in filo d'argento sul fianco utilizzato dalle squadre comuniste romane. Lo stesso saluto «A noi!» fu poi usato dagli Arditi del Popolo (col saluto a pugno chiuso) e come tale compare in alcuni loro inni.

Equipaggiamento[modifica | modifica sorgente]

L'equipaggiamento tipico degli arditi era costituito dal pugnale per la lotta corpo a corpo e dalle bombe a mano. Queste ultime venivano utilizzate anche per creare panico e confusione oltre che per il loro effetto dirompente (il petardo Thévenot, il tipo di bomba a mano più utilizzato dagli Arditi, era particolarmente adatto all'assalto in quanto dotato di una non eccessiva potenza, poteva quindi essere tirato in movimento appena davanti all'ondata d'assalto senza ferire l'assaltatore, col vantaggio di essere molto rumoroso e quindi provocatore di timore negli avversari, che lo confondevano con una normale granata a mano). Altre armi utilizzate furono le mitragliatrici e i lanciafiamme. I moschetti erano dello stesso modello in dotazione alla fanteria, ma di tipo più corto (Mod. 91 TS), affiancati negli ultimi mesi di guerra da i MAB 18, una sorta di pistola mitragliatrice ibridata con un moschetto.

Nel Museo del Risorgimento di Torino, nella sala dedicata alla resistenza sono conservati un pugnale ed un petardo appartenenti agli Arditi del Popolo.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Regolamento di esercizi per la fanteria, approvato il 30 giugno 1914.
  2. ^ Circolare Comando Supremo: n. 496 di P.RS. del 16 giugno 1915. Oggetto: Attacco di posizioni rafforzate
  3. ^ S. Farina. Le Truppe d'Assalto Italiane.
  4. ^ Circolare Comando Supremo n. 15810 del 15 luglio 1916. Oggetto: Norme per la concessione del distintivo per militari arditi
  5. ^ Costituzione ed impiego delle sezioni pistole mitragliatrici. Dal capitano Bassi (comandante III/150 Fanteria) al generale Giardino, comandante 48ª Div., 8 novembre 1916
  6. ^ Circolare Comando Supremo n. 6230 del 14 marzo 1917, da CS (UAVS) a C.di Armata e Zona Gorizia (fino a C.di Brigata). Oggetto: Riparti d'Assalto
  7. ^ Circolare Comando Supremo n. 111660 del 26 giugno 1917, da CS a C. di 1ª, 2ª, 3ª, 4ª, 6ª Armata. Oggetto: Riparti d'assalto
  8. ^ Circolare Comando Supremo n. 17000 del 26 giugno 1918. Oggetto: Arditi Reggimentali
  9. ^ G. Rochat, Gli Arditi della Grande Guerra. Origini, battaglie e miti, Gorizia, 1990, pp. 52 e ss.
  10. ^ G. Rochat, Gli Arditi della Grande Guerra, Gorizia, 1990 p. 61
  11. ^ G. Rochat, Gli Arditi della Grande Guerra. Gorizia, 1990, pp. 62–64, per le divise si vedano anche tavole 10, 11, 12, 13
  12. ^ G. Rochat, Gli Arditi della Grande Guerra, Gorizia, 1990, pp. 64–65
  13. ^ A.L. Pirocchi e V. Vuksic. Italian Arditi. Elite Assault Troops 1917-1920. Oxford, Osprey, 2004.
  14. ^ Sintesi da Liparoto ANPI
  15. ^ Giordano Bruno Guerri, "Fascisti", Oscar Mondadori (Le scie), 1995 Milano pagg. 68-69: "La maggior parte si schierò con i fascisti mentre una minoranza dette vita ai non meno violenti Arditi del popolo, di sinistra. Fra i primi molti sarebbero diventati importanti capi fascisti, come Giuseppe Bottai e Italo Balbo".
  16. ^ Per i complessi rapporti tra arditismo e fascismo e per quelli tra l'esercito ufficiale e l'arditismo si veda anche G. Rochat, Gli Arditi della Grande Guerra, Gorizia, 1990, pp. 115 e ss., pp. 137 e ss. p. 155 e ss.
  17. ^ Giornale Luce B1085: Roma L'albergo dell'Orso e la Torre dei Conti
  18. ^ (G. Rochat, Gli Arditi della Grande Guerra, Gorizia, 1990, pp. 36 e ss. pp. 125 e ss.)

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]