Fez (abbigliamento)

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Fez

Il fez è un copricapo maschile di lana, spesso rosso, che prende il nome dalla città di Fez (o Fès, Fas), in Marocco, da cui sembra che sia originario, anche se la sua maggiore diffusione si è avuta in Oriente, in particolar modo nella Turchia degli Ottomani.

In Nordafrica viene invece chiamato ṭarbūsh (dal persiano sarpūsh) o shashia (i)stanbuli.

Storia[modifica | modifica sorgente]

Reggimento ottomano nel 1897

L'uso del tarbush è attestato in Egitto non prima del XVI secolo e per la sua fabbricazione originariamente si preferiva usare la seta di color rosso scuro.

Il fez venne sviluppato a livello di moda nell'omonima città marocchina attorno al XVII secolo.

Impero ottomano[modifica | modifica sorgente]

Nel 1826 il sultano ottomano Mahmud II decise lo scioglimento del corpo dei giannizzeri e una conseguente riforma militare. Il nuovo corpo di fanteria adottò uniformi di stile occidentale e per copricapo venne scelto il fez. Nel 1829 il sultano obbligò i propri ufficiali civili a indossare a loro volta il fez e una lunga finanziera di colore scuro (chiamata in italiano "stambulina") e contemporaneamente proibì l'uso del turbante.[1] Lo scopo, pienamente raggiunto, era quello di obbligare tutta la popolazione ad adottare il fez, una misura egualitaria che sostituiva la complicata legge suntuaria in vigore (secondo la quale gli abiti servivano per distinguere rango sociale, religione, e mestiere) anticipando in qualche modo le future Tanzimat. Sebbene mercanti e artigiani generalmente rifiutassero il fez,[2] questo divenne un simbolo di modernità nel Vicino Oriente e ispirò simili decreti in altri paesi (come in Iran nel 1873).[3]

Sacerdote ortodosso armeno con indosso un fez mentre fuma col narghilè a Gerusalemme

Per soddisfare la domanda crescente, esperti realizzatori di fez furono incoraggiati ad emigrare dal Nordafrica ad Istanbul. Il Distretto di Eyüp divenne un importante centro di produzione e, con il tempo, gli stili, le forme, le altezze e i materiali si moltiplicarono.

Il "boicottaggio del Fez"[modifica | modifica sorgente]

Quando le originali tinture a base di corniolo furono soppiantate dai coloranti sintetici, la produzione di fez si spostò nelle fabbriche austriache. All'inizio del XX secolo nove decimi dei fez venduti in Turchia proveniva dall'Austria e, dopo lo zucchero, i fez rappresentavano la seconda voce delle esportazioni austriache nell'Impero Ottomano.[4] Quando, il 5 ottobre 1908 Francesco Giuseppe annunciò l'annessione della Bosnia e dell'Erzegovina (che formalmente erano parte dell'Impero ottomano anche se, dal Congresso di Berlino, erano provvisoriamente amministrate dalla corona austriaca), la prima reazione ottomana fu una ritorsione contro i prodotti provenienti dall'Austria. In pochi giorni fu emanato un proclama che, seguendo la protesta spontanea dei cittadini della capitale, istituiva un boicottaggio nei confronti delle rivendite e delle merci austriache.[5] Ben presto la popolazione rinunciò ai fez prodotti in Europa e li sostituì con quelli locali; l'embargo provocò il collasso dell'industria austriaca di fez, inducendo Francesco Giuseppe a cercare un accordo: la Bosnia rimase sotto la Duplice Monarchia ma l'Impero ottomano venne abbondantemente risarcito per la perdita subita.[6]

La diffusione in occidente[modifica | modifica sorgente]

La popolarità del fez lo trasformò in un elemento caratteristico della cultura e dell'identità orientale tanto che tra il XIX secolo e il XX secolo in diversi Paesi occidentali, come Gran Bretagna e Stati Uniti, divenne di moda indossarlo con i completi eleganti da uomo come tocco esotico.

Il bando in Turchia[modifica | modifica sorgente]

In poco meno di un secolo il fez era diventato un elemento tradizionale a tal punto che Mustafa Kemal Atatürk, nell'ambito delle riforme modernizzatrici della Turchia, lo bandì nel 1925. Nel suo discorso, attaccando il modo di vestire ottomano come decadente, condannò il fez come "copricapo dei greci", richiamando la recente Guerra greco-turca.[7]

Utilizzo nelle forze armate[modifica | modifica sorgente]

Italia[modifica | modifica sorgente]

Zuavi dell'esercito francese durante la Guerra di Crimea
Un fez fascista.

Il fez è anche uno dei copricapo dei Bersaglieri: in origine i Bersaglieri indossavano come copricapo un berrettino di maglia di cotone color turchino con un fiocco rosso, che proteggeva dal freddo le orecchie e poteva essere portato sotto il cappello. Poi in Crimea (1855), entusiasmati dal valore dei "Fanti Piumati", gli Zuavi - componenti speciali del corpo di spedizione francese, originariamente reclutati in Algeria e precisamente nella regione berbera della Cabilia all'epoca solo parzialmente conquistata - offrirono loro in segno di ammirazione il proprio copricapo. Dopo il cappello piumato, il fez è divenuto un altro emblema di orgoglio e distinzione del Bersagliere.

Il cordoncino che collega il fez al fiocco azzurro (chiamato "ricciolina") deve essere di lunghezza ridotta, al massimo 30 centimetri, in modo tale da permettere a quest'ultimo di dondolare rapido da una spalla all'altra. Per gli Ascari era d'uso il tarbusc (tarbush), un fez allungato tronco-conico, sempre di feltro rosso su cui venivano applicati gradi e distintivi, spesso sormontato da un fiocco di lana coi colori del reparto di appartenenza.

Durante la prima guerra mondiale fu il tipico copricapo degli Arditi e venne ripreso nell'Italia fascista.

Caratteristiche[modifica | modifica sorgente]

Benché il fez venga spesso confuso con la shashia, i due copricapi sono alquanto differenti: il fez è rigido, conico e di forma sollevata, mentre la shashia è morbida e la sua forma aderisce alla sommità della testa, alla maniera di una berretta a calotta.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Reinhart Dozy, Dictionnaire détaillée des vêtements chez les Arabes (e Supplément), Leiden, E. J. Brill, 1843.
  • Jeremy Seal, La Turchia a cavallo di un fez, Feltrinelli, 2000.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ (EN) Charlotte Jirousek, lemma «Islamic Clothing» in The Encyclopaedia of Islam, Macmillan, 2005
  2. ^ (EN) Donald Quataert, "Clothing Laws, State, and Society in the Ottoman Empire, 1720–1829", in International Journal of Middle East Studies, 29 (3), agosto 1997 pagg. 403–425
  3. ^ (EN) Charlotte Jirousek, cit.
  4. ^ Jeremy Seal, La Turchia a cavallo di un fez, pag. 190
  5. ^ Jeremy Seal, op. cit., pag. 189
  6. ^ Ibidem
  7. ^ Selim Deringil, "The Invention of Tradition as Public Image in the Late Ottoman Empire, 1808 to 1908", in Comparative Studies in Society and History 35 (1), gennaio 1993

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

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