Moda

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« La moda passa, ma lo stile resta... »
« Il povero di spirito non crede di essere qualcosa se non ha qualche simbolo esteriore »

[citazione necessaria]

« Il giovane è guidato dall'opinione della società come se fosse venuto da te e da me, e avesse detto, cosa dovrei leggere? Che vestito dovrei mettermi? Cosa dovrei dire? »

[citazione necessaria]

Il termine moda indica uno o più comportamenti collettivi con criteri mutevoli.

Questo termine è spesso correlato al modo di abbigliarsi.

Indice

[modifica] Origine del termine

Il termine moda deriva dal latino modus, i, che significa maniera, norma, regola, tempo, melodia, ritmo.

Nei secoli passati, l'abbigliamento alla moda era appannaggio delle sole classi abbienti soprattutto per via del costo dei tessuti e dei coloranti usati, che venivano estratti dal mondo minerale, animale e vegetale. Prima dell'Ottocento, l'abito era considerato talmente prezioso che veniva elencato tra i beni testamentari. I ceti poco abbienti erano usi indossare solo abiti tagliati rozzamente e, soprattutto, colorati con tinture poco costose come il grigio. A questi aggiungeva scarpe in panno o legno. Non potendo permettersi il lusso di acquistare abiti nuovi confezionati su misura, tali classi ripiegavano spesso sull'abbigliamento usato.

Il termine moda compare per la prima volta, nel suo significato attuale, nel trattato La carrozza da nolo, ovvero del vestire alla moda, dell'abate Agostino Lampugnani, pubblicato nel 1645.

[modifica] Il significato della moda

La moda - detta anche storicamente costume - nasce solo in parte dalla necessità umana correlata alla sopravvivenza di coprirsi con tessuti, pelli o materiali lavorati per essere indossati. In realtà l'abito assunse anche precise funzioni sociali, atte a distinguere le varie classi e le mansioni sacerdotali, amministrative e militari.

Le donne, che ne erano escluse, non per questo rinunciavano a vestirsi con cura estrema. Più legato alla psicologia è l'aspetto del mascheramento. Gli abiti possono servire a nascondere lati della personalità che non si vogliono far conoscere o, viceversa, a mostrarli. Si pensi, ad esempio, al proverbio: "l'abito non fa il monaco".

[modifica] Sarti e stilisti

I manuali di taglio e sartoria si svilupparono con una certa lentezza, soprattutto quando, dal Trecento in poi, si cominciarono a creare abiti aderenti al corpo.

Il Garzoni, nel suo libro su tutte le professioni del mondo edito a Venezia nel 1585, dice esplicitamente che un buon sarto deve saper fare di tutto, per soddisfare ogni necessità della sua clientela. Quello del sarto non era un quindi mestiere indipendente, bensì era un servitore delle grandi signorie: viveva e lavorava presso la corte di un signore, che poteva anche scegliere di "prestarlo" a parenti o amici. La retribuzione per l'operato si aggirava intorno al 10% della spesa del tessuto. Era una professione preclusa alle donne, che come sartoresse avevano compiti minori o si applicavano maggiormente al telaio e al ricamo. Non esistevano le taglie, quindi ogni vestito era un pezzo unico, realizzato su misura del cliente. Le unità di misura erano variabili; a Venezia erano in uso i brazzi: da seda, che corrispondeva a 63,8 cm, e da lana, 67,3 cm.

Una toilette della sovrana di Francia Maria Antonietta d'Asburgo-Lorena
Una toilette della sovrana di Francia Maria Antonietta d'Asburgo-Lorena

Anche alcuni artisti, come Giotto e Antonio del Pollaiolo crearono modelli di abiti e tessuti.

La famosa sarta di Maria Antonietta di Francia, Rose Bertin, pur creando sontuose toilettes per la regina, non poteva ancora definirsi stilista. Questa professione, infatti, nacque dopo la rivoluzione francese quando, abolite le corporazioni e le regole rigide e minuziose che vi erano applicate, il sarto fu completamente libero di esprimere la sua creatività.

Dal XIX secolo si iniziano a distinguere i primi stilisti, che creavano nuovi tagli, nuove stoffe e nuovi canoni nel modo di abbigliarsi. Contemporaneamente la tecnica sartoriale andò affinandosi rendendo più agevole indossare il vestito. Lo stilista capovolse il rapporto tra il sarto e la cliente, che ora dipendeva dalle sue idee ed era ben felice di indossare un abito firmato da lui e realizzato nel suo atelier. Gli stilisti lavoravano solo per l'élite poiché i costi per l'ideazione e per la produzione erano molto alti. Questo nuovo impulso di riforma fu principalmente portato avanti da Charles Fréderic Worth, inglese trapiantato in Francia, considerato l'inventore della Haut Couture e sarto personale dell'imperatrice Eugenia, moglie di Napoleone III, e della sua corte, dal 1864.

La moda si avvicinò alla massa verso la metà dell'Ottocento, grazie all'invenzione di macchine per tagliare le pezze di tessuto e all'introduzione del telaio meccanico. All'inizio tali tecniche furono applicate soprattutto alle uniformi militari; con la nascita in Francia dei grandi magazzini, i prezzi degli abiti confezionati in serie si abbassarono notevolmente. Le nuove tecniche della chimica e l'invenzione dell'acciaio introdussero materiali meno costosi: la tessitura meccanica accelerò la produzione di stoffa, così come la stampa delle decorazioni con coloranti industriali; i busti e le sottogonne non furono più rinforzati da stecche di balena, ma di metallo, facilmente riproducibile in serie. La crinolina, la sottogonna a cupola diffusa durante il periodo del romanticismo e munita di cerchi d'acciaio, fu per la prima volta indossata anche dalle donne del popolo.

[modifica] Leggi suntuarie

Le leggi suntuarie sono note in Italia fin dall'epoca romana e costituiscono un prezioso documento per conoscere la moda in ogni tempo: si tratta di dispositivi legislativi che limitavano il lusso nella moda maschile e femminile, o obbligavano determinati gruppi sociali a indossare segni distintivi.

Già nel 215 a.C. la Lex Oppia cercava di limitare la ricchezza degli abiti femminili. In seguito lo stesso Giulio Cesare e poi altri imperatori, intervennero contro le vesti di uomini e donne stabilendone anche il prezzo. Con l'avvento del Cristianesimo i documenti a nostra disposizione citano, per i primi secoli, esclusivamente prediche di monaci o ecclesiastici contro costumi considerati troppo audaci.

I rappresentanti degli Stati Generali
I rappresentanti degli Stati Generali

In Italia le prime leggi suntuarie di cui si abbia notizia certa riappaiono nel Duecento: erano colpiti acconciature, decorazioni, gioielli, strascichi, pellicce. I colpevoli erano multati, oppure gli si vietava l'assoluzione in chiesa, fatto gravissimo per il tempo. In seguito le leggi diventarono più dettagliate e minuziose e cominciarono a colpire maggiormente le classi medie, chiudendo un occhio sul lusso dei signori e delle loro corti, e nominando anche guardie delegate al controllo delle disposizioni emanate. Le reazioni delle donne, bersaglio preferito dei legislatori, furono a volte di esplicita protesta, a volte di furbi accomodamenti, come quando nascondevano lo strascico con spille per poi scioglierlo alla prima occasione favorevole.

Tra le leggi più discriminanti vi erano quelle che colpivano gli ebrei, che erano obbligati a portare un cappello a punta o un contrassegno colorato sul braccio; per le prostitute era solitamente vietato lo sfoggio troppo vistoso, mentre a volte dovevano indossare abiti di determinati colori.

Nonostante la loro severità le leggi suntuarie si dimostrarono di scarsa efficacia e alla fine del Settecento erano quasi totalmente disattese. Nel 1789 in Francia, alla vigilia della rivoluzione, i borghesi si presentarono all'apertura degli Stati generali in abito nero e cravatta bianca, indumenti che erano stati loro imposti per umiliarli; a confronto l'aristocrazia era addobbata con estremo sfarzo. Il drammatico contrasto provocò invece l'effetto opposto, e i semplici abiti dei borghesi diventarono simbolo di pulizia morale e di nuovi ideali; l'iniqua proibizione inoltre causò l'attuazione, come primo provvedimento dell'Assemblea, dell'abolizione - almeno per il vestiario - di ogni differenza di classe.

[modifica] Storia della moda

[modifica] La moda europea prima di Cristo

Nel bacino del Mediterraneo, popolazioni come etruschi, greci, romani si vestirono sostanzialmente coi medesimi capi, seppure con alcune varianti. Si indossava una veste che variava di lunghezza a seconda del sesso - chiamata in Grecia chitone e a Roma tunica; nello specifico era una sorta di rettangolo senza maniche fermato sulle spalle da fibule e in vita da una cintura. Le donne greche indossavano anche il peplo ripiegato nella parte alta creando una mantellina lunga fino alla vita. Cultori della prestanza fisica e dello sport, i greci preferirono abiti che non costringevano il corpo e che permettevano scioltezza di movimento. Sopra la veste si portava un mantello più o meno lungo e pesante. I mantelli greci più usati furono la clamide corta e rettangolare, che per le sue dimensioni serviva per cavalcare, e l'imation, più grande e portato da entrambi i sessi, avvolto attorno al corpo in modo da lasciare la spalla destra scoperta.

Gli etruschi indossavano come mantello la tebenna da cui si pensi derivi la toga romana. In generale i vestiti etruschi erano caratterizzati da colori molto brillanti.

La toga romana era un enorme mantello in lana o lino, portato esclusivamente dagli uomini, avvolto attorno al corpo a formare fitte pieghe sinusoidali e verticali che venivano usate anche come tasche. Questo mantello dava alla figura l'aspetto virile e statuario che si confaceva al cittadino della potente Roma. La toga conobbe un'evoluzione stilistica dalla repubblica all'impero. Se ne usavano di vari tipi, da quelle senatoriali orlate da una fascia di porpora, a quelle candide indossate da chi concorreva una carica politica (da cui deriva la parola candidato) a quelle di colore scuro per chi era in lutto. Nell'ultimo periodo dell'impero la toga si era talmente appesantita di ricami e decorazioni da essere abbandonata in favore di mantelli più liberi e sciolti. Le conquiste in Europa e in Asia influenzarono notevolmente la moda romana: furono introdotte le brache che i romani conobbero per la prima volta durante le guerre in Gallia, e le maniche di origine orientale. Nel tardo impero maniche strette furono applicate alla tunica, mentre la dalmatica indumento proveniente probabilmente dalla Dalmazia, le ebbe piuttosto larghe.

[modifica] I bizantini

Il mosaico nella Basilica di San Vitale raffigurante Giustiniano ed il suo seguito
Il mosaico nella Basilica di San Vitale raffigurante Giustiniano ed il suo seguito

La moda bizantina, chiaramente osservabile nei numerosi mosaici ravennati, in particolare in quelli dell'abside della Basilica di San Vitale, si diffuse in Europa soprattutto da quando l'imperatore Costantino, nel 330 d.C., trasferì la capitale da Roma a Bisanzio, ribattezzata poi Costantinopoli.

Importantissimo centro culturale, Costantinopoli diventò un punto di riferimento anche per l'abbigliamento, che si arricchì di influenze orientali. Di particolare rilievo fu l'introduzione della seta: bozzoli di bachi, secondo la leggenda narrata dallo storico Procopio, furono portati dalla Cina in Europa nel bastone cavo di due monaci. A Costantinopoli la produzione serica era severamente controllata da editti imperiali che ne limitavano l'uso ai ceti dominanti. Anche l'uso della porpora, colorante costosissimo ricavato da un mollusco, era riservato alla corte.

Teodora e le sue dame
Teodora e le sue dame

In quanto alle forme degli abiti la moda non fu che un proseguimento della tarda romanità. Gli uomini usavano la tunica con le maniche, portata sopra un'altra tunica interiore, le brache e la clamide. Quest'ultima, copiata dai romani alla moda greca, e notevolmente allungatasi, viene rappresentata con un inserto romboidale, il tablion, considerato un simbolo di potere e dignità. Nel mosaico in San Vitale l'imperatore Giustiniano ne porta una in porpora e panno aureo, mentre gli uomini del seguito hanno una clamide bianca con tablion purpureo.

Ricchissimo era anche l'abbigliamento femminile: nel mosaico citato, a fronte di Giustiniano, l'imperatrice Teodora sua moglie indossa anch'essa tunica e clamide ricamata con i Re Magi in processione. Teodora si distingue per lo splendore dei suoi gioielli: un grande diadema con perle e gemme, lunghi orecchini e una mantellina anch'essa incastonata di pietre preziose. Le dame che l'affiancano indossano dalmatiche e mantelli più corti. La dalmatica era spesso ornata da strisce verticali; nei mosaici della Basilica di Sant'Apollinare Nuovo, questo indumento presenta solo per le donne l'orlo tagliato sbieco. Gli uomini invece indossano sulla tunica il pallium, mantello di origine greca.

[modifica] Dall'alto medioevo fino al XII secolo

Dopo la definitiva affermazione del cristianesimo, proclamato religione di stato nel 381 dopo Cristo, non vi furono sostanziali mutamenti nella moda per parecchi secoli, e i canoni dell'abbigliamento rimasero fissati a quelli dell'epoca tardo romana. Una delle cause fu l'ondata di depressione economica che attraversò l'Europa fino al Mille. Il senso del sacro, fortissimo del periodo medievale, e la condanna della carne che ne derivava, mise in ombra l'essere umano come individuo naturale. Non a caso l'iconografia contemporanea rappresenta principalmente la vita di Cristo e dei Santi. La Chiesa raccomandava la massima modestia nel vestire; nei suoi scritti San Gerolamo si scagliò contro gli eccessi femminili, mentre Tertulliano definì la donna "la porta del diavolo". Forse anche per questi motivi per moltissimo tempo non si sentì la necessità di una netta distinzione vestiaria tra maschi e femmine. Gli abiti erano così costituiti: sulla pelle nuda si portavano direttamente, anche se non sempre, la camicia, e a volte le mutande che i longobardi chiamavano femoralia. Vi si sovrapponevano poi due vesti, una tunica con maniche aderenti e una con maniche più larghe, che poteva anche essere sostituita da un mantello. Gli uomini continuarono ad usare le brache. Il clima gelido delle case dove non esisteva ancora il camino e mancavano le finestre a vetri, determinò la diffusione della pelliccia, elemento di lusso usato come fodera. Abissale era la differenza degli indumenti dei ceti più bassi rispetto a quelli signorili. Mentre i poveri spesso non avevano nè scarpe nè un mantello per coprirsi, i signori indossavano abiti serici ricamati in oro e calzature purpuree. Non si trattava soltanto di un'esibizione di status: a quel tempo si riteneva che i re e gli imperatori fossero investiti direttamente dall'autorità divina; non a caso uno degli oggetti che veniva consegnato durante l'incoronazione era il globo aureo sovrastato dalla croce, simbolo di potenza benedetta dal cielo. Si forniscono due esempi di costume regale. Nella "Vita Mathildis" scritta e illustrata da Donizone, la contessa di Canossa in trono indossa una tunica, una sopravveste con grandi maniche a imbuto, un mantello, un velo e un alto copricapo a punta. Tuttavia il più raro e compiuto esempio di corredo, tutt'ora esistente e conservato al Kunsthistoriche Museum di Vienna, è quello realizzato per Ruggero II di Sicilia nel 1133, come attestato dalla scritta in lettere arabe che circonda il bordo del mantello. Usate per incoronare gli imperatori, queste vesti sono costituite da due tuniche, una azzurra e l'altra bianca, da calze, guanti, cintura, e da uno splendido mantello di seta scarlatta ricamato in oro e perle con due leoni che abbattono due cammelli. Il simbolo rappresenta probabilmente la vittoria della fede cristiana su quella musulmana.

[modifica] Il Duecento e il Trecento

Lo sviluppo delle città, iniziato già dal Mille, aveva portato al sorgere dei Comuni che lentamente ebbero il sopravvento sui feudi. I Comuni cambiarono completamente il volto della società italiana, perché l'organizzazione della vita cittadina era basata sul lavoro e sulla mercatura, attività in mano alla borghesia. Nacquero le prime corporazioni, che imposero statuti con rigide regole. Le attività e i commerci più importanti in Italia si basavano sulla raffinazione dei tessuti, spesso provenienti dall'estero, o sulla tessitura di drappi preziosi. A Firenze la potente Arte di Calimala, importava lana dall'Inghilterra e la rivendeva a prezzi altissimi. Lucca e Venezia furono al centro di una pregiata attività tessile e sartoriale. Le decorazioni erano spesso prese da fonti orientali, poiché il commercio si spingeva fino in India e in Cina, lungo la famosa Via della seta, riportando in Europa nuovi stili ed immagini. Anche la lavorazione delle pellicce, usate come fodere e ormai entrate nell'uso comune, era soggetta a precisi regolamenti. La moda maschile e femminile pur conservando ancora una certa fissità nel Duecento, iniziò un processo di crescente restringimento degli abiti. Novità di questo secolo fu l'introduzione dei bottoni, che permettevano di far aderire vesti e maniche al corpo. Il valore del vestito stava anche nella quantità di stoffa che si usava; nacquero così - nella moda femminile - i primi strascichi, che compensarono la perdita di tessuto sul busto. La roba, come era chiamato l'insieme degli abiti, si componeva di una camicia, di una veste, sopravvesti con o senza maniche, e mantelli. Per l'uomo erano sempre d'obbligo le brache. Un nuovo indumento maschile fu invece il farsetto, un corto giubbotto portato direttamente sulla camicia. Sul capo si indossavano una cuffietta bianca e un mantello a cappuccio per l'uomo e un velo per la donna, a cui la Chiesa imponeva di nascondere i capelli. Alla fine del secolo furono inventati gli occhiali, probabile opera di un modesto artigiano. Il primo documento figurativo risale tuttavia alla metà del secolo successivo: a Treviso, nella sala capitolare di San Nicolò, Tommaso da Modena ci ha lasciato un affresco con due domenicani muniti di questo importante accessorio. Dal Trecento in poi si verificò una vera e propria rivoluzione vestiaria: per la prima volta dopo secoli gli abiti maschili si differenziarono nettamente da quelli femminili: mentre la donna continuava a portare vesti rese sempre più lunghe dallo strascico, l'uomo indossò abiti cortissimi che mostravano completamente le gambe. Anche le brache si restrinsero diventando vere e proprie calze terminanti in una lunga punta, allacciate solitamente al farsetto e munite di una suola che permetteva di escludere le calzature. I vestiti erano spesso divisi verticalmente in due colori; a questi ultimi si attribuiva spesso una simbologia politica di appartenenza a fazioni o a corti signorili. Nel Trecento le decorazioni aumentarono: erano concentrate soprattutto sulle maniche. Le affrappature erano orli tagliati in forma di foglia che decoravano la sopravveste. Sul capo, oltre alla cuffia, si indossava il berretto arrotolato come un turbante. Grande scandalo suscitò, nella moda femminile, l'introduzione della scollatura, stigmatizzata anche da Dante. Il sensibile allungamento che la moda dava al corpo umano è stato da alcuni paragonato al verticalismo delle chiese gotiche.

[modifica] Il Rinascimento

Dal Quattrocento fino ai primi decenni del Cinquecento, uomini e donne indossarono abiti che ne sottolinearono le forme senza alterarle. Le donne portavano gonne scanalate come colonne greche e corpetti aderenti. Gli uomini invece continuarono a mostrare le gambe e indossarono abiti che ne rigonfiavano il torace. Per questi ultimi il farsetto un tempo considerato indumento intimo, fu accorciato e messo apertamente in mostra, assieme a calzebraghe aderentissime che fasciavano i glutei. Questo tipo di moda era seguita soprattutto dai giovani, mentre le persone che avevano una carica pubblica o una specifica professione, come i medici e gli insegnanti, continuarono a portare abiti larghi e lunghi. Colori, tessuti, ricami, decorazioni e gioielli, furono ricchissimi, specie nelle corti signorili che dettavano moda al resto dell'Europa. L'Italia fu in questi secoli un punto di riferimento estetico per tutta l'Europa. Nei due secoli la linea degli abiti conobbe un'evoluzione: dal verticalismo gotico dei primi anni, si passò a proporzioni più adeguate alla forma naturale del corpo umano, mentre dal XVI secolo le vesti cominciarono ad allargarsi. Non fu più di moda il tipo gotico longilineo, ma la donna rotonda come le veneri di Tiziano. Venezia fu in particolare la città italiana dove il costume femminile si espresse con maggior libertà: scollature profonde ed elementi tratti dall'abbigliamento orientale, come i primi orecchini che, come riferisce un cronista scandalizzato foravano le orecchie "a guisa di mora". Le veneziane si tingevano anche i capelli di rosso tiziano. L'uomo cercò di accentuare la sua virilità: muscoloso, con spalle larghe e barba folta, metteva in mostra anche i suoi attributi sessuali, indossando la brachetta una sorta di rigonfio sull'inguine chiaramente fallico. Si continuarono a usare più abiti sovrapposti, spesso con maniche tagliate da cui uscivano gli sbuffi della camicia; la pelliccia fu più evidente nei grandi colli a scialle dei soprabiti. La più pregiata era la lince, detta "lupo cerviero". Dalla seconda metà del Cinquecento in poi iniziò un processo di maggior chiusura e irrigidimento dei costumi, forse a causa dell'intervento morale della Controriforma. Gli abiti tornarono a chiudersi sul busto, scomparvero le scollature che alla fine del secolo furono sostituite da un abito a collo alto e dalla gorgera, un rigido collo di pizzo inamidato. Fecero anche la loro comparsa i primi busti, in metallo, con la punta che si spingeva verso il ventre. Le gonne si disposero in una rigida campana grazie all'introduzione delle prime sottogonne imbottite. Anche gli uomini cambiarono stile, chiudendo come le donne il collo del busto, ma continuando a mostrare le gambe, a cui si sovrapponevano nella parte superiore bragoni rigonfi e tagliati verticalmente, di forma ovoidale.

[modifica] Il Seicento

Occupata prima dalla Francia, poi dalla Spagna, l'Italia iniziò un periodo di decadenza che si rifletté anche sulla moda. Infatti le nazioni vincenti imposero forme e colori, e il baricentro dell'eleganza si spostò soprattutto a Nord. Da questo periodo fino a quasi i giorni nostri la Francia fu il paese da cui tutta l'Europa, e in particolare la nobiltà, copiò gli abiti. Il centro di maggiore irradiazione diventò la corte del re. Si apriva il periodo denominato Barocco e caratterizzato da un'esuberanza di forme e da un accostamento, spesso eccentrico, di materiali. La Spagna ebbe minor influenza, se non per l'uso, copiato soprattutto in Italia, del colore nero. Nei primi anni del secolo la moda femminile fu caratterizzata dai rigidi busti a punta, dalla gonna a campana, dal collo a gorgera, detto anche "ruota di mulino" o "lattuga". Gioielli erano sparsi su tutto l'abito. La rigidità del vestito dava alla figura un'aria di ieratica superiorità, bloccando la scioltezza dei movimenti: questo tipo di stile proveniva dalle corti e serviva a marcare la differenza fra la nobiltà e il resto della popolazione, che usava abiti più sciolti. Successivamente, per influenza francese, le vesti tornarono ad aprirsi in scollature a barchetta sottolineate da grandi collari di pizzo; verso la fine del secolo la donna indossò una veste aperta davanti e sovrapposta a una gonna, che aveva lo strascico arricciato nella parte posteriore. Si introdusse la moda delle cuffie e dei falsi nei in seta (conosciuti già all'epoca dei romani) che avevano un significato galante a seconda della posizione in cui venivano incollati. Anche il costume maschile, rigido all'inizio, diventò più sciolto. Attorno agli anni trenta del secolo la figura ebbe un aspetto quasi militaresco, con giubbotti e alti stivali in cuoio, uno spadone perennemente portato al fianco e marziali baffi alla moschettiera. Ma il peso più importante sulla moda lo ebbe Luigi XIV, il re Sole. Obbligando la nobiltà francese a trasferirsi a Versailles e comandando la sua corte in modo assoluto, il re diventò colui che imponeva lo stile. Precise regole obbligarono i cortigiani a indossare determinati capi d'abbigliamento. Una novità assoluta fu l'introduzione della veste a tre capi: marsina (una giacca al polpaccio), sottomarsina, un lungo gilè, e brache corte al ginocchio. Questo insieme, detto abit a la français fu copiato in tutta Europa. Altra novità fu l'uso della parrucca maschile, un torrione di riccioli che arrivava a mezzo busto. La parrucca ingrandiva e stilizzava l'aspetto di chi la portava . Infine al Seicento si deve l'invenzione della cravatta, all'inizio una lunga striscia di mussola ornata di pizzo che veniva avvolta attorno al collo. Il merletto, inventato a Venezia un secolo prima, e rigidamente protetto dalle leggi della Repubblica, fu introdotto con uno stratagemma in Francia e adottato da uomini e donne.

[modifica] Il Settecento

Denominato anche barocchetto o roçaille, dal nome di decorazioni a pietruzze e conchiglie allora di moda, il secolo seguitò, almeno fino alla Rivoluzione francese, ad essere influenzato dalla moda aristocratica della corte di Francia. In Italia l'imitazione fu spinta al punto che anche parrucchieri e cuochi dovevano avere un nome o una provenienza d'oltralpe. A Venezia veniva esposta alle Mercerie una bambola detta piavola de franza che mostrava gli ultimi modelli, subito copiati. Queste bambole viaggiavano in tutta Europa e furono, assieme ai primi quotidiani, uno dei maggiori mezzi di comunicazione di ogni novità. Fino alla Rivoluzione francese la moda femminile fu caratterizzata da colori chiari, fiorellini intessuti e merletti. Una nota di sensuale civetteria si insinuò nel costume: scollature profonde, falsi nei maliziosamente appoggiati sul seno, avambracci scoperti, caviglie in mostra. Tuttavia la figura era rigidamente ingabbiata dal busto e dal panier una sottogonna in stecche di balena che dava all'abito una forma piatta e ovoidale. Il panier era talmente largo che le signore avevano difficoltà a passare per le porte e potevano sedere su un unico divano. L'abito più diffuso, l'andrienne aveva sul retro un lungo manto a strascico che comportava l'uso di metri di tessuto. La regina di Francia Maria Antonietta, lanciò invece acconciature monumentali sormontate da gabbie per uccelli, fiori, pizzi e perfino velieri. Alla stessa che amava vestirsi da contadina, si deve invece l'invenzione del fisciù un fazzolettone bianco avvolto attorno al collo che imitava gli scialli delle popolane. Per l'uomo continuò l'uso dell'abit a la française, ma con colori chiari e decorazioni ricamate. Caratteristica del secolo è la parrucca usata dai due sessi e abbondantemente incipriata dopo essere stata impomatata con creme fissanti. Anche il trucco fu diffuso tra uomini e donne: in generale la figura maschile si fece più leziosa e meno marziale che nel Seicento. Con la Rivoluzione francese una violenta reazione popolare investì anche la moda aristocratica: cominciarono a scomparire tessuti pregiati, trucchi, panier e merletti. Si abbandonò la seta per il panno e il cuoio. Non l'oro e i diamanti, ma il ferro fu usato come materiale principale per i gioielli. Le signore iniziarono a portare attorno al collo un nastro rosso, detto alla ghigliottina perché voleva imitare il segno della testa staccata dal busto. Fu perfino inventato il taglio di capelli alla victime , che ricordava la tosatura imposta alle condannate. Comparvero coccarde tricolori per indicare l'appartenenza rivoluzionaria.

[modifica] L'ottocento

La moda ottocentesca è l'espressione del ceto borghese che, dopo la rivoluzione francese conquista il potere politico ed economico in Europa, imponendo i suoi ideali e il suo stile. È soprattutto l'abbigliamento maschile che registra un significativo e radicale mutamento. Un look austero e rigoroso, con tagli semplificati, tessuti di panno robusto, e decorazioni ridotte al minimo, sostituì il frivolo costume barocco; in tal modo vennero evidenziati la serietà del mondo del lavoro,la praticità, la prudenza, il risparmio, l'ordine. Il nuovo abito maschile ha una patria: l'Inghilterra, che propose un'eleganza più pratica e civile, influenzata dai modi informali, dalla passione per lo sport e la vita all'aria aperta del gentiluomo inglese. Due furono i vestiti informali introdotti: il frac, adottato per andare a caccia e per la vita in campagna, con falde molto arretrate e colletto alto. In seguito diventò l'uniforme del vero gentleman e fu portato di giorno ma soprattutto di sera, per le occasioni eleganti. La redingote era all'inizio una giacca da equitazione, una lunga giubba a due falde e aperta sul dietro che permetteva di stare comodamente in sella. Abbandonata la destinazione sportiva si trasformò in abito da città e da lavoro fino a prendere il significativo nome, dopo la metà del secolo, di finanziera. Antesignani del nuovo corso che puntava, per identificare il vero gentiluomo, sulla tendenza alla semplificazione e sullo stile furono in Inghilterra i Dandy: il più famoso tra loro fu George Brummel, che impose il suo modo di vestirsi in tutta Europa. Il suo edonismo esasperato diventò proverbiale e il suo motto: ”Per essere eleganti non bisogna farsi notare” fu legge per tutti gli uomini alla moda. Elementi fondanti del guardaroba maschile ottocentesco furono: i pantaloni, il gilet e i soprabiti. Si adottarono pantaloni lunghi, derivati dal mondo del lavoro e della marina. Il gilet o panciotto aveva la funzione di modellare il torace maschile, dandogli la convessità delle antiche armature. La giacca corta, adottata dopo 1850, era caratterizzata dalla brevità, e dalla larghezza, ed entrò stabilmente nel guardaroba come abito diurno e come complemento di indumenti estivi. Il paletot o cappotto: consacrato sotto il II impero, di linea ampia e avvolgente, e di derivazione marinaresca; definito dai suoi osteggiatori “un barile di panno” piacque proprio per la sua comodità e disinvoltura passando anche all'abbigliamento femminile. Quando, tra gli anni trenta e cinquanta, grazie alla scoperta della vulcanizzazione della gomma, cominciarono a diffondersi i primi soprabiti impermeabili, il paletot fu creato anche in versione da pioggia. La cravatta: oggetto di appassionata attrazione, doveva corrispondere a una serie precisa di requisiti, che potevano sintetizzarsi nel motto “ad ogni occasione la sua cravatta”; all'inizio del secolo era rigorosamente bianca e inamidata. Le prescrizioni riguardavano anche i nodi, che dovevano essere sempre perfetti e appropriati alle circostanze. Diventò sempre più piccola dopo la metà del secolo, e fu fatta anche in tessuti colorati.

L'abbigliamento femminile: all'interno della famiglia il compito della donna era riservato esclusivamente allo spazio privato dove era custode dell'ordine, del buon convivere, della pace e della moralità. Ancora di salvezza spirituale, portatrice di valori e di virtù, essa incarnò almeno fino alla metà del secolo l'ideale dell'angelo del focolare, modello che si affermò anche in campo estetico influenzando il gusto corrente: obbligatori la modestia del gesto, la prudenza del comportamento, lo sguardo dolce e timido. L'abito ormai chiuso attorno al collo, aveva maniche lunghe e spalle cadenti, mentre le linee del corpo tondeggianti simboleggiavano fragilità, dolcezza e arrendevolezza. La sensualità era rigorosamente controllata, gli istinti severamente repressi: il corpo era nascosto da gonne lunghe e strati di biancheria: camicia, busto, copribusto, molteplici sottogonne, mutandoni che diventarono indumento stabile. Il busto era una corazza di tela irrigidita da stecche di balena che poteva causare anche dolori e svenimenti. Doveva assicurare il vitino di vespa, e lo si portava obbligatoriamente fin dall'infanzia, in quanto era opinione comune che esso dovesse correggere i difetti del portamento e sostenere la “naturale” debolezza della spina dorsale femminile. La soddisfazione carnale per l'uomo si raggiungeva fuori casa: l'Ottocento è anche l'età d'oro delle case di tolleranza, e delle cocottes, le cortigiane francesi famose e celebrate che, dal 1850 in poi, dettarono moda, proponendo un nuovo ideale estetico più provocante e sfacciato, sostenuto dall'avvento sulla scena letteraria della figura della Femme fatale. Il vestito femminile si evolse nelle sue linee: all'inizio del secolo la sottana mostrava la caviglia, per poi allungarsi fino ai piedi nel 1840 allargandosi sempre più con la cupola della crinolina; si prolungò con lo strascico dopo il 1870; ritornò infine a una lunghezza moderata e ad una linea a campana. Il punto vita, alto fino al 1822, si abbassò alla sua posizione naturale e scese a punta sul davanti alla fine del secolo. Influenzato anche dai movimenti culturali, il costume femminile trovò ispirazione in fogge che guardavano al passato e alla storia: all'inizio del secolo il neoclassicismo imperante voleva tutte le donne vestite e pettinate come statue greche. Con l'avvento del romanticismo gli abiti si coprirono di pizzi e balze; ci si ispirò alla storia, al gotico e al rinascimento, alle eroine del melodramma. Con l'avanzare del secolo il gusto si spostò verso lo stile rococò, molto amato da Eugenia de Montillo. Attorno al 1870 trionfò l'eclettismo e si moltiplicano passamanerie e applicazioni; a fine secolo si ritornò a una linea che si ispirava alle corolle dei fiori: trionfò l'art Nouveau con cui la moda scavalca il secolo. Infine, ogni occasione doveva comportare, nei manuali di galateo, una veste appropriata per la signora elegante, sempre adeguata al ruolo mondano da interpretare: abiti da casa, da viaggio, da passeggio, da carrozza, da visita, da ballo, da lutto, da mezzo lutto, e soprattutto abiti da sport. Lo sport si fece largo dopo la metà nel secolo, e richiese indumenti appropriati per ambo i sessi: il costume da bagno era, per la donna, un compromesso tra il bisogno di avere un indumento con cui muoversi adeguatamente in acqua e l'imperativo morale di nascondere quanta più epidermide possibile. Il completo da amazzone comportava una lunga gonna a strascico che doveva scendere a coprire le gambe quando la donna cavalcava seduta di fianco sulla sella. Il secolo doveva però scoprire altri sport, come il golf, il tennis e la bicicletta. Dopo il 1890 comparirono gli abiti per le cicliste tentando anche un precoce ripudio della sottana: calzoni alla zuava coprivano le gambe fino al ginocchio avendo a volte quale unico compromesso una corta tunica per nascondere parte dei fianchi.

[modifica] Il Novecento

Agli inizi del secolo la moda si fa a Parigi. Dettano legge La Maison Callot diretta dalle sorelle Gerber e La Maison Jacques Doucet, dove lavora Madeleine Vionnet, destinata poi ad aprire una sua casa. Detta legge soprattutto Paul Poiret: Ha 32 anni, è figlio di un mercante di stoffe. Dal 1903 ha una boutique ed è un dittatore. Voglio essere ubbidito anche quando ho torto, dice. Crea e distrugge. A lui si deve (ma Madeleine Vionnet lo contesta) la liberazione della donna dal busto strettissimo che per anni ha dato alla sua figura la forma di una clessidra. Poiret è geniale, fantasioso. Usa sete, velluti, damaschi, accosta viola e rosso, blu e rosa pallido. S'ispira all'oriente. È il primo ad aprire una scuola per figuriniste, il primo ad organizzare corsi di andatura, a creare il pret-à-porter, a far riprendere i suoi modelli da un grande fotografo (Edward Steichen), a fabbricare gli accessori, dai profumi alle borse. Per lanciare le sue jupe-culottes da una grande festa che intitola Le mille e due notti. La moglie del sarto appare in una gabbia dorata in compagnia di preziosi uccelli: gli ibis rosa.

[modifica] La moda negli anni della Seconda guerra mondiale

In Inghilterra la guerra fermò la moda. Nel 1945, la Camera di Commercio inglese distribuì tessere in tagliandi per l'abbigliamento. Siccome c'era la guerra, le industrie che confezionavano gli abiti potevano usare solo una certa quantità di stoffa e di altri materiali, e potevano confezionare pochi abiti.

In Francia, invece, la moda continuava ed era un investimento. Dopo l'invasione tedesca i sarti francesi idearono modelli ridicoli. Dato che le mogli dei generali tedeschi seguivano la moda, questo serviva per ridicolizzare gli invasori.

In Italia la guerra influenzò la moda: nell'inverno 1940 nascono linee di cappotti larghi che lasciano libertà di movimento e vengono utilizzati i tessuti double-face, che permettevano di avere due cappotti in uno semplicemente rovesciandoli; durante l'autarchia i calzolai produssero molte calzature con la suola di sughero e non di cuoio (materiale che doveva essere importato). Uno stilista che seguiva molto questa moda era Ferragamo. Nel 1942 la situazione è sempre più difficile e, anche in Italia, i tessuti si acquistano con le tessere. Il 1944 l'Italia e le altre nazioni soffrirono per la mancanza di tutto e nella moda si usano abiti riciclati.

Con la fine della guerra la moda riparte soprattutto a Parigi dove si realizzò un "Teatro della Moda" in miniatura per far vedere i modelli di quei tempi. Nel 1947 la moda francese riparte con entusiasmo con la prima collezione di Christian Dior.

[modifica] Voci correlate

[modifica] Bibliografia

  • Rosita Levi Pisetzky, Il costume e la moda nella società italiana
  • Cristina Giorgetti, Manuale di Storia del Costume e della Moda, Cantini 1998
  • Black J.Anderson, Garland J.Anderson Storia della moda, De Agostini 1997
  • I mestieri della moda a Venezia - Catalogo della mostra . Edizioni del Cavallino, 1988
  • Antonio Sandre "Il costume nell'arte" , Nova, 1971
  • La galleria del costume, Palazzo Pitti - Catalogo - Centro Di 1983
  • Grazietta Butazzi, Alessandra Mottola Molfino La donna Angelo, ed. De Agostini, 1992*
  • Grazietta Butazzi, Alessandra Mottola Molfino Bianco e nero , ed. De Agostini, 1991
  • Grazietta Butazzi, Alessandra Mottola Molfino La moda e il revival, ed. De Agostini, 1992
  • Grazietta Butazzi, Alessandra Mottola Molfino La donna fatale, ed. De Agostini, 1991
  • Grazietta Butazzi, Alessandra Mottola Molfino L'uniforme borghese, ed. De Agostini, 1991
  • Valentina Durante, Sportsystem, tra fashion e performance, Montebelluna, Danilo Zanetti Editore, 2004

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