Corte (storia)

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Lavoro servile nella curtis

La corte (in latino curtis) viene definita, in ambito feudale, come quell'insieme di ville ed edifici dove il signore soggiornava ed espletava le sue funzioni di controllo sul territorio. La cosiddetta '"economia curtense"', tipica dell'alto medioevo, fu una fase di passaggio nel mondo rurale tra l'economia della Villa romana e quella della signoria fondiaria del feudalesimo. L'esempio di economia curtense più spesso studiato, per ragioni relative alla sua migliore documentazione, è quello che si affermò nel regno dei Franchi in particolare tra la Loira e la Senna, che con alcune varianti si radicò un po' in tutta l'Europa cristiana.

Origini della corte[modifica | modifica wikitesto]

Già alla fine del II secolo a.C. i grandi possedimenti terrieri nell'area dell'Impero Romano, tendevano ad organizzarsi economicamente creando latifondi più o meno estesi. Causa la notevole pressione fiscale esercitata dallo Stato, molti piccoli e medi coltivatori diretti, preferivano mettersi alle dipendenze di questi signori proprio per sfuggire agli oneri di natura economica contratti verso lo Stato. Gli stessi grandi imprenditori, accettavano ben volentieri di assumere questi ultimi - vista la scarsa reperibilità di schiavi - in qualità di colono, dando loro in usufrutto singoli lotti di terreno su cui usufruivano di una certa percentuale della rendita dei campi. La grande proprietà diventò inevitabilmente un polo di attrazione non soltanto per i contadini, ma anche per gli artigiani, commercianti nonché per piccoli borghi che si venivano a trovare all'interno del fondo. I grandi esponenti di questa classe dirigente riuscirono anche ad ottenere delle agevolazioni da parte imperiale, ad esempio quella dell'immunitas ovvero: il diritto a non pagare certe tasse e di respingere dal proprio territorio qualsiasi agente - compreso quello del fisco - di nomina statale. Il signore quindi, diventava il vero e proprio arbitro della situazione, esercitando direttamente sul suo possedimento un certo controllo in ambito fiscale, giuridico, militare e politico. Le cosiddette ville rustiche tesero sempre di più ad attuare un'economia di sussistenza e ad organizzarsi non più verso il senso dell'estetica quanto verso la funzionalità e la difesa. Queste cellule ormai autonome presero ad essere sorvegliate da milizie personali pagate dal signore, i cosiddetti buccellari, che divennero un piccolo esercito privato.

Cambiamenti a livello direttivo: dai Latini ai Germani[modifica | modifica wikitesto]

Dopo le grandi invasioni barbariche e il conseguente spopolamento delle città, i latifondi divennero sempre di più un polo di attrazione per la popolazione urbana. In particolare, la città non essendo più in grado di esercitare nessun controllo politico e direttivo per il territorio circostante, venne sempre di più lasciata a se stessa. Quando il vuoto di potere aveva impossibilitato l'applicazione della giustizia ordinaria, molti scelsero volontariamente di assoggettarsi ai padroni delle villae e sebbene accettassero in un regime di semi libertà che li legava alla villa, ne ricevevano in cambio protezione e mezzi per la sussistenza.

I Germani si trovarono di fronte al problema di come controllare i territori conquistati. Visto lo stato pessimo delle grandi vie di comunicazione e la contrazione dei centri urbani, presero a delegare la nobiltà di quelle prerogative di controllo, che altrimenti sarebbero state appannaggio dello stato. Ai nobili (vista la contingente penuria di moneta che escludeva la creazione e la retribuzione di una classe di funzionari) venne concesso in usufrutto un feudo: ovvero, una parte del territorio sotto la sovranità del signore, con il quale il nobile poteva finanziarsi e qualificare l'attività che era tenuto a svolgere per conto del sovrano.

In Italia la vecchia aristocrazia di stampo latino e senatoriale, di cui Boezio fu l'ultimo degli esponenti, venne completamente spazzata via dopo la calata dei Longobardi di re Alboino, nel 568. I vecchi possedimenti passarono quindi di padrone: dai Latini ai Germani.[1]

Tuttavia molto spesso le proprietà rimanevano nelle mani dei vecchi proprietari, ed i dominatori longobardi si limitavano a spremerli con le tasse, in cambio della protezione data loro dalle milizie longobarde in caso di rivolte contadine.

Economia curtense[modifica | modifica wikitesto]

L'autoconsumo[modifica | modifica wikitesto]

L'economia curtense, era, generalmente, di sussistenza, si tendeva cioè a produrre il più possibile all'interno del feudo in un'ottica di autoconsumo. Per questo oltre alla produzione diretta (agricoltura), l'allevamento, la caccia, la pesca e la raccolta di frutti spontanei, esistevano anche compiti legati alla preparazione delle derrate alimentari: la produzione del vino, la macina farina, la macellazione della carne. Anche i prodotti di natura non agricola, come le manifatture e gli attrezzi da lavoro, venivano fabbricati all'interno del fondo utilizzando i materiali a disposizione: stoviglie, tessuti, utensili ed armi. Si cercava inoltre di sopperire alla mancanza di alcuni beni producendone di simili, ma di qualità più bassa.

Spessissimo, perfino tra gli storici, si è considerata questa economia come completamente chiusa, priva di sbocchi verso l'esterno. Questo è errato, poiché alcune manifatture più rifinite ed altri approvvigionamenti dovettero essere necessariamente acquistati in altre zone. Ad esempio i nobili, potevano permettersi di comprare il vino da altri signori, così come in periodi di carestia, quando i servi della gleba pativano la fame, dovettero procedere all'acquisizione di derrate alimentari all'esterno. Non mancavano inoltre intermittenti surplus. Non bisogna dimenticare, poi, che le città, sebbene ridotte di dimensioni, rimasero comunque dipendenti dalle campagne e dovettero sempre importare da esse i prodotti agricoli.

Il commercio interno[modifica | modifica wikitesto]

Un fattore importante per la notevole estensione di questo genere economico, fu la penuria di denaro liquido e lo stato delle grandi vie di comunicazione. Il più delle volte, gli scambi avvenivano tra beni in natura, tramite il baratto, ma non è del tutto vero che la moneta scomparve completamente. Ad esempio, il bisante d'oro continuò a circolare e quando si attuavano questi scambi, e i contadini dovevano vendere i loro prodotti, ci si rifaceva sempre ad un ipotetico valore monetario. La moneta corrente d'argento, poi, il soldo, continuò a circolare e la sua continua svalutazione fa comprendere che si dovette adattare alle crisi dell'economia.

Molte volte poi, le proprietà organizzate in curtis, si trovavano a contatto con altri fondi di natura ecclesiastica o regia e persino con residui di appezzamenti di terreno allodiali coltivati direttamente da alcuni contadini liberi. Ciò si verificava poiché i feudi, almeno nell'Alto Medioevo, non costituivano piccoli staterelli dai confini ben definiti, ma, nella maggior parte dei casi, piuttosto come un insieme di proprietà diffuse sul territorio, tanto da far sì che alcuni villaggi fossero addirittura divisi tra diversi feudatari. Come si vede quindi, le possibilità di scambio vennero necessariamente prese in considerazione.

Il commercio con l'esterno[modifica | modifica wikitesto]

Grazie alla sua natura autarchica che faceva nascere lunghissimi periodi di relativa pace, ed a una più razionale organizzazione agricola, si andarono a formare delle eccedenze nella produzione che dovevano trovare sbocco - sia pure a livello modesto e intermittente- in un mercato regionale. Il fatto è confermato dagli ultimi ritrovamenti di magazzini, soprattutto nei grandi monasteri i quali, essendo ancora in possesso delle antiche tecniche di agronomia di natura classica/romana producevano in abbondanza e potevano permettersi di vendere i loro surplus.

Una piccola rivoluzione si verificò quando, con l'aumento del costo degli equipaggiamenti guerreschi, i feudatari furono costretti a pretendere dai contadini tributi in denaro. Ciò fece sì che i piccoli coltivatori fossero costretti ad affiancare alle attività agricole anche quelle mercantili e di piccolo artigianato. La moneta, così, cominciò a circolare con più diffusione e gli orizzonti mercantili, prima più ristretti (sebbene, a differenza di quanto creduto dalla vecchia storiografia, non assenti), ad allargarsi.

Tipologie di curtis[modifica | modifica wikitesto]

Evoluzione delle corti[modifica | modifica wikitesto]

La corte dell'Alto e quella del Basso Medioevo si distinguevano fortemente: la prima, parte di un complesso feudale più esteso e priva di fortificazioni rilevanti, altro non era che l'erede della villa romana, dominata da un signore o da un cavaliere che esercitavano un potere delegato dal concessore del beneficium e che tendevano a rimanere piuttosto isolati dai vicini.

La seconda, invece, sviluppatasi nell'età feudale propriamente detta (quel periodo compreso tra l'XI ed il XIV secolo) era caratterizzata da un maniero centrale sorto durante l'età dei castelli o dell'incastellamento ed era retta da un signore dotato d'autorità di banno e legittimato a lasciare in eredità il beneficium ai figli. La corte di questo periodo, inoltre, possedeva ormai l'aspetto di un piccolo stato dotato di un proprio esercito (cavalieri e sergenti del signore), di un tribunale e di un sovrano (il feudatario).

Organizzazione della corte[modifica | modifica wikitesto]

La curtis riproponeva, più o meno, le stesse caratteristiche e costanti edilizie nelle diverse zone dell'Italia centro-settentrionale, nella valle del Rodano in Francia ed in Germania.

La corte era il centro del feudo, ed era composta dagli edifici dove il signore risiedeva ed esercitava il controllo del territorio. L'interno era composto dal maniero del grande proprietario del fondo, dalle stalle, granai e rimesse, dagli abituri dei servi e molte volte - se vicino scorreva un fiume - vi era installato anche un mulino.

Non mancava anche una piccola cappella privata dove si svolgevano i battesimi e le messe. Solitamente, di fianco al maniero era costruita l'abitazione del fattore o come veniva nominato a quei tempi, del balivo. Costui non era solo la persona delegata alla ripartizione e allo stoccaggio nei magazzini delle derrate alimentari, ma era anche colui che esercitava la giustizia (insieme alle milizie) per conto del signore, all'interno del feudo.

Il latifondo veniva suddiviso così in due tipologie di territorio.

  1. La parte centrale, quella più vicina al polo amministrativo, era detta pars dominica o indominicata cioè gestita a coltura direttamente dal dominus, che era spesso "il vecchio" della comunità per cui veniva chiamato senior, da cui derivò la parola "signore"; qui lavoravano i servi con prestazioni gratuite ed obbligatorie, le cosiddette corvées.
  2. La pars massaricia che era gestita dai contadini (liberi o asserviti) ed era divisa in mansi, che corrispondevano ad unità lavorative di varia estensione. Le famiglie di coloni la coltivavano quindi privatamente ed un terzo della rendita veniva corrisposto al proprietario. Oltre a questo, i coltivatori erano tenuti a pagare alcune tasse ed a svolgere alcune giornate lavorative gratuite sui fondi gestiti dal padrone.

Esisteva poi una parte di terreno incolto, composto da boschi, prati e paludi, dove si attingevano le risorse spontanee tramite la raccolta, la caccia e la pesca. Inoltre nelle terre lasciate a riposo (maggese) venivano pascolati gli animali.

I vassi[modifica | modifica wikitesto]

Attorno al signore si trovavano poi una serie di amici, protetti e guardie del corpo, che formavano il gruppo degli antrustiones o fideles o vassi. Essi giuravano fedeltà al signore in cambio di benefici quali armi, oggetti preziosi o terre da coltivare (il denaro era infatti quasi scomparso). Questa struttura di fiducia personale in cambio soprattutto di terreni fu una caratteristica che divenne parte integrante del feudalesimo.

Modelli di corte[modifica | modifica wikitesto]

Dobbiamo, una volta definita la struttura della curtis, analizzarne le varie tipologie così come si sono presentate nel bacino del Mediterraneo e nell'Europa centro-settentrionale ed orientale.

Le tenute organizzate in curtis si distinguevano dal numero di mansi a cui erano sottoposte: nell'Italia del nord, così come in Germania e Francia, vi erano corti vastissime a più mansi ed altre meno estese che potevano a malapena approvvigionare i padroni e la servitù. Il monastero di Saint Germain des Prés ad esempio, era possidente di 19.000 distribuiti in vari villaggi, quello di Tours aveva alle proprie dipendenze 20.000 coltivatori abitanti nei diversi borghi della zona. Spesso i mansi, erano situati anche molto distanti l'uni dagli altri, venendosi a trovare in territori retti da diversi feudatari o vassalli; il che dimostra come la distribuzione della proprietà avvenisse a livello personale e non territoriale come in età moderna.

I cittadini dei borghi sub-urbani facevano riferimento prevalentemente alle città più grandi, a livello di estensione, presenti sul territorio ove risiedevano i grandi margravi o che erano adibite a sedi vescovili. I locatari dei piccoli e medi fondi che si trovavano prevalentemente nelle zone rurali, avevano come referente la villa signorile ed in seguito, il castello. All'interno di questi latifondi, dobbiamo poi immaginarci i borghi situati nella parte tributaria come difesi solo da uno steccato o completamente privi di sistemi difensivi, mentre il centro indominicato, si incastelliva ed era circondato da poderose mura difensive.

Evoluzione delle curtis in centri abitati[modifica | modifica wikitesto]

A partire dall XI secolo, il sistema economico-sociale del feudalesimo entrò in crisi e già con il Capitolare di Quierzy si riconobbe l'ereditarietà dei fondi ai vassalli maggiori. Con la constitutio de feudis poi, promulgata da Corrado II il Salico nel 1037, abbiamo la quasi definitiva frantumazione di questo sistema. Con queste nuove normative, si riconosceva l'ereditarietà dei feudi anche ai vassalli minori. Nonostante le nuove innovazioni in campo agricolo (aratro pesante, rotazione triennale delle colture etc.) i mini fondi non riuscivano a produrre quanto richiesto e i grandi signori preferirono inurbarsi ed investire sul commercio e sui prestiti a interesse. Ma il colpo definitivo alla grande proprietà lo diedero le crociate. I cavalieri, per finanziarsi le spedizioni in terrasanta, dovettero vendere parte dei loro feudi a delle nuove classi dirigenti che aspiravano al monopolio attraverso l'utilizzo della moneta.

Le pars dominica cominciarono quindi ad essere acquistate da imprenditori borghesi, liberando quindi i mansi dalla sudditanza ad un padrone. Gli imprenditori si limitavano ad ottenere redditi dai diritti bannali. Agli agglomerati di mansi allodiali si unirono quindi questi mansi neo-allodiali.

Piccoli centri quindi, che in principio erano stati appendice dei latifondi, si trasformarono in cittadine di 30.000 abitanti o anche più. Nella toponomastica italiana, possiamo riscontrare l'evoluzione di queste cittadine/paesi dalle ex curtis o ville, ad esempio: "Francavilla", "Villafranca", "Villanova" ecc.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Giovanni Tabacco, Alto Medioevo, a cura di Giuseppe Sergi, UTET, Torino, 2010, p.77

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

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  • Bertelli, Sergio, Le corti italiane del Rinascimento / Sergio Bertelli, Franco Cardini, Elvira Garbero Zorzi ; con la collaborazione di Elisa Acanfora ... [et al.]. - Milano : Arnoldo Mondadori, 1985. (Libri illustrati Mondadori)
  • Corti e dimore del contado mantovano / a cura dell'Associazione Industriali di Mantova. - Firenze : Vallecchi, 1969.
  • Le corti italiane / premessa storica di Rosario Villari ; saggio critico di Paolo Portoghesi. - Milano, c1977.
  • Giovannini, Arrigo, Corti di pianuta : Architetture rurali nel paesaggio padano = Courts of the plain : rural architecture of the Po vally. - Caselle di Sommacampagna, c2001.
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  • Perogalli, Carlo, Architettura fortificata : castelli e corti del Mantovano : relazione ufficiale. Sul front.: Convegno itinerante sul Turismo nella terra mantovana (Milano-Mantova, 28-30 settembre 1978).
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  • Spiazzi, Sergio, Le corti rurali dei Muselli in San Martino. - San Martino Buon Albergo, 1997.
  • Vasoli, Cesare, La cultura delle corti.
  • Viviani, Giuseppe Franco, Ville e corti nella campagna di S. Michele. - Verona, 1985.