Milizia

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Il termine milizia (dalla lingua latina militia, i.e. "servizio militare") indica genericamente una forza armata e/o un esercito composto da combattenti non professionisti.

Etimologia del termine[modifica | modifica sorgente]

Militia compare nel dizionario latino con differenti significati:

  • miles /miːles/ : soldato;
  • -itia /iːtia/ : essere/dedicarsi alla res bellica, spesso con significato di campagna militare;
  • militia /mil:iːtia/: servizio militare.

Utilizzo del termine[modifica | modifica sorgente]

Nell'uso attuale, milizia può indicare:

Storia[modifica | modifica sorgente]

Nelle milizie barbariche dell'epoca dell'Impero romano, un ordinamento si formò solo dopo il contatto dei barbari con il mondo greco-romano. La loro milizia si divideva in maggiore e minore.
La distinzione era in base al parentato, alla nascita, al valore, alla ricchezza. Appartenevano alla milizia i nobili e i loro famigliari, costituenti generalmente la cavalleria e fornenti gli ufficiali, designati in vari modi. Alla milizia minore erano assegnati la plebaglia dei gregari.

Verso il XV secolo, ovvero l’età di mezzo, la milizia fu paesana o civile, non ferma, né stipendiata in contrapposto a quella stanziale o mercenaria. Ottimi risultati diedero le milizie di Cosimo de' Medici e di Emanuele Filiberto in Italia, e quelle di Francesco I in Francia. La milizia sorse principalmente contro le vessazioni e le prepotenze dei signori feudali, per opera degli abitanti delle città. Quelle milizie che i signori dovevano mantenere come tributo personale verso il sovrano concessore dei feudali, e fornivano la massima parte della cavalleria oltre a truppe a piedi. Particolarmente in Francia dove sorse presto una monarchia potente, questa si appoggiò alla milizia cittadina concedendole privilegi, o creò una milizia propria detta Milizia dei domini della corona, reclutata fra i vassalli e i servi di diretta dipendenza del re: milizia che costituì l’embrione degli eserciti permanenti reali,

In Firenze si intendeva con il nome di milizia, propriamente quella cittadina, differente da quella del contado, in base agli ordinamenti del 1528. Si dividevano in ordinaria e straordinaria: La prima corrispondeva all’esercito permanente, la seconda alla leva in massa, la prima comprendeva uomini da diciotto a quaranta anni, la seconda quelli fra i quindici e i diciotto e fra i quaranta e sessanta anni. Chi vi apparteneva era munito del Bollettino della Milizia, sorta di tessera personale firmata e sigillata dal Commissario delle Bande. Fin dal 1506 per amministrare e guidare la milizia venne creata una magistratura detta dei Nove Ufficiali della Ordinanza.

La Milizia cittadina di Milano fu organizzata nel XVII secolo dai governatori spagnoli, venendo infine trasformata, sotto Napoleone Bonaparte, in Guardia nazionale.

In Piemonte, nel 1506 Emanuele Filiberto creò una Milizia paesana di fanteria, con uomini tra i diciotto e i cinquantenni, ai quali conferì privilegi. Sei anni dopo dava ordinamenti regolari, costituendo compagnie di 400 fanti, raggruppate sei a sei in colonnellati. Riuscì ad inserirvi fino a trentaseimila uomini, e costituì una Milizia feudale di cavalleria, che raggiunse alcune volte anche i settemila uomini.

Carlo Emanuele I di Savoia nel 1582 vi aggiunse la Milizia paesana di cavalleria e divise in due parti quella di Fanteria scelta e ordinaria in tutto in cinque colonnellati. Vari reparti furono da lui usati in guerra, ottenendo una Milizia permanente di circa 8000 uomini.

Sotto Vittorio Amedeo I di Savoia la Milizia paesana di cavalleria fu chiamata Cavalleria dello Stato (1636) scompariva per ragioni sociali quella feudale di cavalleria, della quale alcuni reparti rimasero per un breve periodo in Savoia.

Vittorio Amedeo II di Savoia indottrinò la Milizia ordinaria in compagnie di cento uomini (1682) e creò la Milizia provinciale, che inquadrò in reggimenti 1714.

Questi sovrani disponevano di Milizie mercenarie, mentre la nazionale si costituiva per arruolamento volontario. I reggimenti provinciali erano mobilitati solo in caso di guerra. Vittorio Amedeo II per la difesa del confine adoperò i montanari con la leva in massa, che da considerarsi Milizia alpina.

Carlo Emanuele III di Savoia creò la Milizia urbana (1733), che in Torino era ordinata in venti compagnie, divise a loro volta in mobili e di riserva; portò a novecento i reggimenti provinciali (prima erano di seicento). Vittorio Amedeo III nel 1775 diede ai reggimenti provinciali sei compagnie come quelli di ordinanza, quattro compagnie di fucilieri, una di granatieri, una di volontari.

Tali reggimenti scomparvero durante l’occupazione francese e vennero ricostituiti nel 1814. Nel 1819 venne creata in Piemonte una Milizia volontaria sedentaria, che comprendeva tutti gli uomini sino a quarantacinque anni atti alle armi e non facenti parte dell’esercito. In tempo di guerra questi uomini dovevano difendere la propria provincia e assecondare le operazioni dell’esercito attivo.

Nello Stato Pontificio la prima milizia risale a Pio IV, il quale nel 1563, fece iscrivere nei ruoli tutti coloro che erano atti alle armi dai diciotto ai quarantacinque anni, ordinò che nei giorni festivi fossero radunati. Li divise per compagnie di duecentocinquanta uomini. Sulla carta erano segnati settantamila fanti e quindicimila cavalieri. Nel 1656 la milizia romana era suddivisa in scelta, ordinaria, volontaria. La città di Roma nel 1642 forniva dodicimila fanti in quattro compagnie e mille cavalli in dieci cornette.

Nel Regno delle Due Sicilie, venne costituita nel 1782 una milizia di uomini dai diciotto ai 36 anni, su centoventi compagnie di centoventicinque uomini ciascuna. Nel 1817 furono costituite in Sicilia le milizie provinciali e otto reggimenti di provinciali nel continente, ciascuna denominata dal nome della propria provincia.

Formazioni storiche famose[modifica | modifica sorgente]

Almogravi[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Almogàver.

Almogravi o Almovari o Almogavari sono voci derivate dall'arabo, indicano una milizia del XIII secolo, significante esploratori, o scorridori. Erano milizie delle montagne dell'Aragona, avvezze alla lotta aspra e senza quartiere che conducevano contro i musulmani di al-Andalus. Vestivano con una succinta tunica, braghe di cuoio, reticella di ferro in capo. Armati di corta lancia, di spada, di piccolo palvese, di giavellotti.

Il fante, detto peón, poteva raggiungere il grado di ufficiale (almocaden, dall'arabo al-muqaddam) conferito previo esame davanti a dodici ufficiali di pari grado. I migliori tra gli almocaden potevano diventare adaliti, sempre previo esame davanti ad altri ufficiali di pari grado.

Queste milizie compivano scorrerie improvvise e rapide. Vennero assoldati anche da sovrani stranieri. Un buon numero di costoro, circa ottomila soldati sardi, corsi, genovesi, catalani e musulmani rinnegati, combatterono in Sicilia contro Carlo d'Angiò. Cinquecento di essi, condotti da Giovanni da Procida, riuscirono a penetrare a Messina che era assediata da Carlo. Cessata la guerra, gli almogravi furono spediti in Oriente dal re Federico III di Sicilia in soccorso dell'imperatore Andronico II Paleologo nell'anno 1303. Capitani di tali avventurieri furono Bernardo di Roccaforte, gentiluomo di Linguadoca, Berengario di Entença e Ferdinando Ximenes, uomini ricchi catalani, ma il loro principale comandante era Ruggiero del Fiore, di Brindisi e ammiraglio di Sicilia, che li aveva arruolati come fanti nella sua Compagnia Catalana. Il loro nome in catalano aveva il significato di occidentali.

Saccheggiarono Costantinopoli, Atene, Argo e Corinto, si impadronirono dell'Acaja. A Costantinopoli vennero a contesa con i Genovesi da cui ne derivò una vera e propria battaglia sanguinosa. Andronico inviò quindi gli Almogravi all'impresa di Cizico e verso il Tauro. I greci insorsero contro di loro nel 1317 e uccisero a tradimento Ruggero del Fiore in Adrianopoli e massacrarono una quantità di Almogravi sparsi per l'impero. Per cui una parte fu costretta per forza maggiore a rifugiarsi nel Peloponneso e a stabilirsi in Laconia, dove esercitarono per lungo tempo la pirateria. L'altra parte che si trovava in Gallipoli si apprestarono alla difesa, sconfissero un esercito greco e devastarono il paese per vendicare il loro capo e i loro compagni massacrati. Al comando passò Berengario di Etenza, il quale poco dopo venne catturato dai genovesi.

Gli Almovari nominarono loro capo il siniscalco Bernardo di Roccaforte, avanzarono in Tracia, battendo i greci condotti dal Basileus (principe ereditario) Michele IX Paleologo, distruggendo un corpo degli Alani. Abbandonarono la devastata Tracia per passare in Macedonia e mettersi al servizio di Gualtieri VI di Brienne, duca d'Atene. Ma entrati in rotta con costui, lo sconfissero e uccisero, impadronendosi del suo ducato.

Nel frattempo erano periti per le lotte interne nella Compagnia Catalana sia Berengario d'Entença che Bernardo di Roccaforte e il comando della Compagnia era stato assunto da Ruggiero Deslau, il quale morì nel 1326 e fu sostituito dall'Infante della casa di Aragona, così gli Almogavari tornarono sotto quella dominazione ed ebbero fine le loro imprese.

Barbute[modifica | modifica sorgente]

Nome collettivo di milizia a cavallo, armata e fornita di lancia, sotto il quale nome si comprendeva in genere tre uomini e tre cavalli. Questa cavalleria esisteva fin dal XIV secolo.

Le Barbute italiane di tale secolo si componevano solo di due corazze e di due cavalli. Rappresentavano una via di mezzo tra l'uomo d'arme armato di tutto punto e seguito da tre o quattro cavalli, e gli armati alla leggera, come gli ungheresi. Il nome in seguito fu cambiato in Lancia.

Milizia Aurata[modifica | modifica sorgente]

L’ordine cavalleresco, civile e militare, detto anche dei cavalieri dorati, o della milizia aurata, creata da Pio IV nel 1559, confermato dai successori e riformato da papa Gregorio XVI nel 1841, dall’epoca del quale fu detto ordine dello Sperone d’oro riformato, in ordine di San Silvestro, come ordine di indole civile. Una nuova riforma si ebbe con papa Pio X nel 1905, che restrinse il numero dei cavalieri a cento.

La decorazione consiste in una croce ottagona sospesa a catena da portarsi al collo, avente al centro il monogramma di Maria e sormontata da un trofeo militare d’oro, con uno sperone nella parte inferiore.

Milizia delle Terre[modifica | modifica sorgente]

La Milizia delle Terre fu istituita nel XVII secolo da Don Giovanni da Mendoza, governatore di Milano, durante la guerra di successione di Mantova, per aumentare gli effettivi delle sue truppe con poca spesa, non avendo le forze sufficienti per invadere il Piemonte.

Era una specie di mobilitazione forzata locale, avente lo scopo di presidiare i luoghi fortificati e difendere i valichi alpini. Di questa milizia è rimasta tuttora una tradizione locale in Valle Anzasca, a Bannio Anzino [1] e a Calasca-Castiglione. Ebbe inizialmente uniformi spagnole, tramutate in napoleoniche al principio del XIX secolo per la milizia di Calasca, invece le divise della milizia di Bannio da spagnole si sono tramutate in uniforme piemontesi.

Milizia comunale italiana[modifica | modifica sorgente]

Con legge del 30 giugno 1876, n. 3204 venne istituita La Milizia Comunale e con Regio Decreto del 19 ottobre 1889, venne approvata l’istruzione riguardante la sua chiamata in servizio, la quale si effettuò ben poche volte, per adibirla soltanto al compito di servizio territoriale in quelle località rimaste temporaneamente sprovviste di reparti di truppa del Regio Esercito, allontanatosi per ragioni di istruzioni, tiri collettivi, campi mobili, grandi manovre o altro.

In seguito non si è più creduto opportuno ricorrere alla Milizia Comunale che oltre al servizio Territoriale, prevedeva in base alle leggi istituzionali, al concorso nel mantenimento dell’ordine pubblico e della sicurezza pubblica e in caso di avvenimenti calamitosi.

Nella Milizia Comunale erano inscritti i militari in congedo residenti nel comune, senza distinzione di arma, corpo e categoria, cominciando dagli appartenenti delle classi più giovani. Per il loro comando era prescritto che dovevano precettarsi annualmente gli ufficiali superiori ed inferiori scegliendoli tra quelli appartenenti alle categorie in congedo.

La Milizia Comunale cessò virtualmente di funzionare perché le poche volte in cui venne chiamata alle armi non diede buone prove di strutturazione e funzionamento. Ma la sua abolizione formale sarebbe stata in contrasto con la legge fondamentale dello Stato, per quanto l’articolo 76 dello Statuto, sotto la denominazione del Milizia Comunale intende riferirsi alla Guardia Nazionale, antica istituzione di cui la Milizia Comunale può a buon diritto considerarsi la legittima erede.

Milizia Mobile e Territoriale[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Guardia Nazionale Italiana.

Prima della Grande Guerra, l’esercito italiano era ripartito in tre grandi scaglioni: milizia mobile e territoriale, esercito permanente. Tale ripartizione, che era prevista dalla mobilitazione, era ispirata al criterio fondamentale di dividere tutta la massa dei cittadini aventi obblighi di servizio in più parte omogenee, secondo il duplice concetto delle esigenze militari e della età dei singoli.

L’esercito permanente e la milizia mobile costituivano l’esercito di campagna e comprendevano. Il primo le classi alle armi per il compimento degli obblighi di leva e le classi congedate da minor tempo che potevano essere immesse, in caso di richiamo, nel contingente alle armi, la seconda tutte quelle classi in congedo che pur trovandosi ancora nel pieno vigore fisico, avevano lasciato da maggior tempo il servizio militare e quindi ad esso non erano più tutte assuefatte e, nella vita privata, avevano già contratto vincoli sociali ed interessi complessi.

La milizia mobile costituiva, in caso di richiamo, nuove unità che erano previste fin dal tempo di pace, e che per la omogeneità fisica e morale del contingente che ad esse affluiva, possedevano un grado sufficiente i requisiti della coesione, della disciplina, della saldezza e dell’addestramento.

Alla milizia territoriale erano destinate le classi più avanzate. I suoi compiti erano: la tutela del paese, i servizi nelle retrovie ed alcune volte l’impiego con l’esercito di campagna.

Prima della Grande Guerra era prevista la possibilità della fusione delle due milizie. Durante la guerra, si manifestò la necessità di impiegare in linea masse di uomini numerose e di riparare prontamente alle perdite che subivano i reparti operanti e di dare agli stessi periodi di riposo con una opportuna rotazione, costrinse di fatto di impiegare promiscuamente i vari scaglioni, immettendo così gli elementi giovanissimi a quelli anziani. Soltanto gli anzianissimi o i meno atti alle fatiche di guerra rimasero nei battaglioni di milizia territoriale, molti dei quali furono spesso impiegati ad affiancare l’esercito operante.

In pratica si addivenne alla effettiva abolizione dei vari scaglioni di milizia quali erano previsti dalle disposizioni in vigore.

La particolare caratteristica della guerra di posizione favorirono la fusione di elementi tanto disparati e ne consentirono un buon rendimento. La speciale esigenza di una guerra di movimento avrebbe indubbiamente accentuato in misura molto più sentita gli inconvenienti derivanti dalla fusione in un unico grande scaglione di militari appartenenti a più di venti classi di leva e con addestramento piuttosto limitato.

Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale (M.V.S.N.)[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale.

La Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale fu un corpo militare nell'Italia fascista.

Ebbe numerose specialità, per la cui trattazione si rimanda alle singole voci.

Milizie Cadorine[modifica | modifica sorgente]

Il 27 aprile 1848, il Governo di Venezia mandò a Pietro Fortunato Calvi, nel Cadore quattrocento fucili, cinque cannoni e munizioni per armare cinque compagnie di Corpi Franchi, destinati alla difesa delle valli che scendono dalle Alpi sulla Pieve.

Contemporaneamente il Calvi organizzava anche altre compagnie di Guardie Civiche dislocate nei centri più importanti del Cadore, per sostenere e coadiuvare i Corpi Franchi. Questi corpi furono rispettivamente affidati al comando del Perucchi, del Galeazzi, del Favero, del Tremonti e del Giacomelli e incaricati delle difese del passo Monte Croce Comelico, dell'alto Ansiei, dell'alto Boite e della conca d'Ampezzo.

Un breve regolamento di sedici articoli stabili i diritti e i doveri della milizia cadorine.

Combatterono contro gli Austriaci fra il 2 maggio e l'8 maggio a Chiapuzza, a Rivalgo, alla Toanella, a Rucorvo, il 24 maggio al passo della Morte e alla chiusa di Venas, il 28 maggio a Rindemera ed ebbero sempre la vittoria.

Dopo il 28 maggio non potendo più mantenere la difensiva contro le forze nemiche organizzate e soverchianti, dovettero sciogliersi. Parecchi volontari abbandonato il Cadore, partirono per Venezia, entrando a far parte di altri corpi per continuare la lotta.

Milizia Stanziale[modifica | modifica sorgente]

Furono chiamati Miliziani in Sardegna gli appartenenti alla milizia stanziale locale. In altri Stati Italiani, si chiamarono Miliziotti. Questi erano soldati paesani non regolari, solo nella repubblica di Venezia. Mentre negli altri stati con il nome di Miliziotti furono chiamati gli appartenenti alle milizie cittadine o paesane, come nelle Regno delle Due Sicilie.

Nel 1815 la milizia stanziale erano oltre ottomilacinquecento suddivisi in diciannove battaglioni. Essi cessarono di Esistere col successivo ordinamento dell'Esercito Italiano.

Note[modifica | modifica sorgente]


Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Stefano Ales - Massimo Brandanti Le Regie truppe Sarde (1750-1773). 1989, Editrice Militare Italiana, “serie Electa”, Milano;
  • Stato Maggiore Esercito Ufficio Storico. Stefano Ales-Massimo Brandabi. La Guardia Nazionale Italiana (1861-1876). 1994, Stilografica, Roma;
  • Stefano Ales. L’esercito nel Regno Italico. 1974, Intergest, Milano;
  • Vittorio Giglio. Milizie ed eserciti d’Italia. 1927, Casa editrice Meschina, Milano;
  • Guido Rosignoli. MVSN (Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale). Storia, Organizzazione, uniformi e distintivi. 1995, Ermanno Alberelli Editore, Parma;
  • Stato maggio Esercito – Ufficio Storico. Stefano Ales. Le Regie Truppe Sarde. 1989, Stilgrafica, Roma;
  • Stato maggio Esercito – Ufficio Storico. Virgilio Ilari. La difesa dello Stato e la creazione delle milizie contadine nell’Italia del XVI secolo. In: Studi Storico-Militari: anno 1989;
  • Stato maggio Esercito – Ufficio Storico. La milizia mobile. In: Bollettino dell’Ufficio Storico, anno 1929;
  • Stato maggio Esercito – Ufficio Storico. Milizia provinciale. In: Bollettino dell’Ufficio Storico anno 1929;
  • Stato maggio Esercito – Ufficio Storico. Andrea Da Mosto. Le milizie dello Stato romano dal 1600 al 1797. In: Memorie Storico-Militari, Vol. X, anno 1914;
  • Stato maggio Esercito – Ufficio Storico. Oreste Bovio. La milizia paesana in Piemonte. In: Studi Storico-Militari, anno 1985;
  • Stato Maggiore Esercito. Ufficio Storico. Niccola Marselli. La guerra e la sua storia. Roma, 1986;
  • Stato Maggiore Esercito. Ufficio Storico. Ezio Cecchini. Tecnologia ed Arte Militare. Roma, 1986;
  • Stato Maggiore Esercito. Ufficio Storico. Ezio Cecchini. Le istituzioni militari. Roma, 1986;
  • Stato Maggiore Esercito – Rivista Militare. Ilari Virgilio. Storia del servizio militare in Italia. I-II-III. 1991, 1992, Rivista Militare, Roma;
  • Stato Maggiore dell'Esercito- Ufficio Storico. Nicola della Volpe. Difesa del territorio e protezione antiaerea (1915-1943). Storia, documenti, immagini. 1986, Marchesi, Roma;
  • Ministero della Guerra Giornale Militare 1889, Roma 1889.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]