Alto medioevo
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L'alto medioevo è, per convenzione, quella parte del medioevo che va dalla caduta dell'Impero Romano d'Occidente, avvenuta nel 476, all'anno 1000 circa (o 1066). A seconda dell'impostazione storiografica questo periodo si può talvolta sovrapporre ai periodo precedente della tarda antichità o a quello successivo del basso medioevo (o secondo altri storici del "pieno" medioevo).
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Evangeliario di Godescalco, San Luca, 781 (BnF, Ms. Lat 1203 fronte 1r)
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[modifica] Le invasioni barbariche
Le invasioni barbariche sono delle irruzioni e migrazioni delle popolazioni cosiddette "barbariche" (germaniche, slave, sarmatiche e di altri popoli di origine asiatica) all'interno dei confini dell'Impero romano, tra il IV e il VI secolo. Il fenomeno, a volte indicato anche con il termine tedesco Völkerwanderung ("migrazioni di popoli") che evita le connotazioni negative legato all'uso dei vocaboli "invadere" e "barbarico", si concluse sostanzialmente con la formazione dei Regni latino-germanici (o "romano-barbarici"), benché l'Europa abbia conosciuto in epoca più tarda (tra VIII e X secolo) ulteriori invasioni ad opera di Arabi, Normanni e Ungari.
Le ragioni di questo fenomeno di ampia portata sono molteplici e recentemente sono state chiarite anche grazie a studi climatici: pare che un abbassamento della temperatura terrestre di un paio di gradi rese gelati i pascoli delle zone dell'Asia del nord innescando un processo a catena di popolazioni semi-nomadi che si spostarono verso sud, in particolare verso oriente (l'Impero cinese costruì proprio per far fronte a tali migrazioni la Grande Muraglia) e occidente. Inoltre le società fuori dall'impero romano vedevano nella guerra e nel saccheggio un'attività utile e legittima, quindi fu sempre presente la minaccia di incursioni.
La penetrazione dei barbari fu facilitata dal generale spopolamento delle campagne, dal massiccio arruolamento di barbari come mercenari nell'esercito romano. Tra le varie incursioni che l'Impero romano dovette subire particolarmente grave fu quella dei Visigoti, che, premuti dagli Unni, superarono il confine danubiano nel 376 penetrando in massa all'interno dei territorio dell'Impero Romano. Furono per un certo periodo accettati dai romani e stanziarono all'interno dei confini, ma nel 378, sconfissero l'Imperatore Valente nella battaglia di Adrianopoli e, assieme ai dissidi interni alla dinastia imperiale, sollecitarono di nuovo la divisione dell'Impero in due parti, con una diarchia (395). Teodosio, imperatore d'Oriente, concesse loro la Pannonia come foederati (cioè come difensori dell'Impero in cambio dell'autorità per riscuotere le tasse per pagarsi i costi militari). Dopo la scomparsa di Teodosio i suoi due figli Arcadio e Onorio si divisero l'Impero, mentre i visigoti si spostarono di nuovo in Italia. Vennero ripetutamente sconfitti dal generale di origine barbarica Stilicone, che però non poté impedire il massiccio superamento della ormai sguarnita frontiera danubiana da parte delle popolazioni germaniche a partire dal 406. Dopo il suo assassinio (408) i Visigoti non ebbero più rivali ed arrivarono a saccheggiare Roma nel 410, un episodio che sconvolse molto l'opinione pubblica. I visigoti si stanziarono poi nella Gallia meridionale e in Spagna.
Seguirono gli Unni e i Vandali, che dopo aver attraversato la Gallia si stanziarono in Spagna e in seguito, sotto la pressione dei Visigoti, in Africa del Nord, dalla quale a bordo di imbarcazioni compirono scorrerie nelle grandi isole del Mediterraneo e saccheggiarono di nuovo Roma nel 455.
Franchi, Burgundi e Turingi occuparono le zone della Gallia e tra Meno e Elba, mentre la Britannia veniva conquistata da Sassoni, Angli e Frisoni, ai quali si aggiunsero anche gli Juti dello Jutland (attuale Danimarca).
La pesante crisi sofferta dall'Impero Romano d'Occidente culminò con la rivolta dei mercenari barbari presenti in Italia, che, sotto la guida di Odoacre, deposero l' ultimo imperatore romano. Odoacre, re degli Eruli, mise definitivamente fine all'esistenza "formale" dell'Impero d'Occidente, deponendo l'imperatore fantoccio Romolo Augustolo (476) e rispedendo le insegne imperiali a Costantinopoli. In cambio ottenne il titolo di patrizio e il governo dell'Italia, che tenne fino al 493, quando venne sconfitto dagli Ostrogoti, ingaggiati dall'imperatore d'Oriente Zenone.
Gli Ostrogoti si trasferirono in Italia nel 489 e riuscirono a sconfiggere Odoacre. Il loro re Teodorico ottenne dall'imperatore Anastasio I il titolo di patricius e il suo popolo ottenne pieni diritti sulle terre occupate.
Queste migrazioni di interi popoli, come nel caso del Goti e dei Longobardi, non devono comunque far pensare a migrazioni bibliche: i Longobardi, ad esempio, erano 70.000, gli ostrogoti 100-125.000 con circa 25.000 armati. Il regno degli Ostrogoti fu per certi versi un modello per i successivi regni romano barbarici: mantenne separati giuridicamente i cittadini romani, che continuavano ad essere soggetti al diritto romano, e i federati (i "barbari"), che avevano ognuno le loro leggi.
[modifica] La società dei Germani
La società dei Germani era organizzata in base a criteri del tutto diversi rispetto alla società romana, fondata sul riconoscimento di un'autorità pubblica, lo Stato, fonte del diritto, e caratterizzata dalla presenza di un apparato burocratico e di un sistema fiscale; soprattutto i popoli germanici erano popoli non stanziali, in cui il nomadismo era correlato con la ricerca di maggiori risorse, ed in particolare erano popoli guerrieri, alla ricerca di comunità e villaggi da depredare.
Si comprende allora la semplicità di un ordinamento sostanzialmente "primitivo" fondato prevalentemente da norme consuetudinarie, che riflette l'assenza di un potere definito cui rispondono i membri della comunità, con una commistione continua tra sfera pubblica e privata. Avevano un ruolo decisivo i rapporti di tipo personale, o parentale, che determinavano la coesistenza di diversi momenti aggregativi della società. Ad esempio, la Sippe, che rappresenta una unità parentale, aggregato di famiglie legate da vincoli di sangue che provvedeva alla difesa e al sostentamento comune, coesisteva con un'altra forma di legame, il comitatus, un seguito di armati che circondava un guerriero più valoroso: questi offriva parte del bottino delle scorrerie, in cambio di fedeltà e aiuto in battaglia. Tale vincolo di fedeltà era forte per lo più in tempo di guerra, ma anche nei periodi di pace doveva restare ben saldo. Inoltre questi gruppi erano sostanzialmente organizzati su linee "orizzontali", cioè tra pari, non subordinati da relazioni di tipo gerarchico.
Inoltre, i processi di ricomposizione tra due membri della comunità, in seguito ai reati, ovvero alla violazione delle norme vigenti, non avvenivano attraverso il ruolo attivo di una autorità pubblica che garantiva essa stessa la giustizia, bensì la corte di giustizia, presieduta da un'assemblea di liberi, vigilava sul corretto svolgimento della ricomposizione. Questa, pertanto, si svolgeva in modo privato ovvero il processo aveva uno scopo esclusivamente dichiarativo.
Le più diffuse forme di giustizia erano la "faida", la vendetta privata, per cui si aveva il diritto di infliggere lo stesso torto subito; e il guidrigildo, ovvero la ricomposizione tramite una somma di denaro.
La struttura fondamentale della società germanica, nonostante le varie forme associative, era comunque di tipo militare, nel senso che si trattava di un "popolo-esercito" perennemente organizzato in funzione della guerra: i capi militari guidavano ciascuno un numero variabile di uomini liberi in battaglia, mentre in pace assicuravano la protezione di tale comunità, e presiedevano la corte di giustizia che rispondeva alla comunità che a lui faceva capo: questi erano, pertanto, detentori del "banno", il diritto di giudicare e di punire. I conti erano i più importanti tra i capi militari, ma erano presenti anche capi alla guida di contingenti più ridotti, come i millenari, centenari o decenari.
Il re, naturalmente, rappresentava il capo militare più importante dell'intero popolo e aveva un ruolo non diverso dagli altri capi militari, ma era più attivo soprattutto quando guidava l'esercito alla conquista di nuove terre. La corte popolare che egli presiedeva, ovvero l'assemblea dei liberi, era la più importante poiché ciascun libero, pur dipendente da un altro capo militare, poteva appellarsi ad essa. Tali cariche militari erano generalmente elettive, ed erano scelte dalla assemblea dei liberi che in origine accoglieva tutti i membri della comunità del popolo ovvero delle singole comunità se era convocata da capi minori: in seguito, però, iniziò ad essere preclusa ai liberi di minor rango sociale, considerando che il possesso della terra, generava elementi più importanti economicamente.
[modifica] I regni romano-barbarici
| Per approfondire, vedi la voce Regni romano-barbarici. |
A seguito della penetrazione dei popoli germanici nelle regioni occidentali dell'impero si formarono delle unità politiche particolari che contribuirono alla definitiva divisione dell'Europa ed all'incontro tra la civiltà classica, mediterranea, ed il mondo nordico e germanico.
I primi regni romano-barbarici si caratterizzarono per una limitata presenza nello Stato di caratteristiche germaniche e per un riconoscimento formale dell'autorità del re da parte di Bisanzio, che conferiva una parvenza di legittimità allo stanziamento.
I Visigoti, stanziatisi in Aquitania giunsero a controllare anche la Penisola iberica, ma, sconfitti dai Franchi nel 507, abbandonarono il Midi francese, per formare il Regno visigoto di Toledo, che ebbe fine nel 711 con l'invasione araba.
Il regno dei Burgundi venne cancellato dai Franchi nel 534 con la vittoria di Autun, mentre i Vandali stanziatisi nel nord Africa vennero sconfitti da Bisanzio nel 535.
Il regno degli ostrogoti di Teodorico ebbe inizio nel 493, con la sconfitta degli eruli di Odoacre, con l'approvazione dell'imperatore Zenone. A seguito dell'uccisione della figlia di Teodorico, Amalasunta, da parte del cugino Teodato, Giustiniano I trovò il pretesto per iniziare una guerra di conquista (la cosiddetta guerra greco-gotica) che vide, tra alterne vicende, la conquista della penisola italiana nel 553-555.
La caratteristica principale di questi regni consisteva principalmente nella permanenza delle istituzioni e delle cariche romane, che continuavano ad operare per le popolazioni conquistate e che, pertanto, assicuravano una certa continuità con l'ordinamento tradizionale; d'altra parte, i Germani continuavano ad essere organizzati secondo la loro organizzazione dell'esercito popolo in cui i capi militari guidavano singole comunità, così come i romani rispondevano alle proprie cariche e istituzioni.
La giustizia era così regolata in base alla personalità del diritto, ovvero alla scelta dell'ordinamento giuridico in base all'appartenenza etnica: i germani ad esempio, continuavano a utilizzare la varie forme di giustizia, la faida, l'ordalia. Numerosi erano i codici che regolavano le consuetudini romane e germaniche: l'Edictum Theodorici (del re visigoto Teodorico II 453-466), il Codex euricianus (del visigoto Eurico, 470 circa), la Lex Romana Visigothorum (506), la Lex Romana Burgundorum, eccetera.
Il re aveva una duplice funzione: da una parte era responsabile delle cariche romane, dall'altra continuava ad esercitare le funzioni di guida dell'esercito, mantenendo, soprattutto, la sua carica militare tradizionale. Il riconoscimento da parte dell'imperatore di Bisanzio e il titolo di patricius purpureus erano ritenuti importanti in quanto consentivano al re "barbaro" di legittimare il possesso delle terre di cui si era appropriato con la conquista e, soprattutto, di istituire una dinastia che si incaricasse di questi possessi.
Questo processo è maggiormente evidente nel regno dei franchi merovingi e nel regno dei longobardi: il re iniziò ad assumere importanza, oltre che come guida degli uomini liberi dell'esercito-popolo, anche in quanto più importante possessore fondiario, comportando, di fatto una patrimonializzazione della propria carica militare.
Un altro elemento di novità consisté nello sviluppo di un regime di tipo curtense. Innanzitutto è importante osservare che in seguito allo stanziamento nelle terre conquistate, i capi militari acquisirono almeno due terzi delle terre dell'aristocrazia romana. Nella società germanica, peraltro, iniziò la rottura di una organizzazione sociale teoricamente egualitaria, in cui tutti gli uomini che possono combattere sono liberi: i possessori romani e i nuovi possessori germanici formarono un'aristocrazia fondiaria dai contorni sempre più definiti (a partire soprattutto dal VII secolo), mentre alla popolazione romana già inquadrata nelle ville, legata al padrone da regime colonico, si aggiungevano elementi germanici di rango più basso. Pertanto, la fusione ci fu su due livelli, delle aristocrazie e delle popolazioni rurali, inquadrati nelle curtes. La conseguenza maggiore fu la difficoltà dei capi militari nella tutela dell'ordinamento tradizionale contro una giustizia che il possessore fondiario applicava in modo autonomo, senza ricorrere alla assemblea dei liberi ed alla guida della comunità: spesso ricorreva all'impiccagione o ad altre forme di giustizia diretta, senza tener conto delle forme di giustizia consuetudinaria.
In seguito alla divisione dell'Impero carolingio e, in particolare, alle invasioni di ungari, arabi, normanni nel IX-X secolo, le cariche militari tradizionali, in particolare il re, cessarono sostanzialmente di esistere nella forma propria dell'ordinamento germanico. Il potere pubblico, a causa della incapacità del re di convocare il popolo in battaglia contro i nuovi invasori, e a causa della incapacità delle autorità tradizionali di difesa delle comunità minacciate, andò frazionandosi nelle mani dei signori fondiari più intraprendenti, che si appropriarono dei titoli della tradizione germanica, dinastizzandoli, per conferire legittimità alla propria autorità.
[modifica] I longobardi
| Per approfondire, vedi la voce Regno longobardo. |
I longobardi erano una popolazione le cui origini sono incerte, segnalati da Velleio Patercolo nel I secolo alle foci dell'Elba e un secolo dopo da Tacito negli stessi luoghi. La loro tradizione più tarda li indica come provenienti dalla Scandinavia, ma i ritrovamenti archeologici sembrano non confermare questa ipotesi. Attraversata l'Europa, giunsero in Boemia attorno al V secolo, per poi stanziarsi in Pannonia, dove si scontrarono prima con gli eruli, poi con i gepidi. Sconfitti questi ultimi grazie all'aiuto dei cavalieri nomadi turco-mongolici degli avari, si scontrarono anche con essi a causa della pressione delle tribù slave, che costrinsero i Longobardi ad entrare in Italia, appena devastata dalla sanguinosa guerra gotica e quindi meno pronta ad una difesa a oltranza.
Il loro duro dominio annullò gli effetti della guerra voluta da Giustiniano, e si stabilì dal Nord Italia alla Toscana, comprese alcune zone del centro (come il ducato di Spoleto) e del sud (ducato di Benevento). Animati da spirito di conquista e distruzione essi non si comportarono da foederati, ma si dettero anche a massacri prima di ingentilirsi gradualmente verso la fine del VI secolo, quando iniziarono anche a convertirsi dall'arianesimo al credo niceno della Chiesa di Roma. La capitale longobarda era Pavia, dove risiedeva il re, mentre il territorio era amministrato da 35 o 36 duchi. In ciascun ducato un gastaldo si occupava degli interessi del re, mentre l'aristocrazia era composta da una serie di guerrieri possessori detti "arimanni".
Clefi, succeduto ad Alboino, primo re in Italia, ordì un durissimo trattamento dei latini. Dopo un decennio di vacanza e lotte tra i duchi venne nominato re Autari (584-590), quindi Agilulfo (590-615), che sposò la vedova di Autari Teodolinda, la quale ebbe un ruolo centrale nel processo di conversione del suo popolo, anche per la sua amicizia con Gregorio Magno. Non tutti i duchi accettarono il nuovo credo e la sua applicazione fu lunga. Con l'editto di Rotari venne messo per iscritto (in latino) il corpus di leggi longobarde, spesso mutuate da leggi germaniche modificate. Per esempio la fehde (la faida), ovvero la vendetta, fu sostituita da una compensazione in denaro. La definitiva conversione avvenne attorno alla metà del VII secolo, quando ormai la società longobarda era profondamente mutata dalle origini.
[modifica] I franchi
| Per approfondire, vedi la voce Franchi. |
La dinastia regale dei franchi ebbe origine dai Salii (si parla infatti di stirpe salica), gravitanti attorno a Tournai. Dal semi-leggendario Meroveo (secondo la tradizione germanico-pagana di discendenza divina) era nato Childerico, il cui figlio Clodoveo fu il vero fondatore di quella che si chiamò poi dinastia dei merovingi.
Salito al potere nel 481, Clodoveo coalizzò le tribù dei franchi ed iniziò una politica di espansione a spese di Alemanni, Turingi, Burgundi (con i quali stese un'alleanza) e Visigoti (stanziati nella Gallia del Sud fino al 507, quando furono costretti a varcare i Pirenei), occupando anche l'ultima enclave romana di Siagrio, nella valle della Senna. Scelse come capitale Lutetia, poi chiamata Parigi, a conclusione del processo culminato verso il 490.
L'espansione dei Franchi, che possedevano ormai quasi tutta la Gallia attirò l'attenzione di Teodorico, che cercò di aiutare i Visigoti inviando loro delle truppe, sia dell'imperatore Anastasio, che cercò di allearsi con Clodoveo, per ridimensionare i Goti, e di ottenere la sua sottomissione formale. L'offerta di Anastasio da una parte poteva legittimare le conquiste, ponendolo come ristabilimento dell'autorità sovrana romana rispetto ai suoi sudditi; dall'altra li avrebbe messi in lotta contro i popoli germani ben molti più vicini geograficamente e culturalmente. Inoltre il regno dei franchi, che erano tra i popoli meno romanizzati, erano l'ultimo ancora pagano in Europa.
Re Clodoveo fece allora una scelta singolare, cioè quella di convertirsi, imponendo il battesimo al proprio popolo, non secondo la fede ariana, predominante nei popoli germanici, ma secondo il credo niceno accettando la sottomissione solo e soltanto al vescovo di Roma. La scelta ebbe una portata storica molto forte, in quanto i Franchi furono di fatto il primo popolo che accettò il primato del vescovo di Roma. Le ragioni di tale scelta possono essere individuate nella volontà di Clodoveo di legittimarsi direttamente da Roma (e quindi dall'Impero delle origini), non da Costantinopoli, e di ribadire la propria identità nazionale con una scelta diversa da quella degli altri popoli germanici.
Accantonata la liturgia già in uso dai vescovi gallo-romani, Clodoveo fece applicare la liturgia e la disciplina del vescovo dell'Urbe, diventando i "figli primogeniti della Chiesa romana". Dall'altra parte la conversione presentò anche alcuni rischi per la casa regnante, perché poteva scontentare i suoi maggiori fedeli di cultura pagana; inoltre toglieva alla sua dinastia l'aura sacrale derivata dalle leggende. Nella pratica comunque l'accettazione del cristianesimo non va vista come assoluta, poiché quelle popolazioni spesso avevano credenze religiose sincretiche che sicuramente convissero con i vecchi costumi religiosi e militari tradizionali.
L'Historia francorum di Gregorio di Tours data la conversione di Clodoveo al natale del 496, respinta ormai da molti storici che la collocano al 506 alla vigilia del conflitto con gli ariani visigoti[1]. I principali artefici della conversione regale, sempre secondo Gregorio, furono la burgunda regina Clotilde e san Remigio, vescovo di Reims. Dopo la conversione Clodoveo chiese ad Anastasio la dignità consolare, che ottenne ("proconsole") con le insegne relative.
Il regno di Clodoveo si frammentò tra gli eredi, secondo le usanze del tempo che consideravano le conquiste territoriali alla stregua del patrimonio personale di beni mobili.
[modifica] Le isole britanniche
La Britannia fu invasa nel V secolo e cristianizzata tra il V e il VI secolo. Il nord (Scozia), l'ovest (Galles) e sud-ovest (Cornovaglia) erano occupati dai Celti. Nel VI secolo i gallesi furono cristianizzati. I regni germanici erano spesso in conflitto tra loro, soggetti a guerre, scissioni e accorpamenti. Una situazione di maggior stallo si determinò nel VII-VIII secolo, quando emerse una situazione poi chiamata eptarchia, cioè dei sette regni: tre angli a est (Northumbria, Mercia, East Anglia) e quattro sassoni (Wessex, Sussex, Essex e Kent). Dopo un breve prevalere del Kent, prevalse la Northumbria; successivamente la Mercia. Nel VII secolo il prestigio dell'abbazia di Iona faceva propendere per l'egemonia sulle isole britanniche della Chiesa irlandese, diversa da quella di Roma per varie caratteristiche liturgiche, disciplinari e culturali.
Fu Gregorio I ad inviare in quella che già si poteva chiamare "Gran Bretagna" (la Bretagna francese era ormai un'entità dopo la migrazione celtica V secolo) monaci benedettini che ricollegassero il cristianesimo irlandese a quello romano. Il più famoso di questi monaci fu Agostino, che organizzò le diocesi tra Angli e Juti diventandone primate e insediandosi a Canterbury. Col sinodo di Whitby (663) la chiesa britannica completò il processo di fondazione e sottomissione a quella di Roma, organizzandosi gerarchicamente attorno all'arcivescovo di Canterbury. La grande stagione culturale dell'epoca culminò con la figura di Beda il Venerabile.
[modifica] L'apporto culturale delle tribù germaniche
Con l'inizio del Medioevo cominciò un inevitabile confronto tra l'antica e raffinata cultura romana e quella più rozza, ma allo stesso tempo più energica, dei Germani. Poiché nei nuovi regni i Romani più colti furono impiegati nell'amministrazione della legge, dell'economia e come insegnanti, le usanze germaniche si imposero in modo particolare nel campo bellico e nelle abitudini quotidiane, mentre lingua e giurisdizione rimasero tendenzialmente su base latina. Sono numerosissimi gli esempi di vocaboli di origine germanica che, già prima dell'anno Mille, entrarono a far parte, nel nostro caso, dell'italiano, quasi tutti inerenti all'arte bellica: agguato, guardia, guerra, schiera, spia, trappola, zuffa, eccetera.
Dai Germani abbiamo importato molte delle pratiche e dei metodi che oggi sono diffusi in tutta l'Europa, nonché nei territori d'oltreoceano conquistati. Essi erano più allevatori che agricoltori e mangiavano prevalentemente carne, che prevalse sulla tradizione del pesce; non consumavano i pasti comodamente sdraiati su triclini, ma sedevano a tavola su comuni sgabelli. Erano i migliori fabbri dell'Occidente e i loro spadoni lunghi e pesanti presero il posto delle lance e delle spade corte. Ciò nonostante, non sapevano usare pietra e mattoni - mentre l'abilità dei costruttori romani era proverbiale - e non avevano un apparato statale. Essendo analfabeti difettavano di leggi scritte, e quelle tramandate oralmente erano poche e imprecise.
Romani e barbari non erano però completamente differenti, ma avevano alcune usanze comuni, di poca importanza e slegate tra di loro: l'amore per i gioielli, per esempio, o l'assenza di sella e staffa per cavalcare. Insomma, la cultura germanica, fondata su secoli di saccheggi, non riuscì né sentì il bisogno di eliminare quella romana, fondata su secoli di politica, ed ogni popolo contribuì con le proprie caratteristiche migliori nel dare vita ai regni romano-barbarici.
[modifica] L'Impero bizantino
La risposta di Costantinopoli dopo il 476 ai nuovi regni barbarici fu duplice: da un lato gli imperatori volevano mantenere i diritti teorici su tutto l'impero, quali legittimi successori dei Cesari; dall'altro lato essi erano ormai disinteressati al vasto territorio occidentale ormai impoverito e decentrato, che non valeva l'enorme dispendio di mezzi che sarebbe stato necessario per riconquistarlo. L'economia redditizia dopotutto si svolgeva ormai quasi esclusivamente nelle ricche città della parte asiatica e nel Mediterraneo orientale.
Per questo gli imperatori fecero buon viso a ogni capo barbaro che si arrogasse il governo di qualche territorio, purché riconoscessero la superiorità morale di Costantinopoli. Spesso anzi erano gli stessi diplomatici bizantini, dall'epoca di Arcadio in poi, a incoraggiare le popolazioni barbariche a spostarsi a Occidente liberando i confini orientali dalla loro minaccia in cambio della promessa di una legittimazione al governo di ampie zone occidentali.
Talvolta, quando un regno sembrava acquisire troppa forza e importanza, Bisanzio cercava di mettere i capi barbarici l'uno contro l'altro, favorendo colpi di stato e congiure.
I germani erano ancora importanti sotto il profilo militare come mercenari, ma dall'epoca di Leone I (457-474) si riuscì ad affrancarsi da essi tramite l'arruolamento in larga scala di Isauri, una popolazione guerriera dell'Anatolia. Lo stesso imperatore Zenone era isaurico. Alcuni problemi derivarono dal fatto che la fede della sua popolazione fosse monofisita, che lui cercò di mitigare adottando una dottrina di compromesso (editto di Henotikòn), quella monoteleta che riconosceva le due nature divina e umana nel Cristo ma una sola volontà (il monotelismo venne poi condannato dal concilio di Costantinopoli III del 680-681).
Oltre alle questioni religiose, molto sentite, i problemi che preoccupavano l'Impero d'Oriente erano la difesa dei confini nord-occidentali dalle popolazioni germaniche, slave e uralo-altaiche, la ridefinizione giuridica, fiscale e territoriale del territorio, i rapporti con l'Occidente e con il papa romano, e la contesa con l'Impero persiano della zona tra l'Eufrate e la Siria.
[modifica] Giustiniano e le guerre greco-gotiche
| Per approfondire, vedi la voce Guerra gotica (535-553). |
Con l'imperatore Giustiniano I (al potere dal 527) nell'Impero Romano d'Oriente si avviò una campagna di riconquista dei territori occidentali con l'obiettivo di spostare di nuovo il baricentro politico verso il Mediterraneo e verso occidente, restaurando l'antica unità territoriale imperiale. Innanzitutto si assicurò la pace sulla frontiera orientale stipulando una pace "perpetua" (dopo un conflitto con scarsi risultati tra il 527 e il 532). Un esercito di modeste dimensioni, ma dotato di una notevole flotta, poté allora partire alla volta dell'Occidente, sbaragliando velocemente in Africa il regno dei Vandali. Capitanò l'impresa il generale Belisario, già vittorioso durante la rivolta della Nika, che aveva insanguinato Costantinopoli nel 532 e quasi fatto fuggire l'imperatore, se non fosse stato per i consigli di sua moglie Teodora[2].
La riconquista di Giustiniano si volse quindi all'Italia, dove il potere degli Ostrogoti era in crisi dopo la morte di Teodorico (526). Sua figlia Amalasunta teneva la reggenza per conto del figlio Atalarico, che però morì nel 534. La reggente aveva cercato di associarsi al cugino Teodato per restare sul trono, ma egli l'aveva prima isolata sull'Isola Bisentina (lago di Bolsena), quindi l'aveva fatta uccidere. Il pretesto per l'attacco agli Ostrogoti fu dato proprio dal comportamento di Teodato (oltre ai non chiari patti di feoderatio tra Impero e Goti).
La cosiddetta guerra greco-gotica iniziò nel 535 con la rapida conquista di Napoli e la morte di Teodato, già destituito, mentre fuggiva a Roma. Il nuovo re ostrogoto, Vitige, fu preso in ostaggio da Belisario quando conquistò l'imprendibile Ravenna con un'astuzia. Belisario si trovò quindi in disaccordo con Giustiniano sul cosa fare con i territori riconquistati: l'imperatore voleva lasciare che gli Ostrogoti governassero uno stato tributario, mentre Belisario preferiva fare dell'Italia un territorio imperiale romano.
Nel 541 però Totila (soprannome che significava l'"Immortale") sconfisse ripetutamente i bizantini in Romagna, Toscana e Campania, riconquistando Napoli e Roma (546), prima di costituire una flotta con la quale organizzò numerose scorrerie nelle grandi isole del Mediterraneo. Totila tentò anche la mossa strategica di abolire la schiavitù, liberando i servi dei latifondi, ma non ne ebbe l'appoggio che sperava.
Scontento di Belisario, Giustiniano lo inviò ad Oriente, a difendere l'impero dai rinnovati attacchi dei persiani. Dopo aver stabilito una nuova pace ad est nel 545, Belisario fece ritorno in Italia, dove gli Ostrogoti avevano riconquistato Roma. Il generale eunuco Narsete strappò il comando a Belisario, e lo storico Procopio, ex ufficiale dell'esercito di Belisario, accusò Narsete di tradimento. Nel 551, le forze bizantine conquistarono parte della Spagna meridionale ai Visigoti.
Narsete riuscì a sconfiggere definitivamente Totila a Taginae (Gualdo Tadino) e quindi anche il suo successore Teia (553), conquistando tutta l'Italia; riuscì inoltre a respingere le scorrerie dei Alemanni nell'Italia del Nord. Nel 554 Giustiniano estese a tutta l'Italia la Prammatica Sanzione (la legislazione romana), con una prefettura con capitale a Ravenna, divisa in varie province. Fu ristabilita la schiavitù e fu iniziato un programma artistico ed architettonico a Ravenna. Non è certo in che misura il diritto romano venne effettivamente applicato nei territori conquistati; sicuramente almeno i vescovi divennero gestori della giustizia, con un apposito tribunale, il malleus.
Le conquiste di Narsete non furono però durature: anche a causa dello spopolamento e delle frequenti razzie di franchi e alemanni, non si ebbe mai un'ordinata gestione dei territori recuperati.
Lo squilibrio creato a Oriente dalle campagne in Europa occidentale fu subito colto dai persiani, che tra il 540 e il 562 invasero l'Armenia e la Siria, conquistando anche la metropoli di Antiochia. Un momento altamente drammatico fu anche la cosiddetta peste di Giustiniano (542-546), che spopolò Costantinopoli e tutto l'impero, mentre pochi anni più tardi (559) la capitale veniva salvata a stento da un'orda di invasori Unni e Slavi. Nel 568-569 i Longobardi invadevano l'Italia stremata dalla guerra, forse consigliati dallo stesso Narsete durante la sua ritirata, deluso dall'imposizione di Giustiniano che lo aveva richiamato a Costantinopoli, facendo annullare gli effetti della riconquista giustinianea.
Se sul piano militare, demografico, economico e sociale le politiche di Giustiniano furono degli insuccessi, almeno parziali, egli conquistò una fama duratura per la sua rivoluzione giuridica, che organizzò il diritto romano in una forma e uno schema organico che rimane alla base della legge di diverse nazioni odierne. Il Corpus Iuris Civilis era formato dal primo Codice (Novus Iustinianus Codex), Digesto (Digestum, seu Pandectae, raccolta degli iura, cioè le opere di giuristi presieduti dal grande giurista Triboniano), le Istituzioni (Institutiones Iustiniani sive Elementa, destinate all'insegnamento del diritto nelle scuole) e il secondo Codice (Codex repetitae praelectionis, ovvero il Codice vero e proprio con la raccolta delle leges imperiali), con il quale le nuove leggi si armonizzavano con quelle antiche.
[modifica] Dopo Giustiniano
Con la scomparsa del grande imperatore si difese e rafforzò con cura il suo maggior successo, la riforma del diritto del Corpus Iuris, ma ci si disinteressò delle sue conquiste in Occidente, anche per vie delle nuove minacce dalle più vicine frontiere orientali. L'imperatore Maurizio contenne la pressione degli avari e degli slavi sui Balcani, mentre in Occidente creò due nuove strutture politiche di confine: gli esarcati di Ravenna e di Cartagine, guidati ciascuno da un magistrato speciale, l'esarca appunto, dotato di poteri politici e militari speciali. In Italia venne creata un'ulteriore provincia sull'Adriatico, la Pentapoli, che comprendeva le città di Ancona, Senigallia, Rimini, Fano e Pesaro. Inoltre Maurizio seppe riconquistare l'Armenia ai Persiani nel 591.
I rapporti con l'Impero persiano restavano comunque pessimi, con una serie praticamente ininterrotta di guerre dall'inizio del VII secolo, culminata con la conquista e la distruzione di Gerusalemme nel 614. L'imperatore Eraclio I promosse una vittoriosa riscossa, nonostante l'alleanza tra Persiani e Àvari arrivati alle mura di Costantinopoli nel 626, coronata dall'occupazione della capitale nemica Ctesifonte sul Tigri nel 628. L'impero sassanide era ormai in profonda crisi che presto avrebbe portato alla sua scomparsa definitiva. Eraclio riorganizzò l'apparato centrale in logotesie e il territorio in 32 temi ("distretti"), governati da stratigos con poteri civili e territoriali. Sul piano militare organizzò una sorta di milizia territoriale di contadini-soldato (gli stratiotai) simili ai federati barbarici presso il limes romano: ogni stratiota in cambio di un appezzamento di terreno trasmissibile ereditariamente doveva provvedere alla difesa militare della zona. Di lì a poco la nascita repentina della potenza arabo-mussulmana, tanto potente quanto inattesa, avrebbe inesorabilmente compromesso la stabilità appena raggiunta, con la perdita nel giro di pochi mesi di ricchi territori quali la Siria, la Palestina e l'Egitto.
Dal VII al XV secolo si parla ormai abbastanza diffusamente nella storiografia di impero bizantino, piuttosto che di Impero Romano d'Oriente: con l'epoca di Eraclio si assistette al definitivo tramontare delle mire di controllo sulla parte occidentale dell'Europa e del Mediterraneo, inoltre le organizzazioni statali e territoriali prendono tutti nomi greci (non più provinciae o ducis, ma nemmeno l'Imperatore era ormai più imperator, ma basileus). Ma non si trattò di una semplice traduzione, il significato delle istituzioni mutò profondamente: per esempio si perdeva la connotazione di "generale vittorioso" dell'imperatore o la valenza di "Res publica" dello Stato.
L'impero bizantino perse però molto terreno per la repentina nascita ed espansione della potenza araba, che strappò via importanti province del Mediterraneo sud-orientale. Risale a quel periodo una ancora maggiore militarizzazione dell'Impero, con armate in gran parte costituite da mercenari barbari.
Bisanzio aumentò la propria influenza nell'Europa orientale, dove numerosi missioni della Chiesa greca avevano cristianizzato ampie regioni dai Balcani alla futura Russia. Nonostante ciò i successori di Eraclio dovettero assistere alla perdita graduale di ampi territori nei Balcani, ormai indifendibili rispetto ai continui attacchi degli slavi. L'unica rivalsa che Costante II e Costantino IV Pogonato ottennero fu la formale sudditanza all'Impero da parte dei re slavi. Tra 674 e 678 gli arabi arrivarono a attaccare la stessa Costantinopoli, che data la sua posizione affacciata sul mare si poteva trovare facilmente in prima linea. Tra il 695 e il 717 ci fu un periodo tumultuoso, in seguito alla fine del potere della dinastia eracliana, con ben sei basileis (quindi forte instabilità), guerre civili e repressioni.
Roma si stava sottraendo definitivamente all'influenza di Costantinopoli, rafforzando la sua rivendicata superiorità sulle altre chiese patriarcali. In Italia restava sotto il controllo bizantino l'Italia meridionale, la Sicilia e la Sardegna, ma progressivamente i bizantini persero queste terre tra IX e XI secolo.
[modifica] Nascita ed espansione dell'Islam
| Per approfondire, vedi le voci Arabi e Storia dei popoli islamici. |
Nel VI secolo, la Penisola arabica era abitata, nelle sue aree centrali e settentrionali, da tribù nomadi indipendenti mentre in quelle meridionali erano attive, sotto il nome di himyariti (i latini homerites), gli eredi dei grandi regni sabei, del Hadramawt, del Qataban, di Awsan e dei Minei, tutte culture sedentarie estremamente progredite nelle conoscenze idrauliche e assai attive fin dal secondo millennio a.C. nel commercio dei cosiddetti "aromata", fra cui il famoso incenso, assai richiesti in area mediterranea, mesopotamica e iranica.
I beduini, abitanti della steppe arabe, erano invece dediti al piccolo e grande nomadismo a causa del loro speciale modo di sussistenza che si basava strettamente sull'allevamento di ovini e di dromedari e sull'assalto di altri gruppi nomadi e delle carovane dei mercanti. Erano politeisti e il santuario di Mecca era forse il più importante centro di incontro sia religioso sia commerciale, quanto meno nella regione del Hijāz.
[modifica] Maometto (570-632)
| Per approfondire, vedi la voce Maometto. |
All'inizio del VII secolo, Maometto riuscì a fare degli arabi una Nazione, fondando uno Stato teocratico.
La tradizione islamica vuole che Maometto fosse nato il 20 aprile 570 alla Mecca, da un'importante famiglia cittadina. Dopo la morte del padre fu affidato allo zio paterno Abū Ṭālib. Nel 595 sposò una ricca e colta vedova, Khadija, di circa 15 anni più anziana di lui e titolare di un'impresa carovaniera nella quale Maometto era stato a lungo procuratore. Dopo il matrimonio, che migliorò notevolmente la sua situazione, Maometto svolse il mestiere di mercante. Già entrato in contatto con la comunità ebraica medinese e conosciuti gli esponenti della più rarefatta presenza cristiana nell'area non c'è dubbio che delle due grandi religioni egli abbia conosciuto i principali assunti teorici, anche se è impossibile quantificarne gli apporti, a dispetto di quanti vogliono negare una sua originalità all'Islam per il quale, tra l'altro, è impossibile negare il contributo anche sud-arabico e mazdeo. Quasi sicuramente, durante un suo viaggio, era entrato in contatto con cristiani monofisiti in Siria[3].
La predicazione di Maometto iniziò nel mese di Ramadan del 610, quando, secondo la tradizione tramandata dal Corano, sul Monte Hira, nei pressi di Mecca, al Profeta apparve l'Arcangelo Gabriele) che gli parlò inculcandogli la Rivelazione musulmana. Seguirono numerose altre visioni, ritiri spirituali, voci che gli parlavano. Inizialmente Maometto confidò queste esperienze solo a pochi intimi, tra i quali il cugino Alì e i congiunti Othman e Abu Bakr, mentre solo verso la fine del decennio successivo iniziò a predicare in pubblico una rivelazione monoteistica. Egli predicava un Dio unico "Allah" (parola araba dalla stessa radice dell'ebraico Elohim), per il quale era l'inviato (rasul) per concludere il messaggio profetizzato nella Bibbia. Le caratteristiche della sua predicazione erano un duro tono apocalittico e una ferma condanna del politeismo, che con i pellegrinaggi alla Kaaba era una delle attività più remunerative alla Mecca.
Il 16 luglio 622 Maometto ed una trentina circa di seguaci, sempre più invisi ai potenti concittadini, si defilarono dalla città e si rifugiarono a Yathrib (poi chiamata Medina). Fu la vera e propria Egira del 622 che segnò l'inizio dell'epoca musulmana grazie alla positiva accoglienza della sua predicazione nella città. Nel 624 Maometto, scese in campo contro La Mecca con una serie di guerre con alterne vicende. Nel 630 finalmente Maometto, la cui autorità era ormai indiscussa, entrò alla Mecca senza colpo ferire. Sbaragliati gli ultimi coreisciti, all'età di quasi 60 anni si dedicò, coronato il suo sogno primario, all'espansione della fede islamica nelle terre dei nomadi e semi-nomadi vale a dire l'intero Ḥiǧāz. Egli accettò comunque il compromesso di mantenere il santuario della Kaaba, integrandolo nella spiritualià islamica. Morì a Medina nel 632.
La fortuna della predicazione di Maometto fu l'accoglienza positiva che ricevette da tutte le tribù beduine, riuscendo a dare ad esse un credo ed un'identità comune e sottraendole alla spirale di vendette tribali che protraevano una guerra continua (che si mitigò, ma restò comunque endemicamente presente essendo strettamente collegata alla vita nomadica, alla razzia delle greggi, al possesso dei pozzi, ecc.). I beduini offrirono alla causa islamica tutta la loro fedeltà, il senso dell'onore, la straordinaria audacia guerriera e la frugalità che permisero nel giro di pochi decenni di conquistare un vero e proprio impero. Da un lato si veniva a nobilitare la pratica diffusa della razzia (che per i beduini era un diritto, un titolo di vanto e di sostentamento), dall'altro essa si accostava ad una delle norme basilari della nuova religione, la jihad ("sforzo nella direzione gradita a Dio"), che aveva come fine non tanto la conversione, ma l'assoggettamento degli infedeli, tramite il riconoscimento della superiorità araba e il pagamento di un tributo.
[modifica] I seguaci di Maometto
Intanto, a Medina, in un'improvvisata riunione, si decisero i destini politici della Umma (la comunità islamica), identificando il primo successore di Maometto e "luogotenente" di Dio in terra: il califfo. Egli non era un "re": il re era sempre Dio, che guidava il popolo, il califfo ne era solo il vicario sulla terra.
Già per disposizione del primo califfo, Abū Bakr, ma assai più per volontà del terzo califfo ʿUthmān b. ʿAffān, furono raccolte le tradizioni orali e i pochissimi appunti scritti relativi al Corano, il libro sacro dell'Islam, ma anche la sua legge, perché nello Stato islamico la sovranità appartiene a Dio. Maometto era riuscito con la sua predicazione a dare unità alle tribù beduine indirizzando verso l'esterno la guerra violenta che in genere essi esercitavano tra di loro stessi. Il jihad, lo "sforzo per Dio", impropriamente tradotto come guerra santa, che viene invocato ogni volta che l'Umma, la comunità mussulmana, si trova minacciata nell'esistenza, la libertà e la sicurezza. Per il Corano esiste un "piccolo" jihad verso un nemico esterno e un "grande" jihad verso i nemici interni, intesi come il peccato, le proprie debolezze e contraddizioni.
[modifica] L'espansione islamica
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██ Espansione sotto il profeta Maometto, 622-632
██ Espansione durante il califfato elettivo, 632-661
██ Espansione durante il califfato omayyade, 661-750
Per un trentennio il califfato fu elettivo, prima di diventare ereditario con la dinastia degli Omayyadi che trasferirono nel 661 la capitale da Medina a Damasco. I successori politici di Maometto, i califfi, avviarono una fortunata e rapida espansione territoriale, che seppe sfruttare le debolezze dei due colossi dell'Impero bizantino e persiano sasanide, i quali guardavano ai beduini come a una minaccia tradizionalmente innocua.
Nel 637 veniva conquistata Ctesifonte e l'impero persiano, che per un millennio era stato una delle più allarmanti preoccupazione per l'Impero romano, fu cancellato come neve al sole entro il 645 circa. All'impero bizantino vennero strappare le ricchissime e popolose regioni della Siria, Palestina (633-640) ed Egitto (639-646). Dall'Egitto si proseguì fino alla Nubia, a sud, ed alla Tripolitania, ad ovest. Con la conquista del litorale del mediterraneo sud-orientale gli arabi ottennero la capacità di creare presto una flotta con ottimi marinai. Nel 655 la battaglia navale lungo le coste della Licia ruppe la tradizionale supremazia bizantina in mare, con una disastrosa sconfitta delle 500 navi capitanate dallo stesso basileus Costante II.
La conquista tanto rapida di aree vaste e popolose fu sicuramente dovuta anche alla stanchezza delle popolazioni locali verso il duro e rapace dominio bizantino: gli arabi infatti offrivano paradossalmente una maggiore libertà religiosa ai cristiani "eretici" (dominavano in queste zone infatti le eresie monofisita e nestoriana, duramente avversate da Bisanzio) e richiedevano il pagamento di un tributo che era più leggero della tassazione imperiale.
Una prima crisi dell'Islam si ebbe tra il 656 e il 661 quando Alì, cugino e genero di Maometto, insorse contro il califfo Othman, fondatore della dinastia umayyade. Entrambi vennero poco tempo dopo assassinati e dai loro seguaci si instaurò la frattura tra sunniti (che riconoscono la Sunna, gli scritti con detti e fatti del Profeta) e gli sciiti (che non riconoscono la Sunna né l'autorità califfale ma solo Alì quale legittimo successore di Maometto). Tra gli sciiti si ebbe un ulteriore scisma con la formazione del gruppo dei kharigiti, che sostenevano il principio radicale secondo il quale qualsiasi fedele può ricoprire la carica di califfo. Furono i sunniti ad avere la meglio, ed essi fondarono un califfato ereditario spostando la capitale da Medina a Damasco nel 661.
Durante l'epoca omayyade si continuarono le conquiste: in Oriente si arrivò fino all'Indo Kush ed al lago di Aral con la conquista di Kabul e Samarcanda; in Occidente venne conquistata tutta l'Africa del Nord (il Maghreb, dal 647 al 663) fino alla Penisola iberica. Entro il 705, il "lontano Occidente" del Marocco era in mano agli arabi e si iniziava il lento e faticoso processo di islamizzazione delle popolazioni berbere. Nel 711 i musulmani misero piede in Spagna, sconfiggendo velocemente i visigoti e arrivando entro il 720 alla Catalogna ed alla Settimania (Gallia meridionale). Anche in questo caso la repentinità della conquista viene spiegata con la complicità della popolazione, in particolare degli ebrei, degli ariani (i re Visigoti si erano da tempo convertiti al cristianesimo "romano") e delle fazioni nemiche alla casa regnante.
Al 717, sul fronte orientale, i musulmani avevano posto l'assedio a Costantinopoli, ma la distruzione della flotta araba grazie al "fuoco greco" impedì temporaneamente l'espansione verso la Penisola balcanica. L'importante vittoria di Leone III di Bisanzio venne ridimensionata in Occidente nella storiografia successiva, perché l'imperatore era un eretico iconoclasta: il mito di aver fermato gli arabi venne tributato invece a un fatto secondario, la battaglia di Poitiers che ebbe come protagonista Carlo Martello, personaggio del nascente astro della dinastia carolingia.
Tra il 718 eil 730 i musulmani conquistarono e razziarono la tutta la Provenza e il bacino del Rodano. Nella penisola iberica frattanto però resistettero focolai di resistenza cristiana, dai quali il goto Pelagio organizzò nel 720 il principato delle Asturie, che circa venti anni dopo si trasformò in regno con capitale a Oviedo (fondata nel 760).
Secondo una tradizione molto radicata i musulmani vennero fermati con la battaglia di Poitiers del 732 (o 733) dal merovingio Carlo Martello. In realtà tale avvenimento ebbe un mito che probabilmente oltrepassò la sua reale importanza storica, grazie alla propaganda della dinastia carolingia, che si sarebbe affermata da lì a poco. Le razzie infatti non terminarono negli anni successivi e si assistette piuttosto a un graduale esaurirsi della spinta araba che forse era la naturale conclusione del processo di espansione. Nel 734 infatti veniva presa Avignone e contemporaneamente veniva saccheggiata Arles. Nel 737 gli arabi arrivarono a saccheggiare la Borgogna, dove prelevarono un'enorme quantità di schiavi da portare in Spagna. Carlo Martello era impegnato nelle continue campagne nel sud della Francia, ma i continui doppi giochi di alleanze trasversali e di tradimenti rende impossibile una netta divisione tra i due schieramenti, tanto che ad alcuni franchi i raid musulmani fecero anche comodo, all'interno di una lotta per il potere molto complessa.
Nel 751, sul fronte orientale, la battaglia di Talas segnò la spartizione dell'area altaica tra musulmani e Impero cinese della dinastia Tang. l'espansione islamica si andava esaurendo per la fine della spinta e per la stanchezza verso il continuo stato di guerra. Inoltre nei nuovi territori frutto di incursioni (come la Francia) non c'erano le condizioni di insoddisfazione delle popolazioni o di scontri interni che avevano permesso la rapida conquista di Africa e Spagna.
[modifica] L'apporto culturale arabo
L'elemento arabo-berbero (ma non dimentichiamo anche la presenza persiana) portò all'Occidente cristiano nuove conoscenze tecnologico-scientifiche, specie nell'agricoltura, con l'introduzione di non poche piante del tutto sconosciute (canna da zucchero, carciofo, riso, spinaci, banane, zibibbo, cedri, limone, arancia dolce o cotone, come pure spezie di vario tipo, quali la cannella, i chiodi di garofano, la noce moscata - ossia di Masqat - il cardamomo, lo zenzero e lo zafferano) e anche reintroducendo colture abbandonate dalla fine del cosiddetto periodo classico "antico" (innanzi tutto l'ulivo e l'albicocco). Furono introdotte le tecniche costruttive dei mulini ad acqua e a vento, la carta (di provenienza cinese), e tecniche bancarie quali l'assegno e la lettera di cambio, senza dimenticare il formidabile apporto nella scienza della matematica, quali l'algebra o la trigonometria, il sistema decimale (elaborato in ambito indiano) o il concetto di zero.
I musulmani svilupparono grandemente la medicina, l'alchimia (genitrice della moderna chimica) e l'astrologia, con gli annessi studi astronomici (da ricordare l'introduzione dell'astrolabio). Anche nella filosofia il loro apporto contributivo per l'Europa continentale fu formidabile massiccio e, grazie alle traduzioni da essi approntate o da essi commissionate, si tornò a conoscere non pochi testi di filosofia e di pensiero scientifico prodotto in età ellenistica. Grazie a tali traduzioni l'Europa occidentale e centrale (che aveva quasi del tutto cancellato il ricordo del retaggio culturale espresso nell'antichità classica in lingua greca) tornò in possesso di opere da tempo trascurate e a rischio di totale oblio.
I musulmani sotto dominazione abbaside, fatimide e andalusi crearono biblioteche e strutture d'insegnamento pubbliche che - come nel caso di Cordova - costituirono di fatto le prime università del Vecchio Continente, alimentate dal sapere della cultura persiana antica, da quella indiana e da quella greca ed ebraica. In Occidente la fama di medici quali Avicenna e Razī divenne duratura, tanto che i loro lavori divennero libri di testo fino al XVIII secolo, mentre di notorietà non minore fruirono gli studi di filosofi quali Averroè (che di Aristotele "il gran Comento feo", diceva Dante Alighieri) e Geber, considerato per secoli anche in ambito cristiano il più grande alchimista.
[modifica] La rottura dell'unità islamica
Da al-Mansūr ad al-Mutawakkil il califfato conobbe la sue epoca d'oro, con un impero vastissimo che toccava da una parte l'Atlantico e dall'altra penetrava nel sub-continente indiano. L'eccessiva ampiezza fece lentamente esaurire le spinte verso l'esterno, che conobbero un arresto nel terzo decennio dell'VIII secolo.
Gli Omayyadi avevano trasformato le conquiste in un impero ereditario, con un'amministrazione fiscale sempre più preoccupata a drenare risorse per forze armate pletoriche e relativamente efficienti e disciplinate. Grande preoccupazioni causavano gli sciiti e i kharigiti, quando nacque un forte contrasto tra la dinastia al potere e la famiglia degli abbasidi, che sconfissero l'ultimo califfo omayyade in una grande battaglia nel 750. Nel 762 in nuovo califfo al-Mansur inaugurava una nuova epoca con una capitale appositamente fondata, Baghdad sul Tigri. La scelta spostava notevolemnete il baricentro dell'impero verso est ed era un'aperta rivalsa contro la corte troppo ispirata Bisanzio degli omayyadi. Un membro della casa omayyade però riuscì a fuggire nella penisola iberica e a fondare un nuovo emirato con capitale a Córdoba, che riuscì a imporre la propia egemonia tanto che nel 929 Adb ar-Rahman assunse il titolo di califfo.
L'enorme dilatazione del califfato e la sempre minor efficienza dell'amministrazione favorirono rivendicazionismi nazionali e, dopo l'autonomia di governo riconosciuta dagli Abbasidi ad Aghlabidi e Tahiridi, si ebbero le prime esperienze indipendentistiche, prima delle quali fu quella dei tulunidi in Egitto e Siria. Si formarono così, con l'andare del tempo, emirati e sultanati indipendenti, non di rado in lotta fra loro. Tutto ciò moltiplicò le corti dando nuovo respiro all'economia (in grado ora d'investire sul posto e di non essere costretta ad arricchire il solo centro dell'impero), oltre che alla scienza e alle attività culturali in genere grazie a una vivace committenza da parte dei vari sovrani.
Si ebbe l'autonomia della Tunisia sotto gli aghlabiti di Kairuan (inizio del IX secolo), e quella dell'Egitto, con le dinastie dei tulunidi (868-905), ikhsiditi (935-969) e fatimidi. Questi ultimi, dichiaratisi discendenti della figlia di Maometto Fathma conquistarono l'Egitto nel 969 muovendosi dall'Algeria, fondando una nuova capitale chiamata Il Cairo e proclamando un califfato sciita che sarebbe durato fino al 1171. Gli ziriti poi, già sottomessi ai fatimidi, si impose nell'area tunisina dal 972 al 1167.
Sebbene poi gli altri musulmani rispettassero la formale sudditanza alla dinastia sunnita di Baghdad, ormai il processo di frammentazione era inarrestabile e vide il fiorire di alcune dinastie locali che spesso diedero vita a splendide culture: la dinastia degli hamdanidi tra Aleppo e Mosul (890-1003), la dinastia dei taharidi e samanidi in un immenso territorio in Asia centrale con capitale a Buchara (819-999), o i buwaidi in Iran (932-1055), che arrivò a governare Baghdad e il territorio tra Siria meridionale, Giordania e Iraq.
Alla fine del IX secolo vennero alla luce anche delle eresie, quali quella degli estremisti sciti detti qarmati nel Bahrein, che rese necessario il taglio delle rotte commerciali nel Golfo Persico dirottate nel Mar Rosso e nel Corno d'Africa.
[modifica] Società ed economia europea tra VI e VIII secolo
Il paesaggio dell'Europa alto medievale era dominato da boschi, foreste e paludi, soprattutto nelle aree dove c'era stato un forte popolamento germanico, per via dello stile di vita di queste popolazioni, basato su caccia e allevamento brado. Le pratiche agricole erano assai ridotte e con bassissimi rendimenti (intesi come rapporto tra seminato e raccolto), almeno fino all'introduzione del grande aratro a ruote con coltro e versoio, che si ebbe lentamente a partire dall'VIII secolo. Gli animali maggiormente allevato erano i suini, anche se nel mondo romano-bizantino restò la predilezione per gli ovini.
Non si deve confondere l'idea di un contadino alto-medievale con quella del suo corrispettivo basso-medievale. In definitiva infatti si deve tener conto che se si può parlare di "contadino" (abitante del "contado", cioè di villaggio fuori delle città) esso non era prevalentemente "agricoltore", ma espletava tutta una serie di attività come quelle di pastore, cacciatore, allevatore, pescatore e raccoglitore di frutti spontanei, che garantivano alla sua dieta una certa varietà in quantità non necessariamente scarse. Se dall'XI secolo si registrò un aumento nella produzione agricola, ciò non significo inequivocabilmente un miglioramento nell'alimentazione, perché i maggiori terreni coltivati significarono anche una riduzione dell'habitat della selvaggina e dei frutti spontanei, sostituiti dal nutrizionalmente più povero pane. Inoltre tra XI e XII secolo il feudalesimo ridusse la libertà di caccia e pesca, distanziando sempre maggiormente l'alimentazione dei ceti subalterni da quella dei ceti dirigenti. Ciò ebbe come conseguenza un'endemica denutrizione che alla lunga ridusse le naturali difese organiche e spianò la strada all'epoca delle grandi epidemie.
Già nel V secolo la cosiddetta peste di Giustiniano aveva decimato la popolazione delle città, mentre fin dalla tarda antichità continuava il processo di spopolamento con abbandono delle città e dei villaggi nelle campagne in favore di villae difese militarmente dove i contadini si assoggettavano a un regime di semi-libertà in cambio di protezione. Si calcola che tra VII e VIII secolo la popolazione europea registrò il livello più basso. I nuclei urbani non cessarono mai di esistere, arroccati spesso attorno alla maggiore autorità locale che era il vescovo, unici garanti di una certa attività politica, economica ed intellettuale. Spesso però nelle città le mura urbane venivano rimpicciolite, magari con materiali di scarto. Si diffuse l'economia curtense, un sistema chiuso praticamente autarchico.
Il sistema stradale romano si degradò rapidamente, sia per l'incuria, sia per la deliberata distruzione da parte delle popolazioni locali che ormai vedevano le strade come mezzo per facilitare l'arrivo di eserciti nemici e razziatori. Gli spostamenti di lungo raggio ormai si facevano preferibilemnte per via fluviale e marittima.